Tanta, Egitto – 1999–2006 – Tra il 1999 e il 2006 una serie di gravi reati ai danni di minori di strada interessa diverse aree dell’Egitto, tra cui Il Cairo, Alessandria, Qalyoubeya e Beni Sueif. Le indagini su questi crimini seriali conducono a Ramadan Abdel Rehim Mansour, conosciuto come “al-Tourbini”, arrestato nel 2006 e successivamente condannato alla pena capitale.
Dall’infanzia di Tanta alla vita nelle bande di strada
Ricostruire la vicenda di Ramadan Abdel Rehim Mansour significa confrontarsi con una documentazione non sempre uniforme. Le informazioni disponibili provengono in larga parte dagli atti processuali, dalla stampa egiziana dell’epoca e dalle dichiarazioni rese dallo stesso imputato durante gli interrogatori. Alcuni elementi della sua biografia risultano condivisi dalla maggior parte delle ricostruzioni, mentre altri rimangono basati esclusivamente sul suo racconto personale e, come tali, devono essere considerati con prudenza.
Mansour nasce intorno al 1980 a Tanta, capoluogo del governatorato di Gharbia, nel delta del Nilo. Le notizie sulla sua famiglia sono limitate e le fonti non consentono di delinearne con precisione il contesto domestico. È invece generalmente riportato che durante l’infanzia abbandona molto presto la casa e inizia a vivere in ambienti caratterizzati da forte marginalità sociale, entrando progressivamente in contatto con gruppi criminali attivi tra le principali città egiziane.
Secondo quanto dichiarerà dopo l’arresto, negli anni trascorsi tra le bande di strada subisce ripetute violenze fisiche e abusi sessuali da parte di altri criminali. Racconta inoltre di essere stato aggredito da un uomo che, dopo averlo derubato, lo scaraventa dal tetto di un treno in corsa. L’episodio gli provoca lesioni permanenti a una mano e a un occhio. Sebbene questi eventi vengano frequentemente richiamati nelle ricostruzioni del caso, non esistono riscontri indipendenti che ne confermino integralmente lo svolgimento, motivo per cui rappresentano soprattutto la versione fornita dallo stesso Mansour.
Negli anni successivi sviluppa una posizione di rilievo all’interno di una banda composta da giovani che vivono tra le stazioni ferroviarie e le aree urbane del Cairo e di Alessandria. Si tratta di un ambiente caratterizzato da continui spostamenti, microcriminalità e sfruttamento dei minori di strada, un fenomeno che all’inizio degli anni Duemila costituisce una delle principali criticità sociali del Paese. Proprio questa realtà offre a Mansour un bacino di vittime particolarmente vulnerabile: ragazzi privi di una rete familiare stabile, spesso invisibili alle istituzioni e difficili da identificare rapidamente in caso di scomparsa.
È in questo contesto che prende forma una sequenza di reati destinata a protrarsi per diversi anni e che, solo dopo numerose segnalazioni e l’arresto di alcuni componenti della banda, consente agli investigatori di ricostruire il ruolo centrale ricoperto da Mansour.
La formazione della banda e l’inizio della serie criminale
Le ricostruzioni disponibili collocano l’inizio dell’attività criminale di Ramadan Abdel Rehim Mansour tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del decennio successivo. Le indagini consentono di accertare che non opera da solo, ma guida un piccolo gruppo di giovani che si muove lungo la rete ferroviaria egiziana sfruttando la conoscenza del territorio e la vulnerabilità dei minori che vivono nelle stazioni, nei mercati e nelle periferie urbane. La mobilità del gruppo rappresenta uno degli elementi che rende particolarmente complesso collegare tra loro gli episodi denunciati in aree geografiche differenti.
Il sistema ferroviario diventa il principale mezzo di spostamento della banda. I continui viaggi tra Tanta, Il Cairo, Alessandria e altre località consentono ai suoi componenti di evitare una presenza stabile nello stesso territorio e di ridurre il rischio di attirare l’attenzione delle autorità locali. Questo modo di operare contribuisce anche alla nascita del soprannome con cui Mansour diventa noto alla stampa egiziana: “al-Tourbini”, un termine comunemente tradotto come “il treno espresso”, che richiama il legame tra molti episodi criminali e gli spostamenti lungo la rete ferroviaria.
