Copenaghen, primi decenni del XX secolo – Dagmar Overbye un’attività informale di affido per bambini indesiderati, in un contesto sociale privo di tutele. Tra il 1913 e il 1920, decine di neonati scompaiono dopo essere passati dalle sue mani. Il caso si conclude con una delle condanne più discusse della storia giudiziaria danese nei confronti di questa infanticida senza scrupoli.
Le origini di Dagmar Johanne Amalie Overbye
Dagmar Johanne Amalie Overbye nasce il 23 aprile 1887 ad Aarhus, in Danimarca, in un periodo caratterizzato da profonde trasformazioni economiche e sociali. Negli ultimi decenni dell’Ottocento il Paese conosce una progressiva industrializzazione che attira nelle città un numero crescente di lavoratori, ma lo sviluppo economico non elimina le forti disuguaglianze. Le famiglie appartenenti ai ceti più poveri continuano a vivere in condizioni precarie e il lavoro femminile rappresenta spesso una necessità più che una scelta.
Le informazioni documentate sulla sua infanzia sono limitate. Le ricostruzioni disponibili descrivono un ambiente familiare segnato da difficoltà economiche e da una situazione domestica instabile, elementi che accompagnano i primi anni della sua vita senza consentire, tuttavia, di ricostruirne con precisione il percorso personale. Proprio la scarsità delle fonti rende difficile distinguere i dati storicamente accertati dalle narrazioni sviluppatesi dopo il processo.
All’età di dodici anni Dagmar viene sorpresa a rubare una borsa. L’episodio porta i genitori a prendere una decisione: Dagmar viene mandata a lavorare come domestica presso una famiglia sull’isola di Funen, una soluzione allora comune per le ragazze provenienti da famiglie con limitate risorse economiche. L’allontanamento dall’ambiente di origine, tuttavia, non sembra modificare il suo percorso. L’allontanamento dalla casa natale non produce il risultato sperato. La giovane non interiorizza una disciplina stabile e continua a manifestare comportamenti disfunzionali.
Tre anni più tardi rientra ad Aarhus, dove trova impiego come cameriera in un locale. Anche in questo contesto, dopo un periodo iniziale di apparente stabilità, tornano le condotte illecite. Nel 1909 viene accusata di furto e condannata alla reclusione nel carcere di Fyn. Si tratta del suo primo ingresso nel sistema penale, un passaggio che non rappresenta una frattura correttiva ma piuttosto un’ulteriore tappa di un percorso già compromesso.
Le prime gravidanze e la morte dei figli
Dopo aver scontato la pena per furto, Dagmar Overbye trova lavoro nel settore della ristorazione. In questo periodo intreccia una relazione con un collega, dalla quale nasce il suo primo figlio. La relazione termina poco tempo dopo e la donna torna a vivere con la madre.
Il neonato muore dopo pochi mesi in circostanze che, già all’epoca, suscitano interrogativi. L’autopsia evidenzia la presenza delle cosiddette “labbra blu”, un segno compatibile con l’asfissia. Nonostante questo, il medico legale attribuisce il decesso a una grave forma di polmonite. L’autorità giudiziaria non dispone ulteriori approfondimenti e il caso viene archiviato senza conseguenze penali. La spiegazione ufficiale non convince chi conosce il passato della donna e le sue precedenti condotte, ma l’episodio non genera ulteriori indagini. Solo dopo l’arresto di Dagmar Overbye, la morte del bambino viene riletta alla luce dei delitti successivi, pur senza che sia possibile raggiungere un accertamento definitivo sulle reali cause del decesso.
Nel 1913 Dagmar si sposa con un uomo identificato nelle fonti come Nielsen. Dalla loro unione nasce una bambina, Erena Marie, che viene successivamente data in adozione. Il matrimonio ha però breve durata, nello stesso anno infatti la donna lascia il marito e si trasferisce a Randers, dove trova impiego come domestica.
Durante questo periodo rimane nuovamente incinta del proprio datore di lavoro. Il neonato, chiamato Paolo in alcune ricostruzioni, muore poco tempo dopo la nascita. Diversamente dal primo caso, questo episodio viene in seguito inserito dalla stessa Overbye tra gli omicidi da lei confessati durante gli interrogatori successivi all’arresto. L’omicidio del neonato non avviene in un contesto di panico improvviso o di emergenza, ma appare come una scelta deliberata, pianificata e portata a termine senza esitazione, tuttavia, la documentazione disponibile non consente una ricostruzione completa delle modalità del delitto.
