Roma, anni ’50 – In una città eterna, famosa per la sua storia, la sua arte e la sua cultura, si consuma un dramma che lascia un’impronta indelebile nella cronaca nera italiana. Annarella Bracci, una giovane donna romana, diventa tragicamente nota per le circostanze misteriose e inquietanti della sua morte, un caso che ancora oggi suscita domande e speculazioni.
La storia
Il 3 marzo 1950 sul fondo di un pozzo profondo 17 metri, a Primavalle, nella periferia nord-ovest di Roma, venne trovato il corpo di una bambina: è Anna Maria Bracci, da tutti chiamata Annarella.
L’omicidio della dodicenne fu uno degli episodi più significativi del primo dopoguerra italiano. Si può affermare, con buona sicurezza, che tale delitto insieme a quello del Corpus Domini, entrambi ancor oggi senza colpevoli, rivelarono l’Italia a sé stessa. Uomini, fatti e cose dapprima occultati dal perbenismo e dalla ragion di stato emersero in piena luce.
Annarella Bracci scomparve la sera del 18 febbraio 1950 quando usci di casa per andare a comperare dell’olio e del carbone. È sera, ma non è ancora buio, e la bambina venne vista allontanarsi da casa per non farvi più ritorno.
Trascorsero le ore e poi i giorni, la madre, per nulla preoccupata, si limitò ad avvisare i Carabinieri. Le forze dell’ordine, dal canto loro, non diedero immediatamente importanza all’accaduto e le ricerche iniziarono solo il 23 febbraio, ben sei giorni dopo la sua scomparsa e, a seguito della protesta della borgata, i giornali cominciarono a darne notizia.
Per tutti Annarella Bracci era scomparsa, svanita nel nulla.
Un ricco barone, colpito dalla vicenda, promise una ricompensa di 300 mila lire per chi avesse ritrovato la bambina.
Le ricerche di Annarella Bracci
Dopo qualche giorno, siamo alla fine di febbraio, Mariano Bracci, fratello di Annarella, sostenne di aver rinvenuto un paio di mutandine in campagna, nella zona “Le Nebbie”. Come e perché le abbia trovate non è dato saperlo.
I Carabinieri iniziarono quindi a battere palmo a palmo l’intera zona interrogando tutti, ma senza risultati. Nessuno aveva visto niente.
Fu il nonno paterno della bambina a imprimere una svolta decisiva alle indagini: “Ho sognato la bambina… è in un pozzo”.
Il 3 marzo l’uomo condusse gli agenti alle tre vicine cisterne in località “Le Nebbie”, tra Via della Pineta Sacchetti e Via di Torrevecchia Lì, nell’acqua a 17 metri di profondità, apparve un piccolo corpo. Quando i pompieri lo tirarono su, identificarono con certezza il viso delicato di Annarella Bracci. La piccola aveva subito un autentico martirio, aveva il cranio fracassato e ferite su tutto il corpo.
Come nel caso di Elvira Orlandini non aveva indosso le mutandine, anzi: l’indumento era stato consegnato alla polizia qualche giorno prima da Mariano Bracci, il fratello maggiore, che le avrebbe trovate poco lontano dalla zona del ritrovamento.
L’autopsia confermò che la piccola era stata vittima di un tentativo di stupro, dal quale però era riuscita a resistere e che il suo aguzzino in cambio, le aveva fracassato la testa con un corpo contundente e gettata nel pozzo quando era ancora viva.
L’emozione per il ritrovamento di Annarella Bracci percorse la città. Lo sdegno, la pietà e l’ira si confusero inestricabili. Questa reazione fu un evento memorabile di cui, oggi, è difficile rendersi conto.
I funerali, pagati dal Comune di Roma, richiamarono un’immensa folla, c’era chi parlava di centomila chi di duecentomila persone presenti, oltre alle massime autorità cittadine e delle forze dell’ordine. L’eco fu tale che furono oggetto della copertina della domenica del Corriere disegnata dal celebre Walter Molino.
