The boy in the box: un mistero risolto dopo 67 anni

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The boy in the box
In un campo isolato, all'interno di una scatola di cartone abbandonata, viene scoperto il corpo senza vita di un bambino non identificato. Il caso divenne noto come "The boy in the box"

Scheda archivio

Nome caso / serial killer Morte di Joseph Augustus Zarelli
Soprannome The boy in the box
Periodo / date 25 febbraio 1957 – 8 dicembre 2022
Luogo Philadelphia, Pennsylvania
Paese Stati Uniti
Vittime
Accertate 1

Tabella dei Contenuti

Philadelphia, Pennsylvania, (Stati Uniti), 25 febbraio 1957 – Il corpo di un bambino di circa quattro anni viene ritrovato all’interno di una scatola di cartone in un’area boschiva della città. Per oltre sessantacinque anni la vittima rimane senza identità, fino all’identificazione come Joseph Augustus Zarelli nel dicembre 2022, mentre l’omicidio resta irrisolto.

La storia di The boy in the box

Nel febbraio 1957, nell’area boschiva di Fox Chase, a Philadelphia, un giovane bracconiere individua una scatola di cartone abbandonata mentre controlla alcune trappole per topi muschiati. All’interno si trova il corpo di un bambino non identificato. Da quel ritrovamento nasce la denominazione pubblica del caso: The Boy in the Box.

L’uomo non segnala immediatamente il ritrovamento alle autorità. Le sue trappole non erano propriamente a norma di legge, e se avesse avvertito la polizia del suo ritrovamento, probabilmente gliele avrebbero confiscate.

Fu solo qualche giorno dopo che la polizia venne avvertita, precisamente il 25 febbraio 1957. Uno studente del La Salle College stava passando lungo la Susquehanna Road quando notò un coniglio nel sottobosco. Decise di catturarlo per salvarlo dalle numerose trappole che erano state piazzate nei dintorni e notò uno scatolone della JC Penney con su scritto in rosso le parole “Mobili – Fragile – Non aprire con la lama”.

Al suo interno, deposto in un cesto di vimini, c’era quello che in un primo momento poteva sembrare un bambolotto, ma che in realtà era il corpo senza vita di un bambino di un’età compresa tra i 3 e i 6 anni, nudo e avvolto in una coperta Navaho.

Le braccia erano state accuratamente incrociate sullo stomaco e presentava lividi su viso, braccia, stomaco e gambe, presentava chiari segni di malnutrizione, considerando che era alto circa 1 metro e pesava solo 13,6 kg.

Le sue unghie erano state accuratamente tagliate e il taglio dei suoi capelli suggeriva che non era opera di un barbiere esperto e che presumibilmente gli erano stati tagliati dopo la morte.

Gli inquirenti ipotizzarono che le rughe presenti sui palmi delle mani e sulle piante dei piedi del bambino indicassero che era stato immerso in acqua poco prima o dopo la sua morte.

Le analisi autoptiche sul boy in the box, oltre a evidenziare lividi e ferite sul suo corpo, evidenziarono sette cicatrici, due delle quali sembravano essere dovute ad interventi chirurgici (inguine, caviglia), una particolare a forma di L sotto il mento e il suo occhio mostrava i segni di un trattamento dovuto a una condizione cronica. Nell’esofago fu rinvenuta solo una sostanza scura, ma non cibo, si appurò infatti che il bambino non aveva mangiato nelle 3 ore precedenti la morte.

Il medico legale stabilì senza ombra di dubbio che la morte del boy in the box era stata causata da violenti colpi ricevuti alla testa durante un’aggressione brutale, apparentemente avvenuta nelle due settimane precedenti il ​​ritrovamento della scatola.

Non c’erano molti indizi da seguire, si cominciò ad indagare dall’indirizzo sulla scatola: quello della JC. Penney, una catena di grandi magazzini. La scatola in questione aveva contenuto una delle 12 culle bianche che erano state vendute in quel periodo nel negozio a Upper Darby, a circa 24 chilometri dal luogo del ritrovamento del corpo.

La Polizia cercò anche di identificare il ragazzino tramite le impronte digitali, ma non ottenne riscontri. Non c’erano nemmeno denunce di scomparsa con una descrizione che corrispondesse al corpo e una ricerca negli orfanotrofi non diede alcun risultato. Gli investigatori scandagliarono le famiglie ai margini della società, le persone che avevano più figli di quanti ne potessero mantenere, senza trovare riscontri.