Alla vigilia del trasferimento a Copenaghen, il suo percorso personale appare già segnato da relazioni instabili, gravidanze non sostenute da alcuna rete familiare o istituzionale e da una serie di morti infantili che, considerate singolarmente, non attirano l’attenzione delle autorità. Soltanto anni più tardi questi episodi vengono riletti come i possibili segnali iniziali di una sequenza criminale destinata ad assumere proporzioni molto più ampie.
L’arrivo a Copenaghen e l’attività di intermediazione
Dopo il periodo trascorso a Randers, Dagmar si trasferisce a Copenaghen, riprendendo con sé la figlia Erena. Nella capitale trova lavoro in un negozio di dolciumi e, poco tempo dopo, inizia una relazione con un uomo identificato nelle fonti come Svendsen, con il quale va a convivere. Rimane nuovamente incinta e anche questo bambino muore poche ore dopo la nascita. Le circostanze del decesso non vengono chiarite e, come per altri episodi della sua vita, non vengono avviati procedimenti giudiziari.
Negli anni che precedono la Prima guerra mondiale Copenaghen è una città in rapida crescita. L’aumento della popolazione urbana, la diffusione del lavoro precario e l’assenza di un sistema pubblico strutturato di assistenza all’infanzia creano situazioni di particolare vulnerabilità per molte donne. La maternità fuori dal matrimonio continua a essere oggetto di una forte stigmatizzazione sociale e può comportare la perdita del lavoro, dell’alloggio o del sostegno familiare. In questo contesto, affidare un neonato a privati rappresenta, per alcune madri, una delle poche soluzioni concretamente accessibili.
È proprio all’interno di questo scenario che Dagmar Overbye avvia l’attività destinata a renderla una figura centrale nella cronaca criminale danese. Attraverso annunci pubblicati sui giornali e il passaparola, si propone come intermediaria tra donne che non possono crescere i propri figli e famiglie interessate all’adozione. Promette di occuparsi temporaneamente dei bambini, garantendo che verranno successivamente affidati a persone in grado di mantenerli.
Il fenomeno non è isolato. In diversi Paesi europei dell’epoca operano intermediari privati che si occupano di affidamenti e adozioni in assenza di controlli pubblici efficaci. La maggior parte svolge realmente questa attività, ma proprio la mancanza di verifiche rende possibile anche l’azione di persone che sfruttano il sistema per fini illeciti. Dagmar Overbye riesce così a costruire un’apparenza di affidabilità, presentandosi come una donna disponibile ad aiutare chi si trova in una situazione disperata.
Le madri che si rivolgono a lei versano una somma di denaro destinata, almeno in apparenza, a coprire le spese necessarie al mantenimento e al successivo affidamento del bambino. Dopo aver ricevuto il neonato, Dagmar interrompe però ogni contatto con la famiglia biologica. I bambini affidati alle sue cure non raggiungono mai alcuna famiglia adottiva. Dietro l’immagine di un’attività assistenziale si nasconde un sistema di omicidi seriali che rimane invisibile per anni, favorito dall’assenza di controlli amministrativi e dalla difficoltà delle madri di chiedere spiegazioni senza esporsi al giudizio sociale.
La scoperta casuale degli omicidi
L’attività di Dagmar Overbye si interrompe nel 1920 a seguito della denuncia presentata da una giovane madre, Karoline Aagesen. La donna si rivolge a lei dopo aver letto un annuncio nel quale offre assistenza per l’affidamento di bambini indesiderati. Come molte altre donne nella sua stessa condizione, Karoline ritiene di non avere alternative concrete e decide di affidarle il proprio neonato, versando la somma di denaro richiesta.
Secondo quanto ricostruito nel corso delle indagini, il bambino viene ucciso nello stesso giorno in cui viene affidato a Dagmar. Il corpo viene successivamente bruciato nella stufa in muratura presente nell’appartamento della donna, uno dei metodi utilizzati per eliminare le tracce dei delitti.
Nelle ore successive, però, Karoline cambia idea. Sopraffatta dal rimorso, torna nell’abitazione di Dagmar chiedendo di riavere il figlio. La risposta ricevuta appare immediatamente poco credibile. Overbye sostiene che il bambino sia già stato affidato a un’altra famiglia, ma non è in grado di fornire alcuna informazione verificabile sull’identità degli affidatari né sul luogo in cui il neonato sarebbe stato portato. L’assenza di qualsiasi elemento concreto convince Karoline che qualcosa non sia andato come promesso.
