Napoli, Italia, 30-31 ottobre 1975 – Domenico Santangelo, la moglie Gemma Cenname e la figlia Angela vengono assassinati nella loro abitazione di via Caravaggio. A oltre cinquant’anni dai fatti, il triplice omicidio resta uno dei più complessi casi irrisolti della cronaca nera italiana.
La notte che sconvolge la Napoli bene
Tra i grandi misteri della cronaca nera italiana, la strage di via Caravaggio occupa un posto particolare. Non soltanto per l’efferatezza con cui viene sterminata un’intera famiglia, ma anche per l’impressionante quantità di elementi investigativi che, nel corso dei decenni, sembrano avvicinare gli inquirenti alla verità senza riuscire mai a identificarne con certezza il responsabile. Il procedimento giudiziario, caratterizzato da una condanna seguita da un’assoluzione definitiva, le successive analisi scientifiche e la perdita di parte dei reperti contribuiscono a rendere il caso uno degli esempi più significativi delle difficoltà investigative nell’Italia della seconda metà del Novecento.
La famiglia Santangelo vive in un ampio appartamento al quarto piano del civico 78 di via Caravaggio, nella zona alta di Fuorigrotta, uno dei quartieri residenziali della Napoli dell’epoca. Domenico Santangelo, conosciuto da amici e parenti come Mimmo, conduce una vita economicamente agiata insieme alla moglie Gemma Cenname e alla figlia Angela, diciannovenne. Con loro vive anche Dick, un piccolo Yorkshire particolarmente affezionato ai proprietari.
La sera del 30 ottobre 1975 sembra svolgersi come molte altre. Angela è influenzata e rimane nella camera matrimoniale, ancora in pigiama. Gemma è impegnata in cucina a preparare la cena, mentre Domenico si trova nel proprio studio. Nulla lascia presagire che, nel giro di poche ore, quell’appartamento diventerà il teatro di uno dei delitti più enigmatici della storia giudiziaria italiana.

A interrompere la normalità è il suono del campanello. Domenico raggiunge l’ingresso per aprire la porta, seguito dal piccolo Dick che, come d’abitudine, accoglie il visitatore abbaiando. L’assenza di segni di effrazione porta gli investigatori a ritenere che la vittima apra spontaneamente la porta a qualcuno che, se non conosce personalmente, quantomeno non percepisce come una minaccia immediata. Questo particolare assume un’importanza centrale nelle indagini, perché restringe fin dall’inizio il campo delle possibili ricostruzioni.
Secondo gli elementi raccolti durante il sopralluogo, l’ospite viene fatto accomodare nello studio, dove Domenico gli offre anche un bicchiere di liquore. In quella stanza ha inizio l’aggressione. L’uomo viene improvvisamente colpito alla testa con un oggetto contundente presente nell’abitazione. Nonostante la violenza del colpo, non muore immediatamente. L’assassino si occupa subito del cane, che potrebbe attirare l’attenzione dei vicini: Dick viene soffocato utilizzando la propria copertina, eliminando così qualsiasi possibilità che il suo abbaiare richiami qualcuno.
Una ricostruzione costruita attraverso le tracce
L’aggressore è consapevole che nell’appartamento si trovano altre due persone. Dopo aver neutralizzato Domenico, si dirige verso la cucina dove sorprende Gemma Cenname, colpendola violentemente alla testa. I rumori dell’aggressione richiamano l’attenzione di Angela che, febbricitante, si affaccia dalla camera da letto per capire cosa stia accadendo. La giovane viene raggiunta quasi immediatamente e colpita con estrema violenza.
Le successive analisi medico-legali consentono di ricostruire almeno in parte la dinamica delle fasi successive. Domenico e Gemma risultano ancora vivi dopo i colpi inferti con l’oggetto contundente. L’assassino cambia quindi arma, prende un coltello dalla cucina e torna nello studio dove recide la gola a Domenico con un unico profondo fendente. Raggiunge poi nuovamente Gemma, colpendola più volte con l’arma da taglio fino a provocarne la morte. Infine si accanisce anche sul corpo di Angela, infliggendole ulteriori ferite da arma bianca.