La scena del crimine venne setacciata da 257 poliziotti assunti appositamente per l’occasione: furono rinvenuti soltanto un cappello da uomo di velluto blu, un fazzoletto bianco con una “g” ricamata in un angolo e la sciarpa di un bambino.

L’indagine entra presto in una fase di stallo. Gli elementi disponibili sono limitati, l’identità del bambino resta sconosciuta e non emergono soggetti collegabili in modo diretto alla morte della vittima. In un disperato tentativo di raggiungere la verità il corpicino venne vestito con una tuta e una maglietta e fotografato seduto, nella speranza che spuntasse fuori qualcuno che ne avesse ricordo. Anche questo tentativo fu vano.

Il The Philadelphia Inquirer stampò 400.000 volantini con il probabile aspetto che il bambino avesse potuto avere da vivo, che furono distribuiti poi in tutta l’area, nei supermercati, nei negozi di liquori e negli ippodromi, e addirittura allegati a ogni bolletta del gas a Philadelphia. L’identità del ragazzo rimaneva sconosciuta.

Un giorno si fece avanti un testimone che affermò di aver guidato lungo quella strada il giorno prima del ritrovamento del corpo. Affermò di aver visto una donna di mezz’età e un ragazzo di 12-14 anni in piedi accanto ad una macchina sul ciglio della strada, che frugavano nel portabagagli. L’uomo pensando che avessero problemi, rallentò e chiese se avevano bisogno di aiuto. La donna gli fece segno di andarsene. La polizia ritenne che le informazioni erano poche e scartò la pista.

Il 24 luglio 1957 il boy in the box venne vestito con gli abiti del figlio di un detective e vennero celebrate le esequie grazie ai soldi raccolti tra i poliziotti e gli investigatori dell’ufficio del medico legale. Loro stessi portarono la piccola bara bianca fino alla tomba nel “Potter’s Field”, luogo dove venivano seppellite le persone sconosciute o indigenti.

Sulla lapide, l’unica in tutto il Potter’s Field, venne scritto: “Heavenly father, bless this unknown boy”. “Padre Celeste, benedici questo ragazzo sconosciuto”.

Le indagini si fermarono e non emerse nulla di nuovo. Con il passare del tempo, il caso perse eco e divenne un “cold case”.

Ma Remington Bristow, un investigatore dell’ufficio del medico legale, non si arrese. Spese il suo tempo e i suoi soldi per condurre indagini, intervistò persone che potevano aiutarlo nell’individuare l’identità del ragazzo fino al giorno della sua morte avvenuta nel 1993.

Nel corso degli anni il caso del Boy in the Box attirò un’ampia attenzione mediatica e numerose furono le teorie emerse, ma nessuna portò ad una soluzione definitiva. Gli investigatori continuarono a seguire piste e ipotesi, inclusa la possibilità che il bambino fosse un orfano o che fosse stato venduto come schiavo domestico. Ma alla fine nessuna di queste teorie ha portato ad una vera e propria risoluzione del caso.

Tra tutte queste piste però due sembravano essere le più plausibili, anche se non portarono a svolte decisive.

La teoria di Bristow per la soluzione del caso del The boy in the box

La prima teoria fu quella portata avanti proprio dal detective Bristow. A circa 2,5 Km dal luogo del ritrovamento del corpo c’era una casa famiglia di quelle usate dal Governo o dai servizi sociali per i bambini che necessitavano di protezione o in attesa di decisioni legali, e i proprietari erano un uomo e la sua sorellastra. Nel corso delle proprie ricerche, Bristow decise di consultare anche una sensitiva del New Jersey, pratica non del tutto insolita in alcuni casi di cronaca statunitensi dell’epoca. Secondo quanto ricostruito, l’incontro portò l’investigatore a concentrare la propria attenzione su una casa famiglia situata a circa 2,5 chilometri dal luogo del ritrovamento del corpo. Qui il detective scoprì una culla simile a quelle vendute al JC Penney. Trovò anche delle coperte simili a quella con cui era stato avvolto il corpo ritrovato nel bosco.

