Il Mostro di Roma: gli omicidi che terrorizzano la capitale fascista

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Ralph lyonell bridge mostro di roma
Tra il 1924 e il 1927 una serie di aggressioni e omicidi di bambine terrorizza Roma. Le indagini portano prima all'arresto dell'innocente Gino Girolimoni e poi alla controversa pista Ralph Lyonel Brydges. Una vicenda ancora oggi priva di una soluzione giudiziaria definitiva.

Scheda archivio

Nome caso / serial killer Ralph Lyonel Brydges
Soprannome Mostro di Roma
Periodo / date 31 marzo 1924 – 13 marzo 1927
Luogo Roma
Paese Italia
Vittime
Accertate 5
Stimate 9
Modus operandi

Adescamento di bambine con promesse di dolci, conduzione in luoghi isolati, violenza sessuale e strangolamento mediante fazzoletto.

Tabella dei Contenuti

Roma, Italia, 31 marzo 1924 – Una serie di aggressioni e omicidi ai danni di bambine sconvolge la capitale e mette in crisi l’apparato investigativo del regime fascista. Le indagini attraversano errori, depistaggi e sospetti destinati a lasciare uno dei casi più controversi della cronaca nera italiana.

L’inizio di una lunga scia di violenza

Nella primavera del 1924 Roma vive una fase di profonda trasformazione politica e sociale. Il fascismo consolida progressivamente il proprio potere e l’immagine di uno Stato capace di garantire ordine e sicurezza diventa un elemento fondamentale della propaganda. È proprio in questo contesto che la capitale viene improvvisamente attraversata da una serie di delitti destinati a colpire l’opinione pubblica come pochi altri casi nella storia italiana.

Il pomeriggio del 31 marzo 1924 segna l’inizio della vicenda. Nei giardini di Piazza Cavour numerosi bambini giocano approfittando del clima mite. Tra loro ci sono la piccola Emma Giacobini, di appena quattro anni, e il fratellino. Per pochi istanti i due escono dal controllo della donna incaricata di sorvegliarli, un intervallo di tempo sufficiente perché uno sconosciuto riesca ad avvicinarli con il pretesto di offrire loro dei dolci.

Quando la sorvegliante si accorge della loro assenza, inizia una ricerca sempre più concitata senza riuscire a trovarli. Soltanto due ore più tardi il fratellino viene rintracciato nei pressi di Piazza Cola di Rienzo, in lacrime e incapace di spiegare cosa sia accaduto. Emma, invece, viene ritrovata poco dopo in stato di shock.

La bambina presenta numerose escoriazioni sul corpo e sui genitali. I soccorritori notano che stringe ancora tra le mani la biancheria intima sporca di sangue, mentre attorno al collo porta un fazzoletto annodato con forza. Le lesioni consentono di stabilire che l’aggressore tenta di abusare della piccola e cerca successivamente di strangolarla. Le urla della vittima, tuttavia, sembrano costringerlo a interrompere l’azione e ad allontanarsi prima di completare l’omicidio.

Le dichiarazioni raccolte dagli investigatori forniscono una prima descrizione dell’uomo. I testimoni parlano di un individuo dall’aspetto distinto, di corporatura magra, apparentemente di mezza età, vestito con abiti eleganti e un cappello scuro. Le indicazioni risultano sufficientemente dettagliate da far sperare in un’identificazione rapida, ma nessuna verifica produce risultati concreti.

L’episodio genera un forte allarme nella popolazione. Le famiglie iniziano a sorvegliare con maggiore attenzione i propri figli, mentre la stampa dedica ampio spazio all’aggressione. Nei mesi successivi vengono segnalati altri tentativi di adescamento e aggressioni nei confronti di bambine molto piccole. Sebbene queste si concludano senza vittime, il ripetersi di episodi dalle caratteristiche simili convince gli investigatori di trovarsi di fronte allo stesso autore.

Fin dall’inizio emerge un elemento destinato a caratterizzare tutta l’inchiesta: il responsabile sceglie esclusivamente bambine di età molto ridotta, le avvicina in luoghi pubblici con la promessa di dolci o piccoli regali e le conduce rapidamente in zone appartate. Si tratta di un modus operandi che dimostra pianificazione, capacità di conquistare la fiducia delle vittime e una notevole conoscenza del territorio urbano.

