Rochester, Stato di New York, 16 novembre 1971 – Una bambina di dieci anni scompare mentre rientra a casa dopo una commissione. Nei due anni successivi altre due ragazzine vengono uccise in circostanze molto simili e le indagini portano gli investigatori a ipotizzare l’esistenza di un unico serial killer, destinato a essere ricordato come Alphabet Killer.
Rochester all’inizio degli anni Settanta: una città che perde la propria sicurezza
All’inizio degli anni Settanta Rochester rappresenta uno dei principali centri industriali dello Stato di New York. La presenza di grandi aziende come Kodak e Xerox alimenta un’economia ancora solida, mentre numerosi quartieri conservano l’immagine di comunità nelle quali i bambini si spostano a piedi per andare a scuola, fare piccole commissioni o raggiungere gli amici senza che ciò susciti particolari preoccupazioni.
Quell’equilibrio inizia però a incrinarsi nel novembre del 1971, quando una bambina scompare in pieno giorno senza lasciare tracce. In un primo momento il caso sembra poter rientrare tra i tanti episodi di allontanamento o rapimento che, purtroppo, interessano gli Stati Uniti in quegli anni. Con il passare delle ore, tuttavia, la situazione assume contorni ben più gravi e costringe le forze dell’ordine ad avviare una vasta operazione di ricerca.
Nessuno immagina ancora che quella scomparsa rappresenti il primo episodio di una sequenza di delitti destinata a segnare profondamente la storia criminale della contea di Monroe. Soltanto dopo il ritrovamento delle successive vittime emergeranno analogie tali da indurre gli investigatori a parlare di un possibile serial killer specializzato nel colpire bambine della stessa fascia d’età.
Il soprannome “Alphabet Killer” non nasce immediatamente. Saranno infatti i mezzi di informazione a coniarlo quando diventa evidente una singolare coincidenza: le iniziali del nome e del cognome delle tre vittime corrispondono anche a quelle delle località nelle quali vengono rinvenuti i rispettivi corpi. Un elemento insolito che contribuisce a rendere il caso uno dei più celebri e discussi della cronaca nera americana.
Il rapimento e l’omicidio di Carmen Colón
Nel pomeriggio del 16 novembre 1971 Carmen Colón, dieci anni, esce di casa per svolgere una breve commissione. Dopo essersi fermata in una farmacia del quartiere, la bambina intraprende il tragitto di ritorno ma non raggiunge mai la propria abitazione.
Alcuni testimoni riferiscono di averla vista nei pressi del negozio poco prima della scomparsa e le indagini ricostruiscono la possibilità che sia salita su un’automobile parcheggiata nelle vicinanze. Da quel momento ogni sua traccia si interrompe.
Circa un’ora più tardi diversi automobilisti percorrono l’Interstate 490, nei pressi di Churchville, quando notano una bambina visibilmente in difficoltà lungo la corsia d’emergenza. La giovane tenta di richiamare l’attenzione delle vetture di passaggio, ma nessuno si ferma immediatamente. Secondo le testimonianze raccolte successivamente, un uomo riesce a raggiungerla e la conduce con forza all’interno della propria automobile, allontanandosi dal luogo prima che qualcuno possa intervenire.
Quel passaggio si rivela uno degli aspetti più discussi dell’intera vicenda. Numerosi automobilisti assistono infatti alla scena, ma soltanto giorni dopo uno di loro decide di rivolgersi alla polizia, collegando ciò che aveva visto alle notizie diffuse dalla stampa sul ritrovamento del corpo di una bambina.
Due giorni dopo la scomparsa, alcuni ragazzi individuano il corpo di Carmen Colón in un’area isolata non lontano da Churchville. Gli accertamenti medico-legali stabiliscono che la morte è avvenuta per strangolamento e documentano ulteriori violenze subite dalla vittima prima del decesso. Gli investigatori recuperano il cappotto nelle vicinanze del luogo del ritrovamento, mentre i pantaloni vengono rinvenuti circa due settimane più tardi lungo la strada percorsa durante la fuga.
