Dagmar Overbye: il lato oscuro di Copenaghen

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dagmar overbye
All’inizio del Novecento, a Copenaghen, Dagmar Overbye gestisce un sistema informale di affido per bambini indesiderati. Tra il 1913 e il 1920, decine di neonati scompaiono dopo essere passati dalle sue mani. Il caso rivela falle profonde nel sistema di tutela dell’infanzia.

Tabella dei Contenuti

Copenaghen, primi decenni del XX secolo – Dagmar Overbye un’attività informale di affido per bambini indesiderati, in un contesto sociale privo di tutele. Tra il 1913 e il 1920, decine di neonati scompaiono dopo essere passati dalle sue mani. Il caso si conclude con una delle condanne più discusse della storia giudiziaria danese nei confronti di questa infanticida senza scrupoli.

Le origini di Dagmar Johanne Amalie Overbye

Dagmar Johanne Amalie Overbye nasce il 23 aprile 1887 ad Aarhus, in Danimarca, all’interno di un contesto familiare segnato dalla povertà e dall’instabilità. L’ambiente in cui cresce è caratterizzato da difficoltà economiche costanti e da una struttura familiare fragile, elementi che incidono in modo significativo sul suo percorso di sviluppo. Fin dall’infanzia emergono comportamenti problematici, in particolare una tendenza ricorrente al furto, che diventa presto una modalità abituale di gestione della realtà più che un episodio isolato.

All’età di dodici anni Dagmar viene sorpresa a rubare una borsa. L’episodio porta i genitori a prendere una decisione che all’epoca appare correttiva ma che si rivela inefficace: Dagmar viene mandata a lavorare come domestica presso una famiglia sull’isola di Funen. L’allontanamento dalla casa natale non produce il risultato sperato. La giovane non interiorizza una disciplina stabile e continua a manifestare comportamenti disfunzionali.

Tre anni più tardi rientra ad Aarhus, dove trova impiego come cameriera in un locale. Anche in questo contesto, dopo un periodo iniziale di apparente stabilità, tornano le condotte illecite. Nel 1909 viene accusata di furto e condannata alla reclusione nel carcere di Fyn. Si tratta del suo primo ingresso nel sistema penale, un passaggio che non rappresenta una frattura correttiva ma piuttosto un’ulteriore tappa di un percorso già compromesso.

Le prime gravidanze e la morte dei figli

Dopo aver scontato la pena, Dagmar trova lavoro in un ristorante. Qui intreccia una relazione con un collega, dalla quale nasce un bambino. La relazione si interrompe rapidamente e Dagmar torna a vivere con la madre. Poco tempo dopo, il neonato muore in circostanze considerate anomale.

L’autopsia evidenzia la presenza delle cosiddette “labbra blu”, un segno compatibile con l’asfissia. Nonostante questo, il medico legale attribuisce il decesso a una grave forma di polmonite. La spiegazione ufficiale non convince chi conosce il passato della donna e le sue precedenti condotte, ma l’episodio non genera ulteriori indagini.

Nel 1913 Dagmar si sposa con un uomo identificato come Nielsen. Dalla loro unione nasce una bambina, Erena Marie, che viene data in adozione. Nello stesso anno la donna lascia il marito e si trasferisce a Randers, dove lavora come domestica e rimane incinta del suo datore di lavoro. In questo caso decide di portare a termine la gravidanza, ma subito dopo la nascita del bambino, chiamato Paolo, lo uccide.

Questo episodio rappresenta un punto di svolta fondamentale. L’omicidio del neonato non avviene in un contesto di panico improvviso o di emergenza, ma appare come una scelta deliberata, pianificata e portata a termine senza esitazione.

L’arrivo a Copenaghen e l’attività di intermediazione

Dopo aver ucciso il figlio, Dagmar si trasferisce a Copenaghen, riprendendo con sé la figlia Erena. Trova lavoro in un negozio di caramelle e poco tempo dopo conosce un uomo di nome Svendsen, con il quale va a vivere dopo pochi giorni. Rimane nuovamente incinta e, anche in questo caso, il bambino muore poche ore dopo la nascita per cause ufficialmente non chiarite.

È nella capitale danese che Dagmar avvia l’attività che la renderà una figura centrale in uno dei casi più gravi di cronaca nera del Paese. Si propone come intermediaria tra madri che desiderano disfarsi dei figli appena nati e famiglie interessate all’adozione. Accoglie i bambini nella propria abitazione, assicurando alle madri biologiche di occuparsi temporaneamente di loro fino al trasferimento presso famiglie affidatarie.

Il contesto storico è determinante. In Danimarca, all’inizio del XX secolo, l’aborto è illegale e la maternità fuori dal matrimonio comporta una forte stigmatizzazione sociale. Le donne che non possono permettersi di crescere un figlio, o che rimangono incinte a seguito di relazioni clandestine o violenze, hanno pochissime alternative. In questo vuoto istituzionale, figure come Dagmar Overbye trovano spazio e legittimazione.

