Serial Killer

Serial killer del mondo: i 100 casi più inquietanti della storia

Dai delitti di Jack lo Squartatore ai casi più recenti, un viaggio attraverso cento tra i serial killer più noti della storia mondiale. Un'analisi che attraversa continenti, epoche e sistemi investigativi per comprendere come si evolve il fenomeno della criminalità seriale e il suo impatto sulla società.

Di Samantha Lombardi 23 Giugno 2026 · 70 min di lettura

Dalla fine dell’Ottocento all’età contemporanea, l’omicidio seriale attraversa Paesi, epoche e sistemi investigativi differenti. I casi raccolti in questa panoramica mostrano l’evoluzione del fenomeno e delle tecniche utilizzate per riconoscerlo, collegare delitti apparentemente indipendenti e identificarne gli autori.

Perché i serial killer continuano a esercitare fascino sull’immaginario collettivo

I serial killer occupano da oltre un secolo uno spazio particolare nell’immaginario collettivo. Libri, documentari, podcast, film e serie televisive continuano a raccontarne le vicende, ma l’interesse che circonda questi casi non coincide necessariamente con un’attrazione verso la violenza. Più spesso nasce dal tentativo di comprendere comportamenti che sembrano incompatibili con le regole fondamentali della convivenza e dalla difficoltà di accettare che alcuni autori riescano a condurre per anni esistenze apparentemente ordinarie mentre commettono omicidi in successione.

A rendere questi casi particolarmente complessi contribuisce anche il ruolo delle indagini. La storia dell’omicidio seriale accompagna infatti l’evoluzione della criminologia, della medicina legale, delle tecniche forensi e della cooperazione tra differenti giurisdizioni. Molti assassini vengono identificati soltanto quando investigatori e analisti riescono a riconoscere collegamenti tra delitti avvenuti in momenti o luoghi diversi, mentre altri casi rimangono irrisolti per anni proprio perché quelle connessioni non vengono individuate.

La forte esposizione mediatica produce però anche una distorsione. Fin dall’epoca di Jack lo Squartatore, alcuni responsabili vengono trasformati in figure quasi leggendarie, mentre le vittime e le conseguenze dei delitti rischiano di passare in secondo piano. Osservare questi casi in una prospettiva criminologica significa quindi separare la documentazione dalla costruzione mediatica, distinguere fatti accertati, confessioni e attribuzioni e ricondurre l’attenzione anche ai contesti sociali e investigativi che permettono a determinate serie criminali di svilupparsi.

I cento casi raccolti in questa panoramica attraversano epoche, Paesi e sistemi giudiziari differenti e mostrano quanto sia fuorviante cercare un unico modello di serial killer. La loro analisi permette piuttosto di osservare come cambiano le modalità criminali, le vulnerabilità sfruttate dagli autori e soprattutto gli strumenti attraverso cui le società cercano di riconoscere, investigare e interrompere la violenza seriale.

Che cosa rende un serial killer diverso dagli altri assassini

Il termine serial killer entra nel linguaggio comune fino a essere utilizzato, spesso impropriamente, per indicare qualsiasi autore responsabile di più omicidi. In ambito criminologico e investigativo la questione è più complessa, perché nel corso del tempo vengono adottate definizioni differenti e non esiste un unico criterio storico valido in ogni contesto. Una delle definizioni operative più utilizzate considera omicidio seriale l’uccisione illecita di due o più vittime da parte dello stesso autore, o degli stessi autori, quando i delitti avvengono in eventi separati.

È proprio la separazione tra gli episodi a distinguere l’omicidio seriale da altre forme di omicidio multiplo. Il cosiddetto periodo di raffreddamento, a lungo utilizzato per descrivere l’intervallo durante il quale l’assassino interrompe la propria attività criminale e ritorna apparentemente alla vita quotidiana, non costituisce un requisito rigido. Gli intervalli possono essere molto brevi oppure estendersi per mesi o anni e assumono caratteristiche differenti da un caso all’altro.

Non esiste neppure un profilo psicologico capace di descrivere tutti i serial killer. Le motivazioni possono riguardare gratificazione sessuale, controllo, profitto, vendetta, convinzioni deliranti o combinazioni di fattori differenti; allo stesso modo cambiano la selezione delle vittime, il grado di pianificazione, le modalità operative e il comportamento successivo al delitto. Anche classificazioni diventate molto note, come la distinzione tra assassini organizzati e disorganizzati, rappresentano strumenti interpretativi e non categorie assolute, perché numerosi autori mostrano caratteristiche appartenenti a entrambi i modelli.

L’evoluzione delle tecniche investigative modifica profondamente la possibilità di riconoscere queste sequenze criminali. La condivisione delle informazioni tra diverse giurisdizioni, l’analisi comportamentale, le banche dati, la genetica forense e il riesame dei cold case permettono progressivamente di collegare omicidi che in passato possono rimanere separati per anni. Allo stesso tempo, stampa, cinema, letteratura e produzioni televisive trasformano alcuni assassini in figure conosciute a livello mondiale, contribuendo talvolta a sovrapporre alla realtà giudiziaria una rappresentazione costruita dall’immaginario collettivo.

I casi raccolti in questa pagina vengono organizzati per area geografica e periodo di attività, distinguendo quando possibile il numero delle vittime accertate dalle attribuzioni, dalle confessioni non pienamente riscontrate e dai casi ancora controversi. La notorietà di un serial killer non rappresenta una misura della gravità dei suoi crimini, ma dipende anche dalla documentazione disponibile, dall’impatto delle indagini e dall’attenzione pubblica che il caso riceve nel proprio contesto storico.

I primi serial killer della storia moderna

Individuare un punto preciso da cui far iniziare la storia dell’omicidio seriale moderno è difficile, soprattutto perché molti casi precedenti all’Ottocento arrivano attraverso testimonianze incomplete, cronache poco verificabili o ricostruzioni successive. Tra la seconda metà del XIX secolo e i primi decenni del Novecento, tuttavia, lo sviluppo della stampa, delle forze di polizia e delle prime discipline forensi permette di documentare con maggiore precisione sequenze di omicidi commessi dallo stesso autore. Alcuni di questi casi diventano fondamentali non soltanto per la loro rilevanza criminale, ma anche perché mostrano i limiti delle indagini dell’epoca e contribuiscono alla progressiva comprensione della violenza seriale.

Jack lo Squartatore (Regno Unito, 1888)

Vittime: 5 vittime canoniche; altri omicidi restano oggetto di attribuzione

ra agosto e novembre del 1888, nel quartiere londinese di Whitechapel, cinque donne vengono uccise in una sequenza di delitti attribuita a un assassino mai identificato, noto come Jack lo Squartatore. Mary Ann Nichols, Annie Chapman, Elizabeth Stride, Catherine Eddowes e Mary Jane Kelly costituiscono le cosiddette vittime canoniche, mentre altri omicidi dello stesso periodo rimangono oggetto di discussione. L’indagine mobilita Scotland Yard e raccoglie numerose testimonianze e lettere, molte delle quali risultano false. L’identità dell’autore non viene mai stabilita e il caso diventa uno dei più studiati della storia criminale moderna, contribuendo alla costruzione dell’immaginario contemporaneo attorno alla figura del serial killer.

H. H. Holmes (Stati Uniti, 1891–1894)

Vittime: almeno 9 documentabili; numerose altre attribuzioni rimangono controverse

Herman Webster Mudgett, conosciuto come H. H. Holmes, costruisce la propria notorietà attraverso omicidi, frodi assicurative, false identità e una forte capacità manipolatoria. La sua figura rimane legata all’edificio di Chicago soprannominato “Murder Castle”, ma molte storie sulle camere di tortura, sui passaggi segreti e sulle centinaia di vittime derivano dalla stampa sensazionalistica dell’epoca e vengono amplificate nel tempo. Le ricostruzioni più prudenti permettono di documentare circa nove probabili vittime, mentre Holmes viene processato e condannato per l’omicidio di Benjamin Pitezel. Il caso mostra così la distanza che può crearsi tra un serial killer realmente esistito e la leggenda costruita successivamente attorno alla sua figura.

Amelia Dyer (Regno Unito, circa 1869–1896)

Vittime: almeno 7 bambini emergono direttamente dall’indagine del 1896; numero complessivo sconosciuto

Amelia Dyer opera per decenni nel sistema britannico del baby farming, attraverso il quale neonati e bambini vengono affidati dietro compenso a persone che dichiarano di occuparsene, approfittando della vulnerabilità di madri sole e famiglie in difficoltà. Nel 1896 il ritrovamento del corpo di una bambina nel Tamigi conduce gli investigatori fino a lei e permette di collegarla ad almeno sette vittime. Il numero complessivo dei bambini uccisi non viene mai stabilito con certezza e le cifre di centinaia di vittime rimangono stime. Il caso rende Dyer una delle serial killer più note dell’Inghilterra vittoriana e mette in luce le gravi carenze dei controlli sull’affidamento dei minori.

Joseph Vacher (Francia, 1894–1897)

Vittime: 11 omicidi confessati; sospettato di un numero maggiore

Joseph Vacher attraversa le campagne francesi conducendo una vita itinerante e colpendo soprattutto giovani pastori e lavoratori agricoli in zone isolate. La dispersione geografica dei delitti rende difficile riconoscere subito l’esistenza di un unico autore. Arrestato nel 1897, confessa undici omicidi, mentre altri casi rimangono sospetti. Il procedimento coinvolge anche il medico e criminologo Alexandre Lacassagne nel dibattito sulla responsabilità penale e sulla possibile infermità mentale. Il caso assume così un ruolo importante nella nascente medicina legale francese e nello studio dei serial killer attivi su territori differenti.

Fritz Haarmann (Germania, 1918–1924)

Vittime: 24 omicidi per i quali viene condannato; ulteriori vittime sospettate

Nella Hannover del primo dopoguerra Fritz Haarmann prende di mira ragazzi e giovani uomini, molti dei quali gravitano attorno alla stazione ferroviaria in un contesto segnato da povertà e forte mobilità sociale. Le sparizioni proseguono per anni, finché il ritrovamento di resti umani nel fiume Leine indirizza le autorità verso una possibile serie di omicidi. Nel 1924 Haarmann viene processato e riconosciuto colpevole dell’uccisione di ventiquattro vittime, mentre altri casi rimangono sospetti. Il procedimento diventa uno dei più noti della Repubblica di Weimar e mostra quanto la marginalità delle vittime e gli errori investigativi possano ritardare il riconoscimento di un serial killer.

Peter Kürten (Germania, 1913–1929)

Vittime: 9 omicidi per i quali viene condannato; numerose aggressioni e tentati omicidi

Peter Kürten, conosciuto come il “Vampiro di Düsseldorf”, commette il primo omicidio riconosciuto nel 1913 e torna a colpire soprattutto alla fine degli anni Venti, quando una serie di aggressioni provoca forte allarme in città. Le vittime appartengono a fasce d’età differenti e le modalità cambiano da un episodio all’altro. Dopo l’arresto viene riconosciuto colpevole di nove omicidi e sette tentati omicidi. Le successive valutazioni mediche suscitano un notevole interesse criminologico e trasformano il caso in uno dei riferimenti storici nello studio dei serial killer e della violenza sadica.

Albert Fish (Stati Uniti, 1924–1928)

Vittime: 3 omicidi generalmente attribuiti; condannato per l’omicidio di Grace Budd

Albert Fish entra nelle indagini nel 1934 attraverso il caso di Grace Budd, bambina di dieci anni scomparsa sei anni prima dopo essere stata attirata con un falso pretesto. Una lettera inviata alla famiglia permette agli investigatori di risalire fino a lui. Dopo l’arresto ammette anche il coinvolgimento nelle morti di Francis McDonnell e Billy Gaffney, mentre numerose altre attribuzioni restano prive di riscontri sufficienti. Processato per l’omicidio di Grace Budd, viene considerato penalmente responsabile nonostante le gravi anomalie psicopatologiche emerse durante le valutazioni. Il caso diventa un riferimento nel dibattito sul rapporto tra disturbo mentale, responsabilità penale e comportamento dei serial killer.

I serial killer degli Stati Uniti

Nel corso del Novecento gli Stati Uniti diventano uno dei contesti più studiati nella storia dei serial killer, sia per il numero dei casi documentati sia per l’impatto che alcune indagini esercitano sullo sviluppo delle tecniche investigative. La frammentazione tra diverse giurisdizioni, la grande mobilità interna e la vulnerabilità di alcune categorie di vittime permettono in diversi casi agli autori di agire per anni prima che omicidi avvenuti in città o Stati differenti vengano collegati. Parallelamente, proprio negli Stati Uniti si sviluppano strumenti sempre più strutturati di analisi comportamentale e condivisione delle informazioni, fino alla creazione di unità specializzate e sistemi destinati all’individuazione dei serial killer.

