Mikhail Viktorovich Popkov: il “Lupo Mannaro” della Siberia

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Mikhail Viktorovich Popkov, conosciuto come il "Lupo Mannaro di Angarsk", terrorizza la Siberia per quasi vent'anni uccidendo decine di donne mentre lavora come poliziotto. L'identificazione attraverso il DNA mette fine a una delle più vaste indagini della storia criminale russa e ridefinisce il ruolo della genetica forense.

Scheda archivio

Nome caso / serial killer Mikhail Viktorovich Popkov
Tipologia Serial Killer
Periodo / date 1992–2010
Luogo Angarsk, Oblast' di Irkutsk
Paese Russia
Vittime
Accertate 78
Stimate 83+
Modus operandi

Adescava donne sole fingendo di offrire un passaggio come agente di polizia, le conduceva in luoghi isolati, le aggrediva sessualmente e le uccideva con armi da taglio o contundenti, occultando o alterando le tracce grazie alla propria esperienza investigativa.

Tabella dei Contenuti

Angarsk, Oblast’ di Irkutsk, Russia, 1992. Una serie di omicidi di donne sconvolge la Siberia orientale e inaugura una delle più lunghe cacce all’uomo nella storia criminale russa. Per quasi due decenni il serial killer riesce a eludere le indagini sfruttando la propria esperienza all’interno delle forze dell’ordine.

Dalla Siberia sovietica a una vita apparentemente ordinaria

La storia criminale di Mikhail Viktorovich Popkov si sviluppa in una Russia attraversata da profondi cambiamenti politici e sociali. Il crollo dell’Unione Sovietica determina un periodo di forte instabilità economica, mentre molte città della Siberia devono affrontare un rapido deterioramento delle condizioni di vita, l’aumento della criminalità e una crescente difficoltà delle istituzioni nel garantire un controllo capillare del territorio. In questo contesto prende forma una delle più estese serie di omicidi seriali mai registrate nel Paese.

Mikhail Viktorovich Popkov nasce il 7 marzo 1964 a Norilsk, nel Territorio di Krasnojarsk, una delle città più isolate e climaticamente estreme della Federazione Russa. Ancora bambino si trasferisce con la famiglia ad Angarsk, importante centro industriale dell’Oblast’ di Irkutsk, destinato negli anni successivi a diventare il teatro della quasi totalità dei suoi delitti.

Le informazioni sulla sua infanzia rimangono limitate e, come accade frequentemente nei casi di cronaca nera più datati, molte ricostruzioni successive si basano su testimonianze indirette o su dichiarazioni difficilmente verificabili. Alcune descrizioni riferiscono di un ambiente familiare problematico e di una madre con gravi problemi di alcolismo, ma questi elementi non trovano conferme univoche e non consentono di delineare con precisione il contesto nel quale cresce.

L’assenza di dati certi sulla sua giovinezza contribuisce a rendere ancora più complesso il tentativo di individuare eventuali segnali precoci della futura escalation criminale. A differenza di altri serial killer, infatti, Popkov non presenta una biografia pubblica caratterizzata da episodi di particolare violenza, ricoveri psichiatrici o precedenti penali significativi prima dell’inizio degli omicidi.

Conclusa la formazione scolastica, intraprende la carriera nelle forze dell’ordine entrando nella milizia sovietica e, successivamente, nella polizia russa. Il lavoro gli garantisce uno stipendio stabile, una posizione rispettata all’interno della comunità e, soprattutto, una conoscenza approfondita delle procedure investigative che negli anni successivi si rivelerà determinante per sfuggire ai sospetti.

Colleghi e conoscenti descrivono Popkov come un uomo tranquillo, disponibile e professionale. L’immagine che restituisce all’esterno è quella di un agente affidabile, educato e sempre pronto ad aiutare chi gli sta intorno. Nessun comportamento pubblico lascia intuire la doppia vita che conduce lontano dal servizio.

