Leonarda Cianciulli: la saponificatrice di Correggio

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saponificatrice di Correggio Leonarda Cianciulli
Tra il 1939 e il 1940 tre donne scompaiono a Correggio. Leonarda Cianciulli, ossessionata dal timore di perdere i figli, le attira con promesse di lavoro e matrimonio, poi le uccide e distrugge i corpi. Una storia di superstizione, violenza domestica, processo penale e memoria costruita.

Scheda archivio

Nome caso / serial killer Leonarda Cianciulli
Soprannome saponificatrice di Correggio
Tipologia Serial Killer
Periodo / date 17 dicembre 1939 – 30 settembre 1940
Luogo Correggio (Reggio Emilia)
Paese Italia
Vittime
Accertate 3
Modus operandi

Attirava donne sole con la promessa di un impiego o di un matrimonio, le uccideva con un'ascia dopo averle narcotizzate, ne smembrava i corpi e li scioglieva nella soda caustica; in almeno un caso ricavò sapone dai resti umani.

Tabella dei Contenuti

Correggio, Emilia Romagna, Italia, 1939-1940 – Tre donne scompaiono nell’arco di meno di un anno dopo essere entrate in contatto con Leonarda Cianciulli. Le indagini accertano tre omicidi e conducono alla condanna della donna, passata alla storia come la saponificatrice di Correggio.

Un caso costruito su una voce sola

Quasi tutto ciò che si conosce della saponificatrice di Correggio deriva da un’unica fonte narrativa: il memoriale scritto da Leonarda Cianciulli durante la detenzione, intitolato Confessioni di un’anima amareggiata. Un testo monumentale, oltre settecento pagine, che diventa non solo una confessione, ma una vera e propria autobiografia interpretativa.

Fin dall’inizio emerge un problema centrale: l’attendibilità. Leonarda ha frequentato la scuola solo fino alla terza elementare, eppure il memoriale presenta una struttura complessa, una prosa sorprendentemente ordinata, un uso sistematico di immagini simboliche e una ricostruzione minuziosa degli eventi. Questo elemento non invalida automaticamente il contenuto, ma impone una lettura critica: il memoriale non è solo un racconto dei fatti, è anche una costruzione identitaria.

Leonarda non si limita a dire cosa ha fatto. Spiega perché, giustifica, collega ogni gesto a una traiettoria che, secondo lei, inizia molto prima dei delitti. In questa cornice prende forma la frase che diventerà il suo manifesto difensivo:

«Non ho ucciso per odio o per avidità, ma solo per amore di madre.»

Questa dichiarazione non è un dettaglio emotivo, ma un elemento strutturale. Tutto ciò che segue viene organizzato intorno a questo asse interpretativo. Proprio per questo motivo il memoriale richiede una lettura distinta tra il dato storico documentabile e l’interpretazione che Leonarda offre della propria vicenda personale. Molti elementi trovano riscontro negli atti processuali, mentre altri appartengono esclusivamente alla ricostruzione che la stessa autrice propone di sé.

Origini e infanzia: il destino come premessa

Leonarda Cianciulli, la futura saponificatrice di Correggio, nasce il 14 aprile 1892 a Montella, in provincia di Avellino. È l’ultima di sei figli. Nel memoriale descrive la propria infanzia come un periodo di sofferenza continua, dominato da malattia, isolamento e da un rapporto profondamente conflittuale con la madre.

Secondo la ricostruzione proposta nel memoriale, la madre non desidera la sua nascita e manifesta apertamente ostilità nei suoi confronti. Leonarda interpreta quel rifiuto come il punto di origine della propria sofferenza e attribuisce a quell’esperienza un ruolo determinante nella formazione della sua identità. Nel racconto autobiografico, l’idea di essere una figlia non voluta diventa una chiave interpretativa attraverso cui rilegge gran parte degli eventi successivi della sua vita.

Racconta di soffrire di epilessia e di vivere una condizione di costante instabilità fisica e psicologica. I tentativi di suicidio che descrive non sono presentati come episodi isolati, ma come un continuum di disperazione infantile.

«Ero una bambina infelice e desideravo morire. Cercai due volte di impiccarmi; una volta arrivarono in tempo a salvarmi e l’altra si spezzò la fune. La mamma mi fece capire che le dispiaceva di rivedermi viva. Una volta ingoiai due stecche del suo busto, sempre con l’intenzione di morire, e mangiai dei cocci di vetro: non accadde nulla.»