Ted Bundy (1974–1978)

Vittime: oltre 30 omicidi confessati; numero complessivo incerto

Ted Bundy attraversa diversi Stati americani prendendo di mira soprattutto giovani donne, che avvicina frequentemente attraverso comportamenti studiati per apparire innocuo o bisognoso di aiuto. Arrestato una prima volta nel 1975, evade due volte dalla custodia in Colorado e, durante la seconda fuga, raggiunge la Florida, dove commette nuovi delitti prima della cattura definitiva nel febbraio 1978. Viene condannato per omicidi commessi in Florida e, negli ultimi giorni prima dell’esecuzione del 1989, ammette responsabilità in oltre trenta casi, senza permettere di stabilire con certezza l’estensione complessiva della serie. Le indagini che attraversano più giurisdizioni e la partecipazione dell’FBI alla sua ricerca contribuiscono a rendere il caso uno dei riferimenti nella successiva evoluzione dell’analisi comportamentale americana.

Jeffrey Dahmer (1978–1991)

Vittime: 17 accertate

Jeffrey Dahmer commette diciassette omicidi tra Ohio e Wisconsin, prendendo di mira adolescenti e giovani uomini. Dopo il primo delitto nel 1978 trascorrono diversi anni prima della ripresa della serie, che prosegue soprattutto a Milwaukee fino al 1991. L’arresto avviene quando una potenziale vittima riesce a fuggire dal suo appartamento e conduce la polizia all’interno dell’abitazione, dove vengono rinvenute prove che permettono di ricostruire numerosi omicidi. Il caso mette inoltre in evidenza gravi criticità precedenti alla cattura, comprese occasioni nelle quali comportamenti sospetti e richieste di intervento non determinano un’indagine capace di interrompere la serie. Dahmer viene condannato in Wisconsin per quindici omicidi e successivamente anche in Ohio per il delitto del 1978.

John Wayne Gacy (1972–1978)

Vittime: 33 accertate

John Wayne Gacy opera nell’area di Chicago e uccide trentatré adolescenti e giovani uomini, molti dei quali vengono attirati nella sua abitazione attraverso offerte di lavoro, conoscenze personali o altri pretesti. All’esterno mantiene un’attività imprenditoriale e partecipa alla vita della comunità, mentre una parte considerevole delle vittime viene sepolta sotto la casa o in altre aree della proprietà. La scomparsa del quindicenne Robert Piest nel dicembre 1978 indirizza progressivamente gli investigatori verso Gacy e conduce alla perquisizione dell’abitazione e alla scoperta dei resti. Il caso diventa uno degli esempi più noti della difficoltà di riconoscere una lunga attività criminale quando l’autore mantiene un’apparenza socialmente integrata e le vittime appartengono a gruppi la cui scomparsa non viene sempre collegata immediatamente.

Richard Ramirez (1984–1985)

Vittime: 13 omicidi per i quali viene condannato

Richard Ramirez colpisce soprattutto nella California meridionale attraverso aggressioni notturne commesse all’interno delle abitazioni, senza limitarsi a una fascia d’età o a un profilo vittimologico uniforme. Proprio la varietà delle vittime e delle modalità utilizzate rende inizialmente più difficile riconoscere una serie unitaria, mentre l’attenzione mediatica cresce rapidamente durante il 1985. Impronte digitali, testimonianze e altri elementi investigativi permettono infine di identificarlo e diffonderne fotografia e nome; il 31 agosto 1985 alcuni cittadini di Los Angeles lo riconoscono mentre tenta di sottrarsi alla cattura e lo trattengono fino all’arrivo della polizia. Ramirez viene successivamente riconosciuto colpevole di tredici omicidi oltre a numerosi altri reati, diventando uno dei più noti serial killer della California degli anni Ottanta.

Gary Ridgway (1982–1998; possibile attività successiva)

Vittime: 49 omicidi per i quali viene condannato; ulteriori casi rimangono sospetti

Gary Ridgway prende di mira soprattutto giovani donne e sex worker nell’area dello Stato di Washington, depositando molti corpi lungo il Green River e in altre zone isolate. L’indagine inizia nel 1982 e diventa una delle più lunghe e complesse della storia criminale americana, mentre per anni le autorità non dispongono di elementi sufficienti per identificare definitivamente il responsabile. I progressi nell’analisi del DNA permettono di collegare Ridgway ad alcuni omicidi e conducono al suo arresto nel 2001. Nel 2003 si dichiara colpevole di quarantotto omicidi nell’ambito di un accordo che esclude la pena di morte; nel 2011 ammette formalmente un quarantanovesimo delitto. Le indagini continuano anche sui casi non contestati giudiziariamente e sulle vittime ancora prive di identificazione.

Dennis Rader (1974–1991)

Vittime: 10 accertate

Dennis Rader, che utilizza la sigla BTK, commette dieci omicidi nell’area di Wichita e Park City, in Kansas, tra il 1974 e il 1991. Parallelamente ai delitti invia comunicazioni alla polizia e alla stampa, cercando attenzione e controllo sulla narrazione pubblica dei crimini. Dopo anni di silenzio riprende i contatti nel 2004 e proprio questa decisione conduce alla sua identificazione. I dati recuperati da un supporto informatico inviato agli investigatori permettono di collegare le comunicazioni a Rader, arrestato nel febbraio 2005. Il caso mostra come un serial killer possa interrompere per molti anni l’attività omicida senza perdere la natura seriale della propria condotta.

David Berkowitz (1976–1977)

Vittime: 6 accertate

Tra il 1976 e il 1977 David Berkowitz compie una serie di attacchi armati a New York che provoca sei morti e diversi feriti, colpendo soprattutto giovani donne e coppie all’interno di automobili. Durante la sequenza invia lettere alla polizia e alla stampa firmandosi “Son of Sam”, alimentando l’attenzione mediatica. Le indagini collegano progressivamente episodi avvenuti in quartieri differenti fino a quando una contravvenzione automobilistica conduce gli investigatori a Berkowitz. Arrestato nell’agosto 1977, ammette la propria responsabilità e viene condannato a più ergastoli. Il caso evidenzia il rapporto tra serial killer, comunicazione dell’autore e copertura mediatica.

Edmund Kemper (1964–1973)

Vittime: 10 accertate

Edmund Kemper commette i primi due omicidi nel 1964, quando uccide i nonni paterni e viene ricoverato in una struttura psichiatrica minorile. Dopo la liberazione torna in California e, tra il 1972 e il 1973, uccide sei giovani donne, la madre e un’amica di quest’ultima. Dopo gli ultimi delitti contatta spontaneamente la polizia e confessa la serie. Le sue successive interviste agli studiosi del comportamento criminale contribuiscono a rendere il caso rilevante nella storia dell’analisi dei serial killer, senza trasformare però le sue dichiarazioni in una spiegazione definitiva del proprio comportamento.

Aileen Wuornos (1989–1990)

Vittime: 7 uomini uccisi o scomparsi attribuiti alla serie; 6 condanne per omicidio

Tra il 1989 e il 1990 Aileen Wuornos uccide uomini incontrati lungo le strade della Florida mentre svolge sex work, sostenendo inizialmente di aver reagito ad aggressioni sessuali. Le indagini collegano progressivamente diversi omicidi attraverso testimonianze, oggetti appartenuti alle vittime e confessioni. Nel 1992 viene riconosciuta colpevole dell’uccisione di Richard Mallory e successivamente riceve complessivamente sei condanne a morte. Un settimo uomo, Peter Siems, viene collegato alla serie, ma il corpo non viene recuperato. Il caso resta rilevante anche per le versioni contrastanti fornite dalla stessa Wuornos sulle circostanze dei delitti.

Richard Kuklinski (circa 1980–1984 per gli omicidi giudiziariamente accertati)

Vittime: 5 condanne per omicidio; numerose dichiarazioni successive non risultano verificate

Richard Kuklinski, conosciuto come “The Iceman”, costruisce dopo l’arresto una narrazione nella quale sostiene di avere commesso decine, e successivamente centinaia, di omicidi e di avere lavorato come sicario per differenti organizzazioni criminali. La parte giudiziariamente documentata è molto più circoscritta: viene condannato per cinque omicidi commessi tra l’inizio e la metà degli anni Ottanta, mentre molte delle affermazioni che alimentano la sua notorietà non trovano riscontri indipendenti. Anche il suo inquadramento come serial killer richiede quindi cautela, perché il profilo mediatico successivo alla cattura supera ampiamente ciò che viene dimostrato nei procedimenti penali. Il caso è utile proprio per distinguere tra vittime accertate, dichiarazioni dell’autore e costruzione successiva di una reputazione criminale

Rodney Alcala (1971–1979)

Vittime: 7 omicidi oggetto di condanna; collegato ad almeno un ulteriore caso

Rodney Alcala attraversa diversi Stati e utilizza la fotografia per avvicinare giovani donne, mentre precedenti aggressioni sessuali mostrano la sua pericolosità già prima degli omicidi accertati. Nel 1978 partecipa al programma The Dating Game, episodio da cui deriva il soprannome mediatico di “Dating Game Killer”. In California viene riconosciuto colpevole dell’omicidio di Robin Samsoe e di altre quattro donne; successivamente, a New York, si dichiara colpevole di altri due omicidi. Il suo nome viene collegato anche ad altri casi, ma il numero complessivo delle vittime resta incerto e non può essere equiparato alle condanne accertate.

Samuel Little (1970–2005)

Vittime: 93 omicidi confessati; almeno 50 confessioni formalmente collegate a casi dall’FBI nella ricostruzione pubblica del 2019

Samuel Little agisce per decenni in numerosi Stati americani, prendendo di mira soprattutto donne appartenenti a contesti marginalizzati, alcune delle cui morti vengono inizialmente classificate come overdose, incidenti o eventi di causa indeterminata. Condannato nel 2014 per tre omicidi, comincia successivamente a confessare delitti commessi in diverse parti del Paese. L’FBI considera credibili le sue dichiarazioni su novantatré omicidi e utilizza ViCAP, ricostruzioni geografiche e ritratti delle vittime per collegare i casi. La vicenda mostra come un serial killer possa agire per decenni sfruttando la marginalità delle vittime e la frammentazione delle informazioni.

Arthur Shawcross (1972–1989)

Vittime: 13 omicidi riconosciuti nella ricostruzione del caso; condannato per 11 omicidi di donne e per un precedente omicidio colposo

Arthur Shawcross commette nel 1972 gli omicidi di due bambini nell’area di Watertown, ma un accordo giudiziario porta alla condanna per uno solo dei due casi e alla successiva liberazione sulla parola. Stabilitosi poi a Rochester, tra il 1988 e il 1989 uccide undici donne, molte delle quali in condizioni di particolare vulnerabilità. Il ritrovamento progressivo dei corpi lungo il Genesee River permette agli investigatori di concentrare l’attenzione su di lui, fino all’arresto nel gennaio 1990. Il caso alimenta un lungo dibattito sulla sua precedente scarcerazione e sulla gestione del reinserimento di un serial killer già responsabile di omicidio.

Randy Kraft (1972–1983)

Vittime: 16 omicidi per i quali viene condannato; sospettato in numerosi altri casi

Randy Kraft prende di mira prevalentemente adolescenti e giovani uomini in California e viene collegato anche a casi avvenuti in altri Stati. Molti corpi vengono abbandonati lungo strade e autostrade, circostanza che contribuisce al soprannome di “Freeway Killer”, condiviso con altri assassini attivi nella stessa area e nello stesso periodo. La serie termina nel maggio 1983, quando una pattuglia ferma l’automobile di Kraft e trova sul sedile del passeggero il corpo di Terry Gambrel. Nel veicolo viene inoltre recuperato un elenco cifrato che gli investigatori interpretano come possibile registrazione delle vittime. Nel 1989 Kraft viene riconosciuto colpevole di sedici omicidi; ulteriori casi gli vengono attribuiti dagli investigatori, ma non raggiungono lo stesso livello di accertamento giudiziario.

William Bonin (1979–1980)

Vittime: 14 omicidi per i quali viene condannato; confessa responsabilità in 21 casi

William Bonin opera nella California meridionale tra il 1979 e il 1980, prendendo di mira soprattutto adolescenti e giovani uomini che avvicina per strada e fa salire sul proprio furgone. In diversi omicidi agisce con complici e abbandona i corpi vicino a strade e autostrade, circostanza che gli vale il soprannome di “Freeway Killer”. Arrestato nel giugno 1980, viene processato per delitti commessi nelle contee di Los Angeles e Orange e riceve due condanne a morte. I tribunali gli attribuiscono quattordici omicidi, mentre Bonin ne confessa ventuno, distinzione essenziale per separare i delitti accertati dalle dichiarazioni del serial killer.