La ricostruzione evidenzia una sequenza di azioni lunga e articolata, incompatibile con un’aggressione improvvisata di pochi minuti. L’autore del delitto si muove ripetutamente tra le diverse stanze dell’appartamento, cambia arma durante l’azione omicidiaria e mantiene il controllo della situazione per diverse ore. Questo comportamento induce gli investigatori a ritenere che abbia agito con notevole lucidità, prendendosi tutto il tempo necessario per completare ogni fase del proprio piano.
Il ritrovamento dei corpi e una scena del crimine fuori dall’ordinario
Per nove giorni l’appartamento di via Caravaggio rimane chiuso. La famiglia Santangelo sembra essere scomparsa nel nulla. Nessuno risponde al telefono, nessuno apre la porta e le tapparelle restano abbassate. Con il trascorrere dei giorni, l’assenza dei tre familiari diventa sempre più difficile da spiegare e a preoccuparsi è soprattutto Mario Zarrelli, nipote di Gemma Cenname, che non riuscendo a mettersi in contatto con gli zii decide di rivolgersi alle forze dell’ordine.
L’8 novembre 1975 la polizia raggiunge il palazzo insieme ai vigili del fuoco. Poiché nessuno risponde dall’interno e l’abitazione risulta completamente chiusa, viene deciso di entrare passando dall’esterno. Alcuni pompieri si calano dal piano superiore e, dopo aver infranto un vetro, riescono ad accedere all’appartamento.
Già nei primi istanti il sopralluogo rivela che all’interno si è consumato un triplice omicidio di eccezionale violenza. L’odore della decomposizione invade ogni ambiente ed è talmente intenso da costringere gli operatori a indossare le mascherine protettive durante le operazioni. Le stanze appaiono relativamente ordinate, ma il pavimento racconta una storia completamente diversa. Due lunghe scie di sangue attraversano l’abitazione, collegando lo studio e la cucina con il bagno. Quei segni indicano chiaramente che, dopo gli omicidi, i corpi vengono trascinati attraverso la casa.
La scoperta più significativa avviene proprio nel bagno. All’interno della vasca vengono rinvenuti i corpi di Domenico Santangelo, Gemma Cenname e Angela, sistemati uno sopra l’altro insieme al piccolo Yorkshire Dick. La disposizione delle vittime dimostra che l’autore del delitto non abbandona immediatamente la scena del crimine, ma dedica diverse ore alla movimentazione dei cadaveri, spostandoli dalle stanze in cui sono stati aggrediti fino al bagno dell’abitazione.
Le dichiarazioni raccolte dagli investigatori sembrano confermare questa ricostruzione. Alcuni condomini riferiscono infatti di avere sentito, nel corso della notte tra il 30 e il 31 ottobre, rumori continui di passi, mobili e oggetti trascinati provenire dall’appartamento dei Santangelo. I rumori iniziano poco dopo le 23.30 e proseguono fino alle prime ore del mattino. Gli inquirenti stimano che l’assassino rimanga all’interno della casa per circa cinque ore dopo l’inizio dell’aggressione, un tempo insolitamente lungo che rappresenta uno degli aspetti più anomali dell’intera vicenda.
I reperti e le prime difficoltà investigative
Il sopralluogo permette di recuperare numerosi elementi che sembrano offrire concrete possibilità investigative. Nello studio viene rilevata un’impronta insanguinata di scarpa, successivamente attribuita a una calzatura di numero 42. Sul davanzale di una finestra vengono rinvenuti diversi mozziconi di sigaretta, tra cui almeno uno appartenente al marchio francese Gitanes, mentre nel bagno vengono recuperati un paio di guanti di gomma apparentemente utilizzati durante il delitto.
Un’altra traccia attira immediatamente l’attenzione degli investigatori: sul davanzale rimane impressa un’impronta lasciata da una mano sporca di sangue. All’interno dello studio vengono inoltre trovati il bicchiere e la bottiglia utilizzati durante l’incontro tra Domenico Santangelo e il suo ospite. Tuttavia, le impronte papillari presenti sugli oggetti risultano inutilizzabili o troppo deteriorate per consentire un’identificazione certa, circostanza che porta gli investigatori a ipotizzare che il responsabile abbia indossato i guanti almeno durante parte delle proprie azioni.