Annarella Bracci fu sepolta al Verano, presso la cappella gentilizia di Raniero Marsili, che le offri generosamente ospitalità donandole, da morta, quella pace che non ebbe in vita. Solo una piccola targa esterna ricorda chi era quella bambina.
Le indagini sulla morte di Annarella Bracci
Gli investigatori rivolsero immediatamente le loro attenzioni sulla famiglia Bracci – Fiocchi.
Era strano che la madre non si fosse allarmata quando non vide rientrare la figlia. Era strano che il fratello avesse trovato un paio di mutandine in mezzo alla campagna. Era strano che il nonno avesse avuto un “sogno rivelatore”. Le indagini però portarono a un vicolo cieco. L’accusato non era nessuno di loro.
Le ricerche giravano a vuoto, uno smacco insopportabile per la Squadra Mobile di Roma che da prima del ventennio fascista non si lasciava sfuggire nemmeno un criminale.
La strada sembrò spianarsi quando qualcuno rivelò che la sera della scomparsa la bambina era stata vista in strada mentre mangiava delle castagne con Lionello Egidi, un amico di famiglia. L’uomo venne arrestato e agli agenti apparve subito chiaro che “il biondino” come lo chiamavano nel quartiere, era incapace di qualunque strategia difensiva. La moglie però aveva confermato il suo alibi, ma la Polizia era convinta che torchiandolo, forse, avrebbe detto la verità.
E fu così: la sera del 10 marzo Lionello Egidi confessò il delitto. Il caso sembrava chiuso.
Qualche giorno dopo, tuttavia, il “biondino” ritrattò la confessione che, a suo dire, gli era stata estorta con metodi poco ortodossi.
Nel 1952 durante il processo di primo grado, l’uomo, sostenuto da buona parte degli abitanti di Primavalle, venne assolto per insufficienza di prove.
Il processo di secondo grado, tenutosi nel 1955, vide l’entrata in scena di un’altra ragazzina, sempre dodicenne, che accusò Lionello di molestie. Per i giudici era lui il colpevole, e venne condannato a 26 anni per l’omicidio di Annarella e ad altri 3 per le molestie alla bambina.
Nel 1957 ci fu l’appello in Cassazione, questa volta Egidi venne definitivamente assolto dall’omicidio di Annarella Bracci. Egidi tornò quindi libero anche se per poco. Infatti, nel 1961 venne nuovamente condannato per aver molestato un bambino. Finirà in carcere per 8 anni.
Il caso Bracci rimase irrisolto e non fu mai trovato il responsabile di quell’efferato omicidio. A distanza di 70 anni da questa tragedia gli interrogativi rimangono gli stessi, anche se nel corso del tempo, giornalisti e criminologi hanno cercato di trovare delle risposte. Molti erano convinti che la polizia cercò l’assassino nel posto sbagliato e che a tentare di violentare Annarella Bracci non fu né Egidi, né uno sconosciuto, bensì qualcuno vicinissimo a lei.
Il giallo della morte della piccola Annarella è destinato a rimanere per sempre un enigma senza soluzione.
La storia di questa sfortunata bambina ispirò diverse opere letterarie e cinematografiche che hanno raccontato non solo la sua storia ma anche quella di tutto un mondo, quello della periferia romana, che segnò e che continua a segnare la vita di moltissime persone.
Gli effetti
Il caso Egidi ebbe comunque conseguenze politiche importanti: dopo il primo processo, quanto avvenuto a Egidi che era stato fermato dalla polizia e tenuto in prigione per 7 giorni, picchiato e ridotto in maniera tale da non essere riconosciuto dalla famiglia quando venne liberato, portò a modificare il Codice di Procedura in Italia, anche grazie a una interpellanza al Ministro della Giustizia, Adone Zoli, e al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Edoardo Martino.
Prima del caso Egidi il fermo di polizia giudiziaria, secondo quanto previsto dal CODICE ROCCO, poteva durare sette giorni senza l’obbligo di avvertire un avvocato; successivamente venne modificato in modo che potesse durare al massimo 48 ore con la notifica obbligatoria di un difensore dell’avvenuto arresto.
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