Joel Rifkin (1989–1993)

Vittime: 17 omicidi confessati; 9 condanne per omicidio

Joel Rifkin uccide donne nell’area di New York e Long Island, prendendo di mira soprattutto sex worker e persone in condizioni di vulnerabilità. La serie rimane irrisolta fino al giugno 1993, quando la polizia tenta di fermarlo per un’infrazione stradale e, dopo un inseguimento, trova nel veicolo il corpo di Tiffany Bresciani. Durante gli interrogatori Rifkin ammette diciassette omicidi e fornisce informazioni utili a collegare altre vittime. Viene condannato per nove omicidi e riceve pene consecutive che lo mantengono in carcere per il resto della vita. Il caso mostra quanto la marginalizzazione delle vittime possa ritardare l’identificazione di un serial killer.

Robert Hansen (1971–1983)

Vittime: almeno 17 omicidi riconosciuti; sospettato di ulteriori vittime

Robert Hansen opera in Alaska e prende di mira prevalentemente giovani donne, comprese numerose sex worker, sfruttando tanto la vulnerabilità delle vittime quanto l’isolamento geografico di vaste aree dello Stato. Dopo il rapimento di Cindy Paulson nel 1983, la giovane riesce a fuggire e fornisce alla polizia una descrizione dell’aggressore, ma inizialmente Hansen nega le accuse. L’indagine successiva, sostenuta anche dal collegamento tra diversi omicidi e da prove rinvenute nella sua abitazione, porta alla ricostruzione di una serie molto più ampia. Hansen ammette numerosi delitti e conduce gli investigatori verso luoghi nei quali ha abbandonato i corpi. Almeno diciassette omicidi vengono associati con solidità alla sua attività, mentre le autorità ritengono possibile l’esistenza di altre vittime non identificate.

Lonnie Franklin Jr. (1985–2007)

Vittime: 10 omicidi per i quali viene condannato; una sopravvissuta a tentato omicidio

Lonnie Franklin Jr., soprannominato “Grim Sleeper”, prende di mira soprattutto donne nere nel sud di Los Angeles. Il lungo intervallo apparente tra i delitti degli anni Ottanta e quelli successivi contribuisce alla nascita del soprannome, anche se non è possibile stabilire che in quel periodo interrompa realmente l’attività criminale. Le analisi genetiche permettono di riaprire la serie e nel 2010 una ricerca familiare del DNA conduce gli investigatori fino a Franklin. Nel 2016 viene riconosciuto colpevole di dieci omicidi e di un tentato omicidio commessi tra il 1985 e il 2007. Il caso mostra il ruolo decisivo della genetica nell’identificazione di un serial killer rimasto a lungo fuori dalle indagini.

Chester Turner (1987–1998)

Vittime: 14 omicidi oggetto delle condanne attualmente considerate; ulteriori casi sono stati investigati

Chester Turner opera soprattutto nel sud di Los Angeles, dove numerose donne vengono uccise lungo il corridoio di Figueroa Street. Per anni i casi rimangono separati o vengono attribuiti ad altri possibili responsabili, mentre Turner entra più volte nel sistema giudiziario per reati differenti. È l’analisi del DNA, eseguita dopo una condanna per violenza sessuale, a collegarlo progressivamente a diversi cold case. Nel 2007 viene condannato per undici omicidi e successivamente affronta un secondo procedimento per altri casi. La vicenda mostra il ruolo decisivo delle banche dati genetiche nell’identificazione di un serial killer e nel riesame di omicidi rimasti irrisolti.

Robert Berdella (1984–1987)

Vittime: 6 accertate

Robert Berdella commette sei omicidi a Kansas City, nel Missouri, tra il 1984 e il 1987, prendendo di mira giovani uomini che conosce o riesce ad attirare nella propria abitazione. Le vittime vengono trattenute e sottoposte a violenze che Berdella documenta attraverso fotografie e annotazioni. La serie emerge nell’aprile 1988, quando una persona sequestrata riesce a fuggire e chiede aiuto. La perquisizione della casa permette di recuperare numerose prove e di ricostruire la sorte di sei uomini. Berdella ammette le proprie responsabilità attraverso accordi giudiziari e riceve condanne all’ergastolo. Il caso rimane uno dei più documentati tra quelli attribuiti a un serial killer statunitense.

Coral Eugene Watts (1974–1982)

Vittime: 13 omicidi confessati; sospettato in almeno 26 casi e autore di dichiarazioni molto più ampie non verificate

Coral Eugene Watts agisce in diverse aree degli Stati Uniti, soprattutto tra Michigan e Texas, prendendo di mira donne incontrate spesso casualmente. Le differenti modalità di aggressione, la mobilità geografica e l’assenza di un unico modello investigativo rendono particolarmente difficile collegare i casi. Dopo l’arresto in Texas nel 1982 raggiunge un controverso accordo con la procura che gli garantisce immunità per numerosi omicidi confessati in cambio delle informazioni fornite, mentre viene condannato per altri reati. La prospettiva di una possibile liberazione spinge successivamente le autorità a riesaminare casi in Michigan e a perseguirlo per omicidio attraverso nuove prove e testimonianze. Watts confessa tredici delitti, viene sospettato in molti altri e sostiene cifre ancora superiori che non trovano riscontro sufficiente.

Donald Henry Gaskins (1970–1982)

Vittime: almeno 9 omicidi giudiziariamente accertati prima dell’omicidio commesso in carcere; ulteriori vittime documentate e numerose dichiarazioni non verificabili

Donald Henry Gaskins opera soprattutto nella Carolina del Sud e viene collegato a omicidi che coinvolgono persone di età e condizioni differenti, spesso appartenenti alla sua stessa cerchia. Dopo l’arresto ammette diversi delitti e riceve più ergastoli. Nel 1982, mentre è già detenuto, uccide il detenuto Rudolph Tyner nell’ambito di un omicidio su commissione e viene condannato a morte, pena eseguita nel 1991. Durante la detenzione sostiene di avere ucciso molte più persone, ma gran parte delle sue dichiarazioni non trova riscontri. Il caso impone quindi di distinguere i crimini accertati dall’autorappresentazione del serial killer.

I serial killer del Canada

La storia canadese dei serial killer comprende casi molto differenti, alcuni dei quali assumono una rilevanza particolare anche per le conseguenze sulle procedure investigative e sul rapporto tra autorità e comunità colpite. Le vicende di Robert Pickton, Paul Bernardo e Karla Homolka e Russell Williams mostrano inoltre come la serialità possa svilupparsi in contesti criminali profondamente diversi, dalla predazione di persone socialmente vulnerabili alla violenza sessuale esercitata all’interno di una coppia fino alla progressiva escalation di un autore apparentemente integrato nelle istituzioni.

Robert Pickton (1997–2001)

Vittime: 6 omicidi per i quali viene condannato; incriminato complessivamente per 26, con 20 ulteriori capi successivamente sospesi

Robert Pickton gestisce un allevamento a Port Coquitlam, nella Columbia Britannica, mentre numerose donne del Downtown Eastside di Vancouver scompaiono nel corso degli anni. Le indagini convergono sulla sua proprietà e nel 2002 una perquisizione porta alla scoperta di prove che aprono una delle più vaste indagini criminali del Canada. Pickton viene incriminato per ventisei omicidi, ma nel 2007 viene riconosciuto colpevole di sei omicidi di secondo grado; gli altri venti capi vengono successivamente sospesi. Il caso mette in luce gravi carenze nelle precedenti indagini sulle donne scomparse. Il serial killer muore nel 2024 dopo un’aggressione subita in carcere.

Paul Bernardo e Karla Homolka (1990–1992)

Vittime: 2 omicidi accertati nella serie, Leslie Mahaffy e Kristen French; Tammy Homolka muore durante una precedente aggressione sessuale

Paul Bernardo e Karla Homolka commettono insieme una serie di violenze sessuali che culmina nei rapimenti e negli omicidi di Leslie Mahaffy nel 1991 e Kristen French nel 1992. Nel 1990 muore anche Tammy Homolka, sorella quindicenne di Karla, dopo essere stata drogata e aggredita dalla coppia. Homolka collabora con gli investigatori e ottiene un accordo che le vale dodici anni di reclusione, mentre Bernardo viene condannato per due omicidi di primo grado e altri gravi reati. La successiva scoperta delle registrazioni alimenta forti polemiche sull’accordo concesso a Homolka e rende il caso uno dei più discussi tra quelli attribuiti a una coppia di serial killer.

Russell Williams (2009–2010)

Vittime: 2 omicidi accertati; condannato anche per 2 aggressioni sessuali e numerosi furti e intrusioni nelle abitazioni

Russell Williams, ufficiale dell’aeronautica canadese e comandante della base di Trenton al momento dell’arresto, sviluppa nel corso degli anni una sequenza criminale che parte dalle intrusioni nelle abitazioni e dal furto di indumenti personali e arriva progressivamente alla violenza sessuale e all’omicidio. Nel novembre 2009 uccide Marie-France Comeau e nel gennaio 2010 rapisce e uccide Jessica Lloyd. Le tracce lasciate dal veicolo nei pressi dell’abitazione di Lloyd permettono agli investigatori di restringere rapidamente il campo e conducono all’interrogatorio nel quale Williams confessa. Nell’ottobre 2010 si dichiara colpevole di due omicidi di primo grado, due aggressioni sessuali e decine di intrusioni e furti. Riceve due ergastoli concorrenti senza possibilità di chiedere la libertà condizionale per venticinque anni.

I serial killer del Regno Unito

Nel corso del Novecento e dei primi anni del XXI secolo, il Regno Unito registra alcuni dei casi di serial killer più studiati della storia europea. Le modalità operative sono molto differenti: accanto agli assassini che selezionano le vittime negli spazi urbani compaiono autori che sfruttano una professione sanitaria, relazioni familiari, mobilità lavorativa o nuovi strumenti digitali. Diverse indagini assumono inoltre un rilievo che supera il singolo procedimento giudiziario, perché mettono in evidenza errori investigativi, difficoltà nel collegare episodi separati e debolezze nei sistemi di controllo istituzionale.

Harold Shipman (1975–1998)

Vittime: 15 condanne per omicidio; almeno 215 vittime individuate dalla Shipman Inquiry, con ulteriori decessi sospetti

Harold Shipman esercita come medico di famiglia e sfrutta il rapporto di fiducia con i pazienti per agire senza destare sospetti per oltre vent’anni. Le vittime sono soprattutto donne anziane, alle quali somministra dosi letali di diamorfina alterando poi documentazione clinica e certificazioni. L’indagine cambia direzione nel 1998 dopo la morte di Kathleen Grundy e la scoperta di un testamento falsificato. Nel 2000 Shipman viene condannato per quindici omicidi, mentre la successiva inchiesta pubblica conclude che uccide almeno 215 pazienti. Il caso porta a una revisione delle procedure britanniche e diventa un riferimento nello studio dei serial killer attivi in ambito sanitario.

Ian Brady e Myra Hindley (1963–1965)

Vittime: 5 accertate

Ian Brady e Myra Hindley uccidono cinque bambini e adolescenti tra il 1963 e il 1965 nell’area di Manchester, in una serie di delitti conosciuta come Moors Murders. Alcune vittime vengono attirate nell’automobile della coppia attraverso diversi pretesti e successivamente condotte in luoghi isolati; tre corpi vengono sepolti a Saddleworth Moor, mentre quello di Keith Bennett non viene mai ritrovato. L’indagine prende forma quando David Smith, cognato di Hindley, assiste all’uccisione di Edward Evans e informa la polizia. Le successive perquisizioni permettono di collegare Brady e Hindley anche alle precedenti scomparse. Il caso rimane significativo per la dinamica criminale condivisa dalla coppia e per la lunga ricerca del corpo di Bennett, proseguita per decenni dopo le condanne.

Peter Sutcliffe (1975–1980)

Vittime: 13 omicidi e 7 tentati omicidi per i quali viene condannato

Peter Sutcliffe uccide tredici donne e ne aggredisce almeno altre sette nel nord dell’Inghilterra, soprattutto nello Yorkshire e nell’area di Manchester. L’indagine diventa una delle più vaste mai condotte dalla polizia britannica, ma viene condizionata da errori che restringono impropriamente il profilo delle vittime e dall’attenzione attribuita a lettere e registrazioni inviate da un impostore, il cosiddetto Wearside Jack. Sutcliffe entra più volte nel campo investigativo senza essere identificato come responsabile e viene infine arrestato nel gennaio 1981 per una circostanza inizialmente estranea alla serie: l’utilizzo di targhe false. Il processo si conclude con tredici condanne per omicidio e sette per tentato omicidio, mentre successive revisioni investigative prendono in considerazione ulteriori aggressioni potenzialmente riconducibili alla sua attività.