Le vittime appartengono quasi esclusivamente a una categoria sociale estremamente fragile: i minori di strada. Si tratta di ragazzi che, per ragioni economiche, familiari o sociali, trascorrono gran parte della propria vita negli spazi pubblici senza una protezione continuativa da parte di adulti. Molti svolgono piccoli lavori informali, altri vivono di elemosina o di espedienti quotidiani. La loro condizione rende spesso difficile perfino registrare tempestivamente una scomparsa, soprattutto quando non esiste una famiglia in grado di denunciarne l’assenza.
Secondo quanto emerge durante il procedimento giudiziario, Mansour sfrutta proprio questa invisibilità sociale. I minori vengono avvicinati con la promessa di denaro, cibo o semplicemente della possibilità di viaggiare insieme alla banda. In altri casi, invece, vengono costretti con la forza a seguirlo. Una volta isolati, subiscono abusi sessuali e violenze fisiche particolarmente gravi. Le modalità delle aggressioni mostrano un livello di brutalità che colpisce profondamente gli investigatori chiamati a ricostruire i fatti, anche se non tutti gli episodi possono essere attribuiti con certezza a singoli eventi documentati.
Le fonti concordano sul fatto che i corpi di alcune vittime vengano ritrovati in prossimità delle linee ferroviarie, mentre altri minori vengono rinvenuti nel Nilo o in aree isolate. In diversi casi le autorità riescono a recuperare i resti delle vittime, ma il numero complessivo dei delitti attribuiti a Mansour continua ancora oggi a essere oggetto di discussione. Alcune ricostruzioni parlano di almeno venti minori, altre indicano trentadue vittime accertate o attribuite alla banda, mentre ulteriori fonti distinguono tra il numero degli abusi sessuali documentati e quello degli omicidi contestati nel processo. Questa mancanza di uniformità impone prudenza e rende impossibile indicare un totale universalmente condiviso.
Uno degli episodi più citati nelle ricostruzioni riguarda Ahmed Nagui, un ragazzo di dodici anni che, secondo gli atti richiamati dalla stampa dell’epoca, denuncia Mansour dopo aver subito un abuso sessuale. L’arresto non produce conseguenze definitive a causa dell’insufficienza degli elementi probatori disponibili in quel momento e Mansour viene rimesso in libertà. Successivamente il ragazzo viene nuovamente raggiunto dal capo della banda e perde la vita. L’episodio assume un ruolo centrale durante il procedimento penale perché evidenzia le difficoltà investigative incontrate nelle prime fasi dell’inchiesta e le conseguenze della mancanza di prove sufficienti per trattenere l’indagato.
Il modus operandi tra le linee ferroviarie e le difficoltà investigative
Uno degli aspetti che rende il caso di Ramadan Abdel Rehim Mansour particolarmente complesso riguarda il metodo con cui la banda organizza gli spostamenti e sceglie i luoghi in cui commettere i reati. L’utilizzo costante della rete ferroviaria consente al gruppo di attraversare rapidamente aree molto diverse tra loro, riducendo il rischio che episodi apparentemente isolati vengano immediatamente collegati dagli investigatori. Le stazioni ferroviarie diventano così non soltanto punti di transito, ma veri e propri luoghi di reclutamento delle vittime e di occultamento delle attività criminali.
Le ricostruzioni processuali indicano che i minori vengono condotti sui tetti dei vagoni ferroviari o in aree scarsamente frequentate lungo il percorso delle linee. Qui subiscono abusi sessuali e gravi violenze fisiche prima di essere abbandonati. In alcuni casi vengono spinti dai convogli in movimento; in altri vengono lasciati lungo i binari in condizioni tali da rendere improbabile la sopravvivenza. Altre vittime vengono invece ritrovate nel fiume Nilo oppure in zone isolate, mentre alcune risultano essere state sepolte quando erano ancora in vita secondo quanto contestato dall’accusa durante il procedimento penale. Anche sotto questo profilo, tuttavia, le fonti non sono perfettamente concordi nella ricostruzione di ogni singolo episodio e non sempre consentono di attribuire con precisione una specifica modalità a ciascuna vittima.