La teoria di Bristow era che il bambino fosse il figlio della sorellastra del proprietario della casa famiglia e che quest’ultimo a seguito di un tremendo litigio lo avesse ucciso accidentalmente. Nonostante alcuni elementi ritenuti di interesse investigativo, la polizia non riuscì a individuare collegamenti sufficienti tra il bambino e la famiglia proprietaria della struttura. I successivi confronti genetici esclusero inoltre che il piccolo fosse figlio della donna indicata da Bristow, portando alla definitiva archiviazione di questa pista.

La teoria di “Martha”

La seconda teoria fu quella di “Martha” o “M.” Nel 2002, quarantacinque anni dopo il ritrovamento del bambino, uno psichiatra dell’Ohio contattò la polizia di Philadelphia riferendo che una propria paziente sosteneva di possedere informazioni sulla morte del Boy in the Box. La donna, identificata pubblicamente con lo pseudonimo di “Martha” o semplicemente “M.”, raccontò una vicenda che attirò immediatamente l’attenzione degli investigatori.

La paziente raccontò che il boy in the box si chiamava Jonathan e che i suoi genitori, entrambi insegnati, negli anni 50, attraverso un circuito illecito di compravendita di minori, lo avevano comprato nell’estate del 1954 per renderlo il loro schiavo. Secondo il suo racconto, il bambino sarebbe stato sottoposto per circa due anni e mezzo a ripetuti maltrattamenti e abusi sessuali.

Una sera durante la cena, il piccolo vomitò lo stufato di fagioli appena mangiato. La madre di Martha lo picchiò fortissimo, lo buttò a terra e gli sbatté la testa più volte sul pavimento finché non fu semicosciente. Poi lo portò nella vasca da bagno dove morì.

La donna riferì inoltre inoltre che la madre gli tagliò poi i capelli per camuffare la sua identità, lo mise in una scatola di cartone dentro una cesta in vimini e la obbligò ad andare con lei nel bosco. M. disse di aver accompagnato la madre e mentre stavano scaricando lo scatolone un’automobilista si era fermato chiedendo se servisse aiuto, la madre di Martha riuscì a mandarlo via con una scusa e le due si liberarono del corpicino nascondendolo sul bordo di una strada.

La paziente, che all’epoca dell’omicidio aveva 10 anni, era molto alta e spesso veniva scambiata per un ragazzo.

Il racconto aveva senso: M era a conoscenza di alcuni dettagli che nessuno poteva sapere se non era stato coinvolto nelle indagini e che non furono mai rilasciati dalla polizia. Per esempio, nel referto dell’autopsia, il medico legale aveva dichiarato che nell’esofago e nello stomaco del piccolo c’erano i resti di uno stufato di fagioli e le dita delle mani erano avvizzite, come quando si sta troppo a lungo in acqua.

Gli investigatori considerarono la testimonianza sufficientemente dettagliata da verificarne ogni aspetto. Alcuni particolari coincidevano effettivamente con informazioni che non erano mai state divulgate pubblicamente, circostanza che contribuì a mantenere viva l’attenzione su questa pista per molti anni. Tuttavia tali riscontri non furono ritenuti sufficienti per confermare il racconto nella sua interezza né per sostenere un’azione giudiziaria. Per questo motivo la cosiddetta “pista Martha” continua a essere considerata una delle ipotesi investigative più discusse nella storia del caso, ma non una ricostruzione definitivamente accertata.

Le riesumazioni del The boy in the box

Cinque anni dopo la morte di Bristow, il 3 novembre 1998 il corpo del ragazzo venne riesumato per estrarne il DNA necessario ai test, gli esperti però incontrarono molte complicazioni perché i campioni prelevati erano ormai deteriorati.

I resti del boy in the box vennero poi nuovamente tumulati nell’Ivy Hill Cemetery a Cedarbrook, l’11 novembre 1998, con tanto di cerimonia e saluto militare. Gli venne dedicata una nuova lapide, che si aggiunse alla vecchia. Sulla nuova lapide venne inciso un agnello e sotto la scritta: “America’s Unknown child”, “Bambino Sconosciuto d’America”.

La bara, la lapide e la funzione funebre furono donati dal figlio dell’uomo che seppellì il boy in the box nel 1957. Ancora oggi molte sono le persone che mantengono la tomba adornata da fiori, peluche e giocattoli.

Nel 2019 ci fu una seconda riesumazione e i campioni vennero esaminati con tecniche forensi ancora più sofisticate, che hanno permesso agli anatomo patologi di amplificare il DNA.