Le madri affidano i neonati alla donna pagando una somma di denaro, convinte che i bambini verranno adottati. In realtà, quei bambini non entreranno mai in alcuna famiglia.

La scoperta casuale degli omicidi

La fine dell’attività di Dagmar Overbye avviene in modo del tutto casuale. Una giovane madre, Karoline Aagesen, risponde a un annuncio nel quale Dagmar offre assistenza per l’adozione di bambini indesiderati. Le due donne si incontrano, Karoline paga la somma richiesta e lascia il neonato alla Overbye.

Il bambino viene ucciso lo stesso giorno. Dagmar lo getta nella stufa a legna del suo appartamento.

La mattina seguente, Karoline torna sui suoi passi. Presa dal rimorso, chiede di riavere il figlio. Dagmar le risponde che il bambino è già stato adottato e portato via, ma non è in grado di fornire né il nome né l’indirizzo della famiglia affidataria. L’incongruenza della risposta desta sospetti immediati.

Karoline decide di rivolgersi alle autorità. La polizia perquisisce l’appartamento di Dagmar Overbye e scopre ciò che fino a quel momento era rimasto nascosto. Nella stufa vengono rinvenute ossa e un piccolo cranio, ancora riconoscibile. Negli armadi dell’abitazione gli agenti trovano numerosi frammenti ossei bruciati, nascosti e accumulati nel tempo.

La perquisizione restituisce l’immagine di un sistema organizzato e reiterato, non di un singolo atto isolato.

L’arresto e le confessioni

Dagmar Overbye viene arrestata immediatamente. Durante gli interrogatori confessa l’uccisione di sedici bambini, tra cui uno dei suoi figli. Descrive modalità diverse: strangolamento, annegamento, combustione nella stufa in muratura del suo appartamento. I resti vengono nascosti negli armadi o sepolti nel terreno sul retro dell’abitazione.

Dopo l’arresto, emergono segnalazioni di circa 180 bambini dichiarati scomparsi e potenzialmente passati attraverso la cosiddetta “fattoria dei bambini” gestita dalla donna. Questo numero non viene mai confermato in modo definitivo. In molti casi le famiglie biologiche preferiscono non esporsi, evitando di rendere pubbliche gravidanze illegittime o affidamenti irregolari.

Il quadro che emerge è quello di una rete informale alimentata dal silenzio, dalla vergogna e dall’assenza di controlli statali.

Il processo e la condanna

Nel 1921 Dagmar Overbye viene processata. La Corte la dichiara colpevole per l’uccisione di nove bambini, gli unici casi per i quali esistono prove materiali sufficienti. Per gli altri omicidi, pur confessati, non vi sono elementi concreti che consentano una condanna formale.

La sentenza iniziale è la pena di morte. Dagmar diventa così la prima donna condannata alla pena capitale in Danimarca dal 1861. Il suo avvocato tenta di introdurre elementi legati alla sua infanzia, parlando di abusi subiti e di un ambiente familiare disfunzionale. La linea difensiva non produce effetti significativi.

La condanna viene tuttavia commutata in ergastolo per decisione del re Christian X, contrario all’esecuzione capitale delle donne. La frase attribuita al monarca, “Non mettiamo a morte le nostre donne”, diventa uno degli elementi più citati nella storia del caso.

Le conseguenze istituzionali

Dai crimini di Dagmar Overbye nasce una riforma profonda del sistema di assistenza all’infanzia. Nel 1923 il governo danese approva una legge che riconosce i bambini indesiderati come responsabilità dello Stato. Vengono istituite case pubbliche per i bambini nati fuori dal matrimonio e introdotti controlli più rigidi sui sistemi di affidamento.

Il caso mette in evidenza come l’assenza di strutture pubbliche e di vigilanza abbia consentito per anni la scomparsa sistematica di neonati senza che nessuna istituzione intervenisse.

La detenzione e la morte

Dagmar Overbye viene trasferita dalla prigione femminile di Christianshavn a quella Occidentale. Durante la detenzione le viene diagnosticata una “psicosi carceraria”, una condizione dissociativa associata alla reclusione prolungata, caratterizzata da allucinazioni, deliri e paranoia.

Muore il 6 maggio 1929, all’età di quarantadue anni.

Un’eredità irrisolta

La storia di Dagmar Overbye ispira libri, opere teatrali e riflessioni sociologiche in Danimarca. Il suo caso resta un esempio estremo di come l’assenza di tutele istituzionali, unita a contesti sociali repressivi, possa generare spazi nei quali il crimine diventa sistemico e invisibile.

Non fornisce risposte definitive. Espone una frattura.

 

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