L’eterogeneità delle modalità con cui i corpi vengono occultati rappresenta uno degli elementi che rallentano le indagini. Le competenze territoriali risultano distribuite tra diversi governatorati e le denunce di scomparsa, quando presenti, vengono spesso raccolte da uffici differenti senza che emerga immediatamente un collegamento investigativo. A questo si aggiunge la particolare condizione delle vittime: molti dei ragazzi vivono stabilmente in strada e non dispongono di documenti o di familiari in grado di segnalarne rapidamente la scomparsa. In numerosi casi gli investigatori devono quindi procedere prima all’identificazione dei corpi e solo successivamente tentare di ricostruirne gli ultimi spostamenti.
La scelta sistematica di colpire minori che vivono ai margini della società costituisce uno degli aspetti più rilevanti dal punto di vista criminologico. Non emerge infatti una selezione casuale delle vittime, bensì l’individuazione di un gruppo accomunato da caratteristiche precise: elevata vulnerabilità, limitata visibilità sociale e ridotte possibilità di ottenere un intervento immediato delle autorità. È un elemento che ricorre in numerosi casi di criminalità seriale e che, anche in questa vicenda, contribuisce a prolungare l’attività della banda per diversi anni prima che venga delineato un quadro investigativo unitario.
Le indagini subiscono una svolta soltanto nel 2006, quando alcuni componenti del gruppo vengono fermati dalle forze dell’ordine. Le informazioni raccolte durante gli interrogatori permettono agli investigatori di collegare episodi verificatisi in governatorati differenti e di concentrare l’attenzione su Mansour, ormai considerato il punto di riferimento della banda. L’inchiesta assume rapidamente una dimensione nazionale e porta alla ricostruzione di una lunga serie di reati distribuiti su un arco temporale di circa sette anni.
Durante gli interrogatori Mansour rilascia dichiarazioni che attirano immediatamente l’attenzione della stampa. Tra queste vi è l’affermazione di avere agito perché posseduto da una jinn di sesso femminile, figura appartenente alla tradizione religiosa e culturale del mondo islamico. Gli investigatori registrano la dichiarazione come parte delle sue confessioni, ma il procedimento giudiziario si fonda sulle prove raccolte e sulle testimonianze acquisite nel corso dell’inchiesta, non su spiegazioni di carattere soprannaturale. Anche per questo motivo, nelle analisi criminologiche successive, tale affermazione viene generalmente interpretata come un elemento del racconto fornito dall’imputato piuttosto che come una chiave di lettura della sua condotta.
L’arresto, il processo e la condanna
La fase conclusiva dell’indagine prende forma nel corso del 2006, quando il fermo di alcuni appartenenti alla banda consente agli investigatori di ricostruire una rete criminale che opera da anni tra diverse città egiziane. Le dichiarazioni raccolte durante gli interrogatori, unite alle testimonianze di alcuni minori sopravvissuti e agli elementi acquisiti nel corso delle indagini, permettono di individuare in Ramadan Abdel Rehim Mansour il principale organizzatore del gruppo.
L’arresto segna un momento di particolare rilievo anche dal punto di vista investigativo. Per la prima volta le autorità riescono infatti a collegare episodi che fino a quel momento erano stati esaminati come fatti separati. La dispersione geografica dei reati, l’elevata mobilità della banda e la difficoltà nell’identificazione delle vittime avevano infatti ostacolato la costruzione di un quadro unitario. Solo l’analisi congiunta dei diversi fascicoli consente di delineare una sequenza criminale estesa a più governatorati.
Insieme a Mansour vengono arrestati altri componenti della banda. Tra questi figura Farag Samir Mahmoud, conosciuto con il soprannome di “Hanata”, ritenuto dagli investigatori uno dei collaboratori più stretti del capo del gruppo. Il procedimento penale si concentra sia sulle responsabilità individuali sia sul ruolo svolto da ciascun imputato all’interno dell’organizzazione.
Nel corso del processo, celebrato davanti al Tribunale penale di Tanta, l’accusa presenta un articolato quadro probatorio costruito attraverso testimonianze, confessioni, riscontri investigativi e accertamenti medico-legali. Le contestazioni comprendono numerosi episodi di abusi sessuali, il coinvolgimento di minori e diversi delitti commessi nell’arco di circa sette anni. Sebbene il numero complessivo delle vittime continui a essere riportato in maniera differente dalle varie fonti, il procedimento porta comunque all’accertamento di una serie di reati di eccezionale gravità.