Il sopralluogo evidenzia anche la scomparsa di alcuni oggetti. Dall’abitazione manca la pistola legalmente detenuta da Domenico Santangelo, spariscono del denaro custodito nella borsa di Gemma e il diario personale di Angela. Dal garage condominiale risulta inoltre assente la Lancia Fulvia berlina amaranto della famiglia, elemento che induce inizialmente gli investigatori a prendere in considerazione anche un possibile movente patrimoniale o un tentativo di depistaggio.
Due giorni dopo, il 10 novembre, l’automobile viene ritrovata abbandonata con la batteria completamente scarica. Un testimone riferisce di avere visto, nella notte del delitto, una vettura compatibile con quella dei Santangelo transitare nella zona, condotta da un uomo robusto e con una folta capigliatura. Sebbene la descrizione sia generica, quel particolare finirà per assumere un peso rilevante nelle prime fasi dell’inchiesta.
Nonostante il numero considerevole di reperti raccolti, gli strumenti scientifici disponibili nel 1975 risultano ancora limitati rispetto agli standard moderni. Le analisi genetiche non esistono e numerose tracce biologiche presenti sulla scena non possono essere valorizzate. Gli investigatori sono così costretti a fondare gran parte dell’indagine su testimonianze, confronti dattiloscopici, esami ematologici e riscontri indiziari, elementi che nei mesi successivi orienteranno progressivamente l’attenzione verso un sospettato ben preciso.
L’inchiesta si concentra su Domenico Zarrelli
Le prime settimane di indagine conducono gli investigatori a esaminare con attenzione la cerchia familiare e le persone che frequentano abitualmente i Santangelo. L’assenza di segni di effrazione, il lungo tempo trascorso dall’assassino all’interno dell’appartamento e la dinamica dell’aggressione suggeriscono infatti che l’autore del delitto possa essere una persona conosciuta dalle vittime o comunque in grado di conquistarne la fiducia.
L’attenzione si concentra progressivamente su Domenico Zarrelli, nipote di Gemma Cenname e fratello di Mario Zarrelli, l’uomo che ha segnalato la scomparsa della famiglia alle autorità. All’epoca Domenico è uno studente universitario fuori corso, conduce una vita dispendiosa e, secondo quanto emerge dalle indagini, attraversa un periodo di gravi difficoltà economiche. Gli investigatori raccolgono diverse testimonianze secondo cui avrebbe chiesto più volte denaro alla zia, ottenendo in alcune occasioni un aiuto economico.
A rendere la sua posizione ancora più delicata contribuiscono una serie di elementi indiziari che, considerati nel loro insieme, sembrano delineare un quadro accusatorio convincente. Zarrelli presenta alcune ferite alle mani che vengono ritenute compatibili con il morso di un cane, particolare che richiama immediatamente l’uccisione del piccolo Dick durante la strage. Inoltre dichiara di avere trascorso la serata del 30 ottobre al cinema, assistendo alla proiezione del film Amici miei. Nelle prime fasi dell’inchiesta, tuttavia, il personale della sala non conferma il suo racconto e riferisce di ricordarlo presente la sera precedente, ma non quella del delitto.
Anche la descrizione fornita dal testimone che sostiene di avere visto la Lancia Fulvia della famiglia Santangelo in movimento durante la notte dell’omicidio sembra apparire compatibile con l’aspetto fisico dell’indagato. A questi elementi si aggiungono altri riscontri che, secondo l’accusa, rafforzano ulteriormente l’ipotesi investigativa.
Pur trattandosi esclusivamente di indizi, il loro insieme convince gli inquirenti di avere individuato il responsabile della strage. Il movente ipotizzato è di natura economica: secondo la ricostruzione accusatoria, Zarrelli avrebbe raggiunto l’abitazione degli zii per ottenere altro denaro e, di fronte all’ennesimo rifiuto, avrebbe reagito con un’esplosione improvvisa di violenza culminata nel triplice omicidio.
Dalla condanna all’assoluzione definitiva
Il 25 marzo 1976 Domenico Zarrelli viene arrestato con l’accusa di avere assassinato Domenico Santangelo, Gemma Cenname e Angela. Il processo suscita un’enorme attenzione mediatica e l’opinione pubblica considera sempre più probabile che il caso sia ormai destinato a trovare una soluzione giudiziaria.