La giovane decide quindi di rivolgersi alla polizia. In un primo momento gli investigatori si trovano di fronte a una vicenda che potrebbe apparire come un semplice affidamento irregolare o una possibile truffa. È la totale mancanza di documentazione, unita alle contraddizioni fornite da Dagmar Overbye, a rendere necessario un approfondimento.
La successiva perquisizione dell’abitazione modifica radicalmente il quadro investigativo. All’interno della stufa gli agenti rinvengono resti ossei umani e un piccolo cranio parzialmente conservato. Ulteriori frammenti ossei vengono trovati nascosti in diversi punti dell’appartamento. I reperti dimostrano che l’abitazione non è stata teatro di un episodio isolato, ma che è stata utilizzata ripetutamente come luogo di occultamento dei corpi.
Da quel momento l’indagine assume una dimensione completamente diversa. Gli investigatori iniziano a ricostruire l’attività svolta da Dagmar Overbye negli anni precedenti, raccogliendo testimonianze di donne che avevano affidato i propri figli e confrontando registri, annunci e segnalazioni di bambini scomparsi. Quello che inizialmente sembra un singolo caso di scomparsa si trasforma progressivamente nella scoperta di una lunga sequenza di omicidi rimasta invisibile per anni, favorita dall’assenza di controlli sugli affidamenti privati e dal silenzio di molte madri, riluttanti a denunciare situazioni che avrebbero potuto esporle alla condanna sociale.
L’arresto e le confessioni
Dopo il ritrovamento dei resti umani nell’appartamento di Copenaghen, Dagmar Overbye viene arrestata e sottoposta a una lunga serie di interrogatori. Fin dalle prime fasi dell’inchiesta gli investigatori comprendono che il caso non riguarda un singolo omicidio, ma un’attività protrattasi per diversi anni e caratterizzata da un numero di vittime ancora impossibile da determinare.
Nel corso degli interrogatori la donna confessa l’uccisione di sedici bambini, includendo tra le vittime anche uno dei propri figli. Le sue dichiarazioni descrivono modalità diverse di esecuzione e di occultamento dei corpi. In alcuni casi riferisce di aver strangolato i neonati, in altri di averli annegati o soffocati. I corpi vengono successivamente bruciati nella stufa dell’appartamento oppure sepolti, rendendo estremamente difficile il recupero di prove materiali.
Le confessioni rappresentano un elemento investigativo di grande rilievo, ma non consentono di accertare automaticamente ogni singolo omicidio. Molti bambini affidati a Dagmar Overbye risultano infatti privi di una documentazione completa e, in numerosi casi, non è possibile ricostruirne con certezza l’identità o il destino. L’assenza di registri ufficiali sugli affidamenti e la natura privata degli accordi stipulati con le madri rendono particolarmente complessa la verifica delle dichiarazioni rese dalla donna.
Con il procedere delle indagini emergono segnalazioni riguardanti un numero molto più elevato di bambini scomparsi. Alcune ricostruzioni dell’epoca parlano di circa centottanta minori che potrebbero essere transitati attraverso l’attività di intermediazione gestita da Overbye. Questo dato, tuttavia, non trova mai una conferma giudiziaria e rimane una stima investigativa, influenzata anche dalla difficoltà di ricostruire affidamenti avvenuti senza alcun controllo pubblico.
Il silenzio di molte madri contribuisce ulteriormente a rendere incompleto il quadro probatorio. Alcune temono le conseguenze sociali derivanti dal riconoscimento di una gravidanza fuori dal matrimonio, altre preferiscono non rendere pubblico il ricorso a intermediari privati per l’affidamento dei figli. Di conseguenza, una parte significativa dell’attività svolta da Dagmar Overbye rimane priva di riscontri documentali sufficienti a sostenere un’accusa formale.
Alla conclusione dell’inchiesta emerge così una distinzione destinata a caratterizzare l’intero caso: da una parte vi sono gli omicidi accertati attraverso prove materiali e testimonianze, dall’altra un numero più ampio di vittime ipotizzate o confessate che la giustizia non riesce a dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio. È proprio questa distanza tra ricostruzione storica e accertamento processuale a spiegare perché, ancora oggi, le stime sul numero delle vittime non coincidano.