In questo passaggio Leonarda costruisce una narrazione coerente con l’immagine che intende offrire di sé: il dolore non viene descritto come un episodio isolato, ma come una condizione permanente. La sopravvivenza assume il significato di una frustrazione continua, mentre il corpo diventa il luogo di una lotta costante tra il desiderio di morire e l’impossibilità di riuscirci. Questo schema narrativo ricompare più volte nel memoriale e viene utilizzato per spiegare anche le scelte successive.

Il matrimonio come atto di rottura

Nel 1917, all’età di ventitré anni, Leonarda sposa Raffaele Pansardi, impiegato dell’ufficio del registro. Il matrimonio avviene contro il volere della famiglia di lei, che aveva già scelto un altro marito. Questo dettaglio, nel memoriale, assume un valore simbolico forte: Leonarda presenta la scelta matrimoniale come un atto di autodeterminazione, ma anche come l’origine di una frattura irreversibile.

Alla vigilia delle nozze, secondo il suo racconto, la madre le scaglia una maledizione. La frase viene riportata come una condanna irrevocabile, che si sovrappone a una predizione ricevuta da una zingara:

«Ti mariterai, avrai figliolanza, ma tutti moriranno i figli tuoi.»

La reazione di Leonarda non è di rifiuto, ma di paura. Cerca immediatamente un’altra conferma, rivolgendosi a una seconda donna, che le pronuncia una nuova profezia:

«Vedo nella tua mano destra il carcere e nella sinistra il manicomio.»

Nel memoriale queste profezie assumono il valore di un punto di svolta. Leonarda interpreta molti degli eventi successivi attraverso quella lente, trasformando le predizioni in una cornice narrativa che collega tra loro matrimoni, gravidanze, lutti e, infine, gli omicidi. Più che una cronaca degli avvenimenti, il memoriale costruisce una visione del destino nella quale ogni episodio sembra confermare una condanna già annunciata.

Gravidanze, lutti e costruzione dell’ossessione materna

La vita coniugale di Leonarda è segnata da una lunga successione di gravidanze e lutti. Le fonti non riportano sempre dati perfettamente coincidenti sul numero complessivo delle gestazioni, ma concordano nel descrivere una serie di aborti spontanei e numerose morti infantili. La versione più accreditata è che Leonarda abbia avuto diciassette gravidanze, con tre aborti spontanei, dieci figli morti in tenera età e quattro sopravvissuti. Nel memoriale Leonarda trasforma questa esperienza in una prova continua della maledizione che ritiene di portare con sé fin dal matrimonio.

Leonarda attribuisce la sopravvivenza dei quattro figli a un rituale eseguito da una “strega”, Leonarda riesce ad avere quattro figli che sopravvivono: Giuseppe, Bernardo, Biagio e Norma. Da quel momento la maternità diventa il centro assoluto della sua identità e ogni evento viene interpretato attraverso la necessità di preservare la vita dei figli.

Il legame con i figli non è solo affettivo, ma totalizzante. Leonarda li descrive come l’unica ragione della propria esistenza. Ogni paura, ogni gesto, ogni decisione viene subordinata alla loro protezione. Il confine tra cura e controllo si assottiglia progressivamente.

«Non potevo sopportare la perdita di un altro figlio. Quasi ogni notte sognavo le piccole bare bianche, inghiottite una dopo l’altra dalla terra nera… per questo ho studiato magia, ho letto i libri che parlano di chiromanzia, astronomia, scongiuri, fatture, spiritismo: volevo apprendere tutto sui sortilegi per riuscire a neutralizzarli.»

In questo passaggio emerge uno degli elementi centrali della costruzione autobiografica di Leonarda. Lo studio dell’occulto non viene descritto come un interesse marginale, ma come un tentativo sistematico di contrastare un destino percepito come inevitabile. Chiromanzia, astrologia, scongiuri e pratiche esoteriche assumono così la funzione di strumenti attraverso cui cercare di esercitare un controllo simbolico su eventi che Leonarda considera altrimenti incontrollabili, in particolare la sopravvivenza dei figli.

Il terremoto e il trasferimento in Emilia

Nel 1930 il terremoto dell’Irpinia distrugge la casa della famiglia. L’evento naturale viene interpretato, ancora una volta, come un segnale ostile. I Pansardi-Cianciulli decidono di trasferirsi a Correggio, in provincia di Reggio Emilia.

Grazie al risarcimento statale concesso ai terremotati, Leonarda avvia un’attività di compravendita di abiti e mobili usati. Parallelamente offre servizi di chiromanzia e astrologia. La casa di via Cavour 11 diventa un luogo frequentato, apparentemente ordinario, in cui la dimensione domestica e quella esoterica convivono senza attriti.