L’omicidio suscita un forte impatto sull’opinione pubblica. I quotidiani locali dedicano ampio spazio al caso e vengono offerte ricompense a chiunque sia in grado di fornire informazioni utili all’identificazione del responsabile. Nonostante il grande dispiegamento di uomini e mezzi, le prime settimane di indagine non producono risultati concreti.
Con il trascorrere dei mesi l’attenzione mediatica diminuisce progressivamente. In assenza di nuovi elementi, il fascicolo rischia di trasformarsi in uno dei tanti delitti irrisolti destinati a rimanere senza un colpevole. La situazione cambia soltanto quasi un anno e mezzo più tardi, quando un’altra bambina scompare in circostanze sorprendentemente simili.
La scomparsa di Wanda Walkowicz
Il 2 aprile 1973 Wanda Walkowicz, undici anni, esce di casa nel tardo pomeriggio per svolgere alcune commissioni. Quando non rientra all’orario previsto, i familiari denunciano immediatamente la scomparsa e la polizia organizza una vasta ricerca nelle zone abitualmente frequentate dalla ragazzina.
Decine di agenti perlustrano il quartiere, le aree boschive circostanti e le rive del fiume Genesee, senza ottenere alcun risultato. Alcuni residenti riferiscono però di aver visto Wanda camminare lungo Avenue B poco prima della sua sparizione. Tre testimoni ricordano inoltre la presenza di un’automobile di colore marrone scuro che procede lentamente accanto al marciapiede mentre la bambina prosegue il proprio percorso.
La mattina seguente un agente individua il corpo della giovane in una piazzola lungo la Route 104, nei pressi di Webster, non lontano dalla baia di Irondequoit. La posizione del cadavere induce gli investigatori a ritenere che sia stato abbandonato da un veicolo dopo l’omicidio.
Gli esami autoptici evidenziano numerose analogie con il delitto di Carmen Colón. Anche Wanda viene aggredita sessualmente e uccisa per strangolamento. Sul corpo sono presenti segni compatibili con un tentativo di difesa, mentre nello stomaco vengono rinvenuti residui di un alimento dolce che gli investigatori ritengono possa essere stato utilizzato dall’assassino per conquistarne la fiducia prima del rapimento.
Le somiglianze tra i due omicidi iniziano ad assumere un peso investigativo rilevante. Sebbene esistano anche alcune differenze nelle modalità di esecuzione e nell’occultamento del corpo, gli inquirenti prendono seriamente in considerazione l’ipotesi che dietro entrambi i delitti possa agire la stessa persona. È l’inizio di un’indagine destinata ad assumere una dimensione completamente diversa pochi mesi più tardi, quando una terza bambina scompare senza lasciare traccia.
Il delitto di Michelle Maenza e la nascita dell’Alphabet Killer
La mattina del 26 novembre 1973 Michelle Maenza, undici anni, conclude regolarmente le lezioni e lascia la scuola per tornare a casa. Alcune compagne la vedono incamminarsi da sola verso un vicino centro commerciale, ma quello è l’ultimo avvistamento certo della bambina.
Quando i familiari si accorgono del mancato rientro, viene denunciata immediatamente la scomparsa e le autorità avviano una nuova ricerca. A quel punto gli investigatori non possono ignorare quanto accaduto nei due anni precedenti: due bambine della stessa fascia d’età sono già state rapite e uccise nell’area di Rochester e ogni ora che passa aumenta il timore di trovarsi davanti allo stesso responsabile.
Il corpo di Michelle viene rinvenuto il 28 novembre in un fossato nei pressi di Macedon, a circa trenta chilometri da Rochester. L’esame della scena indica che, diversamente dal caso di Wanda Walkowicz, la giovane viene probabilmente uccisa nello stesso luogo del ritrovamento. Le lesioni presenti sul corpo e la vegetazione rinvenuta sulle mani suggeriscono infatti una colluttazione avvenuta direttamente nell’area dove il cadavere viene successivamente scoperto.
L’autopsia conferma numerose analogie con i due omicidi precedenti. Anche Michelle subisce un’aggressione sessuale prima di essere strangolata e nello stomaco vengono rinvenuti residui di cibo, particolare già emerso nel caso di Wanda Walkowicz. Sugli abiti vengono inoltre repertati peli bianchi di gatto, una traccia che per anni alimenta diverse ipotesi investigative senza però consentire l’identificazione dell’assassino.