Dennis Nilsen (1978–1983)

Vittime: 12 omicidi successivamente ammessi; condannato per 6 omicidi e 2 tentati omicidi

Dennis Nilsen prende di mira soprattutto giovani uomini incontrati a Londra, alcuni dei quali vivono in condizioni di precarietà abitativa o marginalità sociale. Gli omicidi iniziano alla fine del 1978 e proseguono nelle due abitazioni occupate dall’uomo fino al 1983, quando alcuni resti umani provocano l’ostruzione delle tubature dell’edificio di Cranley Gardens e conducono alla scoperta dei crimini. Dopo l’arresto Nilsen fornisce inizialmente una ricostruzione che comprende quindici vittime, riducendo successivamente il numero a dodici e sostenendo di avere inventato tre episodi. Nel processo viene condannato per sei omicidi e due tentati omicidi. Le difficoltà nell’identificazione di alcune vittime mostrano quanto l’isolamento sociale e l’assenza di reti familiari possano ostacolare anche la ricostruzione successiva di una serie criminale.

John Christie (1943–1953)

Vittime: almeno 8 attribuite

John Reginald Halliday Christie commette una serie di omicidi nell’abitazione di 10 Rillington Place, a Londra, nascondendo i corpi all’interno dell’edificio o della proprietà. Il caso si intreccia con quello di Timothy Evans, condannato e giustiziato nel 1950 per la morte della moglie Beryl e della figlia Geraldine, entrambe residenti nello stesso stabile. La successiva scoperta dei delitti di Christie mette in dubbio la precedente ricostruzione giudiziaria e alimenta il dibattito sulle condanne capitali. Arrestato nel 1953, Christie viene condannato a morte, mentre il caso Evans diventa uno dei più discussi errori giudiziari collegati a un serial killer britannico.

Fred e Rose West (1967–1987)

Vittime: almeno 12 associate a Fred West; Rose West viene condannata per 10 omicidi

Fred e Rosemary West sono responsabili di una serie di omicidi commessi nell’arco di circa vent’anni, con vittime che comprendono giovani donne e membri della stessa famiglia. Una parte dei corpi viene nascosta nell’abitazione di 25 Cromwell Street, a Gloucester, mentre altri vengono sepolti in luoghi differenti. Le indagini assumono dimensioni più ampie nel 1994, quando la polizia perquisisce la proprietà alla ricerca della figlia della coppia, Heather, scomparsa nel 1987, e scopre progressivamente numerosi resti umani. Fred West viene accusato di dodici omicidi ma muore prima del processo; Rose West viene invece processata nel 1995 e riconosciuta colpevole di dieci omicidi. Il caso porta alla ricostruzione di una lunga attività criminale sviluppata prevalentemente all’interno della dimensione domestica.

Levi Bellfield (2002–2004)

Vittime: 3 omicidi per i quali viene condannato; 1 tentato omicidio accertato

Levi Bellfield viene collegato agli omicidi di Marsha McDonnell, Amélie Delagrange e Milly Dowler e al tentato omicidio di Kate Sheedy, commessi tra il 2002 e il 2004 nell’area londinese e nel Surrey. Testimonianze, videosorveglianza e analisi degli spostamenti permettono di collegare aggressioni inizialmente considerate separate. Nel 2008 Bellfield viene condannato per gli omicidi di McDonnell e Delagrange e per il tentato omicidio di Sheedy; nel 2011 viene riconosciuto colpevole anche dell’omicidio di Milly Dowler. Altri casi vengono successivamente esaminati, ma restano distinti dai tre omicidi accertati attribuiti al serial killer.

Stephen Port (2014–2015)

Vittime: 4 accertate

Stephen Port uccide Anthony Walgate, Gabriel Kovari, Daniel Whitworth e Jack Taylor tra il 2014 e il 2015 nell’area di Barking, a Londra. Entra in contatto con le vittime attraverso servizi di incontri ed escort online e utilizza GHB, abbandonando poi alcuni corpi nei pressi di una chiesa. Le prime morti non vengono riconosciute come parte della stessa serie e solo dopo il quarto decesso le indagini collegano i casi. Nel 2016 Port viene condannato per quattro omicidi e numerosi reati sessuali. Le successive verifiche evidenziano gravi carenze nella risposta iniziale delle autorità, rendendo il caso significativo anche nello studio investigativo dei serial killer.

Graham Young (1961–1971)

Vittime: 2 omicidi per i quali viene condannato; altri avvelenamenti accertati e una morte precedente associata al caso

Graham Young sviluppa fin dall’adolescenza un interesse per sostanze tossiche come antimonio e tallio, che utilizza per avvelenare familiari e successivamente colleghi di lavoro. Dopo una prima serie di episodi all’interno della famiglia viene ricoverato a Broadmoor, ma nel 1971, una volta liberato, trova impiego in un’azienda e ricomincia a somministrare sostanze tossiche alle persone che lo circondano. Le condizioni inspiegabili di numerosi dipendenti e le morti di Bob Egle e Fred Biggs portano progressivamente l’attenzione su Young. Nel 1972 viene riconosciuto colpevole di due omicidi, due tentati omicidi e ulteriori episodi di somministrazione di veleno. La morte della matrigna Molly nel 1962 rimane strettamente associata alla sua precedente attività, ma non entra nelle condanne per omicidio.

Beverley Allitt (1991)

Vittime: 4 omicidi; condannata anche per 3 tentati omicidi e lesioni gravi ai danni di altri 6 bambini

Beverley Allitt lavora come infermiera nel reparto pediatrico del Grantham and Kesteven Hospital quando, nell’arco di cinquantanove giorni tra febbraio e aprile 1991, numerosi bambini presentano improvvisi e inspiegabili peggioramenti clinici. Quattro pazienti muoiono, mentre altri subiscono episodi potenzialmente letali o gravi danni. La frequenza degli eventi durante i turni di Allitt conduce a un’indagine nella quale emergono manipolazioni terapeutiche e somministrazioni di sostanze, compresa insulina in alcuni casi. Nel 1993 viene riconosciuta colpevole di quattro omicidi, tre tentati omicidi e sei episodi di lesioni personali gravi. Il procedimento pone al centro anche il problema dei sistemi ospedalieri di rilevazione delle anomalie cliniche e della capacità delle strutture sanitarie di riconoscere tempestivamente condotte intenzionalmente dannose.

Peter Tobin (1991–2006)

Vittime: 3 omicidi per i quali viene condannato; investigato in relazione ad altre scomparse e omicidi

Peter Tobin viene riconosciuto responsabile degli omicidi di Vicky Hamilton, Dinah McNicol e Angelika Kluk, commessi nell’arco di quindici anni tra Scozia e Inghilterra. L’indagine decisiva nasce nel 2006 dalla scomparsa di Kluk, studentessa polacca che lavora temporaneamente in una chiesa di Glasgow dove Tobin svolge alcuni lavori. Il ritrovamento del corpo conduce al suo arresto e spinge gli investigatori a riesaminare il passato dell’uomo e i suoi numerosi spostamenti. Le successive ricerche in una precedente abitazione nell’Essex permettono di recuperare i resti di Hamilton e McNicol, scomparse nel 1991. Dopo le tre condanne, l’operazione investigativa denominata Anagram esamina numerosi altri casi potenzialmente collegabili a Tobin, senza però produrre ulteriori condanne per omicidio.

Robert Black (1981–1986)

Vittime: 4 omicidi per i quali viene condannato; sospettato in altri casi

Robert Black, autista addetto alle consegne, sfrutta i continui spostamenti nel Regno Unito per avvicinare bambine in località differenti, rendendo difficile collegare inizialmente le scomparse. Viene arrestato nel 1990 dopo il rapimento di una bambina di sei anni, ritrovata viva nel suo furgone. L’analisi degli itinerari di lavoro permette agli investigatori di confrontare i suoi spostamenti con diversi casi irrisolti. Nel 1994 viene condannato per gli omicidi di Susan Maxwell, Caroline Hogg e Sarah Harper; nel 2011 viene riconosciuto colpevole anche dell’omicidio di Jennifer Cardy. Altre scomparse vengono esaminate, ma restano prive di accertamento definitivo.

I serial killer italiani

La storia italiana dei serial killer comprende casi molto differenti per periodo, selezione delle vittime e modalità operative. Dalla vicenda di Leonarda Cianciulli, che si sviluppa alla vigilia della Seconda guerra mondiale, alla rapida sequenza di omicidi commessa da Donato Bilancia tra Liguria e Piemonte, fino al caso di Gianfranco Stevanin, le indagini mostrano scenari criminali che non possono essere ricondotti a un unico modello. La loro presenza all’interno della panoramica europea permette inoltre di distinguere una storia criminale nazionale che, pur numericamente più contenuta rispetto a quella documentata in altri Paesi, comprende alcuni serial killer di particolare rilievo giudiziario e criminologico.

Leonarda Cianciulli (1939–1940)

Vittime: 3 accertate

Leonarda Cianciulli uccide tre donne a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, tra il 1939 e il 1940. Faustina Setti, Francesca Soavi e Virginia Cacioppo vengono attirate con promesse di matrimonio o lavoro e indotte a preparare lettere destinate a giustificare la loro assenza. Cianciulli le uccide, ne distrugge i corpi con soda caustica e si appropria di denaro e beni. Le indagini iniziano dopo la scomparsa di Cacioppo e conducono alla ricostruzione dei tre omicidi. Nel 1946 viene riconosciuta responsabile di triplice omicidio e distruzione di cadavere. Il caso contribuisce a renderla una delle serial killer più note della cronaca italiana.

Donato Bilancia (1997–1998)

Vittime: 17 accertate

Tra ottobre 1997 e aprile 1998 Donato Bilancia commette diciassette omicidi tra Liguria e Piemonte, sviluppando in pochi mesi una delle più intense sequenze criminali della storia italiana recente. Le vittime appartengono a categorie differenti, tra persone conosciute, commercianti, sex worker e donne incontrate sui treni, rendendo inizialmente difficile individuare uno schema unico. Il confronto tra gli episodi e la ricostruzione degli spostamenti conducono al suo arresto nel maggio 1998. Bilancia ammette le proprie responsabilità e viene condannato per diciassette omicidi, ricevendo tredici ergastoli. La rapidità della serie e la varietà delle vittime rendono il caso particolarmente significativo nella storia dei serial killer italiani.

Gianfranco Stevanin (1993–1994)

Vittime: 6 omicidi per i quali viene condannato; ulteriori casi vengono esaminati

Gianfranco Stevanin entra nelle indagini nel novembre 1994 dopo l’aggressione a una sex worker che riesce a sottrarsi alle sue minacce. Le successive perquisizioni della proprietà e dei terreni familiari, insieme al materiale fotografico sequestrato, portano alla scoperta di resti umani e alla ricostruzione di diversi omicidi. Nel 1998 la Corte d’Assise di Verona lo riconosce responsabile di sei omicidi, oltre a violenza sessuale, occultamento e distruzione di cadavere, condannandolo all’ergastolo. Il caso assume particolare rilievo anche per il dibattito sulla sua capacità di intendere e di volere, diventando uno dei procedimenti più noti legati a un serial killer italiano.

I serial killer dell’Europa continentale

Al di fuori dell’Italia, i serial killer dell’Europa continentale attraversano sistemi giudiziari, epoche e confini nazionali differenti. Alcuni autori agiscono prevalentemente all’interno di un’area circoscritta, mentre altri sfruttano una vita itinerante o una professione che permette frequenti spostamenti, rendendo più difficile collegare episodi avvenuti in Paesi diversi. Proprio i casi transnazionali mostrano l’importanza crescente della cooperazione tra autorità giudiziarie e forze di polizia, mentre altri procedimenti pongono problemi legati alla responsabilità penale, alla valutazione psichiatrica o alla distinzione tra confessioni, sospetti e omicidi effettivamente dimostrati.

Michel Fourniret (Francia e Belgio, 1987–2003)

Vittime: almeno 8 omicidi oggetto di condanne; ulteriori omicidi confessati o attribuiti

Michel Fourniret opera tra Francia e Belgio dopo la scarcerazione del 1987, prendendo di mira soprattutto ragazze e giovani donne. La serie termina nel 2003, quando una giovane riesce a sfuggire a un tentativo di rapimento e permette alle autorità di identificarlo. Le dichiarazioni della moglie Monique Olivier contribuiscono a ricostruire numerosi omicidi. Nel 2008 Fourniret viene condannato all’ergastolo per sette delitti; nel 2018 riceve una seconda condanna per l’omicidio di Farida Hammiche. Altri casi rimangono senza processo dopo la sua morte nel 2021. La dimensione transfrontaliera rende Fourniret uno dei serial killer europei più complessi da ricostruire sul piano investigativo.

Francis Heaulme (Francia, 1984–1992)

Vittime: 11 omicidi per i quali viene definitivamente condannato; ulteriori casi rimangono oggetto di procedimento

Francis Heaulme attraversa numerose regioni francesi conducendo una vita itinerante e commettendo omicidi con modalità e profili vittimologici differenti. Proprio l’assenza di una residenza stabile e di uno schema unico rende particolarmente difficile collegare episodi avvenuti a centinaia di chilometri di distanza. Arrestato nel 1992, viene progressivamente collegato a più procedimenti e riceve diverse condanne, fino a essere riconosciuto definitivamente responsabile di undici omicidi commessi tra il 1984 e il 1992. Tra questi figurano anche le morti di Cyril Beining e Alexandre Beckrich, per le quali Patrick Dils viene precedentemente condannato e poi assolto in revisione. Nel 2026 Heaulme viene inoltre rinviato a giudizio per l’omicidio di Jean-Joseph Clément del 1989, un caso distinto dalle undici condanne già definitive.

