Aleksandr Pičuškin: la vera storia del serial killer della scacchiera

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Aleksandr Pičuškin 
Aleksandr Pičuškin, noto anche come "Il Maniaco del Parco Bitsa" o "lo Scacchista", terrorizza la città con una serie di omicidi efferati, rivendicando una vittimologia che lo rende uno dei più prolifici killer della storia criminale moderna.

Mosca, Russia, fine del XX secolo – Nella vasta e frenetica capitale russa, un uomo emerge come uno dei più spietati assassini seriali della storia recente del paese. Aleksandr Pičuškin, noto anche come “Il Maniaco del Parco Bitsa” o “lo Scacchista”, terrorizza la città con una serie di omicidi efferati, rivendicando una vittimologia che lo rende uno dei più prolifici killer della storia criminale moderna.

La storia di Aleksandr Pičuškin

Aleksandr Pičuškin nasce a Mosca il 9 aprile del 1976. Della sua infanzia e adolescenza si sa ben poco, anche perché ne trascorse buona parte in un istituto per la salute mentale. Le notizie riprendono quando, nel 1992, conobbe un ragazzo che frequentava la stesse scuola: Mikhail Odijčuk, che presto diventò suo grande amico.

L’amicizia tra i due era talmente forte che decisero insieme di commettere un omicidio. Il piano però non venne messo in pratica, perché Mikhail decise all’ultimo momento di non partecipare e il piano sfumò.

Aleksandr Pičuškin però temette che il suo amico potesse raccontare a qualcuno del loro progetto: prese allora la decisione di ucciderlo, in modo da farlo stare zitto. Nessuno sospettò di lui.

Nel 1994 uscì dal centro per la salute mentale in cui viveva e trovò lavoro come magazziniere in un grande supermercato. In questo periodo visse una vita molto tranquilla e soprattutto normale.

Passarono otto anni prima che Alexandr sentisse il bisogno di uccidere di nuovo.

Nel 2002 iniziò a frequentare il parco di Biza a Bittsersky, alle porte di Mosca; e proprio lì inizio a commettere gli omicidi.

Le vittime di Aleksandr Pičuškin

Le sue vittime, per la maggior parte persone anziane, venivano avvicinate con una scusa: un sorso di vodka o la richiesta di una spalla amica su cui piangere la morte dell’amato cane. Dopo aver conquistato la loro fiducia, ed eventualmente brindato, uccideva la vittima colpendola in testa con la bottiglia stessa o con un martello.

Solitamente colpiva la vittima prescelta mentre era girata, così da non sporcarsi i vestiti di sangue e da prenderla di sorpresa. Non sempre usava martelli e bottiglie; talvolta faceva perdere l’equilibrio al malcapitato, facendolo cadere nelle fognature, dove veniva lasciato morire.

Aleksandr Pičuškin iniziò così una lunga serie di violenze che lo portò a uccidere decine di persone e i cui corpi venivano occultati gettandoli nelle fogne del parco.

Curiosamente, non venne mai arrestato né sospettato di niente, nonostante frequentasse, il parco abitualmente.

Dopo ogni omicidio, preso dall’ euforia, iniziava a correre a una velocità esagerata per il parco. In seguito, Aleksandr Pičuškin, spiegò questo suo atteggiamento agli inquirenti con queste parole: “Avevo un’energia eccezionale, se avessi sbattuto contro un pino in quel momento lo avrei abbattuto”.

Aleksandr Pičuškin, uccideva per un progetto che definiva “grandioso” uccidere e segnare per ogni vittima una croce sulle caselle di una scacchiera che possedeva; una volta segnate tutte le ole caselle, avrebbe portato a termine il progetto.

Nel febbraio del 2006, infatti, venne arrestato una transessuale con l’accusa di essere il maniaco un del parco di Biza: nella borsetta aveva un martello, la stessa arma usata per una parte di quegli omicidi.

Quando la notizia uscì su tutti i giornali, Aleksandr Pičuškin venne a conoscenza dell’arresto e non accettò di vedere attribuito il suo lavoro a un travestito.

E come la maggior parte dei serial killer, Aleksandr Pičuškin era un egocentrico e proprio per questo arrivò a farsi deliberatamente catturare prima di raggiungere la fine del suo progetto.

La cena che ha tradito Aleksandr Pičuškin

Il 14 giugno 2006 invitò a cena una collega, Marina Moskalëva: dapprima si accertò che la donna avesse avvertito il figlio della sua uscita e poi la uccise a martellate nel parco di Biza, senza occultare il corpo in modo che venisse rinvenuto immediatamente.

Il figlio, non vedendola rientrare il giorno dopo, decise di chiamare la polizia informandoli della cena con un certo Alexander.

La polizia si recò nella casa dell’uomo, ma appena gli agenti arrivarono, lui minaccio di suicidarsi.

Per evitare la tragedia alcuni poliziotti si calarono con una fune sulla facciata esterna del palazzo e riuscirono così a prenderlo vivo: Aleksandr Pičuškin venne portato in centrale, dove l’ispettore Isakandar Glimov lo sottopose a un lunghissimo ed estenuante interrogatorio trasmesso sulla rete russa NTV.

La confessione di Aleksandr Pičuškin

Nella lunga confessione Alexander Aleksandr Pičuškin affermò davanti all’investigatore di essere l’assassino del parco di Biza, rivelando il proprio modus operandi, il movente, il luogo dove i corpi erano stati nascosti e il suo primo omicidio.

La polizia controllò il parco di Bisa e trovò nelle fognature 48 cadaveri, tutti uccisi allo stesso modo; insieme a Mikcail, la vittima del 1992, le vittime accertate furono quindi 49, ma Aleksandr Pičuškin confessò di aver commesso 61 o 62 omicidi in totale.

Il processo a Aleksandr Pičuškin

Il processo iniziò il 16 giugno 2006. Durante tutto il processo Alexander ebbe solo una richiesta: voleva essere giudicato da una giuria popolare. La corte lo accontentò e selezionò 12 giurati e altri 6 supplementari.

Aleksandr Pičuškin fin dall’inizio fu riconosciuto in grado di intendere e di volere. Il suo avvocato, Pavel Ivannikov, chiese una pena a 25 anni di carcere, per controbattere all’accusa che chiedeva invece l’ergastolo: essendo in quel momento in corso in Russia una moratoria sulle esecuzioni, non fu possibile condannarlo alla pena capitale.

Per tutto il tempo del processo il killer seguì i dibattimenti dall’interno di una gabbia di vetro.

Il 29 ottobre 2007 si concluse il processo in meno di tre ore Pičuškin venne giudicato colpevole dal giudice Vladimir Usov e condannato all’ergastolo, nonostante i parenti delle vittime continuino a battersi per la pena capitale.

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