Anche sul piano familiare l’uomo appare perfettamente integrato. È sposato con Elena, anch’essa appartenente alle forze dell’ordine, e dalla loro unione nasce una figlia, Ekaterina. Agli occhi di amici, parenti e vicini di casa conduce un’esistenza del tutto ordinaria, scandita dal lavoro e dagli impegni familiari.

Questa apparente normalità rappresenta uno degli elementi più significativi dell’intera vicenda. La capacità di mantenere una vita sociale stabile e di conservare la fiducia di chi lo circonda permette infatti a Popkov di allontanare da sé qualsiasi sospetto, persino quando gli investigatori iniziano a ipotizzare che l’autore degli omicidi possa possedere competenze specifiche in ambito investigativo.

Un movente costruito nella mente dell’assassino

Nel corso degli interrogatori e delle confessioni rese dopo l’arresto, Popkov individua l’origine della propria violenza in una profonda crisi coniugale.

Secondo il suo racconto, scopre che la moglie intrattiene una breve relazione extraconiugale con un collega. L’episodio diventa, nella sua ricostruzione, una frattura irreparabile che modifica il modo in cui inizia a percepire le donne. Nelle dichiarazioni rese agli investigatori sostiene di avere progressivamente maturato l’idea che molte di loro fossero moralmente corrotte e che il suo compito consistesse nel punirle.

Questa spiegazione, tuttavia, non deve essere interpretata come la causa oggettiva dei delitti. In criminologia è frequente che gli autori di omicidi seriali costruiscano una narrazione capace di giustificare le proprie azioni, attribuendo la responsabilità della violenza a eventi esterni anziché alle proprie scelte. Anche nel caso Popkov, il riferimento al tradimento della moglie rappresenta soprattutto la razionalizzazione che egli offre del proprio comportamento durante gli interrogatori.

Nella sua visione distorta, ogni donna che si trova da sola nelle ore notturne diventa automaticamente sospetta. Non importa quale sia il motivo della sua presenza in strada: per Popkov il semplice fatto di uscire la sera è sufficiente per inserirla nella categoria delle donne che considera immorali. Si tratta di un criterio completamente arbitrario, costruito esclusivamente all’interno del suo sistema di convinzioni, che finirà per orientare la scelta delle vittime per quasi vent’anni.

L’inizio della lunga scia di sangue

Nel 1992, mentre la Russia affronta le conseguenze della dissoluzione dell’Unione Sovietica, ad Angarsk viene rinvenuto il corpo di una donna brutalmente assassinata. L’autopsia documenta una violenza estrema, accompagnata da un’aggressione sessuale e da numerose ferite inferte dopo il controllo completo della vittima.

Inizialmente il delitto viene trattato come un caso isolato. Tuttavia, con il passare dei mesi, altri corpi iniziano ad apparire nelle aree periferiche della città e lungo le strade che attraversano le vaste zone boschive della Siberia orientale.

Le vittime appartengono a contesti sociali differenti. Tra loro vi sono studentesse, impiegate, insegnanti, operaie e donne con professioni diverse. L’età varia generalmente tra i sedici e i quarant’anni, elemento che rende inizialmente difficile individuare un criterio preciso nella selezione delle persone prese di mira.

Dietro questa apparente casualità esiste invece uno schema ben definito. Popkov trascorre molte sere alla guida del proprio veicolo o dell’automobile di servizio, osservando le strade nei pressi di locali, discoteche e punti di ritrovo. Quando individua una donna sola, si avvicina sfruttando l’autorevolezza conferita dalla divisa e dalla propria qualifica di poliziotto.

La proposta di un passaggio appare rassicurante proprio perché proviene da un rappresentante delle forze dell’ordine. In una fase storica caratterizzata da un crescente senso di insicurezza, la presenza di un agente in uniforme riduce le diffidenze di molte delle future vittime, che salgono volontariamente sull’autovettura senza immaginare di trovarsi davanti all’uomo ricercato da anni dalla polizia.

Una volta ottenuto il controllo della situazione, il comportamento di Popkov cambia radicalmente. Le aggressioni avvengono in luoghi appartati, lontani dal traffico cittadino, dove le vittime vengono sottoposte a violenze sessuali e successivamente uccise con modalità che rivelano un livello di brutalità destinato ad aumentare progressivamente nel corso degli anni.