Grazie ai guadagni extra, la famiglia riesce ad assumere due domestiche: prima Ardilia Diacci, poi Nella Barigazzi. La presenza di queste due giovani donne introduce un elemento di osservazione esterna all’interno della casa, che diventerà centrale nella ricostruzione successiva.

A Correggio Leonarda viene percepita come una donna eccentrica ma benvoluta. Accoglie ospiti, prepara dolci, intrattiene con racconti e letture delle carte. Agli occhi della comunità, Leonarda conduce una vita apparentemente ordinaria. L’attività commerciale, la pratica della chiromanzia e le relazioni costruite nel quartiere contribuiscono a consolidare l’immagine di una donna conosciuta e ben inserita nel contesto sociale di Correggio.

Il 1939 come punto di rottura

Il 1939 rappresenta per la saponificatrice di Correggio un anno di cesura netta, un momento in cui le paure accumulate nel tempo cessano di essere astratte e assumono una forma concreta. Il marito Raffaele Pansardi abbandona la famiglia, lasciandola sola nella gestione dei figli e della casa. Nello stesso periodo Giuseppe, il figlio maggiore, quello su cui Leonarda proietta aspettative e timori più intensi, viene chiamato a prestare il servizio militare, nonostante frequenti l’università.

La prospettiva della guerra, sempre più imminente, si innesta su un equilibrio già fragile. Nella costruzione mentale della saponificatrice di Correggio, l’idea della perdita non è una possibilità remota, ma una certezza annunciata da tempo. Le profezie, le morti infantili, i sogni ricorrenti delle bare bianche tornano a imporsi come segnali da interpretare.

Nel memoriale Leonarda descrive questo periodo come il momento in cui la paura perde ogni dimensione astratta. La chiamata alle armi del figlio Giuseppe viene interpretata come la possibile realizzazione delle antiche profezie che, secondo il suo racconto, accompagnano la sua vita fin dal matrimonio. È sempre nella propria ricostruzione autobiografica che colloca la convinzione secondo cui un sacrificio umano avrebbe potuto preservare la vita dei figli. Si tratta della motivazione che offre dei delitti, distinta dall’interpretazione giudiziaria che attribuisce rilievo anche all’appropriazione dei beni delle vittime.

La scelta delle vittime

Leonarda inizia a frequentare assiduamente tre donne, tutte accomunate da una condizione di solitudine e marginalità. Non sono giovani, non sono inserite in reti familiari solide, non godono di particolare visibilità sociale. Sono donne che desiderano un cambiamento, una possibilità di riscatto, una via d’uscita dalla routine di paese.

La saponificatrice di Correggio sfrutta proprio questo desiderio. Si propone come intermediaria, come mediatrice di opportunità: un matrimonio, un lavoro, un incarico lontano da Correggio. In tutti e tre i casi costruisce una narrazione credibile, adattata alle aspirazioni specifiche di ciascuna vittima.

Elemento costante dello schema è la richiesta di riservatezza. Leonarda insiste affinché nessuno venga informato dei progetti di partenza, giustificando il silenzio con il timore di invidie, maldicenze o interferenze. In questo modo isola preventivamente le vittime dal contesto sociale.

Un altro elemento centrale è la gestione dei beni. Da tutte e tre si fa firmare una procura che le consente di amministrare e vendere le proprietà. Questo passaggio, apparentemente burocratico, diventa in realtà uno degli indizi più rilevanti per le indagini successive.

Le tre vittime non vengono individuate casualmente. Oltre alla loro condizione di isolamento sociale, condividono un rapporto di fiducia con Leonarda, che conosce le loro aspirazioni, le difficoltà economiche e le relazioni familiari. Questo le consente di costruire per ciascuna una proposta credibile, calibrata sulle aspettative personali e tale da rendere plausibile una partenza volontaria.

L’organizzazione domestica dell’omicidio

Parallelamente alla costruzione della trappola relazionale, Leonarda organizza lo spazio domestico. Nell’appartamento di via Cavour esiste una stanza chiusa a chiave, ufficialmente adibita alla conservazione di frutta e verdura, grazie a una temperatura più bassa rispetto agli altri ambienti. Questo spazio viene utilizzato come luogo di transizione, dove i corpi vengono temporaneamente collocati prima della distruzione.