Il processo e la condanna
Il processo a Dagmar Overbye si apre nel 1921 e richiama un’attenzione straordinaria da parte dell’opinione pubblica danese. La gravità delle accuse, il numero delle vittime ipotizzate e le modalità con cui i delitti vengono ricostruiti trasformano il procedimento in uno dei più rilevanti casi giudiziari della Danimarca del XX secolo.
Nel corso del dibattimento l’accusa presenta le prove raccolte durante l’inchiesta, affiancandole alle confessioni rese dalla stessa imputata. Tuttavia, il tribunale distingue con chiarezza le dichiarazioni della donna dagli elementi oggettivamente verificabili. Molti degli omicidi confessati non possono infatti essere sostenuti da prove materiali sufficienti, sia per la distruzione dei corpi sia per l’assenza di documentazione relativa agli affidamenti dei bambini.
Al termine del processo la Corte riconosce Dagmar Overbye colpevole dell’uccisione di nove bambini, gli unici casi per i quali il quadro probatorio viene ritenuto sufficiente a sostenere una condanna. Gli altri episodi, pur richiamati durante il procedimento e in parte ammessi dalla stessa imputata, non raggiungono il livello di certezza richiesto dal diritto penale.
La sentenza pronunciata nei suoi confronti è la pena di morte. Con questa decisione Dagmar Overbye diventa la prima donna condannata alla pena capitale in Danimarca dal 1861. La difesa tenta di ottenere un trattamento più favorevole richiamando le difficili condizioni della sua infanzia e del suo percorso personale, ma il tribunale ritiene che tali elementi non incidano sulla responsabilità per i delitti contestati.
La condanna non viene però eseguita. Re Christian X decide infatti di commutare la pena capitale nell’ergastolo, in linea con un orientamento ormai consolidato che porta sempre più raramente all’applicazione effettiva della pena di morte nel Paese. La decisione evita l’esecuzione della condannata senza modificare il giudizio di colpevolezza espresso dalla Corte.
Il procedimento contribuisce anche a definire il profilo storico del caso. Da un lato accerta giudiziariamente nove omicidi; dall’altro lascia aperta la possibilità che il numero reale delle vittime sia stato più elevato. Questa distinzione continua ancora oggi a caratterizzare gli studi dedicati a Dagmar Overbye e rappresenta uno degli aspetti più complessi della vicenda.
Le conseguenze istituzionali
Il procedimento contro Dagmar Overbye non produce soltanto una condanna penale. Le indagini mettono infatti in evidenza gravi carenze nel sistema di protezione dell’infanzia e nelle procedure di affidamento allora in vigore in Danimarca. Per anni decine di neonati vengono consegnati a privati senza che alcuna autorità sia in grado di verificarne il destino, evidenziando l’assenza di strumenti efficaci di controllo.
Il caso dimostra come il problema non riguardi esclusivamente la condotta della donna, ma anche il contesto istituzionale che rende possibile la sua attività. Le madri prive di mezzi economici o costrette ad affrontare una gravidanza fuori dal matrimonio dispongono di poche alternative. In molti casi l’affidamento informale rappresenta l’unica soluzione praticabile, mentre lo Stato esercita un controllo limitato sul percorso successivo dei bambini.
L’ampia risonanza del processo alimenta un dibattito pubblico sulla necessità di rafforzare gli strumenti di tutela dell’infanzia. L’attenzione non si concentra soltanto sulla repressione dei reati, ma anche sulla prevenzione delle condizioni che hanno consentito a Dagmar Overbye di operare per anni senza destare sospetti. La vicenda evidenzia come la mancanza di registrazioni sistematiche, ispezioni e verifiche sugli affidamenti privati abbia favorito la scomparsa di numerosi bambini senza che emergessero immediatamente anomalie.
Nel 1923 il Parlamento danese approva una riforma che rafforza l’intervento pubblico nella protezione dei minori e introduce forme più rigorose di controllo sugli affidamenti e sull’assistenza ai bambini nati in condizioni di particolare vulnerabilità. Lo Stato assume un ruolo più attivo nella vigilanza sulle strutture e sulle persone che si occupano dell’accoglienza dei neonati, riducendo progressivamente lo spazio lasciato alle iniziative private prive di supervisione.
Le modifiche introdotte non eliminano completamente il fenomeno degli affidamenti informali, ma rappresentano un punto di svolta nella costruzione di un sistema di tutela più strutturato. Il caso Overbye diventa così uno degli episodi che contribuiscono a ridefinire il rapporto tra responsabilità familiare e responsabilità pubblica nella protezione dell’infanzia.