L’incapacità delle autorità di individuare il responsabile alimenta un crescente clima di paura. Ogni nuova segnalazione viene collegata al misterioso aggressore e l’intera città vive con la sensazione che l’uomo possa colpire nuovamente in qualsiasi momento. Quella che inizialmente appare come una grave aggressione isolata si trasforma progressivamente nell’inizio di una delle più inquietanti serie di delitti della storia criminale italiana.

Dalle aggressioni ai primi omicidi

Con il passare delle settimane diventa evidente che le aggressioni non rappresentano episodi isolati. L’autore continua a muoversi nella città seguendo uno schema ricorrente, scegliendo bambine molto piccole che giocano da sole o che, anche solo per pochi istanti, sfuggono al controllo degli adulti. Le descrizioni raccolte dopo ogni episodio presentano alcune costanti, ma anche numerose contraddizioni. C’è chi parla di un uomo sulla quarantina, chi lo ritiene più anziano; alcuni ricordano baffi chiari, altri un volto completamente diverso; cambiano persino il colore degli abiti e del cappello. Queste discrepanze finiscono per rallentare le indagini e impediscono di costruire un identikit realmente affidabile.

Il 4 giugno 1924 la violenza raggiunge un livello completamente diverso. Bianca Carlieri, tre anni, sta giocando nei pressi della propria abitazione nel rione Ponte quando uno sconosciuto riesce ad avvicinarla senza destare sospetti. L’uomo la conduce fino a una zona isolata nei pressi della Basilica di San Paolo, dove la violenta e la strangola. Il corpo della bambina viene rinvenuto il giorno successivo nascosto tra la vegetazione.

L’omicidio segna una svolta decisiva. Fino a quel momento gli investigatori avevano affrontato una serie di aggressioni gravissime, ma ora devono confrontarsi con un assassino che dimostra di essere disposto a uccidere per eliminare le proprie vittime. Numerosi testimoni riferiscono di aver visto una bambina camminare accanto a un uomo alto, magro, ben vestito e con un cappello scuro. Anche in questa occasione, però, le testimonianze non coincidono perfettamente e non consentono di individuare un sospettato.

Pochi giorni dopo l’assassinio di Bianca Carlieri, l’attenzione dell’intero Paese viene improvvisamente assorbita dall’omicidio del deputato Giacomo Matteotti. La crisi politica che segue quel delitto finisce inevitabilmente per oscurare anche la vicenda del cosiddetto Mostro di Roma, almeno sul piano dell’informazione nazionale. Sul territorio romano, tuttavia, la paura non diminuisce. Le famiglie continuano a vivere nell’incertezza e ogni bambino che si allontana da casa diventa motivo di apprensione.

Dopo alcuni mesi di apparente inattività, il killer torna a colpire il 24 novembre 1924. La vittima è Rosina Pelli, quattro anni, che sta giocando insieme alla sorellina nei pressi di Piazza San Pietro. Ancora una volta l’uomo utilizza lo stesso stratagemma, promettendo dolci e convincendo la bambina a seguirlo. Una volta raggiunta una zona appartata, la violenta e la strangola, quindi abbandona il corpo in un prato della Balduina.

Accanto al cadavere gli investigatori trovano un particolare destinato a diventare uno degli elementi più discussi dell’intera inchiesta: un asciugamano bianco sul quale sono ricamate le iniziali R.L.. Al momento del ritrovamento nessuno attribuisce particolare importanza a quelle lettere. Soltanto anni più tardi, quando l’attenzione degli investigatori si concentrerà sul reverendo anglicano Ralph Lyonel Brydges, quel reperto verrà rivalutato come uno dei possibili indizi a suo carico.

La morte di Rosina provoca una reazione senza precedenti. Ai funerali partecipano decine di migliaia di persone e la pressione sull’apparato investigativo aumenta ulteriormente. L’opinione pubblica pretende risultati immediati, mentre i giornali dedicano ampio spazio ai delitti, alimentando un clima di crescente inquietudine.

La primavera successiva il responsabile colpisce ancora. Il 29 maggio 1925 Elsa Berni, sei anni, esce di casa nel rione Borgo per riempire un fiasco d’acqua alla fontanella insieme a una piccola amica. Uno sconosciuto, presentandosi come uno zio della bambina, riesce a convincerla a seguirlo. L’amichetta assiste alla scena e corre immediatamente ad avvertire i familiari.

