Amityville, New York, 13 novembre 1974 – Sei membri della famiglia DeFeo vengono uccisi nella loro abitazione al 112 di Ocean Avenue. Ronald DeFeo Jr., unico sopravvissuto, viene arrestato e successivamente condannato per la strage. Negli anni successivi il caso diventa il punto di origine del mito della casa di Amityville.
La casa di Ocean Avenue e la frattura tra realtà e mito
La casa coloniale in stile olandese al numero 112 di Ocean Avenue, nel cuore di Amityville, a Long Island, appare come una delle tante abitazioni della middle class americana degli anni Settanta. Affacciata su un canale navigabile, dotata di un piccolo molo privato e di un ampio giardino, rappresenta l’immagine di una stabilità economica raggiunta attraverso il lavoro e il benessere familiare. Nulla, osservandola dall’esterno, lascia immaginare che proprio all’interno di quelle stanze si consumi uno dei più gravi casi di omicidio familiare della storia criminale statunitense.
Il nome della cittadina di Amityville entra rapidamente nella cronaca nazionale non a causa di una lunga sequenza di delitti, ma per un singolo evento destinato a segnare profondamente l’immaginario collettivo: l’uccisione contemporanea di sei membri della stessa famiglia. Dal punto di vista giudiziario il caso appare definito in tempi relativamente rapidi, con l’arresto e la successiva condanna di Ronald DeFeo Jr.; sul piano culturale, invece, la vicenda continua a trasformarsi negli anni, fino a sovrapporre il fatto di cronaca a una narrazione completamente diversa.
Questa distinzione rappresenta uno degli aspetti più importanti dell’intero caso. La storia della famiglia DeFeo e quella della presunta casa infestata vengono spesso raccontate come se appartenessero allo stesso piano narrativo, ma in realtà seguono percorsi differenti. La prima riguarda una strage familiare documentata, oggetto di indagini, accertamenti forensi e di un procedimento penale concluso con una condanna definitiva. La seconda nasce successivamente e si sviluppa attraverso libri, testimonianze, produzioni cinematografiche e racconti legati al paranormale, fino a trasformare l’abitazione di Ocean Avenue in uno dei luoghi più celebri della cultura popolare americana.
Per comprendere realmente il caso è quindi necessario separare questi due livelli. Prima della leggenda esiste un fatto storico preciso, con date, persone coinvolte, prove raccolte dagli investigatori e una verità processuale definita. Soltanto ricostruendo gli eventi del 13 novembre 1974 è possibile comprendere come il successivo sviluppo mediatico abbia progressivamente modificato la percezione pubblica della vicenda, spostando l’attenzione dal delitto alla presunta dimensione soprannaturale della casa.
La famiglia DeFeo: composizione e dinamiche interne
Nel 1965 Ronald DeFeo Sr. acquista l’abitazione di Ocean Avenue per circa 100.000 dollari, una cifra considerevole per l’epoca. Nella casa si trasferisce con la moglie Louise Brigante DeFeo e i loro cinque figli: Ronald Jr., soprannominato “Butch”, nato nel 1951; Dawn, nata nel 1956; Allison, nata nel 1962; Mark, nato nel 1963; e John Matthew, il più piccolo della famiglia, nato nel 1965.
All’esterno i DeFeo offrono l’immagine di una famiglia ben inserita nella comunità di Amityville. Ronald Sr. lavora presso la concessionaria automobilistica del suocero e gode di una situazione economica stabile, che consente alla famiglia di mantenere uno stile di vita agiato. La casa di Ocean Avenue rappresenta il simbolo di questo benessere e della volontà di costruire un ambiente familiare apparentemente solido.
Dietro questa immagine, tuttavia, emergono progressivamente tensioni che negli anni assumono un peso sempre maggiore. Diversi testimoni descrivono Ronald DeFeo Sr. come una figura autoritaria, incline a esercitare un forte controllo sui familiari e, secondo numerose testimonianze raccolte durante le indagini e negli anni successivi, protagonista di frequenti episodi di violenza domestica. Sebbene non tutti questi racconti possano essere verificati nella loro interezza, contribuiscono a delineare un contesto familiare caratterizzato da rapporti conflittuali e da un clima di forte pressione all’interno dell’abitazione.
Il rapporto più difficile è quello tra Ronald Sr. e il primogenito Ronald DeFeo Jr. Fin dall’adolescenza, Butch manifesta comportamenti impulsivi, aggressivi e autodistruttivi. Il conflitto con il padre riguarda sia il carattere dei due uomini sia la gestione del denaro e dell’attività di famiglia. Gli scontri diventano frequenti e vengono notati anche da persone esterne al nucleo familiare.
