Alleghe, Italia, 1933–1946 – In un paese di montagna apparentemente estraneo al conflitto e alla violenza, una serie di morti viene classificata come suicidi e rapine isolate. Solo anni dopo emerge un quadro unitario, segnato da omertà, paura e responsabilità familiari.
Un paese chiuso tra le montagne
Alleghe è un piccolo centro incastonato nelle Dolomiti, raccolto intorno al lago che ne riflette le case e le stagioni. Negli anni Trenta e Quaranta del Novecento il paese vive una dimensione quasi autosufficiente, scandita dal turismo stagionale, dai rapporti familiari e da una rete di conoscenze in cui tutti sanno tutto di tutti. In un contesto simile, la reputazione conta più della verità, e ciò che disturba l’equilibrio tende a essere assorbito, normalizzato, sepolto.
È in questo scenario che, tra il 1933 e il 1946, si collocano una serie di morti che, per oltre vent’anni, vengono lette come episodi scollegati: due suicidi femminili all’interno di una stessa famiglia e un duplice omicidio a scopo di rapina. Solo molto tempo dopo, Alleghe diventa il nome di uno dei più noti casi italiani di rimozione collettiva e di giustizia ritardata.
La prima morte: Emma De Ventura
La mattina del 9 maggio 1933, all’interno dell’Albergo Centrale di Alleghe, di proprietà della famiglia Da Tos, viene trovato il corpo senza vita di Emma De Ventura, una giovane cameriera. A dare l’allarme è Adelina Da Tos, figlia dei proprietari, che esce dall’albergo urlando che la ragazza si è suicidata ed è riversa in una pozza di sangue nella stanza numero sei.
La versione dei fatti si consolida rapidamente. I datori di lavoro, il parroco del paese e il medico condotto sostengono che Emma si sia tolta la vita. Le voci che circolano ad Alleghe parlano di una delusione sentimentale. Il suicidio diventa l’unica spiegazione ufficiale.
Eppure, fin dall’inizio, emergono elementi difficilmente conciliabili con quella ricostruzione. Secondo quanto viene riferito da chi vede Emma poche ore prima della morte, la giovane non appare né depressa né sconvolta. La modalità del presunto suicidio solleva perplessità: la ragazza avrebbe ingerito tintura di iodio e, successivamente, si sarebbe tagliata la gola con un rasoio.
La bottiglietta della tintura di iodio viene però ritrovata chiusa e sistemata su un ripiano. Il rasoio giace sul comodino, distante dal corpo. Dettagli che, in un contesto diverso, avrebbero imposto verifiche più approfondite. Ad Alleghe, invece, non incidono sull’esito dell’accertamento.
Per le autorità, Emma De Ventura si è suicidata. Il caso viene archiviato senza ulteriori accertamenti. Alleghe riprende la propria vita.
Il matrimonio e la seconda morte
Pochi mesi dopo, all’interno della stessa famiglia, si celebra un matrimonio destinato a diventare un nuovo punto cieco. Aldo Da Tos, figlio dei proprietari dell’Albergo Centrale, sposa Caterina Finazzer, appartenente a una famiglia benestante della zona.
Il matrimonio avviene nonostante le esitazioni evidenti della giovane sposa. Le dinamiche familiari, i silenzi e le tensioni non vengono mai esplicitati, ma emergono nei comportamenti successivi. Il viaggio di nozze, che prevede tappe a Roma e Venezia, si interrompe improvvisamente proprio nella Laguna veneta. I due rientrano ad Alleghe prima del previsto.
Caterina appare agitata. Contatta la madre chiedendole di andare a prenderla. Vuole tornare a casa, allontanarsi. Non ci riesce.
Il 4 dicembre 1933 il suo corpo viene ritrovato nelle acque gelide del lago di Alleghe. Anche questa morte viene classificata come suicidio. Caterina, si dice, era depressa.