L’identificazione del The boy in the box

Si arriva così al dicembre del 2022, quando sui giornali americani rimbalza finalmente una notizia attesa da oltre sessant’anni: il Boy in the Box ha un nome. Si chiamava Joseph Augustus Zarelli, era nato il 13 gennaio 1953 e al momento della sua morte aveva soltanto quattro anni.

L’identificazione è stata possibile grazie all’uso della genealogia genetica, una tecnica forense che combina l’analisi del DNA con la ricostruzione degli alberi genealogici attraverso database pubblici e privati. Il lavoro è stato condotto congiuntamente dal Dipartimento di Polizia di Philadelphia, dal laboratorio Othram Inc. e da genealogisti forensi specializzati, che sono riusciti a risalire ai parenti biologici del bambino partendo da legami familiari molto lontani.

Sulla base dei risultati dei confronti con un database genealogico, gli investigatori sono riusciti a individuare inizialmente un gruppo di parenti materni, tutti riconducibili allo stesso ramo familiare. Ricostruendo l’albero genealogico, è stato così possibile risalire a una donna che, per età e collocazione temporale, avrebbe potuto essere la madre del bambino.

Il passaggio successivo è stato quello di ottenere gli atti di nascita e di morte di tutti i figli nati da quella donna tra il 1944 e il 1956, per verificare quali di essi potessero corrispondere al profilo genetico della vittima.

Incrociando questi dati, gli inquirenti hanno potuto stabilire che, tra i figli nati da quella donna, solo due erano ancora in vita. Uno di loro ha accettato di fornire un campione di DNA che, una volta analizzato e confrontato con quello estratto dai resti del bambino, ha permesso di confermare senza alcun dubbio l’identità della vittima.

La famiglia biologica

L’identificazione di Joseph Augustus Zarelli porta allo scoperto anche il profilo dei suoi genitori, benché la loro presenza nella ricostruzione storica resti avvolta in ambiguità e silenzi. Il certificato di nascita ottenuto dagli investigatori dopo la conferma genetica indica che la madre si chiamava Mary Elizabeth Abel, conosciuta anche come “Betsy”, e il padre Augustus John Zarelli, detto “Gus”. Entrambi vivevano e lavoravano a Philadelphia negli anni immediatamente successivi alla nascita di Joseph, ma non risultavano mai aver denunciato la scomparsa del bambino né averne rivendicato pubblicamente il nome dopo il ritrovamento del suo corpo nel 1957. Mary Elizabeth Abel muore nel 1991, all’età di 59 anni, a causa di un carcinoma polmonare, mentre Augustus John Zarelli si sposa anni dopo con un’altra donna, costruisce una nuova famiglia e muore nel 2014 all’età di 83 anni.

I dettagli biografici resi pubblici dagli archivi e dalle dichiarazioni di parenti lontani disegnano un quadro complesso. Una parente materna, che chiede l’anonimato, ricorda Mary Elizabeth come una giovane donna di carattere vivace e integrata nella sua comunità, descrivendola come “una figura apprezzata tra amici e colleghi, mai incline alla violenza o alla crudeltà verso un bambino”. Un altro parente della famiglia Zarelli sottolinea invece di essere rimasto “scioccato e disorientato” quando gli investigatori hanno bussato alla sua porta, precisando che la scoperta dell’identità di Joseph aveva sorpreso anche i membri più giovani della famiglia, che non avevano alcuna memoria diretta dei fatti del 1957.

Le ricostruzioni narrative di questi parenti, pur esprimendo compassione per il destino di Joseph, non spingono verso una sola spiegazione univoca. Emergono piuttosto dubbi, risentimenti e una cautela rispetto all’ipotesi che un familiare possa aver avuto un ruolo diretto nella tragedia. Nessuna delle dichiarazioni anonime raccolte finora fornisce prove dirette sulle circostanze della morte; più spesso esse riflettono la sorpresa e il disagio di chi scopre solo ora di essere collegato a un caso che per decenni è rimasto un enigma irrisolto

Le nuove indagini

Le indagini hanno inoltre permesso di stabilire che Joseph non risultava essere stato affidato a orfanotrofi né segnalato come scomparso. Un dettaglio che conferma uno degli aspetti più inquietanti dell’intero caso: nessuno aveva mai denunciato la sua sparizione. Le autorità, pur avendo identificato il bambino, non hanno mai reso pubbliche informazioni definitive sulle circostanze precise della sua morte né su eventuali responsabili, dichiarando che il caso resta formalmente aperto.