Negli anni immediatamente precedenti alla strage, Ronald DeFeo Jr. entra ripetutamente in contatto con le forze dell’ordine. Nel 1973 viene arrestato per il furto di un motore fuoribordo e l’anno successivo viene denunciato per possesso di sostanze stupefacenti. Parallelamente sviluppa una crescente dipendenza da alcol e droghe, accompagnata da una gestione sempre più problematica del denaro. In più occasioni sottrae somme di denaro all’azienda di famiglia, alimentando ulteriormente il deterioramento dei rapporti con il padre.
Le tensioni all’interno della casa non passano inosservate. La polizia locale conosce i continui contrasti tra padre e figlio e interviene in alcune circostanze per sedare discussioni particolarmente accese. Pur non esistendo elementi che facciano prevedere una tragedia di quelle proporzioni, il quadro che emerge dalle testimonianze descrive una famiglia attraversata da conflitti profondi e ormai consolidati, destinati a costituire uno degli elementi centrali nella successiva ricostruzione investigativa del massacro.
La giornata del 13 novembre 1974
La mattina del 13 novembre 1974 Ronald DeFeo Jr. è già al centro di una situazione destinata ad aggravare ulteriormente il rapporto con il padre. Quel giorno racconta di essere stato vittima di una rapina mentre si reca in banca per depositare 17.900 dollari appartenenti all’azienda di famiglia. Gli investigatori accertano rapidamente che il racconto non corrisponde alla realtà. La rapina non è mai avvenuta e il denaro è stato sottratto dallo stesso DeFeo senza autorizzazione, in quello che appare come l’ennesimo episodio di appropriazione indebita ai danni dell’attività familiare.
L’episodio rappresenta soltanto l’ultimo di una serie di comportamenti che, negli anni precedenti, hanno progressivamente incrinato il rapporto con Ronald DeFeo Sr. Le continue richieste di denaro, i problemi legati all’abuso di sostanze e le tensioni generate dalla gestione dell’azienda contribuiscono a creare un clima di conflitto ormai radicato. Pur non essendo possibile individuare un singolo evento come causa diretta della strage, gli investigatori considerano questo contesto uno degli elementi fondamentali per comprendere l’evoluzione dei fatti.
Terminata la giornata lavorativa, Ronald DeFeo Jr. trascorre diverse ore in un locale abitualmente frequentato, l’Henry’s Bar, dove incontra amici e conoscenti. La sua presenza nel pub viene confermata da numerosi testimoni, che lo descrivono come apparentemente tranquillo e impegnato nelle normali conversazioni della serata. Nulla, almeno secondo le testimonianze raccolte, lascia intuire quanto stia per accadere.
Nel tardo pomeriggio DeFeo si accorge di non avere con sé le chiavi di casa. Saluta le persone presenti nel locale e si dirige verso l’abitazione di Ocean Avenue, conosciuta in famiglia con il nome di “High Hopes”. Pochi minuti dopo, intorno alle 18:30, torna improvvisamente al pub in evidente stato di agitazione. Racconta di essere entrato nell’abitazione passando attraverso una finestra e di aver trovato i genitori e i fratelli assassinati. Le sue richieste di aiuto attirano immediatamente l’attenzione dei presenti, che contattano le forze dell’ordine.
In questa fase Ronald DeFeo Jr. appare agli occhi dei presenti come l’unico superstite di un massacro appena scoperto. Ancora nessuno immagina che, nel giro di poche ore, proprio lui diventerà il principale sospettato dell’intera vicenda.
Il ritrovamento dei corpi
Poco dopo le 19:00 gli agenti della polizia della Contea di Suffolk entrano nell’abitazione insieme a Ronald DeFeo Jr. La scena che si presenta ai loro occhi è di estrema gravità. All’interno della casa vengono trovati i corpi di Ronald DeFeo Sr., Louise DeFeo e dei quattro figli Dawn, Allison, Mark e John Matthew. Tutti sono morti per ferite d’arma da fuoco.
Le vittime vengono rinvenute nei rispettivi letti, adagiate in posizione prona. Ronald e Louise presentano due ferite da arma da fuoco ciascuno, mentre i quattro figli sono stati colpiti una sola volta. L’arma utilizzata è un fucile Marlin modello 336C calibro .35, appartenente alla stessa famiglia DeFeo.
La disposizione dei corpi colpisce immediatamente gli investigatori. Nessuna delle vittime mostra segni evidenti di colluttazione o di un tentativo di fuga. Gli ambienti della casa risultano relativamente ordinati e non emergono elementi compatibili con una reazione violenta da parte delle persone presenti nell’abitazione. Anche gli effetti personali e gli arredi non presentano alterazioni tali da suggerire una lotta precedente agli omicidi.