Fa parte del piano anche l’allontanamento temporaneo delle due domestiche. Leonarda utilizza pretesti plausibili per mandarle fuori casa nel momento cruciale, assicurandosi di poter agire senza testimoni diretti.

L’omicidio, lo smembramento e l’occultamento dei resti vengono organizzati come fasi consecutive di un’unica procedura, pianificata in modo da ridurre il rischio di essere scoperta e da eliminare rapidamente le tracce materiali del delitto.

Faustina Setti

La prima vittima della saponificatrice di Correggio si chiama Faustina Setti, detta “Rabitti”. Ha settant’anni, è semianalfabeta, ma coltiva un forte desiderio romantico. Leonarda intercetta questo bisogno e le fa credere di averle trovato un marito a Pola. La richiesta di mantenere il segreto non rappresenta un elemento occasionale, ma costituisce uno schema ricorrente che Leonarda utilizzerà anche con le vittime successive. L’isolamento preventivo riduce infatti la possibilità che qualcuno possa ricostruire gli ultimi spostamenti delle donne.

Il 17 dicembre 1939 Faustina si reca a casa dell’amica per salutarla e per firmare una delega che permette alla saponificatrice di Correggio di gestire i suoi beni dopo il trasferimento. Leonarda scrive per lei alcune lettere e cartoline indirizzate a parenti e amici, nelle quali Faustina dichiara di stare bene e di essere prossima alla partenza, chiedendo che vengano spedite una volta giunta a destinazione.

Faustina non arriverà mai a Pola. Viene uccisa a colpi di scure all’interno dell’appartamento. Il corpo viene trascinato nello stanzino e sezionato in nove parti. Il sangue viene raccolto in un catino, lasciato coagulare, poi essiccato e macinato.

Secondo quanto dichiarato da Leonarda nel memoriale e nelle confessioni, il sangue raccolto viene fatto essiccare, macinato e successivamente utilizzato nella preparazione di dolci che afferma di aver offerto a conoscenti e familiari, incluso il figlio Giuseppe. Si tratta di uno degli elementi più noti del caso, ma la sua ricostruzione deriva principalmente dal racconto della stessa Cianciulli.  Il resto del corpo viene sciolto nella soda caustica che bolliva in pentola già prima dell’arrivo della vittima. Una volta ottenuta una sostanza viscosa, la getta in un pozzo nero.

Nel memoriale, Leonarda scrive:

«Gettai i pezzi nella pentola, aggiunsi sette chilogrammi di soda caustica, che avevo comperato per fare il sapone, e rimescolai il tutto finché il corpo sezionato si sciolse in una poltiglia scura e vischiosa con la quale riempii alcuni secchi che vuotai in un vicino pozzo nero. Quanto al sangue del catino, aspettai che si coagulasse, lo feci seccare al forno, lo macinai e lo mescolai con farina, zucchero, cioccolato, latte e uova, oltre a un poco di margarina, e mescolai il tutto. Feci una grande quantità di pasticcini croccanti e li servii alle signore che venivano in visita, ma ne mangiammo anche Giuseppe e io.»

Nei giorni successivi la saponificatrice di Correggio manda il figlio Giuseppe a Pola affinché imbuchi le lettere, rafforzando l’illusione della partenza. Gli indumenti di Faustina vengono venduti.

Francesca Soavi

La seconda vittima è Francesca Soavi, insegnante d’asilo. Anche lei manifesta il desiderio di lasciare Correggio, ma non aspira al matrimonio. Leonarda le promette un nuovo impiego presso un collegio femminile di Piacenza. Francesca accetta con gratitudine.

Il 5 settembre 1940 Francesca raggiunge l’amica per salutarla. Leonarda la convince a scrivere cartoline ai familiari, scusandosi per l’assenza e chiedendo di non divulgare la destinazione fino a quando non si sarà sistemata nella nuova città.

Una volta posata la penna, Leonarda si avventa su di lei con la scure. Francesca viene uccisa e derubata del denaro che porta con sé. Con la delega firmata prima di morire, la saponificatrice di Correggio si occupa di vendere le sue cose, trattenendo il ricavato. La ripetizione quasi identica dello schema utilizzato con Faustina Setti mostra come Leonarda abbia progressivamente standardizzato il proprio metodo, modificando solo gli elementi necessari a renderlo credibile rispetto alla diversa situazione personale della vittima. Ancora una volta è Giuseppe a recarsi fuori città, questa volta a Piacenza, per spedire le lettere.