Le ricerche iniziano quasi subito e coinvolgono numerosi agenti, ma durante la notte della bambina non viene trovata alcuna traccia. Il mattino seguente il corpo viene scoperto sulle sponde del Tevere, nei pressi di Ponte Mazzini. Anche Elsa è stata violentata e strangolata. Attorno al collo porta un fazzoletto bianco sul quale compare una lettera ricamata, un dettaglio che conferma ulteriormente la continuità tra i diversi delitti.

A questo punto il caso assume una dimensione nazionale. Il Ministero dell’Interno impartisce precise disposizioni ai giornali affinché limitino il risalto dato agli omicidi, evitando fotografie e titoli troppo evidenti che possano alimentare il panico o danneggiare l’immagine del regime. Nonostante queste direttive, la popolazione romana comprende perfettamente che un seriale aggressore continua a colpire indisturbato nel cuore della capitale.

La polizia intensifica le indagini, mentre viene istituita una ricompensa di cinquantamila lire per chiunque fornisca informazioni utili all’identificazione del colpevole. La taglia produce però un effetto inatteso. Decine di segnalazioni prive di fondamento e numerose accuse rivolte a persone innocenti finiscono per complicare ulteriormente il lavoro degli investigatori, allontanando invece di avvicinare la soluzione del caso.

L’ultimo omicidio e l’arresto di Gino Girolimoni

Dopo il delitto di Elsa Berni il responsabile sembra modificare temporaneamente la propria strategia. La crescente attenzione delle forze dell’ordine e il numero sempre maggiore di pattuglie presenti nelle strade della capitale rendono più difficile agire senza correre rischi. Per alcuni mesi gli omicidi cessano, ma la serie di aggressioni non si interrompe.

Il 26 agosto 1925 il bersaglio diventa Celeste Tagliaferro, una bambina di appena un anno e mezzo. La piccola sta dormendo nella culla all’interno dell’abitazione di famiglia, situata a pianterreno. L’assalitore, passando davanti alla finestra aperta, si accorge della sua presenza, entra silenziosamente nell’appartamento e riesce a portarla via senza essere notato.

L’uomo conduce la bambina nei pressi dello Scalo Tuscolano, dove tenta di abusare di lei e prova successivamente a strangolarla utilizzando il pannolino. L’arrivo improvviso di un passante interrompe però l’aggressione e costringe il responsabile ad abbandonare la vittima prima di completare l’omicidio. Celeste viene ritrovata ancora in vita e trasportata immediatamente in ospedale.

Anche in questo caso alcuni testimoni riferiscono di aver visto un uomo distinto allontanarsi rapidamente dalla zona. Le descrizioni continuano a presentare caratteristiche comuni, ma nessuna consente di attribuire con certezza un’identità all’aggressore.

Dopo questo episodio il serial killer sembra comprendere di essere sempre più esposto al rischio di essere riconosciuto. Per circa sei mesi non vengono registrati nuovi attacchi, ma il 12 febbraio 1926 la violenza ricompare.

La vittima è Elvira Coletti, sei anni, rapita mentre gioca nei pressi della propria abitazione. Come nelle aggressioni precedenti, la bambina viene condotta sulle rive del Tevere, percossa e sottoposta a violenza sessuale. In questa circostanza, tuttavia, Elvira riesce a sottrarsi al controllo del suo aggressore e a chiedere aiuto prima che l’uomo possa ucciderla.

La testimonianza della bambina rappresenta un’occasione importante per gli investigatori, ma ancora una volta gli elementi raccolti non risultano sufficienti per individuare il responsabile. Il volto dell’uomo resta senza nome e il caso continua a procedere tra piste che si aprono e si chiudono rapidamente.

Trascorre quasi un anno senza nuovi episodi. Questa lunga pausa induce qualcuno a sperare che l’assassino abbia lasciato Roma o abbia cessato di colpire. È un’illusione destinata a svanire il 13 marzo 1927.

L’ultima vittima è Armanda Leonardi, cinque anni. La bambina, curiosamente, era già riuscita a sfuggire allo stesso aggressore alcuni anni prima. Quel giorno la madre la affida al fratello maggiore, raccomandandogli di non perderla mai di vista. Per pochi istanti, però, il ragazzo si distrae e Armanda scompare.

L’assassino la conduce sull’Aventino, dove la violenta e la uccide seguendo lo schema ormai consolidato delle aggressioni precedenti. Il corpo viene ritrovato il giorno successivo in un prato. Ancora una volta la morte avviene per strangolamento mediante un fazzoletto, particolare che conferma la costanza del modus operandi osservato fin dall’inizio della serie.