L’esame autoptico permette di stabilire che i decessi avvengono nelle prime ore del mattino del 13 novembre, indicativamente intorno alle 3:15. Questo dato assume un’importanza decisiva nelle successive indagini, perché entra rapidamente in contrasto con le prime ricostruzioni fornite da Ronald DeFeo Jr. e consente agli investigatori di definire con maggiore precisione la cronologia degli eventi.
Nei giorni successivi il fucile utilizzato per il massacro viene recuperato in un canale d’acqua non lontano dall’abitazione, insieme ad alcuni indumenti riconducibili a Ronald DeFeo Jr. Il ritrovamento rappresenta uno dei principali elementi materiali destinati a rafforzare il quadro probatorio costruito dall’accusa nel corso dell’indagine.
L’assenza di segni di effrazione, la conoscenza dell’abitazione da parte dell’autore e il ritrovamento dell’arma restringono progressivamente il campo delle ipotesi investigative, orientando sempre più l’attenzione verso l’unico membro della famiglia rimasto in vita. Tuttavia, accanto a questi elementi, la scena del crimine continua a presentare caratteristiche difficili da spiegare e destinate ad alimentare interrogativi anche dopo la conclusione del processo.
Le anomalie della scena del crimine
Fin dalle prime ore successive al ritrovamento dei corpi, gli investigatori si trovano di fronte a una scena che presenta numerosi elementi difficili da ricondurre a una dinamica lineare. Sebbene le prove raccolte conducano progressivamente verso Ronald DeFeo Jr., diversi aspetti della strage continuano a suscitare interrogativi e, ancora oggi, rappresentano uno dei motivi per cui il caso viene frequentemente analizzato in ambito criminologico.
Il primo elemento riguarda l’assenza di segni di effrazione. Porte e finestre risultano integre e non emergono tracce che facciano pensare a un ingresso forzato nell’abitazione. Questo particolare porta gli investigatori a ritenere che l’autore abbia avuto libero accesso alla casa oppure che fosse già presente al suo interno al momento degli omicidi. La circostanza restringe sensibilmente il numero dei possibili responsabili e rafforza fin dall’inizio l’attenzione nei confronti del primogenito della famiglia.
A colpire gli investigatori è soprattutto la posizione delle vittime. Tutti i componenti della famiglia vengono trovati nei rispettivi letti, distesi a pancia in giù. Una disposizione tanto uniforme appare insolita. In una situazione di aggressione improvvisa ci si aspetterebbe infatti reazioni differenti: tentativi di alzarsi, movimenti di difesa o, quantomeno, posizioni diverse dei corpi. Nulla di tutto questo emerge dalla scena del crimine.
L’analisi medico-legale esclude inoltre la presenza di sedativi o altre sostanze in grado di aver provocato un sonno artificiale. Le vittime non risultano narcotizzate prima degli omicidi. Questo dato elimina una delle spiegazioni inizialmente ipotizzate e rende ancora più difficile comprendere come sia stato possibile colpire sei persone in successione senza provocare una reazione evidente da parte degli altri membri della famiglia.
Un ulteriore elemento di discussione riguarda il rumore prodotto dall’arma utilizzata. Il Marlin modello 336C calibro .35 è un fucile a leva privo di silenziatore. Ogni colpo genera un’esplosione sonora particolarmente intensa, soprattutto all’interno di un’abitazione. Secondo una ricostruzione intuitiva, gli spari avrebbero dovuto svegliare gli altri occupanti della casa, inducendoli a fuggire o quantomeno a tentare di capire cosa stesse accadendo. Eppure la disposizione dei corpi e l’assenza di segni di fuga sembrano raccontare una realtà differente.
Anche le testimonianze raccolte nel vicinato contribuiscono ad alimentare i dubbi. Nessuno riferisce di aver udito una successione di colpi di fucile nelle prime ore del mattino. Alcuni residenti dichiarano esclusivamente di aver sentito l’abbaiare del cane della famiglia DeFeo, senza attribuire particolare importanza al rumore. La circostanza non costituisce una prova decisiva, ma rappresenta uno degli aspetti che continuano a essere discussi dagli studiosi del caso.
Nel corso degli anni vengono formulate diverse ipotesi per spiegare queste anomalie. Alcuni osservatori suggeriscono che il forte rumore del fucile possa essere stato attenuato dalla struttura dell’abitazione, dall’orario notturno e dalle finestre chiuse. Altri ritengono che le vittime possano non aver avuto il tempo materiale di comprendere l’origine degli spari prima di essere colpite. Nessuna di queste spiegazioni, tuttavia, riesce a chiarire completamente perché tutti i membri della famiglia vengano trovati in condizioni così simili.