Il cadavere presenta però lividi evidenti sul collo, compatibili con impronte digitali. Il medico legale li attribuisce ai primi segni di decomposizione, nonostante il corpo sia rimasto in acqua per poche ore e la temperatura sia prossima allo zero. Anche in questo caso, la spiegazione ufficiale prevale su ogni incongruenza.
Il suicidio di Caterina Finazzer viene archiviato. Ad Alleghe, due giovani donne sono morte nello stesso anno, nello stesso contesto familiare, senza che nessuno ponga domande pubbliche.
Anni di silenzio
Per oltre un decennio, nulla sembra collegare quei due eventi ad altro. L’Italia attraversa la guerra, l’occupazione, la ricostruzione. Alleghe resta ai margini dei grandi eventi storici, chiusa nel proprio equilibrio apparente.
È solo nel novembre del 1946 che la violenza torna a manifestarsi in modo incontestabile.
Il duplice omicidio dei coniugi Del Monego
Nella notte del 18 novembre 1946, nel vicolo La Voi, ad Alleghe, i coniugi Del Monego vengono uccisi a colpi di pistola mentre rientrano a casa dopo aver chiuso il loro negozio. Portano con sé l’incasso della giornata.
Non ci sono testimoni. Nessuno riferisce di aver sentito gli spari. I corpi vengono scoperti solo il giorno successivo. Il denaro è scomparso. Alla donna mancano gli orecchini.
L’interpretazione è immediata: omicidio a scopo di rapina. Le indagini si concentrano su Luigi Verocai, un latitante evaso dal carcere, che viene inizialmente accusato e successivamente prosciolto. Il delitto viene infine archiviato contro ignoti.
Ancora una volta, Alleghe accetta una spiegazione semplice, rassicurante nella sua linearità.
L’intuizione di Sergio Saviane
Nel novembre del 1946, Sergio Saviane, giovane giornalista con trascorsi di gioventù ad Alleghe, legge sui giornali la notizia dell’uccisione dei coniugi Del Monego. Le informazioni ufficiali parlano di rapina. Le voci che circolano tra chi conosce il paese raccontano altro.
Saviane ascolta, ricorda, collega. Le morti del 1933, archiviate come suicidi, tornano alla mente. L’idea che quei fatti possano essere parte di una stessa storia inizia a prendere forma.
Negli anni successivi, trasferitosi a Roma, Saviane continua a pensare ad Alleghe. Parla della vicenda con il suo caporedattore. Concordano che la storia merita un’inchiesta.
L’inchiesta giornalistica
Nel 1952 Saviane torna ad Alleghe. Parla con vecchi amici, con conoscenti, con Aldo Da Tos. Trova un clima di paura. Le risposte sono evasive, i silenzi più eloquenti delle parole.
Nonostante l’omertà, qualcuno lo incoraggia a scrivere. A raccontare. A non fermarsi.
Il lavoro di Saviane culmina nella pubblicazione di un articolo su “Il Lavoro Illustrato”, intitolato La Montelepre del Nord, un riferimento ironico alla fama del banditismo siciliano. Nell’articolo, i quattro delitti di Alleghe vengono messi in relazione. Si insinua l’ipotesi di un’unica mano.
La reazione è immediata. Nel dicembre del 1952 Saviane viene querelato dai Da Tos per diffamazione, pur non essendo esplicitamente nominati nell’articolo. Il processo si conclude con una condanna: otto mesi con la condizionale.
Sul piano giudiziario, tutto sembra tornare al punto di partenza. Sul piano investigativo, invece, qualcosa si è mosso.
La riapertura delle indagini
È proprio l’eco dell’articolo di Saviane a rompere definitivamente il silenzio. Le indagini sui delitti di Alleghe vengono riaperte grazie all’impegno di due carabinieri: Domenico Uda ed Ezio Cesca.
Cesca sceglie una strategia insolita. Si reca ad Alleghe in incognito, trova lavoro come operaio, frequenta le osterie, ascolta. Non cerca confessioni dirette, ma frammenti di racconto.