Virginia Cacioppo

La terza e ultima vittima è Virginia Cacioppo, vedova ed ex cantante lirica, costretta a vivere in condizioni di povertà. Leonarda le propone un incarico a Firenze come segretaria di un dirigente teatrale, lasciando intendere una possibile riapertura di contatti con l’ambiente musicale.

Come in precedenza, le chiede di non informare nessuno. A differenza delle due vittime precedenti, Virginia informa un’amica la mattina stessa della partenza. È il 30 settembre 1940. Questo dettaglio, apparentemente marginale, si rivelerà determinante nelle fasi successive dell’indagine, perché consentirà di ricostruire con maggiore precisione gli ultimi movimenti della donna.

Virginia si reca in via Cavour e non farà più ritorno. Leonarda descrive così l’omicidio nel memoriale:

«Finì nel pentolone, come le altre due (…); ma la sua carne era grassa e bianca: quando fu disciolta vi aggiunsi un flacone di colonia e, dopo una lunga bollitura, ne vennero fuori delle saponette cremose. Le diedi in omaggio a vicine e conoscenti. Anche i dolci furono migliori: quella donna era veramente dolce.»

La distribuzione del sapone alle vicine introduce un ulteriore livello di normalizzazione del crimine, integrando il risultato dell’omicidio nella quotidianità del quartiere.

Le prime segnalazioni e l’emersione dei sospetti

Nel corso del 1941 iniziano a circolare con maggiore insistenza voci sulla scomparsa di tre donne che, sebbene non appartenenti allo stesso nucleo familiare, risultano tutte legate da un rapporto di frequentazione con Leonarda Cianciulli. In un contesto di provincia, dove gli spostamenti sono rari e le partenze definitive non passano inosservate, l’assenza prolungata diventa un elemento che suscita interrogativi.

Inizialmente le tre scomparse non vengono considerate come episodi necessariamente collegati. Solo il progressivo emergere di elementi comuni, in particolare i rapporti che ciascuna delle donne intrattiene con Leonarda Cianciulli e la gestione dei loro beni dopo la partenza, induce gli investigatori a valutare l’ipotesi di un’unica vicenda criminale.

A formalizzare i sospetti è la signora Albertina Fanti, cognata di Virginia Cacioppo. Da tempo non riceve notizie, né lettere né cartoline, e soprattutto rileva la sparizione di titoli bancari per un valore complessivo superiore alle trentamila lire, una somma considerevole per l’epoca. La denuncia viene presentata al questore di Reggio Emilia, che avvia le prime verifiche.

L’indagine segue inizialmente una traccia patrimoniale. Uno dei Buoni del Tesoro appartenenti a Virginia Cacioppo viene rintracciato presso il Banco di San Prospero. Il titolo risulta essere stato presentato dal parroco di San Giorgio, a Correggio. Convocato dal questore, il sacerdote riferisce di aver ricevuto il buono da Abelardo Spinarelli, che dichiara a sua volta di averlo avuto dalla saponificatrice di Correggio come pagamento di un debito.

Più che la scomparsa in sé, sono le movimentazioni patrimoniali a offrire agli investigatori il primo elemento oggettivamente verificabile. Le testimonianze consentono infatti di ricostruire una catena di passaggi che conduce direttamente all’abitazione di Leonarda, trasformando un sospetto ancora generico in una pista investigativa concreta. Parallelamente emergono elementi analoghi anche per le altre due donne, rafforzando l’ipotesi che non si tratti di allontanamenti volontari e indipendenti.

L’interrogatorio e il primo arresto

I sospetti convergono rapidamente su Leonarda Cianciulli, unica persona ad aver intrattenuto rapporti di amicizia con tutte e tre le donne scomparse. Viene convocata per un interrogatorio preliminare. Nella fase iniziale Leonarda non adotta una strategia collaborativa. Al contrario, cerca di respingere ogni collegamento tra la propria persona e le donne scomparse, mantenendo un atteggiamento di assoluta sicurezza. La scelta di negare qualsiasi coinvolgimento rappresenta il primo approccio difensivo, destinato a modificarsi solo quando gli elementi raccolti dagli investigatori iniziano a diventare sempre più difficili da contestare.

Minaccia di denunciare per ingiuria chiunque osi collegarla alle sparizioni. Questo atteggiamento, anziché dissipare i sospetti, contribuisce a rafforzarli. La fermezza ostentata e la sicurezza con cui respinge ogni addebito vengono interpretate come segnali di un controllo emotivo anomalo.

La saponificatrice di Correggio viene arrestata. Da questo momento l’indagine assume una direzione più incisiva.