Un ulteriore punto di discussione riguarda la possibilità della presenza di più autori. Nelle prime fasi dell’indagine gli investigatori prendono seriamente in considerazione questa eventualità. L’idea che una sola persona possa aver ucciso sei individui con un fucile a ripetizione manuale, senza incontrare una resistenza significativa, appare inizialmente poco convincente. Le verifiche svolte sulla scena del crimine, l’analisi delle tracce e gli accertamenti successivi non consentono però di individuare prove concrete dell’intervento di complici.
La ricostruzione ufficiale resta quindi quella di un unico responsabile. Ciò non significa che tutti gli interrogativi trovino una risposta definitiva. Le anomalie della scena del crimine non mettono in discussione la responsabilità penale di Ronald DeFeo Jr., accertata nel processo, ma mostrano come la ricostruzione materiale di un delitto possa conservare margini di incertezza anche quando l’identità dell’autore è stata stabilita in sede giudiziaria. È proprio questa distinzione tra responsabilità processuale e completa comprensione della dinamica che continua a rendere la strage di Amityville uno dei casi più studiati della criminologia contemporanea.
Le prime ipotesi investigative
Di fronte a una scena tanto complessa, gli investigatori evitano inizialmente di concentrarsi su un unico sospettato. Nelle prime ore successive al ritrovamento dei corpi vengono valutate diverse piste, comprese quelle riconducibili a un possibile regolamento di conti, a un’aggressione proveniente dall’esterno o al coinvolgimento di più persone.
L’assenza di effrazione sembra tuttavia restringere rapidamente il campo delle possibilità. Parallelamente, anche il comportamento di Ronald DeFeo Jr. comincia ad attirare l’attenzione degli investigatori. Pur apparendo sconvolto davanti ai presenti nel pub e agli agenti intervenuti sulla scena, alcuni aspetti del suo racconto risultano poco coerenti già durante i primi colloqui.
Le sue dichiarazioni presentano infatti incongruenze temporali e cambiamenti significativi nel giro di poche ore. Alcuni dettagli vengono modificati, altri omessi, mentre la cronologia degli eventi non coincide con gli elementi raccolti sulla scena del crimine e con le prime valutazioni medico-legali. È proprio questo progressivo contrasto tra le sue affermazioni e le evidenze investigative a determinare un cambiamento nell’orientamento delle indagini.
Nel volgere di poche ore Ronald DeFeo Jr. passa così dalla posizione di unico superstite della strage a quella di principale sospettato dell’omicidio della propria famiglia. Da questo momento il lavoro degli investigatori si concentra sulla verifica sistematica delle sue dichiarazioni, un percorso che porterà rapidamente alla demolizione delle versioni fornite e, infine, alla confessione.
Le versioni di Ronald DeFeo Jr. e la costruzione della colpa
Dopo il ritrovamento dei corpi, Ronald DeFeo Jr. viene accompagnato presso il quartier generale della polizia della Contea di Suffolk per essere ascoltato dagli investigatori. Nelle prime ore successive alla strage mantiene il ruolo di testimone e di unico superstite, ma la sua ricostruzione dei fatti inizia rapidamente a mostrare numerose incongruenze.
In un primo momento racconta di aver trascorso la giornata al lavoro e di essersi recato nel tardo pomeriggio all’Henry’s Bar. Secondo questa versione, rientrando a casa avrebbe scoperto il massacro della propria famiglia dopo essere entrato nell’abitazione attraverso una finestra, non avendo con sé le chiavi. Agli investigatori dichiara di non avere idea di chi possa aver commesso gli omicidi.
Quando gli viene chiesto se sospetti di qualcuno, indica un nome preciso: Louis Falini, conosciuto anche come Luigi Falini, personaggio con precedenti penali che DeFeo descrive come un sicario legato alla criminalità organizzata. Secondo questa prima ricostruzione, Falini avrebbe avuto un ruolo diretto nella strage, pur senza che Ronald DeFeo Jr. fosse in grado di spiegare con precisione il movente o le modalità dell’azione.
Gli investigatori verificano immediatamente questa pista. Gli accertamenti, tuttavia, non producono alcun elemento in grado di collocare Falini sulla scena del crimine o di collegarlo materialmente agli omicidi. Parallelamente, gli esami autoptici e le analisi forensi consentono di stabilire che le vittime muoiono nelle prime ore del mattino del 13 novembre, diverse ore prima del momento in cui DeFeo sostiene di aver scoperto i corpi. Questo dato incrina in maniera significativa la credibilità del suo racconto.