Un elemento che continua a sollevare interrogativi è proprio il silenzio della famiglia. La scomparsa di Joseph non fu mai denunciata dai genitori, il che lascia spazio agli scenari più diversi. Il più immediato è quello di una famiglia disfunzionale, in cui uno dei genitori — il padre o la madre — potesse essere violento.

Eppure, alcuni particolari sembrano entrare in contrasto con questa ipotesi. Al momento del ritrovamento, il piccolo Joe appariva pulito e con un taglio di capelli recente, una cura che non richiama immediatamente l’immagine di un ambiente completamente trascurante. All’epoca della sua morte, la famiglia Zarelli viveva nella parte ovest di Philadelphia, nei pressi dell’incrocio tra la 61ª strada e Market Street. Il corpo del bambino, invece, venne ritrovato lungo South Square Road, a circa tre quarti d’ora di automobile da quella abitazione.

Resta quindi una domanda fondamentale: perché nessuno riconobbe Joe tra i 400.000 manifesti distribuiti in tutta la città nel 1957? Copie dei volantini furono affisse ovunque e addirittura inserite nelle bollette del gas. Sembra impossibile che nessuno lo avesse mai visto, a meno che chi lo riconobbe non volesse avere nulla a che fare con la polizia.

Il Dipartimento di Polizia di Philadelphia ha dichiarato di avere un sospetto sul possibile responsabile della morte di Joseph, ma non ha mai rilasciato dettagli in merito. Il colpevole potrebbe non essere più in vita oppure potrebbe non appartenere al nucleo familiare più stretto.

E d’altronde, il responsabile potrebbe anche non essere stato un familiare. È legittimo chiedersi se possa essere stato un vicino di casa, qualcuno che ha reagito con violenza al rifiuto del bambino a subire un contatto sessuale.

Ma anche in questo caso, la domanda resta la stessa: perché i genitori di Joe non denunciarono mai la sua scomparsa? E proprio in questo silenzio, più che nella violenza finale, il caso continua a suscitare interrogativi.

La nuova sepoltura

Dopo l’identificazione ufficiale, i resti di Joseph vengono restituiti a una sepoltura con il suo nome. Il bambino, per decenni conosciuto solo come “The Boy in the Box”, riceve una lapide che ne riconosce l’identità e l’esistenza storica. La cerimonia si svolge in forma riservata, senza dichiarazioni pubbliche da parte dei familiari e senza la presenza mediatica che accompagna il caso negli anni precedenti.

Questo passaggio non segna la chiusura dell’indagine, ma rappresenta un momento simbolico rilevante. Joseph non è più un oggetto investigativo anonimo né un’immagine fissata nei manifesti del 1957. È una persona identificata, collocata in una genealogia, riconosciuta formalmente dallo Stato e dalla comunità.

La nuova sepoltura non risolve il mistero della sua morte, ma modifica il modo in cui il caso viene ricordato. Non è più soltanto una storia di violenza irrisolta, ma anche una storia di recupero dell’identità dopo decenni di oblio.

Identità senza verità

Oggi il Boy in the Box non è più soltanto un soprannome, un simbolo o un cold case. Oggi sappiamo che si chiamava Joseph Augustus Zarelli. Eppure, nonostante questo nome restituito, il mistero che circonda la sua morte resta intatto. Non sappiamo chi lo abbia ucciso, né perché nessuno abbia mai denunciato la sua scomparsa. La sua storia rimane sospesa in una zona d’ombra, fatta di silenzi, omissioni e domande senza risposta.

Forse non ci sarà mai un colpevole da processare, né una verità completa da ricostruire. Ma dare un nome a quel bambino significa almeno strapparlo all’oblio, riconoscere che è esistito, che non era solo un corpo abbandonato in una scatola. Joseph non è più “il bambino sconosciuto d’America”. L’identificazione restituisce un nome alla vittima e permette di ricostruirne l’appartenenza familiare, ma non chiarisce le circostanze della sua morte né individua il responsabile dell’omicidio. Per questo motivo il caso continua a rappresentare uno dei cold case più emblematici della storia criminale statunitense: un’indagine che riesce a restituire l’identità alla vittima senza riuscire, almeno finora, a restituire una verità giudiziaria sui fatti.

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