Con l’omicidio di Armanda Leonardi la pressione sulle autorità raggiunge livelli senza precedenti. Da tre anni il responsabile riesce a colpire senza essere identificato e la popolazione pretende una risposta immediata. La vicenda assume ormai anche una rilevanza politica. Per il regime fascista, che fonda parte della propria legittimazione sull’idea di uno Stato capace di garantire sicurezza e controllo del territorio, la presenza di un serial killer che continua a sfuggire alla cattura rappresenta un grave problema d’immagine.

Le indagini vengono accelerate e gli investigatori ricevono precise indicazioni affinché il caso trovi rapidamente una soluzione. È in questo clima che emerge il nome di Gino Girolimoni, un fotografo quarantenne residente a Roma.

Il 9 maggio 1927 i principali quotidiani annunciano che il presunto responsabile degli omicidi è stato finalmente arrestato. La notizia viene presentata come la conclusione di una lunga caccia all’uomo e l’opinione pubblica accoglie con sollievo quella che sembra essere la fine dell’incubo.

L’accusa nei confronti di Girolimoni si fonda principalmente sulle dichiarazioni di alcuni testimoni che sostengono di averlo visto aggirarsi nei pressi di scuole e giardini pubblici o di averlo notato mentre offriva dolci ad alcune bambine. Tuttavia, già nelle prime fasi dell’inchiesta emergono numerose incongruenze. Le descrizioni raccolte nel corso degli anni differiscono sensibilmente dal suo aspetto fisico, mentre l’età attribuita al misterioso aggressore varia continuamente da una testimonianza all’altra. Anche i dettagli relativi all’abbigliamento, ai baffi e alla corporatura risultano incompatibili tra loro.

Nonostante queste contraddizioni, Girolimoni viene arrestato e rinchiuso nel carcere di Regina Coeli, dove resta per quattro mesi in isolamento. Durante gli interrogatori continua a proclamarsi innocente e non confessa mai alcuno dei delitti. Nel frattempo, però, la stampa lo trasforma rapidamente nel “Mostro di Roma”, consolidando nell’opinione pubblica un’immagine destinata a sopravvivere ben oltre l’esito giudiziario del procedimento.

Proprio mentre il caso sembra ormai chiuso, un funzionario di polizia inizia a rileggere l’intera inchiesta con uno sguardo completamente diverso. Si chiama Giuseppe Dosi e le sue indagini porteranno gli investigatori verso un sospettato destinato a occupare ancora oggi un posto centrale nella storia del Mostro di Roma.

Giuseppe Dosi riapre le indagini e nasce la pista Brydges

Mentre Gino Girolimoni rimane detenuto nel carcere di Regina Coeli e gran parte dell’opinione pubblica considera ormai risolto il caso del Mostro di Roma, all’interno del Ministero dell’Interno emerge una voce fuori dal coro. È quella del commissario Giuseppe Dosi, investigatore noto per il suo rigore metodologico e per la capacità di affrontare le indagini senza lasciarsi condizionare dalle conclusioni già raggiunte dai colleghi.

Dosi decide di esaminare nuovamente l’intero fascicolo. La rilettura delle deposizioni gli fa emergere numerose incongruenze. Le descrizioni dell’uomo visto insieme alle bambine cambiano sensibilmente da un episodio all’altro, ma presentano caratteristiche che, nella maggior parte dei casi, non coincidono con l’aspetto fisico di Girolimoni. Anche gli elementi utilizzati per giustificarne l’arresto appaiono deboli e spesso basati su semplici supposizioni o su riconoscimenti poco affidabili.

Mentre porta avanti questi accertamenti, dalla Questura di Capri arriva una segnalazione destinata a modificare il corso dell’inchiesta. Le autorità dell’isola comunicano infatti l’arresto del reverendo anglicano inglese Ralph Lyonel Brydges, coinvolto in un grave episodio ai danni di una bambina nei giardini del Grand Hotel Quisisana. Considerata la natura del fatto e le analogie con gli episodi verificatisi nella capitale, i funzionari ritengono opportuno informare immediatamente la Questura di Roma.

Per Dosi quella comunicazione rappresenta il primo vero elemento investigativo emerso dopo l’arresto di Girolimoni. Brydges è un cittadino britannico, ha circa settant’anni ma dimostra un’età inferiore, vive in Italia da diversi anni e risiede a Roma proprio durante il periodo in cui vengono commessi tutti i delitti attribuiti al Mostro di Roma.