Le perquisizioni nell’abitazione di via Cavour

La casa della saponificatrice di Correggio viene perquisita per la prima volta il 1° marzo 1941. Gli inquirenti rinvengono oggetti personali appartenenti alle donne scomparse. In parallelo, presso una sarta di Correggio, vengono recuperati alcuni abiti delle vittime che Leonarda aveva fatto riadattare alle proprie misure.

Questi ritrovamenti confermano la gestione diretta dei beni delle scomparse e indeboliscono ulteriormente la tesi dell’allontanamento volontario.

Il 6 aprile 1941 viene effettuata una seconda perquisizione, più accurata e sistematica. In questa occasione emergono elementi decisivi: accette, martelli, seghetti e altri strumenti da taglio, alcuni dei quali presentano tracce di sangue. La presenza di questi oggetti, unita alle testimonianze raccolte, orienta definitivamente l’indagine verso l’ipotesi di omicidio.

È in questa fase che la testimonianza di Nella Barigazzi, la domestica, assume un peso determinante. Il suo contributo non consiste soltanto nell’indicare movimenti sospetti all’interno dell’abitazione, ma anche nel descrivere comportamenti quotidiani che, riletti alla luce delle indagini, assumono un significato completamente diverso. Come accade in molte ricostruzioni investigative, dettagli apparentemente irrilevanti acquistano valore solo dopo l’emersione dell’ipotesi accusatoria.

Le perquisizioni assumono un’importanza decisiva perché consentono di passare dagli indizi alle prove materiali. Fino a quel momento il procedimento si fonda prevalentemente su testimonianze e anomalie patrimoniali; il ritrovamento di oggetti appartenuti alle vittime e di strumenti compatibili con le modalità dei delitti modifica radicalmente il quadro investigativo.

L’incredulità degli inquirenti e l’ipotesi del complice

Nonostante gli indizi, gli inquirenti faticano ad accettare che Leonarda Cianciulli abbia potuto compiere da sola tre omicidi così efferati. È una donna anziana, moglie di un funzionario, alta circa un metro e cinquanta e dal peso di cinquanta chilogrammi. L’idea che abbia potuto uccidere, smembrare e distruggere tre corpi senza aiuto appare, inizialmente, poco plausibile.

Si fa strada l’ipotesi di un complice, almeno nella fase di occultamento dei cadaveri. Alcune operazioni, come lo spostamento del calderone o la gestione dei resti, sembrano richiedere una forza fisica non trascurabile.

Il sospetto si concentra sul figlio Giuseppe, detto Peppuccio. È lui ad aver spedito le lettere e le cartoline, è lui ad aver viaggiato per conto della madre. Durante il processo Giuseppe dichiara di aver eseguito le spedizioni senza conoscere la verità. Viene descritto come discreto, educato, studioso, apparentemente privo di tratti violenti.

Gli elementi raccolti nei confronti di Giuseppe non risultano sufficienti a dimostrare una partecipazione consapevole agli omicidi. Il procedimento nei suoi confronti si conclude quindi senza un accertamento definitivo di responsabilità per i delitti contestati alla madre.

Il racconto tardivo di Nella Barigazzi

Molti anni dopo la conclusione del processo, Nella Barigazzi rilascia un’intervista nella quale aggiunge un particolare che non emerge durante il procedimento giudiziario. Racconta che Giuseppe, durante alcuni viaggi a Milano, parte con una valigia insolitamente pesante e rientra con lo stesso bagaglio completamente vuoto.

Afferma inoltre di aver aperto una di quelle valigie, trovando la stoffa interna macchiata di sangue. Secondo il suo racconto, Giuseppe avrebbe provveduto a disfarsi della testa di Francesca Soavi. Si tratta di dichiarazioni rese molti decenni dopo i fatti, che non determinano conseguenze giudiziarie ma continuano a essere richiamate in alcune ricostruzioni del caso.

La confessione frammentata

Davanti al commissario Serrao, la saponificatrice di Correggio mantiene inizialmente un atteggiamento reticente. Rivela i particolari degli omicidi poco alla volta, come se dosasse le informazioni. In un primo momento dichiara di aver ucciso Virginia Cacioppo con la complicità di Abelardo Spinarelli, di aver distrutto il cadavere tramite saponificazione e di aver gettato i resti nel canale di Correggio.

Solo dopo lunghi interrogatori ammette di aver ucciso anche Faustina Setti e Francesca Soavi. La confessione non è lineare, ma stratificata, e alterna descrizioni tecniche a frasi di sfida.