Emergono voci secondo cui i coniugi Del Monego non sarebbero stati uccisi per denaro, ma perché avevano visto qualcosa. Viene fatto il nome di Giuseppe Gasperin.
Cesca riesce a entrare in confidenza con Gasperin, che gli rivela un dettaglio cruciale: nel vicolo La Voi abita una donna, Corona Valt, che potrebbe sapere qualcosa.
L’anziana riferisce di aver visto, la notte del delitto, tre persone nel vicolo. Una di queste è proprio Gasperin.
Le confessioni e gli arresti
Convocato in caserma, Gasperin viene arrestato. Durante l’interrogatorio fornisce i nomi dei responsabili. Le sue dichiarazioni conducono, nel 1958, all’arresto di Pietro De Biasio, marito di Adelina Da Tos, e di Aldo Da Tos. Pochi mesi dopo viene arrestata anche Adelina Da Tos, accusata dell’omicidio di Emma De Ventura.
Il quadro che emerge è quello di un sistema familiare chiuso, fondato sulla protezione dell’onore e sull’eliminazione di ciò che lo minaccia.
Il movente
Alla base degli omicidi vi è un evento risalente alla giovinezza di Elvira Riva, proprietaria dell’Albergo Centrale. Prima del matrimonio con Fiore Da Tos, Elvira ha un figlio, Umberto Giovanni, nato fuori dal matrimonio e dato in affidamento.
Dopo le nozze, Elvira ha altri due figli: Aldo e Adelina. Fiore Da Tos non perdona mai alla moglie quel figlio illegittimo.
Quando Umberto Giovanni, divenuto adulto e a conoscenza delle proprie origini, arriva ad Alleghe per rivendicare la sua parte di eredità, viene percepito come una minaccia. Viene ucciso e il corpo occultato nelle cantine dell’albergo.
Emma De Ventura scopre casualmente il cadavere. Per questo viene eliminata.
Caterina Finazzer viene uccisa perché ha intuito la verità. I coniugi Del Monego, infine, vengono assassinati perché la notte del 4 dicembre 1933 vedono Aldo Da Tos trasportare il corpo della moglie verso il lago.
Il processo
Il processo si apre nel 1959 e dura sei mesi. Trentatré udienze ricostruiscono una storia che Alleghe ha cercato di cancellare.
L’8 giugno 1960 la Corte d’Assise di Belluno riconosce Aldo e Adelina Da Tos e Pietro De Biasio colpevoli. La condanna è l’ergastolo.
Aldo e Pietro vengono riconosciuti colpevoli per la morte di Caterina Finazzer e dei coniugi Del Monego. Adelina viene condannata per l’omicidio Finazzer. Nessuna condanna per l’omicidio di Emma De Ventura, ormai prescritto.
Giuseppe Gasperin viene condannato a trent’anni di reclusione, con sei anni condonati per la collaborazione.
Gli appelli e la fine giudiziaria
Nel 1964, durante il processo d’appello a Venezia, anche i Da Tos e De Biasio confessano il proprio coinvolgimento. I ricorsi vengono respinti. Il 4 febbraio 1964 la Corte di Cassazione conferma l’ergastolo.
Aldo Da Tos e Pietro De Biasio muoiono in carcere. Adelina Da Tos, nel 1981, a 73 anni, ottiene la grazia concessa dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini.
Alleghe dopo Alleghe
Il caso di Alleghe resta uno degli esempi più evidenti di come il contesto sociale, l’autorità morale e la paura possano sospendere la verità per decenni. Non per mancanza di indizi, ma per scelta collettiva.
@menticriminali Se vuoi ascoltare la puntata completa segui il link in bio! #serialkiller #truecrime #truecrimetok #truecrimetiktoker #truecrimetiktok #serialkillerpodcast #serialkillerfact #serialkillertok #crimetok #murdertok #killer #crimestory #fy #fyp #foryou #neiperte #viral #assassiniseriali #menticriminali #mistridialleghe #alleghe #datos ♬ suono originale – Menti criminali.it