Con il terzo delitto, gli investigatori iniziano a parlare apertamente della possibilità che un unico individuo sia responsabile dell’intera sequenza di omicidi. Oltre alle analogie nelle modalità operative, emerge una coincidenza destinata a rendere celebre il caso: tutte e tre le vittime hanno nome e cognome che iniziano con la stessa lettera — Carmen Colón, Wanda Walkowicz e Michelle Maenza — e quella stessa iniziale coincide anche con la località nella quale vengono ritrovati i corpi: Churchville, Webster e Macedon.
È proprio questa particolare combinazione a spingere la stampa americana a coniare il soprannome “Alphabet Killer”. Gli investigatori, pur prendendo atto della coincidenza, mantengono inizialmente un atteggiamento prudente. Non è infatti possibile stabilire se quella corrispondenza alfabetica rappresenti una scelta deliberata dell’assassino oppure una casualità destinata a influenzare profondamente la percezione pubblica del caso.
Un’intera comunità vive nella paura
Il terzo omicidio cambia radicalmente il clima sociale della contea di Monroe. Se dopo la morte di Carmen Colón era ancora possibile ipotizzare un episodio isolato, la successione dei tre delitti convince gran parte della popolazione che un serial killer stia prendendo di mira le bambine della zona.
Molte famiglie modificano improvvisamente le proprie abitudini quotidiane. I bambini vengono accompagnati a scuola dai genitori, le commissioni svolte autonomamente fino a pochi mesi prima diventano un ricordo e numerose attività extrascolastiche vengono sospese. In diversi quartieri le strade, un tempo frequentate dai più piccoli fino al tramonto, si svuotano nel giro di poche settimane.
La diffusione del soprannome “Alphabet Killer” contribuisce ulteriormente ad alimentare il timore collettivo. La coincidenza delle iniziali diventa un elemento centrale della narrazione giornalistica e genera un fenomeno destinato a lasciare il segno nella memoria locale. Alcune famiglie che hanno figlie con iniziali simili a quelle delle vittime decidono infatti di limitarne drasticamente gli spostamenti, temendo che possano rappresentare un bersaglio per l’assassino.
Nel frattempo la polizia raccoglie centinaia di segnalazioni. Molti cittadini riferiscono la presenza di automobili sospette, uomini che osservano bambine nei pressi delle scuole o episodi apparentemente collegabili agli omicidi. La maggior parte di queste informazioni, tuttavia, si rivela priva di riscontri concreti.
Uno degli elementi più significativi emerge proprio nelle ore successive al ritrovamento del corpo di Michelle. Un automobilista racconta agli investigatori di essersi imbattuto, nei pressi di Macedon, in una vettura beige in panne. Accanto al veicolo nota un uomo che trattiene con forza una bambina per un polso. Quando si offre di prestare aiuto, lo sconosciuto reagisce con ostilità, rifiuta qualsiasi assistenza e si allontana poco dopo. La testimonianza viene considerata credibile e apre una delle piste investigative più promettenti dell’intera inchiesta.
Le prime piste investigative
Le informazioni fornite dal testimone consentono agli investigatori di risalire alla targa del veicolo osservato nei pressi di Macedon. L’automobile appartiene a un piccolo criminale della zona, il cui nome non viene diffuso pubblicamente durante le prime fasi dell’indagine.
La notizia provoca grande entusiasmo all’interno della squadra investigativa. Per la prima volta gli agenti ritengono di avere individuato un sospettato che presenta caratteristiche compatibili con il profilo dell’Alphabet Killer e la stampa arriva rapidamente a ipotizzare che il caso sia ormai prossimo alla soluzione.
L’uomo viene interrogato per molte ore, vengono verificati i suoi spostamenti e analizzati tutti gli elementi disponibili. Tuttavia l’alibi fornito per il giorno della scomparsa di Michelle resiste ai controlli e gli ulteriori accertamenti non permettono di collocarlo sui luoghi del delitto. Anche il test della macchina della verità, pur non avendo valore probatorio, non offre elementi tali da giustificarne l’incriminazione.