Approfondendo la sua biografia, il commissario scopre che Ralph Lyonel Brydges nasce nel 1856 a Cheltenham, in Inghilterra. Dopo essere diventato diacono della Chiesa anglicana viene ordinato ministro di culto e svolge il proprio ministero in diverse nazioni. Prima del suo arrivo in Italia presta servizio anche negli Stati Uniti, dove il suo nome compare in più occasioni in procedimenti riguardanti comportamenti ritenuti inappropriati nei confronti di minori. Le accuse non sfociano mai in una condanna definitiva, ma determinano comunque il suo allontanamento dagli incarichi ricoperti.

Le verifiche svolte da Dosi evidenziano inoltre come episodi analoghi siano stati segnalati anche in altri Paesi attraversati dal religioso durante la propria attività pastorale. Pur in assenza di sentenze di condanna, il quadro complessivo convince il commissario che il reverendo meriti un approfondimento molto più accurato di quello fino ad allora effettuato.

Nell’autunno del 1922 Brydges arriva a Roma insieme alla moglie Florence Caroline Jarvis per assumere un incarico presso la comunità anglicana della capitale. I due prendono in affitto un appartamento in via Po e vi rimangono fino alla primavera del 1927. Per Dosi questa coincidenza cronologica assume un’importanza particolare: l’intera serie di aggressioni e omicidi si sviluppa infatti durante il periodo di permanenza del reverendo nella città.

Anche alcuni testimoni iniziano ad assumere un diverso significato. Diverse madri che frequentano la chiesa anglicana di via Romagna riferiscono agli investigatori di avere notato, già da tempo, atteggiamenti giudicati insoliti del religioso nei confronti delle bambine presenti nella comunità. A queste dichiarazioni si aggiunge quella di Cesare Olschki, che ricorda di avere visto un uomo molto somigliante a Brydges aggirarsi nella zona in cui, il giorno successivo, viene rinvenuto il corpo di Armanda Leonardi. Chiamato successivamente a riconoscere Girolimoni, il testimone esclude che si tratti della stessa persona.

Parallelamente vengono rivalutati alcuni reperti raccolti durante le indagini. L’asciugamano rinvenuto accanto al corpo di Rosina Pelli, sul quale sono ricamate le iniziali R.L., viene messo in relazione con il nome del reverendo. Anche i frammenti bruciati di un periodico in lingua inglese, recuperati nei pressi del luogo del ritrovamento di Armanda Leonardi, attirano nuovamente l’attenzione degli investigatori, soprattutto dopo che la cameriera di Brydges conferma come il religioso riceva abitualmente cataloghi e pubblicazioni provenienti dall’Inghilterra.

Presi singolarmente, questi elementi non costituiscono prove decisive. Considerati nel loro insieme, però, delineano una pista investigativa molto più articolata rispetto a quella costruita contro Gino Girolimoni. Convinto di essere ormai vicino al principale sospettato, Giuseppe Dosi decide di procedere con ulteriori accertamenti che culmineranno, pochi mesi dopo, nella perquisizione della cabina occupata da Brydges durante uno dei suoi viaggi via mare.

Gli ultimi sviluppi dell’inchiesta e perché il caso resta irrisolto

Nel febbraio del 1928 Giuseppe Dosi presenta ai magistrati gli elementi raccolti durante la propria attività investigativa. Parallelamente, insieme al giudice Marciano e ad altri funzionari, contribuisce a riesaminare l’impianto accusatorio costruito nei confronti di Gino Girolimoni, mettendone in evidenza le numerose incongruenze.

L’8 marzo 1928 il Tribunale di Roma assolve Girolimoni con formula piena per non aver commesso il fatto. La decisione giudiziaria rappresenta una netta smentita dell’indagine che aveva portato al suo arresto, ma riceve uno spazio estremamente limitato sulla stampa. Se la notizia della cattura era stata accolta con titoli in prima pagina, quella dell’assoluzione viene relegata nelle pagine interne dei quotidiani, senza restituire all’uomo la reputazione perduta.

Nel frattempo Dosi continua a concentrare la propria attenzione su Ralph Lyonel Brydges. Il 13 aprile 1928 il reverendo si trova a bordo di una nave proveniente dal Sudafrica e attraccata nel porto di Genova. Il commissario sale a bordo con l’obiettivo di procedere a una perquisizione e verificare personalmente gli elementi raccolti nei mesi precedenti.