«Ebbene me le ho mangiate le mie amiche, se vuole essere mangiato anche lei, son pronta a divorarlo […], le scomparse me le avevo mangiate una in arrosto, una a stufato, una bollita.»

Questa dichiarazione non è solo una confessione, ma una rottura deliberata del patto comunicativo con l’autorità. Leonarda utilizza il linguaggio per destabilizzare l’interlocutore, trasformando l’interrogatorio in un confronto di potere.

Il processo

Il processo si apre il 12 giugno 1946 a Reggio Emilia. Il dibattito si concentra immediatamente sulla motivazione. Il dibattito processuale si concentra soprattutto sulla motivazione dei delitti. L’accusa evidenzia come Leonarda si sia appropriata del denaro e dei beni appartenuti alle tre vittime, individuando anche un movente patrimoniale. La difesa, al contrario, insiste sulla ricostruzione fornita dalla stessa imputata, secondo cui gli omicidi rappresentano sacrifici necessari a proteggere i figli dalla morte annunciata dalle profezie. Il procedimento mette così a confronto due letture profondamente diverse degli stessi fatti: da un lato l’interesse economico, dall’altro la spiegazione simbolica costruita da Leonarda nel corso delle confessioni e del memoriale.

La saponificatrice di Correggio si mostra determinata a difendere il figlio Giuseppe. Rivendica la totale responsabilità degli omicidi e minimizza la necessità di aiuti esterni. Arriva a dichiarare:

«Tagliai qui, qui e qui: in meno di 20 minuti tutto era finito, compresa la pulizia. Potrei anche dimostrarlo ora.»

La frase, , contribuisce a consolidare l’immagine di una donna .

La dichiarazione pronunciata in aula, contribuisce ad alimentare l’immagine pubblica di Leonarda come donna lucida e pienamente consapevole,che non rinnega le proprie azioni, ma le rivendica come necessarie; un’immagine che accompagnerà il caso anche negli anni successivi.

La sentenza

Il 20 luglio 1946 la saponificatrice di Correggio viene riconosciuta colpevole dei tre omicidi, del furto delle proprietà delle vittime e del vilipendio dei cadaveri. La condanna prevede trent’anni di reclusione e il ricovero per almeno tre anni in un manicomio criminale.

Con la pronuncia di condanna si conclude il procedimento penale, ma il caso continua a suscitare interesse ben oltre l’ambito giudiziario. La figura di Leonarda Cianciulli diventa infatti oggetto di studi criminologici, ricostruzioni storiche e analisi dedicate al rapporto tra superstizione, maternità, costruzione identitaria e violenza seriale.

La detenzione e l’ingresso nel manicomio criminale

Dopo la sentenza del 20 luglio 1946, Leonarda Cianciulli viene avviata al percorso previsto dalla condanna: trent’anni di reclusione e il ricovero per almeno tre anni in un manicomio criminale. L’elemento manicomiale non rappresenta un dettaglio accessorio, ma una componente centrale della gestione giudiziaria del caso. La saponificatrice di Correggio viene infatti considerata imputabile, ma al tempo stesso portatrice di una struttura psichica incompatibile con il carcere ordinario.

Leonarda entra nel manicomio criminale di Aversa. È qui che inizia la fase più prolifica dal punto di vista narrativo. Durante l’internamento scrive il memoriale Confessioni di un’anima amareggiata, un testo che supera le settecento pagine e che ripercorre la sua vita, le profezie, le gravidanze, gli omicidi e gli smembramenti. Il memoriale supera le settecento pagine e rappresenta molto più di una confessione. Leonarda ricostruisce la propria esistenza secondo una logica interna nella quale episodi biografici, superstizioni, lutti e delitti vengono collegati in un’unica narrazione. Il testo costituisce ancora oggi una delle principali fonti sul caso, ma richiede una lettura critica perché riflette inevitabilmente il punto di vista dell’autrice.

Il testo assume progressivamente i tratti di un romanzo autobiografico. Leonarda si colloca al centro della scena come vittima del destino, madre sacrificale e custode di una verità che, a suo dire, gli altri non sono in grado di comprendere. La scrittura diventa per lei uno strumento di controllo: attraverso il racconto tenta di fissare un senso univoco a ciò che ha fatto.

Durante la detenzione continua a lavorare all’uncinetto e a cucinare biscotti. Riceve regolarmente le visite dei figli, che restano una presenza costante nella sua vita anche dopo la condanna. In occasione di visite istituzionali pretende di essere lei a tenere il discorso di benvenuto, come se il ruolo pubblico non le fosse mai stato sottratto del tutto.