Marc Dutroux (Belgio, 1995–1996)

Vittime: 6 ragazze rapite; 4 muoiono durante la sequenza criminale; condannato direttamente per 2 dei loro omicidi e per l’omicidio di un complice

Marc Dutroux sequestra sei ragazze e giovani donne in Belgio tra il 1995 e il 1996, tenendone alcune prigioniere in uno spazio nascosto nella propria abitazione. Sabine Dardenne e Laetitia Delhez vengono ritrovate vive, mentre Julie Lejeune, Melissa Russo, An Marchal ed Eefje Lambrecks muoiono durante la sequenza criminale. Nel 2004 Dutroux viene condannato per gli omicidi di Marchal e Lambrecks, per l’uccisione del complice Bernard Weinstein e per altri gravi reati. Il caso provoca una profonda crisi di fiducia nelle istituzioni belghe e mette in luce gravi errori investigativi, diventando uno dei più discussi legati a un serial killer europeo.

Joachim Kroll (Germania Ovest, 1955–1976)

Vittime: 8 omicidi per i quali viene condannato; 14 confessati

Joachim Kroll agisce per oltre vent’anni nella regione della Ruhr, prendendo di mira donne e bambine di età differenti. La durata della serie e la dispersione degli episodi impediscono per anni di individuare un unico responsabile. Viene arrestato nel 1976 dopo la scomparsa di Marion Ketter, quando gli investigatori trovano nella sua abitazione elementi riconducibili all’omicidio. Kroll confessa quattordici delitti, ma il procedimento riguarda otto omicidi e un tentato omicidio. Nel 1982 viene condannato all’ergastolo. Il caso mostra la necessità di distinguere sempre tra confessioni del serial killer e crimini effettivamente accertati in sede giudiziaria.

Jürgen Bartsch (Germania Ovest, 1962–1966)

Vittime: 4 accertate; 1 vittima sopravvive a un tentato omicidio

Jürgen Bartsch commette quattro omicidi tra il 1962 e il 1966 nell’area di Langenberg, prendendo di mira bambini incontrati prevalentemente nei pressi di fiere e luna park. Le vittime vengono condotte in un vecchio rifugio antiaereo, dove Bartsch le sottopone a violenze prima di ucciderle. La serie termina nel giugno 1966 quando un quinto ragazzo riesce a liberarsi e a fuggire, consentendo alla polizia di identificare rapidamente l’autore. Bartsch viene inizialmente condannato all’ergastolo, ma il procedimento viene successivamente riesaminato anche alla luce della sua età e della complessa valutazione psichiatrica. Il caso assume una notevole importanza nel dibattito giudiziario tedesco sul rapporto tra sviluppo della personalità, responsabilità penale e funzione della pena.

Jack Unterweger (Austria / Cecoslovacchia / Stati Uniti, 1974; 1990–1992)

Vittime: 1 omicidio oggetto di condanna definitiva precedente; riconosciuto colpevole in primo grado di altri 9 omicidi

Jack Unterweger viene condannato all’ergastolo per l’omicidio di Margaret Schäfer, commesso nel 1974, ma durante la detenzione costruisce una reputazione letteraria che contribuisce alla sua liberazione condizionale nel 1990. Poco dopo iniziano nuovi omicidi di sex worker in Austria, Cecoslovacchia e Stati Uniti, mentre Unterweger viaggia anche come giornalista e autore. Arrestato nel 1992, viene processato a Graz per undici omicidi e nel giugno 1994 una giuria lo riconosce colpevole di nove, condannandolo nuovamente all’ergastolo. Unterweger muore nella propria cella poche ore dopo il verdetto, prima che la sentenza possa diventare definitiva. La vicenda rimane uno dei casi austriaci più significativi per l’intreccio tra recidiva, costruzione dell’immagine pubblica e utilizzo di nuove prove scientifiche nel procedimento.

Arwed Imiela (Germania Ovest, 1968–1969)

Vittime: 4 omicidi per i quali viene condannato

Arwed Imiela, conosciuto come il “Barbablù di Fehmarn”, costruisce rapporti di fiducia con donne delle quali riesce progressivamente a controllare anche interessi economici e finanziari. Tra il 1968 e il 1969 scompaiono Annemarie Schröder e la madre Anna-Maria Kieferle, seguite da Ilse Evels e dalla figlia Urte. L’assenza dei corpi di alcune vittime rende l’indagine particolarmente complessa, ma movimenti finanziari, documentazione e altri elementi indiziari permettono di ricostruire il collegamento tra le quattro sparizioni. Imiela viene arrestato nel 1970 e, nonostante continui a proclamarsi innocente, nel 1973 il tribunale di Lubecca lo riconosce colpevole di quattro omicidi e lo condanna all’ergastolo. Il caso rappresenta un esempio significativo di condanna per omicidio costruita in larga parte attraverso prove circostanziali.

Volker Eckert (Germania / Europa, 1974–2006)

Vittime: almeno 6 omicidi confessati o collegati con particolare solidità; sospettato in numerosi altri casi

Volker Eckert lavora come camionista internazionale e attraversa regolarmente Germania, Francia, Spagna e altri Paesi europei, una mobilità che diventa centrale nella ricostruzione dei delitti. Nel 2006 viene arrestato in Germania dopo che le indagini sulla morte di una giovane donna in Catalogna consentono di seguire gli spostamenti del suo camion. Nella cabina vengono recuperati fotografie e altri elementi che spingono gli investigatori di più Paesi a riesaminare omicidi irrisolti commessi lungo le rotte percorse dall’uomo. Eckert confessa cinque omicidi recenti e successivamente ammette anche l’uccisione di una ragazza avvenuta nel 1974 nella Germania orientale, inizialmente considerata un suicidio. Muore in custodia nel 2007, prima che l’indagine internazionale possa determinare definitivamente l’estensione della serie.

Michel Peiry (Svizzera / Europa e Stati Uniti, 1981–1987)

Vittime: 4 omicidi accertati nell’ambito di 7 aggressioni giudicate

Michel Peiry conduce una vita caratterizzata da frequenti spostamenti e aggredisce giovani uomini in Svizzera, Italia e Stati Uniti tra il 1981 e il 1987. La dispersione geografica degli episodi impedisce inizialmente di riconoscere la presenza di un unico autore, mentre le indagini devono confrontare casi verificatisi sotto giurisdizioni differenti. Arrestato nel 1987, Peiry affronta un procedimento nel Canton Vallese nel quale vengono esaminate sette aggressioni contro giovani tra i quattordici e i ventiquattro anni; quattro delle vittime muoiono. Nel novembre 1989 viene condannato all’ergastolo per omicidi, tentati omicidi e altri reati. Il caso costituisce quindi un esempio particolarmente chiaro della necessità di distinguere il numero complessivo delle persone aggredite da quello delle vittime di omicidio effettivamente accertate.

Manuel Delgado Villegas (Spagna, circa 1964–1971)

Vittime: 7 omicidi considerati sufficientemente provati; 22 ritenuti plausibili dagli investigatori; oltre 40 confessati

Manuel Delgado Villegas, conosciuto come “El Arropiero”, viene arrestato nel 1971 dopo l’omicidio di Antonia Rodríguez Relinque e durante gli interrogatori si attribuisce oltre quaranta delitti commessi in Spagna e all’estero. Gli investigatori riescono però a ricostruire con sufficiente solidità soltanto sette casi, mentre circa ventidue vengono considerati plausibili. Delgado Villegas non viene mai processato per gli omicidi: nel 1978 il procedimento viene archiviato provvisoriamente per le sue condizioni psichiatriche e rimane internato per anni. Per questo il caso richiede cautela nel distinguere le dichiarazioni del serial killer dalle vittime realmente accertate.

Francisco García Escalero (Spagna, 1987–1993)

Vittime: riconosciuto autore di 11 omicidi; ulteriori delitti confessati non vengono provati

Francisco García Escalero commette una serie di omicidi a Madrid tra il 1987 e il 1993, colpendo soprattutto persone che, come lui, vivono in condizioni di marginalità e precarietà. Dopo il suo arresto confessa numerosi delitti e fornisce elementi che permettono alla polizia di riaprire diversi fascicoli rimasti irrisolti. Alcune confessioni successive non trovano però riscontri sufficienti. Nel 1996 l’Audiencia Provincial di Madrid considera dimostrata la sua responsabilità per undici omicidi, oltre ad altri reati, ma lo dichiara non penalmente imputabile a causa delle condizioni psichiatriche riconosciute nel procedimento e dispone il ricovero in una struttura psichiatrica penitenziaria. Il caso evidenzia la differenza tra accertamento materiale della responsabilità e imputabilità penale, due questioni che non coincidono necessariamente nel giudizio.

I serial killer dell’Unione Sovietica e dell’Europa orientale

Per lungo tempo l’esistenza dei serial killer entra difficilmente nella rappresentazione ufficiale della criminalità sovietica, mentre la frammentazione delle informazioni e la scarsa collaborazione tra alcune strutture investigative contribuiscono, in diversi casi, a ritardare il collegamento tra delitti avvenuti in luoghi differenti. Dalla fase finale dell’Unione Sovietica alla transizione degli anni Novanta, emergono tuttavia alcune delle sequenze criminali più estese documentate in Europa orientale. Le successive indagini mostrano scenari molto differenti, nei quali assumono un ruolo decisivo tanto l’evoluzione delle tecniche investigative quanto il riesame di episodi precedentemente considerati indipendenti.

Andrei Chikatilo (Unione Sovietica, 1978–1990)

Vittime: 52 omicidi per i quali viene condannato; ulteriori delitti confessati o attribuiti

Andrei Chikatilo commette per oltre un decennio omicidi in diverse aree dell’Unione Sovietica, prendendo di mira bambini, adolescenti e giovani donne. La dispersione geografica dei delitti, gli errori commessi durante le prime fasi investigative e la difficoltà nel riconoscere una sequenza unitaria permettono alla serie di proseguire fino al suo arresto nel 1990. Nel corso delle indagini Chikatilo confessa un numero di omicidi superiore a quello successivamente dimostrato in tribunale. Nel 1992 viene riconosciuto colpevole di cinquantadue omicidi e condannato a morte, sentenza eseguita nel febbraio 1994. Il caso di questo serial killer diventa uno dei più importanti della storia criminale sovietica anche per le profonde criticità investigative emerse durante una ricerca del responsabile protrattasi per anni.

Alexander Pichushkin (Russia, 1992–2006)

Vittime: 48 omicidi per i quali viene condannato; ulteriori omicidi dichiarati o oggetto di nuove confessioni

Alexander Pichushkin opera prevalentemente nell’area del parco Bitsevskij di Mosca, prendendo di mira soprattutto persone conosciute, anziani e individui socialmente vulnerabili. Dopo il suo arresto nel 2006, il serial killer della scacchiera dichiara di avere perseguito l’obiettivo simbolico di raggiungere un numero di vittime corrispondente alle sessantaquattro caselle di una scacchiera, circostanza dalla quale deriva il soprannome attribuitogli dai media. Nel 2007 viene riconosciuto colpevole di quarantotto omicidi e tre tentati omicidi e condannato all’ergastolo. Le sue dichiarazioni indicano una serie più estesa rispetto ai crimini giudiziariamente accertati e nel 2025 comunica la disponibilità a confessare ulteriori undici omicidi, che devono però rimanere distinti dalle condanne già definitive.

Anatoly Onoprienko (Ucraina, 1989–1996)

Vittime: 52 omicidi per i quali viene condannato

Anatoly Onoprienko commette cinquantadue omicidi in Ucraina nell’arco di due distinti periodi criminali, prendendo di mira tanto singole persone quanto intere famiglie. In numerosi episodi entra nelle abitazioni, uccide gli occupanti e tenta successivamente di eliminare le tracce del delitto, mentre alcune vittime occasionali vengono colpite perché presenti nelle vicinanze. Arrestato nel 1996, confessa l’intera serie e nel 1999 viene riconosciuto colpevole di tutti i cinquantadue omicidi. La condanna a morte viene successivamente commutata in ergastolo nel contesto dell’abolizione della pena capitale in Ucraina. Onoprienko muore in carcere nel 2013. La concentrazione di quarantatré omicidi tra il 1995 e il 1996 rende particolarmente evidente l’intensificazione della sua attività nella fase finale della serie.