L’ispezione della cabina porta al ritrovamento di diversi oggetti che attirano immediatamente l’attenzione degli investigatori. Tra questi vi è un taccuino contenente annotazioni riferite a luoghi della capitale collegati alle sparizioni o ai ritrovamenti delle vittime. Vengono inoltre sequestrati alcuni fazzoletti di lino bianco, ritenuti molto simili a quelli utilizzati dall’assassino per strangolare diverse bambine.

La perquisizione consente anche di recuperare numerosi ritagli di giornale riguardanti omicidi di minori avvenuti in Paesi diversi, tra cui Svizzera, Germania e Sudafrica. Approfondendo la documentazione, Dosi rileva come Brydges si trovi in quelle stesse aree geografiche in periodi compatibili con alcuni dei fatti riportati dalla stampa. Anche questo elemento viene inserito nel fascicolo investigativo, pur senza poter costituire una prova diretta della sua responsabilità.

Al termine degli accertamenti il reverendo viene accompagnato negli uffici di polizia e sottoposto a un lungo interrogatorio. Successivamente viene disposto il ricovero presso l’ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà per gli accertamenti previsti all’epoca. La perizia conclude che l’uomo possiede caratteristiche compatibili con i reati oggetto dell’indagine, ma tale valutazione, da sola, non è sufficiente a sostenere un’accusa in sede processuale.

La posizione di Brydges si intreccia ben presto con questioni che vanno oltre il piano strettamente investigativo. Il reverendo gode infatti di solidi rapporti con autorevoli esponenti della comunità britannica e della Chiesa anglicana presenti in Italia. Secondo numerose ricostruzioni storiche, anche queste relazioni contribuiscono a rendere particolarmente delicata la gestione del caso da parte delle autorità italiane.

Dopo circa tre mesi di permanenza in stato di detenzione, Brydges viene rimesso in libertà e lascia l’Italia. Il procedimento giudiziario prosegue comunque, ma il 29 ottobre 1929 la Corte d’Appello di Roma dispone il proscioglimento in istruttoria per insufficienza di prove. La decisione chiude definitivamente il procedimento senza individuare un responsabile per la serie di delitti che aveva terrorizzato la capitale.

Da quel momento il Mostro di Roma rimane ufficialmente senza nome. Sul piano giudiziario nessuno viene mai riconosciuto colpevole degli omicidi. Sul piano storico, invece, il dibattito resta aperto. Molti studiosi continuano a ritenere che gli elementi raccolti da Giuseppe Dosi nei confronti di Ralph Lyonel Brydges rappresentino la pista investigativa più solida mai emersa, pur riconoscendo che il materiale disponibile non abbia consentito di raggiungere il livello di prova necessario per una condanna.

La vicenda lascia un’eredità che va oltre la ricerca dell’assassino. Da una parte vi sono le bambine uccise e le loro famiglie, che non ottengono mai una risposta definitiva. Dall’altra vi è Gino Girolimoni, assolto ma incapace di liberarsi dello stigma costruito attorno al suo nome. Dopo il processo perde il proprio lavoro e il patrimonio accumulato, vivendo gli ultimi decenni in condizioni economiche difficili e svolgendo lavori saltuari come riparatore di biciclette e ciabattino nei quartieri popolari di Roma. Muore il 20 novembre 1961 in una condizione di sostanziale anonimato.

Diversa è la sorte di Giuseppe Dosi. L’insistenza con cui mette in discussione l’operato dei colleghi e continua a sostenere l’innocenza di Girolimoni gli procura contrasti con i vertici dell’amministrazione. Negli anni successivi viene allontanato dagli incarichi investigativi, arrestato e internato per un lungo periodo in un manicomio giudiziario. Soltanto dopo la caduta del fascismo viene reintegrato nella Polizia di Stato, arrivando successivamente a ricoprire importanti incarichi fino a collaborare con l’Interpol.

Ancora oggi il Mostro di Roma rappresenta uno dei più complessi casi irrisolti della cronaca nera italiana. La documentazione conservata permette di ricostruire con precisione la successione dei delitti, l’evoluzione delle indagini e gli errori che conducono all’arresto di un innocente. Rimane invece irrisolta la domanda più importante: chi sia stato realmente l’autore della serie di omicidi che tra il 1924 e il 1927 sconvolge la capitale. È proprio l’assenza di una risposta definitiva che continua ad alimentare l’interesse storico e criminologico verso una vicenda destinata a occupare un posto centrale nella storia giudiziaria italiana.

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