Le fotografie scattate in questo periodo la ritraggono con l’aspetto di una donna anziana dall’aria mite: il camice grigio, il colletto di pizzo bianco, gli occhiali tondi. L’immagine contrasta nettamente con la brutalità dei crimini per cui la saponificatrice di Correggio è stata condannata, ma non la nega. È parte della stessa costruzione.

Il trasferimento a Pozzuoli

In seguito Leonarda viene trasferita nel manicomio giudiziario femminile di Pozzuoli. Anche qui continua a ricevere visite e a intrattenere una fitta corrispondenza con curiosi, studiosi e persone attratte dalla notorietà del caso. La saponificatrice di Correggio non smette di raccontarsi. Ogni lettera diventa un’ulteriore occasione per ribadire la propria versione dei fatti.

Prosegue i lavori manuali e la preparazione di dolci, che offre alle altre detenute. Secondo le testimonianze raccolte all’interno dell’istituto, le altre internate evitano di consumarli, ancora influenzate dalla notorietà dei delitti attribuiti a Leonarda. Una suora che lavora nella struttura ricorda:

«Malgrado gli scarsi mezzi di cui disponevamo preparava dolci gustosissimi, che però nessuna detenuta mai si azzardava a mangiare. Credevano che contenessero qualche sostanza magica.»

Questo dettaglio restituisce la persistenza dell’aura che circonda Leonarda anche in detenzione. Il timore non riguarda solo ciò che ha fatto, ma ciò che rappresenta: una donna che ha infranto in modo radicale i confini tra nutrimento, corpo e morte.

Nel manicomio Leonarda si mostra generalmente cordiale e socievole. Inganna il tempo leggendo le carte alle altre detenute e a sé stessa. Ripete spesso che tornerà libera nel 1970, come se la predizione iniziale – carcere e manicomio – avesse ormai esaurito il proprio corso.

La morte e la scomparsa definitiva

Leonarda  muore il 15 ottobre 1970 all’età di settantasette anni, per apoplessia cerebrale, mentre si trova ancora ricoverata nel manicomio giudiziario di Pozzuoli. La saponificatrice di Correggio viene sepolta nel cimitero di Pozzuoli, in una tomba per poveri.

Cinque anni dopo, allo scadere del periodo di sepoltura, nessuno dei figli reclama il corpo. I resti vengono quindi traslati nell’ossario comune.

Di lei resta ciò che è stato conservato: il martello, il seghetto, il coltello da cucina, le scuri, la mannaia e il treppiede. Gli strumenti di morte utilizzati dalla saponificatrice di Correggio per compiere i tre omicidi vengono custoditi dal 1949 presso il Museo criminologico di Roma. Oggetti ordinari, sottratti alla funzione quotidiana e trasformati in reperti.

Una figura che non si esaurisce nel caso

La vicenda di Leonarda Cianciulli, più nota come la saponificatrice di Correggio, non si chiude con la condanna, né con la morte. Continua a essere riletta, reinterpretata, discussa. Non solo per l’efferatezza dei delitti, ma per la struttura narrativa che li sostiene: una maternità trasformata in assoluto, una superstizione elevata a sistema di spiegazione totale, una quotidianità che assorbe l’orrore senza interrompersi.

Il caso della saponificatrice di Correggio continua a occupare un posto particolare nella storia della cronaca nera italiana. La combinazione tra confessioni, superstizione, dinamiche familiari, serialità omicidiaria e costruzione autobiografica rende questa vicenda ancora oggi oggetto di studi e analisi. Al di là dell’eccezionalità dei delitti, il caso mostra come la ricostruzione storica richieda un confronto costante tra fonti giudiziarie, testimonianze e narrazioni personali, evitando di sovrapporre il racconto dell’imputata ai fatti effettivamente accertati.

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L'omicidio di Antonella Di Veroli, conosciuto come il delitto dell'armadio, resta uno dei più complessi casi irrisolti italiani. Dalle prime indagini alle riaperture dell'inchiesta, il caso evidenzia le difficoltà investigative, il peso delle prove indiziarie e il ruolo delle moderne tecniche scientifiche.
Serial killer
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Renata Moscatelli viene uccisa nel suo appartamento a Roma nel 1984. Nessuna effrazione, nessun movente evidente, nessun colpevole. Un caso irrisolto che mostra i limiti dell’indagine penale di fronte a una violenza domestica silenziosa, priva di tracce decisive e di risposte definitive.
Menti Criminali
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