Ancora oggi la vicenda viene richiamata negli studi dedicati alla storia delle politiche sociali danesi come esempio di come un procedimento penale possa evidenziare criticità che vanno ben oltre la responsabilità individuale dell’autore dei reati. L’indagine e il processo non mettono in luce soltanto una lunga sequenza di omicidi, ma anche le conseguenze che possono derivare dall’assenza di adeguati strumenti di controllo nei confronti delle persone più vulnerabili.
La detenzione e la morte
Dopo la commutazione della pena capitale, Dagmar Overbye viene trasferita nel sistema penitenziario danese per scontare la condanna all’ergastolo. Inizialmente è detenuta presso il carcere femminile di Christianshavn e, successivamente, viene trasferita alla Prigione Occidentale di Copenaghen, dove trascorre gli ultimi anni della sua vita.
Durante la detenzione le sue condizioni psichiche si deteriorano progressivamente. La documentazione dell’epoca descrive la comparsa di disturbi mentali riconducibili a quella che allora viene definita psicosi carceraria, una diagnosi utilizzata per indicare un insieme di sintomi sviluppati durante la reclusione prolungata, tra cui stati deliranti, allucinazioni e gravi alterazioni della percezione della realtà. Le classificazioni psichiatriche moderne non utilizzano più questa definizione, ma le fonti storiche continuano a impiegarla per descrivere il quadro clinico osservato negli ultimi anni della sua detenzione.
Le informazioni disponibili sulla vita quotidiana di Dagmar Overbye in carcere sono limitate. Dopo la conclusione del processo e l’attenuarsi dell’attenzione dell’opinione pubblica, la sua figura scompare progressivamente dalle cronache, lasciando spazio soprattutto alle conseguenze che il caso produce sul piano giudiziario e istituzionale.
Dagmar Johanne Amalie Overbye muore il 6 maggio 1929, all’età di quarantadue anni, mentre sta ancora scontando la pena dell’ergastolo. Con la sua morte si conclude il percorso personale della donna, ma non quello giudiziario e storico della vicenda, destinata a rimanere uno dei casi più significativi della cronaca criminale danese del Novecento.
Un caso che continua a interrogare la storia
A oltre un secolo dai fatti, il caso di Dagmar Overbye continua a occupare un posto particolare nella storia della cronaca criminale europea. L’interesse che ancora oggi suscita non dipende esclusivamente dal numero delle vittime o dalla gravità dei delitti accertati, ma dalla capacità della vicenda di evidenziare l’intreccio tra responsabilità individuale, fragilità sociale e limiti delle istituzioni.
La ricostruzione storica mostra come la donna riesca a operare per anni all’interno di un sistema nel quale gli affidamenti privati avvengono con controlli minimi e nel quale molte madri, condizionate dalla povertà e dallo stigma legato alla maternità fuori dal matrimonio, evitano qualsiasi contatto con le autorità. In questo contesto, la scomparsa di numerosi bambini non produce immediatamente un allarme collettivo, consentendo all’attività criminale di protrarsi ben oltre quanto sarebbe stato possibile in presenza di strumenti di vigilanza più efficaci.
Anche il numero delle vittime continua a rappresentare uno degli aspetti più complessi della vicenda. La distinzione tra omicidi accertati, confessioni e ricostruzioni storiche impedisce ancora oggi di stabilire con assoluta certezza quante siano state le persone uccise da Dagmar Overbye. Questa distanza tra ciò che la giustizia riesce a dimostrare e ciò che la ricerca storica ritiene plausibile costituisce uno degli elementi che rendono il caso particolarmente significativo anche dal punto di vista metodologico.
Negli ultimi anni la figura di Dagmar Overbye è tornata al centro dell’attenzione attraverso studi storici, opere teatrali, libri e produzioni cinematografiche che hanno contribuito a far conoscere la vicenda anche al di fuori della Danimarca. Questo rinnovato interesse non modifica i fatti accertati, ma conferma come il caso continui a essere considerato un riferimento per comprendere i rischi derivanti dall’assenza di adeguate tutele nei confronti dei soggetti più vulnerabili.
Più che la storia di una singola serial killer, quella di Dagmar Overbye resta quindi la testimonianza di un sistema che, per lungo tempo, non riesce a proteggere chi avrebbe dovuto essere maggiormente tutelato. È proprio questa dimensione, che supera la responsabilità individuale e coinvolge il contesto sociale e istituzionale, a spiegare perché il suo nome continui ancora oggi a essere oggetto di studio nella storia della criminalità europea.