Mikhail Popkov (Russia, 1992–2010)

Vittime: almeno 83 omicidi oggetto di condanne fino al 2023; ulteriori confessioni e indagini

Mikhail Popkov, ex agente di polizia, agisce principalmente nell’area di Angarsk e Irkutsk, prendendo di mira soprattutto donne che incontra durante la notte e alle quali offre spesso un passaggio. La serie rimane irrisolta per anni finché le analisi genetiche e il confronto dei dati relativi a migliaia di appartenenti o ex appartenenti alle forze dell’ordine conducono alla sua identificazione nel 2012. Nel 2015 viene condannato per ventidue omicidi, ai quali se ne aggiungono cinquantasei nel 2018, due nel 2021 e altri tre nel 2023. Le confessioni e le successive indagini continuano ad ampliare la ricostruzione della sua attività, rendendo necessario distinguere costantemente tra crimini dichiarati, episodi investigati e omicidi definitivamente oggetto di condanna.

Sergei Golovkin (Unione Sovietica / Russia, 1986–1992)

Vittime: 11 omicidi per i quali viene condannato

Sergei Golovkin prende di mira ragazzi e adolescenti nell’area di Mosca tra il 1986 e il 1992, sfruttando luoghi isolati e una proprietà utilizzata per trattenere alcune delle vittime. La scomparsa di più giovani e il successivo ritrovamento dei corpi permettono progressivamente agli investigatori di restringere il campo, fino all’arresto nell’ottobre 1992. Golovkin confessa undici omicidi e nel 1994 viene condannato a morte. L’esecuzione avviene nell’agosto 1996 e viene generalmente indicata come l’ultima esecuzione giudiziaria effettuata in Russia prima dell’applicazione della moratoria sulla pena capitale. Il caso si sviluppa quindi proprio nella fase di passaggio tra la fine dell’Unione Sovietica e la nuova Federazione Russa.

Vasili Kulik (Unione Sovietica, 1984–1986)

Vittime: 13 omicidi per i quali viene condannato

Vasili Kulik, medico attivo a Irkutsk, commette una serie di aggressioni e omicidi contro vittime appartenenti a fasce d’età estremamente differenti, comprendendo bambini e donne anziane. La professione sanitaria e la possibilità di accedere alle abitazioni di alcune persone contribuiscono in determinati episodi alla sua capacità di avvicinare le vittime senza destare immediatamente sospetti. Viene arrestato nel gennaio 1986 dopo un’aggressione fallita e le successive indagini collegano alla sua attività tredici omicidi e numerose violenze sessuali. Nel 1988 viene riconosciuto colpevole e condannato a morte, pena eseguita nel giugno dell’anno successivo. Il caso mostra come un serial killer possa selezionare vittime molto differenti senza seguire un profilo demografico unico e facilmente identificabile.

Irina Gaidamachuk (Russia, 2002–2010)

Vittime: 17 omicidi per i quali viene condannata

Irina Gaidamachuk prende di mira donne anziane che vivono prevalentemente sole nella regione di Sverdlovsk, presentandosi in diverse occasioni come dipendente di servizi pubblici o assistenziali per ottenere accesso alle abitazioni. Gli omicidi vengono accompagnati da furti di somme relativamente modeste e proseguono per otto anni prima che le indagini riescano a individuare la responsabile. Uno degli ostacoli alla ricerca deriva anche dall’ipotesi iniziale che l’autore della serie sia un uomo. Arrestata nel 2010, Gaidamachuk viene processata e nel 2012 riconosciuta colpevole dell’uccisione di diciassette donne di età compresa tra sessanta e novanta anni, ricevendo una condanna a vent’anni di reclusione. Il caso evidenzia il possibile peso degli stereotipi di genere nella costruzione iniziale di un profilo investigativo.

Alexander Spesivtsev (Russia, 1991–1996)

Vittime: 19 omicidi riconosciuti attraverso i procedimenti del 1999 e del 2024; ulteriori vittime sono state sospettate

Alexander Spesivtsev opera a Novokuznetsk e prende di mira soprattutto minori e giovani donne, conducendoli nell’appartamento in cui vive con la madre. La scoperta dei crimini avviene nel 1996, quando l’intervento delle autorità nell’abitazione permette di trovare una giovane gravemente ferita e resti riconducibili alle vittime. Nel 1999 Spesivtsev viene riconosciuto responsabile di quattro omicidi e sottoposto a trattamento psichiatrico obbligatorio. Un nuovo procedimento concluso nel maggio 2024 accerta la responsabilità per altri quindici omicidi commessi tra marzo e settembre 1996 e per un tentato omicidio, disponendo nuovamente il trattamento obbligatorio. Le cifre molto più elevate spesso associate al suo nome restano invece nell’ambito dei sospetti investigativi.

Sofia Zhukova (Russia, 2005–2019)

Vittime: 3 omicidi oggetto del procedimento giudiziario

Sofia Zhukova viene arrestata nel 2019 a Khabarovsk dopo un’indagine che collega alla donna tre omicidi commessi in un arco temporale particolarmente lungo. Le vittime comprendono una bambina, una conoscente e un uomo, mentre i corpi vengono smembrati e i resti abbandonati in luoghi differenti. Zhukova inizialmente fornisce dichiarazioni sulle proprie responsabilità, ma il procedimento non arriva a una normale conclusione processuale perché muore nel dicembre 2020 durante la pandemia di COVID-19. Nel gennaio successivo il tribunale chiude il procedimento a causa della sua morte, dopo che l’indagine aveva ricostruito tre episodi omicidiari. La cronologia corretta è quindi 2005–2019 e non gli “anni Novanta” indicati nella versione precedente dell’articolo.

Nikolai Dzhumagaliev (Unione Sovietica / Kazakistan, 1979–1990)

Vittime: almeno 10 omicidi collegati alla sua attività

Nikolai Dzhumagaliev commette una serie di omicidi contro donne nell’allora Repubblica Socialista Sovietica Kazaka, soprattutto nell’area di Alma-Ata. Arrestato per la prima volta nel 1980, viene sottoposto a valutazioni psichiatriche e riconosciuto non imputabile, con conseguente internamento in una struttura specializzata. Dopo una fuga avvenuta alcuni anni più tardi viene nuovamente catturato e sottoposto a trattamento psichiatrico obbligatorio. Il numero delle vittime attribuitegli cambia nel tempo anche grazie alla riapertura di casi precedentemente irrisolti: un’analisi genetica permette di collegarlo a un ulteriore omicidio avvenuto nel 1990, portando almeno a dieci gli episodi associati con maggiore solidità alla sua attività. Anche in questo caso il vecchio dato di sette vittime risulta quindi ormai superato.

Jozef Slovák (Cecoslovacchia / Slovacchia, 1978–1991)

Vittime: 5 omicidi per i quali viene condannato

Jozef Slovák commette il primo omicidio nel 1978 nei pressi di Bratislava e viene condannato nel 1982 a quindici anni di reclusione. Nel marzo 1990 esce anticipatamente dal carcere nell’ambito di una vasta amnistia e, nell’arco di poco più di un anno, uccide altre quattro giovani donne tra l’attuale Slovacchia e la Repubblica Ceca. Viene arrestato nel luglio 1991, appena due giorni dopo l’ultimo omicidio, e nel 1993 riceve una condanna all’ergastolo per i quattro delitti commessi dopo la scarcerazione. Considerando anche il primo omicidio già giudicato negli anni Ottanta, le vittime accertate sono cinque. Il caso assume particolare rilevanza per la recidiva immediatamente successiva alla liberazione e per il dibattito provocato dalla precedente scarcerazione anticipata.

I serial killer dell’America Latina

L’America Latina presenta alcuni dei casi di serial killer con il maggior numero di vittime attribuite della storia contemporanea, ma proprio le dimensioni di alcune serie impongono particolare cautela nella distinzione tra omicidi dimostrati, confessioni e stime investigative. La mobilità degli autori tra regioni o Stati differenti, la vulnerabilità di numerose vittime e, in alcuni periodi, la difficoltà di coordinamento tra autorità contribuiscono alla durata di alcune attività criminali. Accanto ai casi diventati noti a livello internazionale emergono inoltre vicende rimaste prevalentemente all’interno della cronaca nazionale, ma sufficientemente documentate da permettere una ricostruzione giudiziaria attendibile.

Pedro López (Colombia / Ecuador / Perù, 1978–1980)

Vittime: almeno 110 omicidi ammessi in Ecuador; numero complessivo della serie incerto e probabilmente superiore

Il serial killer Pedro Alonso López attraversa Colombia, Perù ed Ecuador prendendo di mira soprattutto bambine e adolescenti in condizioni di vulnerabilità. Arrestato in Ecuador nel 1980, dichiara di avere commesso centinaia di omicidi e conduce gli investigatori verso numerosi luoghi di sepoltura. Le autorità ecuadoriane concentrano il procedimento sui casi commessi nel Paese, mentre le cifre superiori alle trecento vittime derivano principalmente dalle sue dichiarazioni e non corrispondono a un numero equivalente di omicidi dimostrati. Dopo la scarcerazione e un successivo ricovero psichiatrico in Colombia, López viene liberato nel 1998 e la sua sorte successiva rimane incerta.

Luis Alfredo Garavito (Colombia, circa 1992–1999)

Vittime: almeno 138 casi con sentenza di condanna già documentati nel 2001; confessa circa 140 omicidi e viene investigato per una serie ancora più ampia

Luis Alfredo Garavito percorre numerose regioni colombiane prendendo di mira soprattutto bambini e adolescenti in condizioni di vulnerabilità, che avvicina utilizzando identità e professioni fittizie. La distribuzione geografica delle scomparse rende particolarmente complesso collegare inizialmente gli episodi, fino all’arresto avvenuto nel 1999. Garavito collabora successivamente con gli investigatori e indica numerosi luoghi nei quali vengono recuperati resti delle vittime. Nel 2001 la Fiscalía colombiana riferisce di 172 casi collegati all’indagine, 138 dei quali già conclusi con sentenze di condanna, mentre altri procedimenti risultano ancora aperti. Le sue confessioni continuano inoltre ad ampliare la possibile estensione della serie. Muore in carcere nel 2023 senza che sia possibile stabilire definitivamente il numero complessivo delle persone uccise.

Daniel Camargo Barbosa (Colombia / Ecuador, 1974–1986)

Vittime: almeno 72 attribuite alla serie; il numero esatto degli omicidi giudiziariamente accertati è inferiore alle stime complessive

Daniel Camargo Barbosa prende di mira soprattutto ragazze e giovani donne tra Colombia ed Ecuador. Arrestato in Colombia nel 1974 per reati sessuali e omicidio, viene detenuto fino alla fuga dal carcere dell’isola di Gorgona nel 1984 e raggiunge successivamente l’Ecuador, dove riprende a uccidere. Viene nuovamente arrestato nel febbraio 1986 e durante gli interrogatori ammette decine di omicidi, accompagnando gli investigatori verso diversi luoghi nei quali vengono recuperati resti delle vittime. Le cifre attribuite alla sua attività variano sensibilmente e arrivano, in alcune ricostruzioni, ben oltre cento casi, ma non devono essere trattate come equivalenti alle condanne o agli episodi direttamente documentati. Condannato anche in Ecuador, muore nel 1994 all’interno del carcere di Guayaquil.

Francisco Guerrero Pérez (Messico, 1880–1888; 1908)

Vittime: circa 20 donne attribuite alla prima serie; un ulteriore omicidio nel 1908

Francisco Guerrero Pérez, conosciuto come “El Chalequero”, opera a Città del Messico negli ultimi decenni dell’Ottocento ed è considerato uno dei primi serial killer documentati nella storia criminale messicana. Tra il 1880 e il 1888 gli vengono attribuiti circa venti omicidi, soprattutto di sex worker. Arrestato nel 1888, riceve una condanna a morte poi commutata in detenzione. Dopo la liberazione viene nuovamente arrestato nel 1908 per l’uccisione di un’altra donna e condannato ancora alla pena capitale, successivamente trasformata in detenzione. Muore nel carcere di Lecumberri nel 1910.

Juana Barraza (Messico, 1998–2006)

Vittime: 16 omicidi per i quali viene condannata; sospettata in una serie più ampia

Juana Barraza prende di mira prevalentemente donne anziane che vivono sole a Città del Messico, ottenendo accesso alle loro abitazioni attraverso differenti pretesti e presentandosi in alcuni casi come assistente o incaricata di programmi sociali. La successione di omicidi porta gli investigatori a riconoscere progressivamente caratteristiche comuni, ma per lungo tempo le ipotesi sull’identità dell’autore risultano influenzate anche da profili investigativi errati. Barraza viene arrestata nel gennaio 2006 subito dopo l’uccisione di Ana María de los Reyes Alfaro. Nel 2008 viene riconosciuta colpevole di sedici omicidi e altri reati e condannata complessivamente a 759 anni di carcere. Un numero molto superiore di morti viene esaminato durante le indagini, ma non raggiunge lo stesso livello di accertamento giudiziario.