Messo di fronte alle contraddizioni emerse nel corso delle indagini, Ronald DeFeo Jr. modifica nuovamente la propria versione. Afferma questa volta che Louis Falini si presenta nella casa insieme a un complice, lo minaccia con una pistola e lo costringe ad assistere impotente all’uccisione dei suoi familiari. Anche questa ricostruzione viene sottoposta a verifica, ma nessun elemento raccolto sulla scena del crimine conferma la presenza di altre persone all’interno dell’abitazione. Non vengono individuate impronte, tracce biologiche o riscontri investigativi compatibili con questa ipotesi.
Con il progressivo crollo delle versioni fornite dall’unico superstite, gli investigatori concentrano definitivamente l’attenzione su Ronald DeFeo Jr. Gli elementi raccolti fino a quel momento — la falsa rapina denunciata poche ore prima, le continue contraddizioni negli interrogatori, il ritrovamento dell’arma e degli indumenti utilizzati durante il delitto e l’assenza di prove a sostegno delle accuse rivolte contro terzi — delineano un quadro accusatorio sempre più consistente.
Di fronte alle contestazioni degli investigatori, DeFeo finisce per confessare gli omicidi. Nel corso dell’interrogatorio pronuncia una frase destinata a diventare una delle più note dell’intero caso: «Una volta che ho iniziato, non riuscivo proprio a fermarmi. È andato tutto così in fretta.» La confessione rappresenta una svolta decisiva nell’indagine, pur lasciando irrisolti numerosi interrogativi sulla dinamica complessiva della strage e, soprattutto, sul motivo che lo avrebbe spinto a sterminare l’intera famiglia.
Come accadrà anche negli anni successivi, la confessione non pone fine alle incertezze. Ronald DeFeo Jr. continuerà infatti a modificare più volte la propria versione dei fatti, avanzando ricostruzioni differenti e, in alcuni casi, attribuendo un ruolo diretto ad altri membri della famiglia o a presunti complici. Nessuna di queste dichiarazioni troverà però riscontri oggettivi tali da modificare l’impianto accusatorio costruito durante le indagini del 1974.
Il problema del movente e le ipotesi investigative
Se l’identificazione dell’autore della strage viene raggiunta in tempi relativamente brevi, molto più complessa si rivela l’individuazione di un movente capace di spiegare un delitto di tali proporzioni. Né la confessione né le successive dichiarazioni di Ronald DeFeo Jr. forniscono infatti una motivazione univoca, lasciando agli investigatori il compito di ricostruire il contesto nel quale maturano gli omicidi.
Uno degli elementi maggiormente presi in considerazione riguarda il deterioramento dei rapporti familiari. Le testimonianze raccolte descrivono un rapporto profondamente conflittuale tra Ronald DeFeo Sr. e il figlio maggiore, caratterizzato da frequenti discussioni, accuse reciproche e da una crescente incapacità di convivere all’interno dello stesso nucleo familiare. A questo si aggiungono le difficoltà personali di Ronald Jr., il consumo abituale di alcol e sostanze stupefacenti e una gestione sempre più problematica del denaro.
La sottrazione dei 17.900 dollari dall’azienda di famiglia, seguita dalla falsa denuncia di rapina presentata poche ore prima della strage, rappresenta uno degli episodi più significativi di questa escalation. Per gli investigatori non costituisce soltanto un reato autonomo, ma anche l’indicatore di una situazione ormai fuori controllo, nella quale i conflitti economici si intrecciano con quelli personali.
Nel corso degli anni vengono formulate anche altre ipotesi. Alcuni osservatori suggeriscono che il possibile movente economico possa essere collegato alla prospettiva di un’eredità familiare, mentre altri attribuiscono maggiore peso alle continue tensioni domestiche e alla personalità di Ronald DeFeo Jr. Nessuna di queste spiegazioni, tuttavia, riesce a chiarire completamente perché l’aggressione coinvolga tutti i membri della famiglia, compresi i fratelli più piccoli, che non sembrano avere alcun ruolo nei conflitti tra padre e figlio.
L’assenza di un movente pienamente definito rappresenta una delle caratteristiche più insolite del caso. A differenza di molte altre stragi familiari, nelle quali emerge un evento scatenante facilmente individuabile, nel caso DeFeo la ricostruzione resta frammentata e si fonda sull’interazione di più fattori piuttosto che su una singola causa.
Per questo motivo, ancora oggi, la criminologia tende a interpretare la strage come il risultato di un insieme di elementi personali, familiari e comportamentali maturati nel tempo, più che come la conseguenza di un episodio isolato. La condanna di Ronald DeFeo Jr. definisce la responsabilità penale del massacro, ma non riesce a eliminare completamente le domande sulle motivazioni profonde che conducono all’uccisione simultanea di sei componenti della stessa famiglia.
Il processo a Ronald DeFeo Jr.