Nel maggio 2007 il tribunale pronuncia la sentenza di primo grado, disponendo la condanna alla pena capitale per Ramadan Abdel Rehim Mansour e per Farag Samir Mahmoud. Per altri imputati vengono invece inflitte pene detentive di diversa durata in relazione al rispettivo livello di coinvolgimento nei fatti contestati. La decisione riceve un’ampia copertura da parte dei mezzi di informazione egiziani e riporta all’attenzione pubblica il tema della protezione dei minori che vivono in strada, evidenziando le lacune emerse durante gli anni in cui la banda riesce a operare senza essere definitivamente fermata.
Come previsto dall’ordinamento egiziano, la condanna capitale non diventa immediatamente definitiva. Il procedimento prosegue infatti attraverso i successivi gradi di giudizio, durante i quali vengono esaminati i ricorsi presentati dalla difesa. Soltanto dopo la conferma della sentenza da parte delle autorità giudiziarie competenti la pena diventa esecutiva.
L’esecuzione della condanna avviene il 16 dicembre 2010 mediante impiccagione nel carcere di Damanhur. Nello stesso giorno viene eseguita anche la condanna di Farag Samir Mahmoud. Con la morte dei due principali imputati si conclude definitivamente il procedimento penale, ma il caso continua a essere oggetto di studio per le modalità con cui la banda riesce a operare per anni sfruttando la vulnerabilità dei minori di strada e le difficoltà investigative determinate dalla dispersione territoriale dei reati.
L’impatto del caso sulla società egiziana
La vicenda di Ramadan Abdel Rehim Mansour non si esaurisce con la conclusione del procedimento giudiziario. Fin dai giorni immediatamente successivi all’arresto, il soprannome “al-Tourbini” diventa uno degli elementi più riconoscibili dell’intero caso e inizia a diffondersi ben oltre le cronache giudiziarie. Il fenomeno attira l’attenzione di osservatori e sociologi perché mostra come un fatto di estrema gravità possa trasformarsi rapidamente in un riferimento della cultura popolare.
Diversi quotidiani egiziani documentano che, nella città di Tanta e in altre aree del Paese, il nome “al-Tourbini” viene utilizzato per identificare prodotti commerciali e attività locali. Alcuni ristoranti iniziano a proporre il cosiddetto “al-Tourbini sandwich”; alcuni conducenti di tuk-tuk scelgono di attribuire lo stesso nome ai propri veicoli nel tentativo di attirare clienti, mentre altri esercizi commerciali lo impiegano come elemento pubblicitario. Il fenomeno suscita numerose critiche e apre un dibattito sul rapporto tra cronaca nera, attenzione mediatica e sfruttamento commerciale di vicende che hanno coinvolto decine di minori.
Proprio questa commercializzazione del soprannome rappresenta uno degli aspetti più insoliti del caso. In molti ordinamenti occidentali un simile utilizzo del nome di un responsabile di gravi delitti verrebbe probabilmente percepito come socialmente inaccettabile. In Egitto, invece, il fenomeno assume dimensioni tali da essere commentato anche dalla stampa internazionale, che lo interpreta come il sintomo di un rapporto complesso tra informazione, cultura popolare e consumo mediatico.
Al tempo stesso il procedimento richiama l’attenzione su un problema strutturale molto più ampio: la condizione dei minori di strada. All’inizio degli anni Duemila il fenomeno interessa migliaia di bambini e adolescenti che vivono stabilmente nelle principali città egiziane senza un adeguato sostegno familiare o istituzionale. Molti di loro trascorrono le giornate nelle stazioni ferroviarie, nei mercati o lungo le principali arterie urbane, svolgendo lavori occasionali o affidandosi all’elemosina. Questa situazione li espone a numerose forme di sfruttamento, comprese le violenze da parte di gruppi criminali organizzati.
Il caso Mansour evidenzia come l’assenza di una rete di protezione renda particolarmente difficile anche il lavoro investigativo. La mancanza di documenti, l’assenza di denunce tempestive e la continua mobilità dei minori finiscono infatti per rallentare l’identificazione delle vittime e la ricostruzione degli eventi. In questo senso il procedimento rappresenta anche uno studio sulla cosiddetta “vittimologia della marginalità”: non è soltanto la pericolosità dell’autore dei reati a favorire la lunga durata della serie criminale, ma anche la condizione di invisibilità sociale delle persone colpite.