Nel giro di pochi giorni gli investigatori sono costretti ad ammettere che la pista non conduce all’Alphabet Killer nnnnn. L’inchiesta torna così al punto di partenza e gli sforzi si concentrano su un numero sempre crescente di possibili sospettati.
Con il passare del tempo il fascicolo Alphabet Killer diventa uno dei casi irrisolti più complessi dello Stato di New York. L’assenza di prove scientifiche decisive, unita alla molteplicità delle segnalazioni raccolte, rende estremamente difficile distinguere gli elementi realmente utili dalle semplici coincidenze. Nei decenni successivi emergeranno diversi nomi destinati ad attirare l’attenzione degli investigatori e dell’opinione pubblica, ma nessuno di essi riuscirà a trasformarsi nell’identità certa dell’assassino.
I sospettati: tra coincidenze, indizi e piste senza conferma
Nel corso degli anni gli investigatori prendono in esame numerosi sospettati, ma nessuno di essi viene mai formalmente incriminato per gli omicidi di Carmen Colón, Wanda Walkowicz e Michelle Maenza. La mancanza di prove materiali, unita ai limiti delle tecniche investigative dell’epoca, impedisce infatti di trasformare i sospetti in un procedimento giudiziario.
Uno dei primi nomi a emergere è quello di Miguel Colón, zio della prima vittima. L’uomo attira l’attenzione della polizia perché poche settimane prima della scomparsa di Carmen acquista un’automobile molto simile a quella descritta dai testimoni. A rafforzare i sospetti contribuisce la decisione di lasciare Rochester pochi giorni dopo il delitto per trasferirsi a Porto Rico.
Nel marzo del 1972 gli investigatori raggiungono San Juan per interrogarlo. Miguel Colón viene estradato negli Stati Uniti e sottoposto a un lungo interrogatorio. Non riesce a fornire un alibi convincente per il giorno della scomparsa della nipote, ma nessuna prova lo collega direttamente all’omicidio.
Allo stesso tempo emergono elementi che sembrano allontanare la sua posizione da quella degli altri due delitti. L’autopsia di Carmen evidenzia infatti alcune differenze rispetto ai casi successivi: la modalità dello strangolamento non coincide perfettamente con quella riscontrata su Wanda e Michelle e nello stomaco della bambina non vengono rinvenuti residui di cibo, particolare invece presente nelle altre due vittime. Inoltre Miguel Colón, essendo un familiare conosciuto dalla bambina, non avrebbe probabilmente avuto bisogno di ricorrere a stratagemmi per convincerla a salire sulla propria automobile.
Nonostante ciò, il sospetto continua ad accompagnarlo per il resto della vita. Nel 1991 Miguel Colón muore suicida dopo aver ucciso la moglie e il fratello durante una violenta lite familiare. La sua morte alimenta nuove speculazioni mediatiche, ma non produce alcun elemento utile a chiarire il caso dell’Alphabet Killer.
Un altro nome destinato a occupare a lungo le cronache è quello di Kenneth Bianchi, uno dei due responsabili degli omicidi attribuiti agli Hillside Stranglers. Prima di trasferirsi in California, Bianchi vive infatti proprio a Rochester e utilizza un’automobile compatibile con quella descritta da alcuni testimoni.
La coincidenza geografica induce diversi investigatori a prenderlo in considerazione. Tuttavia nessuna prova materiale dimostra il suo coinvolgimento e lo stesso Bianchi nega sempre qualsiasi responsabilità negli omicidi delle tre bambine. Nel corso degli anni il suo nome continua a comparire tra i possibili sospettati, ma non viene mai formalmente incriminato per questi delitti.
Tra le persone finite sotto osservazione compare anche Dennis Termini, uno stupratore seriale residente nella zona. Anche lui possiede un veicolo beige simile a quello segnalato dai testimoni. Cinque settimane dopo la morte di Michelle tenta di rapire una ragazza e, quando viene raggiunto dalla polizia, si spara alla testa nel tentativo di evitare l’arresto.