Il 9 maggio 1978 la Corte di Assise pronuncia una sentenza di condanna all’ergastolo. I giudici ritengono che il complesso degli elementi raccolti durante le indagini sia sufficiente a dimostrare la responsabilità dell’imputato, accogliendo sostanzialmente la ricostruzione proposta dall’accusa.
La vicenda processuale, tuttavia, è tutt’altro che conclusa. Durante gli anni trascorsi in carcere Zarrelli consegue la laurea in giurisprudenza e intraprende il percorso che lo porterà successivamente a esercitare la professione di avvocato penalista. Parallelamente continua a sostenere la propria estraneità ai fatti e propone appello contro la sentenza di primo grado.
Nel giudizio di secondo grado il quadro probatorio viene riesaminato in maniera approfondita. Molti degli elementi che avevano sostenuto la condanna iniziano a perdere consistenza. L’impronta della scarpa rinvenuta nella casa della strage viene attribuita a una calzatura numero 42, mentre Zarrelli calza abitualmente il numero 46. Anche la testimonianza relativa all’alibi del cinema viene rivalutata e, nel corso del procedimento, emergono elementi che finiscono per confermarne la presenza in sala durante la serata del delitto.
Viene inoltre osservato che la descrizione dell’uomo visto alla guida della Lancia Fulvia presenta margini di incertezza e che, considerate anche le dimensioni dell’automobile, appare difficile conciliarla con la corporatura dell’imputato. Analizzati singolarmente e nel loro insieme, gli indizi perdono progressivamente quella convergenza che aveva portato alla condanna di primo grado.
Dopo un complesso percorso giudiziario, caratterizzato anche dall’intervento della Corte di Cassazione, Domenico Zarrelli viene infine assolto con formula piena. Il 18 marzo 1995 la Cassazione rende definitiva la decisione assolutoria, sancendo che gli elementi raccolti nel corso dell’inchiesta non consentono di attribuirgli con certezza la responsabilità della strage.
La vicenda non si conclude con la sola assoluzione. Nel 2006 lo Stato italiano riconosce a Domenico Zarrelli un risarcimento pari a circa un milione e quattrocentomila euro per i danni morali e materiali conseguenti alla lunga vicenda giudiziaria. Dal punto di vista investigativo, però, quella decisione riporta l’inchiesta al punto di partenza. L’unico imputato del processo esce definitivamente di scena e il triplice omicidio della famiglia Santangelo torna a essere privo di un responsabile giudiziariamente accertato.
Le nuove analisi scientifiche e i profili genetici sconosciuti
L’assoluzione definitiva di Domenico Zarrelli non chiude definitivamente la vicenda investigativa. Al contrario, lascia aperto un interrogativo destinato a rimanere irrisolto per molti anni: chi uccide Domenico Santangelo, Gemma Cenname e Angela nella notte tra il 30 e il 31 ottobre 1975?
Gli investigatori tornano a esaminare piste che durante il procedimento giudiziario erano rimaste in secondo piano. L’attenzione si concentra sulla vita privata delle vittime, sui rapporti personali e professionali di Domenico Santangelo e su alcuni elementi che, pur non avendo trovato riscontri decisivi, continuano a suscitare interesse. Tra questi vi sono il precedente matrimonio di Santangelo, l’esistenza di un capannone concesso in locazione a un uomo indicato come un misterioso “ingegnere”, che secondo alcune ipotesi sarebbe stato utilizzato per attività illecite, e lo stato di particolare preoccupazione manifestato da Gemma e Angela nei giorni che precedono la strage.
Nessuno di questi approfondimenti consente però di individuare un movente certo o un nuovo responsabile. Con il trascorrere degli anni il fascicolo viene progressivamente accantonato, almeno fino a quando l’evoluzione delle tecniche di genetica forense offre la possibilità di riesaminare alcuni dei reperti conservati.
Nel 2011, in seguito a un esposto che segnala la possibile presenza di materiale relativo al procedimento negli archivi del Tribunale di Napoli, il Procuratore aggiunto Giovanni Melillo dispone nuovi accertamenti scientifici. Vengono recuperati alcuni reperti rimasti inutilizzati per decenni e viene autorizzata l’esecuzione di analisi genetiche su diversi oggetti sequestrati durante il sopralluogo del 1975, tra cui un bicchiere, alcuni mozziconi di sigaretta e un asciugamano macchiato di sangue.