Il procedimento penale nei confronti di Ronald DeFeo Jr. si apre nel settembre del 1975 presso la Corte della Contea di Suffolk. A quel punto la responsabilità dell’imputato appare sostenuta da un insieme di elementi che comprende la confessione, le prove raccolte sulla scena del crimine e le numerose contraddizioni emerse durante gli interrogatori. La strategia della difesa non punta quindi a contestare l’identificazione dell’autore materiale della strage, ma a dimostrare che DeFeo non sia penalmente responsabile delle proprie azioni a causa di un grave disturbo mentale.
L’avvocato William Weber costruisce la linea difensiva attorno alla tesi dell’infermità mentale. Secondo questa impostazione, Ronald DeFeo Jr. avrebbe agito in uno stato di alterazione psichica tale da impedirgli di comprendere pienamente il significato delle proprie azioni o di controllare il proprio comportamento. Nel corso del processo, lo stesso imputato dichiara di aver udito delle voci che gli avrebbero ordinato di uccidere i familiari, sostenendo di aver agito sotto una sorta di impulso incontrollabile.
A sostegno della difesa interviene uno psichiatra che descrive DeFeo come un soggetto affetto da un disturbo dissociativo. Secondo questa valutazione, durante la strage l’imputato avrebbe vissuto gli eventi come se fosse separato dalle proprie azioni, osservandole dall’esterno senza una reale capacità di autodeterminazione. La difesa cerca così di dimostrare che il giovane non possieda, al momento dei fatti, quella piena consapevolezza richiesta per affermarne la responsabilità penale.
L’accusa propone una lettura profondamente diversa. Gli esperti chiamati dal pubblico ministero riconoscono la presenza di problematiche comportamentali e di una personalità complessa, ma escludono che tali condizioni possano configurare un’infermità mentale capace di eliminare la capacità di intendere e di volere. Secondo la perizia dell’accusa, Ronald DeFeo Jr. presenta caratteristiche compatibili con un disturbo antisociale di personalità, condizione che può influenzare il comportamento ma che non impedisce di comprendere la natura delle proprie azioni né le loro conseguenze.
Nel corso del dibattimento vengono analizzate anche le modalità con cui DeFeo cerca di depistare le indagini immediatamente dopo il delitto. La falsa denuncia della rapina, le accuse rivolte a Louis Falini e le ripetute modifiche della propria versione dei fatti vengono interpretate dall’accusa come comportamenti incompatibili con uno stato di totale incapacità mentale. Secondo i pubblici ministeri, questi tentativi dimostrano piuttosto la volontà di allontanare da sé i sospetti e di costruire spiegazioni alternative agli omicidi.
La giuria accoglie questa impostazione. Dopo aver esaminato le testimonianze, le perizie psichiatriche e il materiale investigativo raccolto durante l’indagine, respinge la richiesta di riconoscere l’infermità mentale e dichiara Ronald DeFeo Jr. colpevole di sei capi d’imputazione per omicidio di secondo grado.
Il 21 novembre 1975 il giudice Thomas Stark pronuncia la sentenza. Ronald DeFeo Jr. viene condannato a sei pene dell’ergastolo da scontare consecutivamente, una per ciascuna vittima della strage. La pena esclude la possibilità di una rapida liberazione e sancisce definitivamente la responsabilità penale dell’imputato per il massacro della propria famiglia.
Dal punto di vista giudiziario, il procedimento definisce con chiarezza l’autore della strage, ma non riesce a chiarire completamente la dinamica psicologica che conduce agli omicidi. Il processo risolve il problema della responsabilità penale, mentre molte delle domande relative al movente e alle anomalie della scena del crimine continuano ad alimentare il dibattito tra studiosi, criminologi e appassionati di cronaca nera.
Dopo il processo: la nascita del mito di Amityville
Con la condanna di Ronald DeFeo Jr. il procedimento giudiziario può considerarsi concluso. Dal punto di vista della cronaca nera, la vicenda sembra destinata a entrare negli archivi come una delle più gravi stragi familiari della storia degli Stati Uniti. Accade invece qualcosa di insolito: mentre il caso esce progressivamente dalle aule di tribunale, la casa di Ocean Avenue inizia una seconda vita, completamente diversa dalla prima.
Nel dicembre del 1975, poco più di un anno dopo gli omicidi, l’abitazione viene acquistata da George e Kathleen Lutz. La coppia si trasferisce nella casa insieme ai figli, attratta anche dal prezzo particolarmente conveniente dell’immobile, sensibilmente ridotto proprio a causa della notorietà della strage.