Dal punto di vista criminologico il caso continua a essere analizzato anche per un altro motivo. Le fonti disponibili mostrano infatti come la figura di Mansour venga rapidamente trasformata in un personaggio mediatico attraverso il soprannome “al-Tourbini”, mentre l’attenzione riservata alle vittime tende progressivamente a diminuire. È un meccanismo osservabile in numerosi casi di criminalità seriale: il nome del responsabile diventa facilmente riconoscibile dall’opinione pubblica, mentre le identità delle persone coinvolte finiscono spesso in secondo piano.
A distanza di anni, la vicenda di Ramadan Abdel Rehim Mansour continua quindi a rappresentare non soltanto uno dei casi criminali più noti della cronaca egiziana contemporanea, ma anche un esempio di come vulnerabilità sociale, difficoltà investigative e costruzione mediatica possano intrecciarsi nella narrazione di una lunga serie di delitti. Al di là della figura del responsabile, il caso richiama ancora oggi l’attenzione sulla necessità di sistemi di protezione efficaci per i minori che vivono ai margini della società e sull’importanza di un coordinamento investigativo capace di collegare tempestivamente episodi apparentemente isolati distribuiti su territori molto ampi.
Un caso che continua a interrogare la criminologia
Il caso di Ramadan Abdel Rehim Mansour occupa una posizione particolare nello studio della criminalità seriale contemporanea perché mette in evidenza l’interazione tra fattori individuali, vulnerabilità delle vittime e contesto sociale. La ricostruzione processuale descrive un autore che opera all’interno di una banda organizzata e che sfrutta sistematicamente una categoria di persone quasi invisibile alle istituzioni. La scelta dei minori di strada non appare casuale, ma risponde a un criterio di opportunità che riduce il rischio di un intervento immediato delle autorità e rende più complessa la ricostruzione degli eventi.
Dal punto di vista investigativo, il procedimento evidenzia anche le difficoltà che emergono quando reati analoghi vengono commessi in territori differenti senza un efficace coordinamento iniziale tra gli uffici competenti. Gli spostamenti continui lungo la rete ferroviaria, la dispersione geografica dei luoghi interessati e la limitata identificabilità delle vittime contribuiscono a ritardare la formazione di un quadro investigativo unitario. Solo l’analisi congiunta delle informazioni raccolte in governatorati diversi consente infatti di attribuire gli episodi a un’unica organizzazione criminale e di individuarne il principale responsabile.
Anche sotto il profilo criminologico il caso presenta elementi di interesse. Molte delle informazioni relative all’infanzia di Mansour derivano dalle dichiarazioni rese dallo stesso imputato dopo l’arresto e non possono quindi essere considerate una spiegazione certa della successiva condotta criminale. Le esperienze traumatiche eventualmente vissute durante l’infanzia rappresentano, al più, dati biografici da valutare criticamente e non un rapporto di causa-effetto con i delitti commessi. La ricerca criminologica contemporanea, infatti, considera la criminalità seriale come il risultato di una combinazione di fattori personali, ambientali, relazionali e situazionali, senza riconoscere modelli deterministici capaci di spiegare ogni singolo caso.
La vicenda continua inoltre a essere richiamata negli studi dedicati ai minori che vivono in condizioni di marginalità. Il procedimento mostra come l’assenza di reti familiari, di strumenti di identificazione e di sistemi di tutela efficaci possa aumentare significativamente il rischio di vittimizzazione e, allo stesso tempo, rendere più difficile il lavoro degli investigatori. In questo senso il caso supera la dimensione della cronaca nera e diventa anche un esempio delle criticità che possono emergere quando fenomeni sociali complessi si intrecciano con attività criminali organizzate.
A distanza di anni dall’esecuzione della condanna, Ramadan Abdel Rehim Mansour rimane una delle figure criminali più note della cronaca egiziana recente. Tuttavia, l’aspetto che continua a conservare maggiore rilevanza non è la notorietà del soprannome “al-Tourbini”, bensì il contesto che rende possibile l’azione della banda per un periodo così lungo. Per la criminologia, il caso costituisce ancora oggi un richiamo all’importanza della protezione delle persone più vulnerabili, del coordinamento tra le autorità investigative e della capacità di riconoscere rapidamente collegamenti tra episodi che, se osservati isolatamente, possono apparire privi di un filo conduttore.