I risultati vengono resi noti alcuni anni dopo e riaccendono improvvisamente l’interesse per il caso. Le analisi consentono infatti di individuare tre differenti profili genetici. Uno appartiene a Domenico Zarrelli, presenza spiegabile anche dai frequenti rapporti familiari con le vittime e dalla sua abituale frequentazione dell’appartamento. Gli altri due profili, invece, non vengono attribuiti ad alcuna persona identificata.
Quei campioni vengono classificati dalla Polizia Scientifica come “Ignoto 1” e “Ignoto 2”. La loro presenza apre scenari investigativi completamente nuovi, alimentando l’ipotesi che sulla scena del delitto possano essere transitati uno o più soggetti mai individuati oppure che l’omicidio sia stato commesso da più persone. Allo stesso tempo, gli esperti invitano alla prudenza nell’interpretazione dei risultati: la semplice presenza di un profilo genetico su un reperto non dimostra automaticamente la partecipazione al delitto e richiede sempre un’attenta contestualizzazione investigativa.
Anche qualora fosse emersa una prova genetica direttamente riconducibile a Zarrelli, il procedimento non avrebbe comunque potuto essere riaperto nei suoi confronti. L’assoluzione definitiva pronunciata dalla magistratura impedisce infatti un nuovo processo per lo stesso fatto in applicazione del principio del ne bis in idem, cardine del diritto penale che vieta di giudicare una persona due volte per il medesimo reato.
I reperti distrutti e un mistero destinato a rimanere aperto
Le nuove prospettive investigative subiscono però un arresto inatteso. Negli anni successivi, l’avvocato Gennaro De Falco e l’ex comandante del RIS di Parma Luciano Garofano chiedono di poter effettuare ulteriori accertamenti scientifici sui reperti superstiti della strage, confidando che le moderne tecnologie possano fornire risposte rimaste irraggiungibili negli anni Settanta.
Quando si rivolgono all’Ufficio Reperti del Tribunale di Napoli scoprono però che una parte del materiale sequestrato durante le indagini non è più disponibile. Diversi reperti vengono infatti dichiarati distrutti nell’ambito delle operazioni di svuotamento dei depositi giudiziari effettuate negli anni precedenti. Tra il materiale non più reperibile figurano anche alcuni degli oggetti che avrebbero potuto essere sottoposti a nuove e più approfondite analisi genetiche.
La perdita di quei reperti rappresenta uno degli aspetti più discussi dell’intera vicenda. Le moderne metodologie di laboratorio consentono oggi di ottenere risultati impensabili nel 1975 e la disponibilità dell’intero materiale probatorio avrebbe potuto offrire nuove opportunità investigative. La loro distruzione elimina invece la possibilità di eseguire ulteriori verifiche comparative sui profili genetici emersi nel corso delle ultime analisi.
Non tutto il materiale sequestrato viene però disperso. Il coltello da cucina ritenuto compatibile con l’arma del delitto e la copertina utilizzata per soffocare il piccolo Dick risultano ancora conservati presso l’Ufficio Reperti del Tribunale di Napoli. Nel 2013 entrambi vengono esposti al pubblico nell’ambito della mostra “Corpi di reato”, iniziativa dedicata alla storia giudiziaria italiana.
Nel 2015 la Procura di Napoli chiede l’archiviazione dell’inchiesta, ritenendo di non disporre di elementi sufficienti per individuare i responsabili della strage. A oltre cinquant’anni dai fatti, il triplice omicidio di via Caravaggio continua così a rappresentare uno dei grandi casi irrisolti della cronaca nera italiana. Le ricostruzioni investigative, il lungo percorso processuale, le nuove analisi del DNA e la successiva perdita di parte dei reperti restituiscono l’immagine di un’indagine che, pur attraversando epoche e strumenti investigativi profondamente diversi, non riesce ancora a dare un nome certo a chi, nella notte tra il 30 e il 31 ottobre 1975, cancella un’intera famiglia nel silenzio di un appartamento della Napoli bene.