Carlos Robledo Puch (Argentina, 1971–1972)

Vittime: 11 omicidi per i quali viene condannato

Carlos Eduardo Robledo Puch commette, con diversi complici, una rapida sequenza di rapine e omicidi nell’area di Buenos Aires tra il 1971 e il 1972. Le vittime sono soprattutto proprietari e dipendenti di esercizi commerciali, guardiani e persone incontrate durante le attività criminali. Arrestato nel febbraio 1972, viene riconosciuto responsabile di undici omicidi e numerosi altri reati, ricevendo nel 1980 la reclusione perpetua. Altri episodi vengono sospettati senza ulteriori condanne. La concentrazione temporale e il contesto predatorio dei delitti rendono la sua classificazione non del tutto sovrapponibile a quella del serial killer tradizionale.

Marcelo Costa de Andrade (Brasile, 1991)

Vittime: 14 omicidi confessati; almeno 8 casi risultano collegati con particolare solidità nelle ricostruzioni giudiziarie

Marcelo Costa de Andrade, conosciuto come il “Vampiro di Niterói”, prende di mira bambini nello Stato di Rio de Janeiro durante circa otto mesi del 1991. Dopo l’arresto confessa quattordici omicidi e fornisce indicazioni utili alle indagini, ma il numero delle confessioni non coincide necessariamente con quello dei delitti pienamente accertati. Le vittime vengono generalmente avvicinate con offerte di denaro, cibo o altri pretesti e condotte in luoghi isolati. Le valutazioni psichiatriche portano al riconoscimento della sua non imputabilità e al ricovero in una struttura psichiatrica giudiziaria, rendendo il caso uno dei più noti tra quelli attribuiti a un serial killer brasiliano.

José Paz Bezerra (Brasile, 1970–1971)

Vittime: 7 omicidi per i quali viene condannato; 24 omicidi confessati

José Paz Bezerra, noto come “Monstro do Morumbi”, viene collegato a una serie di omicidi di donne commessi soprattutto nell’area di San Paolo. Un passaggio decisivo avviene quando la compagna consegna alla polizia oggetti appartenuti ad alcune vittime. Bezerra fugge e viene arrestato nel 1971 a Belém do Pará sotto falsa identità. Durante gli interrogatori dichiara di avere ucciso ventiquattro donne tra il 1966 e il 1971, ma viene condannato per sette omicidi e riceve una pena complessiva superiore ai cento anni. Il caso richiede quindi di distinguere chiaramente le confessioni del serial killer dai delitti giudiziariamente accertati.

Adriano Vicente da Silva (Brasile, 2001–2004)

Vittime: 10 omicidi oggetto di condanne complessive; tra questi almeno 9 bambini

Adriano Vicente da Silva viene inizialmente condannato per l’uccisione di un tassista commessa nel Paraná nel 2001, ma evade dalla detenzione e si sposta nel Rio Grande do Sul. Tra il 2002 e il gennaio 2004 una serie di bambini scompare in diverse città della regione, mentre i loro corpi vengono progressivamente ritrovati in aree isolate. Dopo l’arresto Da Silva confessa inizialmente dodici omicidi di minori, riducendo successivamente il numero ammesso, mentre i procedimenti giudiziari affrontano separatamente i differenti episodi. Le condanne complessive arrivano a comprendere dieci omicidi, incluso quello del tassista precedente alla serie contro i bambini, con una pena superiore a duecento anni di detenzione.

Pedro Rodrigues Filho (Brasile, 1968–2003)

Vittime: 71 omicidi presenti nella sua storia giudiziaria; dichiara di averne commessi più di 100

Pedro Rodrigues Filho, conosciuto come “Pedrinho Matador”, inizia a uccidere ancora adolescente e sviluppa una lunga attività criminale che prosegue anche durante decenni di detenzione. Molte vittime appartengono ad ambienti criminali o sono persone che Rodrigues considera responsabili di reati, circostanza che contribuisce successivamente alla costruzione della sua immagine pubblica come giustiziere, una definizione che non modifica però la natura degli omicidi commessi. Nella sua storia giudiziaria vengono ricondotti a Rodrigues settantuno omicidi, mentre lui stesso sostiene di averne perpetrati più di cento. Trascorre gran parte della vita in carcere, torna definitivamente in libertà nel 2018 e negli anni successivi acquisisce una nuova notorietà attraverso social network e interviste. Viene assassinato a Mogi das Cruzes nel marzo 2023.

I serial killer dell’Oceania

Australia e Nuova Zelanda presentano una storia di  serial killer numericamente più circoscritta rispetto a quella di altre aree geografiche, ma comprendono casi che assumono un peso considerevole nella storia investigativa dei rispettivi Paesi. Alcune serie si distinguono per l’assenza di un profilo vittimologico uniforme, altre per l’utilizzo di territori vasti e isolati che rendono più complessa la ricerca delle persone scomparse. Diversi procedimenti producono inoltre conseguenze che vanno oltre l’identificazione dell’autore, portando alla revisione di precedenti condanne e mettendo in evidenza i rischi derivanti da indagini costruite attorno a responsabili erroneamente individuati.

John Balaban (Francia / Australia, 1948–1953)

Vittime: 5 omicidi confessati; condannato a morte in Australia per uno dei delitti della serie

Ioan “John” Balaban commette il primo omicidio conosciuto a Parigi nel 1948 e, dopo il trasferimento in Australia, viene collegato ad altri quattro delitti in Australia Meridionale. Nel 1953 uccide la moglie Thelma Balaban, la suocera Susan Ackland e il figlio di quest’ultima, Phillip Cadd, mentre una precedente morte avvenuta ad Adelaide viene ricostruita nel corso delle indagini. Dopo l’arresto confessa inoltre l’omicidio parigino di Riva Kwas, fornendo informazioni che permettono alle autorità francesi di collegarlo al caso rimasto irrisolto. Viene processato ad Adelaide, condannato a morte e giustiziato nell’agosto 1953.

Ivan Milat (Australia, 1989–1993)

Vittime: 7 omicidi per i quali viene condannato

Ivan Milat prende di mira giovani viaggiatori che attraversano l’Australia facendo autostop, i cui corpi vengono successivamente ritrovati nella Belanglo State Forest, nel Nuovo Galles del Sud. Le vittime, australiane e straniere, scompaiono tra il 1989 e il 1992, mentre i primi resti vengono scoperti nel 1992 e le successive ricerche portano all’individuazione di sette persone. Una testimonianza relativa a un precedente tentativo di rapimento permette agli investigatori di concentrare l’attenzione su Milat e le perquisizioni delle proprietà della famiglia consentono di recuperare armi e oggetti appartenuti alle vittime. Nel luglio 1996 viene riconosciuto colpevole di tutti e sette gli omicidi e condannato a sette ergastoli senza possibilità di liberazione. Ulteriori casi vengono successivamente esaminati, senza produrre nuove condanne.

Leonard Fraser (Australia, 1998–1999)

Vittime: 3 omicidi per i quali viene condannato; 1 ulteriore morte qualificata come manslaughter

Leonard Fraser viene già condannato per l’omicidio della bambina Keyra Steinhardt quando gli investigatori lo collegano a ulteriori scomparse avvenute nell’area di Rockhampton, nel Queensland. Nel successivo procedimento viene riconosciuto colpevole degli omicidi di Sylvia Benedetti e Beverly Leggo e dell’uccisione di Julie Turner, qualificata giuridicamente come manslaughter. La vicenda presenta anche un elemento che impone particolare cautela nell’utilizzo delle confessioni dell’autore: Fraser dichiara di avere ucciso anche Natasha Ryan, una ragazza scomparsa da anni che viene invece ritrovata viva durante il procedimento. Il caso mostra quindi in maniera particolarmente evidente perché dichiarazioni e attribuzioni non possano essere automaticamente trasformate in vittime accertate. Le condanne per omicidio complessivamente documentate sono tre.

Eric Edgar Cooke (Australia, 1959–1963)

Vittime: 8 omicidi confessati e riconosciuti nella ricostruzione della serie; almeno 14 ulteriori tentati omicidi

Eric Edgar Cooke colpisce nell’area di Perth utilizzando modalità molto differenti e scegliendo vittime che non appartengono a un unico profilo, circostanze che rendono particolarmente difficile collegare inizialmente gli episodi. Commette omicidi attraverso armi da fuoco, accoltellamenti, strangolamenti e investimenti automobilistici, alternando aggressioni nelle abitazioni a episodi avvenuti negli spazi pubblici. Viene arrestato nel settembre 1963 mentre tenta di recuperare un’arma nascosta e confessa otto omicidi e numerose aggressioni. Le sue dichiarazioni consentono anche di riesaminare delitti per i quali altri uomini vengono precedentemente condannati, contribuendo successivamente alla revisione di alcuni importanti errori giudiziari dell’Australia occidentale. Cooke viene riconosciuto colpevole di omicidio e impiccato nel 1964, diventando l’ultima persona giustiziata nell’Australia occidentale.

I serial killer dell’Asia

La vastità del continente asiatico e la profonda diversità dei suoi sistemi sociali, giudiziari e investigativi rendono difficile ricondurre l’omicidio seriale a caratteristiche comuni. I casi documentati attraversano contesti molto differenti, dalle grandi aree urbane del Giappone e della Corea del Sud alle regioni rurali della Cina, dell’India e dell’Indonesia, mentre alcuni serial killer sfruttano proprio la mobilità tra Paesi diversi per sottrarsi più a lungo alle indagini. Numerose vicende assumono inoltre un rilievo che supera il singolo procedimento, contribuendo al dibattito sulla pena capitale, sulla tutela delle vittime vulnerabili e sulla capacità delle autorità di collegare episodi inizialmente trattati come indipendenti.

Tsutomu Miyazaki (Giappone, 1988–1989)

Vittime: 4 omicidi per i quali viene condannato

Tra agosto 1988 e giugno 1989 Tsutomu Miyazaki rapisce e uccide quattro bambine tra Tokyo e la prefettura di Saitama. Arrestato nel luglio 1989 dopo essere stato sorpreso mentre tenta di fotografare un’altra bambina, viene collegato ai quattro omicidi attraverso le successive indagini. Il processo affronta anche la questione delle sue condizioni psichiatriche e della responsabilità penale. Nel 1997 viene condannato a morte, sentenza confermata definitivamente nel 2006 ed eseguita nel 2008. Il caso assume una forte risonanza mediatica e diventa uno dei più noti nella storia dei serial killer giapponesi.

Futoshi Matsunaga (Giappone, 1996–1998)

Vittime: 7 morti oggetto del procedimento; condannato per 6 omicidi e 1 omicidio colposo

Futoshi Matsunaga esercita per anni un controllo coercitivo sulle persone che entrano nella sua sfera, utilizzando frode, isolamento, violenza e manipolazione psicologica. Tra il 1996 e il 1998, a Kitakyushu, la situazione coinvolge progressivamente anche diversi membri della famiglia della sua compagna Junko Ogata, costretti a partecipare alle violenze reciproche e all’occultamento dei corpi. Il caso emerge nel 2002, quando una ragazza tenuta sotto controllo riesce a fuggire e a rivolgersi alle autorità. Il procedimento ricostruisce sette morti e porta alla condanna di Matsunaga per sei omicidi e un ulteriore decesso qualificato diversamente sul piano penale. La sua condanna a morte diventa definitiva, mentre quella inflitta inizialmente a Ogata viene successivamente commutata in ergastolo.

Seito Sakakibara (Giappone, 1997)

Vittime: 2 omicidi accertati; 3 ulteriori vittime ferite

Nel 1997 Kobe è teatro di una serie di aggressioni commesse da un ragazzo di quattordici anni, indicato pubblicamente con lo pseudonimo Seito Sakakibara. Tra febbraio e marzo vengono aggredite diverse bambine e Ayaka Yamashita muore per le ferite riportate; nel maggio successivo viene ucciso l’undicenne Jun Hase. Le comunicazioni lasciate dall’autore amplificano l’esposizione mediatica fino all’arresto nel giugno 1997. La giovane età conduce all’applicazione del sistema giudiziario minorile. Il caso alimenta un intenso dibattito nazionale sulla responsabilità dei minori e contribuisce alle successive modifiche della legislazione giapponese.

Yang Xinhai (Cina, 2000–2003)

Vittime: 67 omicidi per i quali viene condannato

Yang Xinhai commette una lunga sequenza di aggressioni nelle province cinesi di Henan, Anhui, Shandong e Hebei, entrando prevalentemente durante la notte nelle abitazioni rurali e uccidendo spesso più membri della stessa famiglia. La mobilità tra territori differenti e la scelta di insediamenti relativamente isolati contribuiscono alla durata della serie fino all’arresto nel novembre 2003. Il procedimento ricostruisce sessantasette omicidi, oltre a numerose violenze sessuali e aggressioni, collocando il caso tra le più estese sequenze criminali documentate nella Cina contemporanea. Yang viene riconosciuto colpevole nel febbraio 2004 e condannato a morte; la sentenza viene eseguita pochi giorni dopo.