La permanenza dei Lutz dura soltanto ventotto giorni. Alla fine di gennaio del 1976 la famiglia lascia improvvisamente l’abitazione, sostenendo di aver vissuto una serie di fenomeni inspiegabili che rendono impossibile continuare a vivere nella casa. Le dichiarazioni dei nuovi proprietari ricevono rapidamente una vasta attenzione mediatica e trasformano il luogo del delitto in un caso che supera i confini della cronaca giudiziaria.
Negli anni successivi il racconto dei Lutz viene raccolto e rielaborato nel libro The Amityville Horror, pubblicato nel 1977 da Jay Anson. Il volume ottiene un enorme successo editoriale e contribuisce in maniera decisiva alla diffusione dell’idea che la casa sia infestata da presenze maligne. L’interesse del pubblico porta rapidamente alla realizzazione di adattamenti cinematografici, seguiti da numerosi sequel, remake e opere ispirate alla vicenda.
È proprio in questa fase che il massacro della famiglia DeFeo smette progressivamente di rappresentare il centro della narrazione. Nell’immaginario collettivo, il nome “Amityville” finisce per evocare soprattutto la presunta casa infestata, mentre la strage del 13 novembre 1974 diventa il semplice antefatto di una storia sempre più orientata verso il soprannaturale.
Questo cambiamento modifica profondamente la percezione pubblica del caso. La vicenda giudiziaria, costruita su prove materiali, testimonianze e accertamenti forensi, viene progressivamente oscurata da un racconto che appartiene a un ambito completamente diverso. Da quel momento convivono due storie parallele: quella documentata dagli atti processuali e quella sviluppata attraverso libri, programmi televisivi e produzioni cinematografiche.
Proprio questa sovrapposizione tra realtà giudiziaria e costruzione narrativa rende il caso DeFeo un esempio particolarmente significativo di come un fatto di cronaca possa trasformarsi, nel tempo, in un fenomeno culturale capace di assumere una dimensione autonoma rispetto agli eventi realmente accertati.
I Warren e la costruzione paranormale del caso DeFeo
Nel processo di trasformazione della strage della famiglia DeFeo in un fenomeno culturale di portata internazionale, un ruolo significativo è assunto da Ed Warren e Lorraine Warren,
investigatori del paranormale già noti negli Stati Uniti per le loro attività legate a presunti casi di infestazioni e possessioni. Il loro coinvolgimento, tuttavia, non coincide con gli eventi del 13 novembre 1974 né con il procedimento giudiziario nei confronti di Ronald DeFeo Jr., ma interviene soltanto in una fase successiva, quando la vicenda ha già iniziato ad assumere una forte rilevanza mediatica.
I Warren visitano la casa di Ocean Avenue dopo il trasferimento della famiglia Lutz e concentrano la propria attenzione esclusivamente sui presunti fenomeni soprannaturali denunciati dai nuovi proprietari. La loro attività non riguarda mai la ricostruzione della strage né mette in discussione le conclusioni raggiunte dalle indagini della polizia della Contea di Suffolk. Nessun elemento raccolto durante il processo a Ronald DeFeo Jr. viene infatti collegato, dagli investigatori ufficiali, a fenomeni di natura paranormale.
Secondo la ricostruzione proposta dai Warren, l’abitazione sarebbe stata teatro di manifestazioni inspiegabili già prima dell’arrivo dei Lutz e la presenza di entità maligne avrebbe influenzato gli eventi verificatisi all’interno della casa. In alcune dichiarazioni successive, questa interpretazione arriva a suggerire che anche Ronald DeFeo Jr. possa essere stato in qualche modo condizionato da forze esterne nel momento in cui compie la strage.
Questa ipotesi, tuttavia, non trova alcun riscontro nella documentazione investigativa né negli atti processuali. Durante l’inchiesta del 1974 non vengono raccolti elementi che inducano gli investigatori a prendere in considerazione spiegazioni diverse da quelle riconducibili all’azione umana. Le perizie medico-legali, gli esami balistici, le testimonianze e le prove materiali vengono analizzati esclusivamente secondo criteri investigativi e forensi, senza che emerga alcun elemento riconducibile al soprannaturale.
È proprio questo aspetto a segnare la netta separazione tra la cronaca e il successivo sviluppo mediatico del caso. I Warren non svolgono alcun ruolo ufficiale nelle indagini, non vengono nominati consulenti dell’autorità giudiziaria e le loro conclusioni non assumono alcun valore probatorio. Il loro intervento appartiene interamente a un contesto divulgativo e mediatico, destinato a esercitare un’enorme influenza sull’immaginario collettivo ma privo di effetti sulla ricostruzione giudiziaria dei fatti.