Il gesto induce molti a ritenere che possa essere l’assassino ricercato da anni. Alcuni elementi sembrano rafforzare questa ipotesi: durante le indagini vengono individuati peli bianchi di gatto compatibili con quelli repertati sugli abiti di Michelle Maenza. Per diverso tempo Termini rimane uno dei candidati più credibili.
L’evoluzione delle analisi genetiche modifica però radicalmente questo scenario. Nel 2007 l’esame del DNA eseguito sui reperti biologici conservati dagli investigatori esclude Dennis Termini come autore degli omicidi, eliminando una delle piste che per decenni aveva attirato maggiore attenzione.
Joseph Naso e il presunto collegamento con gli omicidi californiani
Negli anni successivi l’inchiesta sull’Alphabet Killer riceve nuovo impulso grazie a un caso sviluppatosi dall’altra parte degli Stati Uniti. Tra il 1977 e il 1994, infatti, in California vengono uccise numerose donne adulte, quasi tutte dedite alla prostituzione. Anche in questa serie di delitti emerge una curiosa coincidenza: diverse vittime presentano nome e cognome con la stessa iniziale.
Quando nel 2011 viene arrestato Joseph Naso, gli investigatori scoprono nella sua abitazione migliaia di fotografie e un diario nel quale l’uomo annota dettagli relativi ad aggressioni e omicidi. Le successive indagini consentono di attribuirgli diversi delitti avvenuti in California.
L’interesse per Naso cresce ulteriormente quando emerge che nei primi anni Settanta vive a Rochester e si trasferisce in Nevada poco dopo l’omicidio di Michelle Maenza. La coincidenza temporale, unita alla particolare caratteristica delle iniziali delle vittime californiane, induce alcuni investigatori a ipotizzare un possibile collegamento con l’Alphabet Killer.
Le verifiche, tuttavia, non confermano questa teoria. Gli esami del DNA effettuati sui reperti biologici conservati dall’indagine escludono che il materiale genetico rinvenuto sul corpo di Wanda Walkowicz appartenga a Joseph Naso.
Nel 2013 Naso viene processato e condannato a morte esclusivamente per gli omicidi commessi in California. Nessun tribunale lo riconosce responsabile delle morti di Carmen Colón, Wanda Walkowicz e Michelle Maenza, che rimangono quindi escluse dal procedimento giudiziario.
La vicenda dimostra come analogie apparenti, per quanto suggestive, non possano sostituire le prove. L’ipotesi di un collegamento tra le due serie di omicidi continua ancora oggi ad alimentare discussioni tra studiosi e appassionati di cronaca nera, ma allo stato delle conoscenze disponibili non trova conferme investigative sufficienti.
Un caso che continua a interrogare gli investigatori
A oltre cinquant’anni dai delitti, l’identità dell’Alphabet Killer rimane sconosciuta. Le moderne tecniche di analisi genetica hanno consentito di escludere alcuni dei principali sospettati, ma non hanno ancora permesso di individuare il responsabile.
Anche la stessa teoria del serial killer unico viene periodicamente rimessa in discussione. Alcuni investigatori ritengono infatti che le differenze riscontrate tra il primo omicidio e i due successivi possano indicare la presenza di autori diversi, mentre altri continuano a considerare le numerose analogie come elementi compatibili con un’unica mano.
Questa incertezza rappresenta uno degli aspetti più complessi dell’intero fascicolo. Le tre vittime hanno età simile, vengono rapite mentre si trovano sole, subiscono modalità di aggressione comparabili e i loro corpi vengono abbandonati in località relativamente vicine a Rochester. Allo stesso tempo esistono differenze nelle modalità di esecuzione, nella gestione delle scene del crimine e nelle evidenze raccolte durante le autopsie, elementi che impediscono di raggiungere una conclusione definitiva.
L’Alphabet Killer continua così a occupare un posto particolare nella storia della cronaca nera statunitense. Non soltanto per la singolare coincidenza che dà origine al suo soprannome, ma soprattutto perché rappresenta uno dei casi nei quali decenni di indagini, nuove tecnologie e numerosi sospettati non sono ancora riusciti a trasformare gli indizi in una verità giudiziaria.