Javed Iqbal (Pakistan, 1999)

Vittime: 100 omicidi per i quali viene riconosciuto colpevole in primo grado

Nel 1999 Javed Iqbal dichiara di avere ucciso cento bambini e adolescenti a Lahore, lasciando nella propria abitazione fotografie, effetti personali, registrazioni e resti umani che avviano una vasta indagine. Dopo alcune settimane si consegna alla redazione di un quotidiano e viene processato insieme ad alcuni presunti complici. Nel marzo 2000 viene riconosciuto colpevole di cento omicidi e condannato a morte. Il procedimento non arriva però alla conclusione definitiva: nell’ottobre 2001 Iqbal viene trovato morto in carcere insieme a un coimputato, in circostanze ufficialmente indicate come suicidio ma successivamente controverse.

Auto Shankar (India, 1988–1989)

Vittime: 6 omicidi oggetto delle condanne

Gowri Shankar, conosciuto come Auto Shankar, opera nell’area di Madras, oggi Chennai, all’interno di attività criminali legate al commercio illecito di alcol e allo sfruttamento della prostituzione. Tra il 1988 e il 1989 lui e alcuni complici vengono collegati alla scomparsa e all’uccisione di sei persone, i cui resti vengono ritrovati in proprietà utilizzate dal gruppo. Le indagini ricostruiscono una struttura criminale nella quale gli omicidi servono anche a eliminare persone considerate problematiche o potenziali testimoni. Shankar viene condannato per sei omicidi e giustiziato nel carcere centrale di Salem nell’aprile 1995.

Mohan Kumar “Cyanide Mohan” (India, 2003–2009)

Vittime: 20 casi di omicidio portati a processo; condanne ottenute nei procedimenti relativi alla serie

Mohan Kumar, ex insegnante conosciuto come “Cyanide Mohan”, prende di mira donne non sposate provenienti soprattutto da contesti economicamente fragili nel Karnataka. Utilizza false identità e promesse di matrimonio, quindi convince le vittime ad assumere capsule di cianuro presentate come contraccettivi e si appropria dei loro beni. Arrestato nel 2009, viene collegato a venti omicidi affrontati progressivamente nei tribunali del Karnataka. Nel 2020 arriva la decisione relativa al ventesimo procedimento. La ripetitività dello schema rende il caso uno dei più riconoscibili tra quelli attribuiti a un serial killer indiano.

Charles Sobhraj (Asia meridionale e sud-orientale, circa 1972–1976)

Vittime: 2 omicidi oggetto di condanne in Nepal; collegato o sospettato in almeno una dozzina di altri casi

Charles Sobhraj si muove negli anni Settanta lungo le rotte frequentate da viaggiatori occidentali tra India, Nepal, Thailandia e altri Paesi asiatici, utilizzando false identità per conquistare la fiducia delle vittime, derubarle, drogarle o ucciderle. La dispersione geografica dei casi e i continui spostamenti complicano le indagini. Dopo una lunga detenzione in India viene liberato nel 1997, ma nel 2003 viene arrestato in Nepal. Nel 2004 viene condannato per l’omicidio di Connie Jo Bronzich e nel 2014 per quello di Laurent Carrière. Liberato nel 2022, viene deportato in Francia.

Yoo Young-chul (Corea del Sud, 2003–2004)

Vittime: 20 omicidi per i quali viene condannato; accusato di un ventunesimo caso non provato in giudizio

Tra il 2003 e il 2004 Yoo Young-chul commette una serie di omicidi a Seul, prendendo inizialmente di mira persone anziane e benestanti nelle loro abitazioni e successivamente donne coinvolte nel sex work. Le differenti fasi della serie presentano modalità e profili vittimologici diversi, circostanza che contribuisce alla difficoltà di collegare immediatamente gli episodi. Arrestato nel luglio 2004, ammette numerosi delitti e viene incriminato per ventuno omicidi. Il tribunale riconosce però provata la sua responsabilità per venti vittime e lo condanna a morte nel dicembre 2004; l’assoluzione relativa al ventunesimo caso viene successivamente confermata. La pena capitale diventa definitiva nel 2005, ma non viene eseguita nell’ambito della moratoria di fatto mantenuta dalla Corea del Sud.

Jeong Nam-gyu (Corea del Sud, 2004–2006)

Vittime: 13 omicidi per i quali viene definitivamente condannato; 20 persone gravemente ferite

Jeong Nam-gyu agisce prevalentemente tra Seul e la provincia di Gyeonggi, entrando in abitazioni o aggredendo persone incontrate negli spazi urbani senza una motivazione economica costante. Tra gennaio 2004 e aprile 2006 commette venticinque episodi tra omicidi, tentati omicidi e aggressioni, causando tredici morti e ferendo gravemente altre venti persone. La serie termina quando, durante un tentativo di aggressione, viene affrontato dalle persone presenti e successivamente consegnato alla polizia. Nel 2007 la Corte Suprema conferma la condanna a morte per tredici omicidi e gli altri reati contestati. Jeong rimane detenuto nel braccio della morte fino al novembre 2009, quando viene trovato privo di vita nella propria cella.

Ahmad Suradji (Indonesia, 1986–1997)

Vittime: 42 omicidi per i quali viene condannato

Ahmad Suradji opera nel nord di Sumatra presentandosi come guaritore tradizionale e ricevendo soprattutto donne che si rivolgono a lui per questioni personali o sentimentali. Tra il 1986 e il 1997 uccide quarantadue donne e ragazze, occultandone i corpi in una piantagione nei pressi della propria abitazione. La serie emerge dopo la scomparsa di una giovane donna il cui corpo viene successivamente rinvenuto e collegato a Suradji, portando alla perquisizione dell’area e alla scoperta progressiva di numerosi resti. Arrestato nell’aprile 1997, ammette gli omicidi e viene riconosciuto colpevole delle quarantadue morti. Condannato alla pena capitale, viene giustiziato nel luglio 2008. Il caso rappresenta una delle più estese sequenze di omicidio seriale documentate nel Sud-est asiatico.

Wang Qiang (Cina, 1995–2003)

Vittime: 45 omicidi per i quali viene processato e riconosce la propria responsabilità

Wang Qiang commette per circa otto anni una lunga serie di aggressioni nella provincia di Liaoning, prendendo di mira persone incontrate durante furti, rapine e violenze sessuali. Arrestato nel luglio 2003, viene accusato di quarantacinque omicidi, dieci violenze sessuali e numerose rapine. Nel processo del 2005 ammette la responsabilità per tutti i quarantacinque omicidi e per gran parte degli altri reati contestati. Viene condannato a morte e giustiziato nel novembre dello stesso anno. Le cifre superiori talvolta associate al serial killer derivano invece da sospetti e attribuzioni non giudiziarie.

Kang Ho-sun (Corea del Sud, 2005–2008)

Vittime: 10 omicidi per i quali viene condannato

Kang Ho-sun viene arrestato nel gennaio 2009 per il rapimento e l’omicidio di una studentessa e durante gli interrogatori confessa progressivamente altri delitti commessi nella provincia di Gyeonggi tra il 2006 e il 2008. Le indagini permettono di ricostruire una serie di otto omicidi. Nel procedimento viene inoltre riconosciuto responsabile dell’incendio doloso del 2005 nel quale muoiono la quarta moglie e la suocera. Nell’aprile 2009 viene quindi condannato a morte per dieci omicidi. La pena rimane ineseguita a causa della moratoria di fatto vigente in Corea del Sud.

I serial killer dell’Africa

La documentazione disponibile sui serial killer africani è fortemente concentrata sul Sudafrica, dove soprattutto dagli anni Novanta diverse indagini portano all’identificazione di autori responsabili di lunghe sequenze di omicidi. Alcuni casi si sviluppano in periodi molto ravvicinati e mostrano caratteristiche ricorrenti, tra cui la scelta di vittime in condizioni di vulnerabilità, l’utilizzo di false opportunità lavorative per creare un rapporto di fiducia e la difficoltà iniziale delle autorità nel collegare episodi avvenuti in aree differenti. L’introduzione dell’analisi comportamentale e il crescente utilizzo delle prove genetiche assumono in queste indagini un ruolo sempre più rilevante.

Moses Sithole (Sudafrica, 1994–1995)

Vittime: 38 omicidi per i quali viene condannato

Moses Sithole commette una serie di omicidi tra Atteridgeville, Boksburg e Cleveland, nell’area di Johannesburg e Pretoria, prendendo di mira prevalentemente giovani donne. Si presenta spesso come uomo d’affari collegato a un’organizzazione benefica e utilizza false offerte di lavoro per convincere le vittime a seguirlo in luoghi isolati. La sequenza, successivamente conosciuta come ABC Murders, porta a una delle più vaste indagini sudafricane sugli omicidi seriali. Arrestato nel 1995, Sithole viene riconosciuto colpevole di trentotto omicidi, quaranta stupri e sei rapine e nel dicembre 1997 riceve una pena complessiva di 2.410 anni di reclusione. La ricostruzione giudiziaria rende il suo uno dei casi di serial killer con il maggior numero di vittime accertate nel continente africano.

Cedric Maake (Sudafrica, 1996–1997)

Vittime: 27 omicidi per i quali viene condannato

Cedric Maake opera nell’area di Johannesburg e viene inizialmente investigato in relazione a gruppi di delitti che sembrano appartenere a serie differenti. Alcune vittime vengono aggredite nei pressi di Wemmer Pan, altre sono commercianti colpiti all’interno delle proprie attività, mentre ulteriori episodi coinvolgono coppie e donne sottoposte a violenza sessuale. Il confronto tra prove genetiche, modalità operative e altri elementi investigativi permette progressivamente di collegare i diversi gruppi di crimini allo stesso autore. Arrestato nel dicembre 1997, Maake affronta un procedimento durato quasi un anno e nel 2000 viene riconosciuto colpevole di ventisette omicidi, oltre a tentati omicidi, stupri, rapine e altri reati. Riceve ventisette ergastoli e ulteriori pene per un totale di oltre 1.300 anni di reclusione.

Stewart Wilken (Sudafrica, 1990–1997)

Vittime: 7 omicidi per i quali viene condannato; confessa una serie più ampia

Stewart Wilken opera principalmente a Port Elizabeth, oggi Gqeberha, prendendo di mira vittime appartenenti a gruppi molto differenti, tra cui sex worker, bambini e persone che vivono ai margini della società. L’indagine prende una direzione decisiva nel 1997 dopo la scomparsa di Henry Bakers e conduce progressivamente alla ricostruzione di numerosi altri episodi. Durante gli interrogatori Wilken ammette diversi omicidi che le autorità non avevano inizialmente collegato tra loro, ma il procedimento giudiziario non conferma tutte le sue dichiarazioni. Nel febbraio 1998 viene riconosciuto colpevole di sette omicidi e di altri reati e riceve sette ergastoli.

Sipho Thwala (Sudafrica, 1996–1997)

Vittime: 16 omicidi per i quali viene condannato; 19 morti vengono associate alla serie nelle indagini e in alcune ricostruzioni

Sipho Thwala prende di mira prevalentemente donne nell’area di Phoenix e Mount Edgecombe, nella provincia di KwaZulu-Natal, attirandole attraverso false promesse di lavoro prima di condurle nelle vaste piantagioni di canna da zucchero della zona. La presenza di corpi in aree soggette periodicamente agli incendi agricoli contribuisce a complicare la raccolta delle prove, mentre l’analisi genetica assume un ruolo decisivo nell’identificazione dell’autore. Thwala viene arrestato nel 1997 e il procedimento concluso nel marzo 1999 stabilisce la sua responsabilità per sedici omicidi e dieci stupri, con una condanna complessiva a 506 anni di reclusione. Il dato di diciannove vittime compare frequentemente nelle ricostruzioni della serie, ma non deve essere confuso con il numero degli omicidi effettivamente oggetto della condanna.

Cento casi per osservare un fenomeno globale

L’elenco completo dei serial killer documentati nel mondo è inevitabilmente molto più ampio dei cento casi raccolti in questa panoramica. La selezione attraversa epoche e continenti differenti e permette di osservare quanto l’omicidio seriale assuma forme diverse in relazione al contesto storico, sociale e investigativo nel quale si manifesta.

Accanto ai serial killer entrati nella memoria collettiva ne esistono molti altri meno conosciuti, così come rimangono vicende nelle quali il numero delle vittime, l’estensione della serie o perfino l’attribuzione di alcuni omicidi continuano a essere oggetto di indagine e revisione. Proprio per questo distinguere tra fatti accertati, confessioni, sospetti e ricostruzioni successive rimane essenziale quando si affronta la storia della criminalità seriale.

Questi cento serial killer non costituiscono quindi un catalogo definitivo, ma una mappa attraverso cui seguire l’evoluzione del fenomeno e, insieme, quella degli strumenti utilizzati per riconoscerlo e contrastarlo. Dalle prime indagini dell’Ottocento alle analisi genetiche contemporanee cambia il modo di investigare, mentre rimane centrale la necessità di ricostruire ogni caso attraverso ciò che può essere realmente documentato.

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