Con il passare degli anni, la narrazione paranormale finisce però per occupare uno spazio sempre maggiore. Libri, documentari, trasmissioni televisive e numerosi film dedicano un’attenzione crescente ai presunti fenomeni inspiegabili verificatisi nella casa, relegando la strage della famiglia DeFeo al ruolo di semplice antefatto. In questo modo il centro della narrazione si sposta progressivamente dal delitto reale alla leggenda costruita intorno all’abitazione.
Dal punto di vista della criminologia, questa evoluzione rappresenta un caso particolarmente interessante. Raramente un procedimento penale definito da una condanna definitiva viene progressivamente oscurato da un racconto che segue logiche completamente differenti. Nel caso di Amityville, il mito non nasce dall’indagine né dalle prove raccolte dagli investigatori, ma si sviluppa successivamente, alimentato dal successo editoriale e cinematografico che accompagna la storia della casa.
Negli anni successivi l’abitazione cambia più volte proprietario. Per limitare il continuo afflusso di curiosi e appassionati del paranormale, uno dei proprietari ottiene persino la modifica del numero civico, che passa dal 112 al 108 di Ocean Avenue. Nonostante il cambiamento, la casa continua a essere identificata nell’immaginario collettivo come la “casa di Amityville”, dimostrando quanto la dimensione simbolica abbia ormai superato quella strettamente storica.
La ricostruzione giudiziaria, tuttavia, non subisce alcuna modifica. Ronald DeFeo Jr. rimane l’unico autore riconosciuto della strage e nessuna delle ipotesi paranormali avanzate nel corso degli anni produce conseguenze sul piano investigativo o processuale. Il contributo dei Warren segna quindi il momento in cui il caso abbandona definitivamente il solo ambito della cronaca nera per entrare in quello della cultura popolare, dove realtà documentata e costruzione narrativa finiscono spesso per sovrapporsi.
La detenzione e la morte di Ronald DeFeo Jr.
Dopo la condanna Ronald DeFeo Jr. viene trasferito nel sistema penitenziario dello Stato di New York, dove trascorre il resto della propria vita in carcere. Nel corso della detenzione presenta numerosi ricorsi e richieste di revisione della pena, tutte respinte dalle autorità giudiziarie. Parallelamente continua a rilasciare dichiarazioni spesso contrastanti, modificando più volte la propria ricostruzione degli eventi.
Nel corso degli anni DeFeo torna infatti a sostenere, in diverse interviste e dichiarazioni, che altre persone abbiano partecipato alla strage. In alcune versioni attribuisce un ruolo attivo alla sorella Dawn, in altre parla della presenza di complici mai identificati. Nessuna di queste ricostruzioni trova però conferma negli elementi raccolti durante le indagini né produce nuovi sviluppi processuali. Le verifiche effettuate dalle autorità non evidenziano prove tali da mettere in discussione la sentenza pronunciata nel 1975.
Il 12 marzo 2021 Ronald DeFeo Jr. muore all’età di sessantanove anni presso l’Albany Medical Center, dove viene trasferito dal Sullivan Correctional Facility per motivi di salute. Con la sua morte si chiude definitivamente la possibilità di ottenere ulteriori chiarimenti direttamente dall’unico autore condannato per la strage.
Il caso DeFeo, tuttavia, continua a rappresentare uno dei riferimenti più significativi nella storia della cronaca nera statunitense. La sua importanza non deriva soltanto dalla gravità del delitto, ma anche dalla singolare evoluzione che la vicenda assume nel corso dei decenni. Da un lato rimane una strage familiare ricostruita attraverso prove, indagini e un procedimento giudiziario concluso con una condanna definitiva; dall’altro diventa il punto di partenza di uno dei più celebri miti contemporanei legati al paranormale.
Questa duplice dimensione rende il caso un esempio particolarmente interessante anche dal punto di vista dell’analisi criminologica. La vicenda dimostra infatti come un fatto storicamente documentato possa essere progressivamente reinterpretato dalla cultura popolare fino a modificare la percezione collettiva degli eventi. Con il passare del tempo, il nome “Amityville” finisce così per evocare, nell’immaginario comune, soprattutto la leggenda della casa infestata, mentre la storia della famiglia DeFeo rischia di rimanere sullo sfondo.
Separare questi due livelli significa restituire centralità ai fatti accertati. Al di là delle narrazioni sviluppatesi negli anni successivi, il caso resta quello di una strage familiare avvenuta il 13 novembre 1974, ricostruita attraverso un’indagine complessa e conclusa con una precisa attribuzione di responsabilità penale. È questa la vicenda documentata che continua a essere studiata da storici della criminalità, criminologi e investigatori, distinguendosi dalla leggenda che, nel tempo, ha trasformato una casa di Long Island in uno dei luoghi simbolo dell’immaginario horror mondiale.