Già nei primi delitti emerge un elemento che in seguito assumerà un ruolo centrale nelle indagini: l’assassino dimostra una conoscenza sorprendentemente accurata delle tecniche utilizzate per limitare la presenza di tracce sulla scena del crimine. È un dettaglio che, inizialmente, passa quasi inosservato ma che finirà per orientare gli investigatori verso un’ipotesi destinata a cambiare completamente la direzione dell’inchiesta.

Un assassino che conosce le regole delle indagini

Con il trascorrere degli anni la serie di omicidi assume dimensioni sempre più allarmanti. Le vittime continuano ad aumentare e i delitti, pur presentando differenze nelle modalità esecutive, mostrano caratteristiche ricorrenti che convincono gli investigatori di trovarsi di fronte a un unico autore.

Uno degli aspetti che colpisce maggiormente chi si occupa del caso è l’accuratezza con cui l’assassino gestisce la scena del crimine. Popkov sa dove cercare le tracce biologiche, conosce le procedure utilizzate dalla polizia scientifica e comprende quali elementi possano orientare o rallentare un’indagine. Non riesce a eliminare ogni prova, ma dimostra una preparazione nettamente superiore a quella della maggior parte dei criminali comuni.

La scelta delle armi non segue uno schema fisso. Nel corso degli anni utilizza coltelli, asce, martelli, cacciaviti e altri oggetti contundenti, molti dei quali facilmente reperibili oppure provenienti dal materiale sequestrato durante il servizio. Cambiare continuamente strumento gli consente di rendere più complessa l’individuazione di un modus operandi univoco e di evitare che le indagini si concentrino troppo rapidamente su un singolo profilo criminale.

La violenza esercitata sulle vittime è estrema. Numerosi corpi presentano decine di ferite da taglio e da punta, mentre in alcuni casi gli esami autoptici documentano un numero impressionante di lesioni, indice di un’aggressività che va ben oltre la semplice volontà di provocare la morte. Le mutilazioni riscontrate su diversi cadaveri contribuiscono ad alimentare l’idea che l’autore agisca spinto da un impulso sadico particolarmente accentuato.

Terminata l’aggressione, Popkov trasporta spesso i corpi in aree isolate, ai margini delle strade, nei boschi, nei cimiteri o in altre zone poco frequentate della regione di Angarsk. La vastità del territorio siberiano rende il recupero dei cadaveri particolarmente difficile e, in alcuni casi, trascorrono giorni prima che le vittime vengano rinvenute.

La scelta dei luoghi non è casuale. Le aree periferiche permettono all’assassino di agire indisturbato e riducono la possibilità di essere osservato durante l’abbandono del corpo. Allo stesso tempo, il clima rigido della Siberia e le condizioni ambientali contribuiscono talvolta a compromettere parte delle prove disponibili, complicando ulteriormente il lavoro degli investigatori.

Due vite parallele

Ciò che rende il caso Popkov particolarmente inquietante è il contrasto costante tra la sua attività criminale e la vita che conduce quotidianamente.

Durante il giorno continua a svolgere regolarmente il proprio lavoro nelle forze dell’ordine. Partecipa alle normali attività di servizio, mantiene rapporti cordiali con colleghi e superiori e conserva la reputazione di agente affidabile. Nulla, almeno in apparenza, lascia immaginare che nelle ore notturne diventi l’autore degli omicidi che stanno terrorizzando l’intera regione.

Secondo diverse testimonianze, Popkov prende parte anche ad alcune attività investigative collegate ai delitti avvenuti ad Angarsk. Pur non occupandosi stabilmente di tutte le inchieste, conosce dall’interno il funzionamento delle indagini e comprende quali informazioni vengano condivise tra gli investigatori. Questo vantaggio gli permette di adattare progressivamente il proprio comportamento e di ridurre il rischio di commettere errori.

Ogni nuovo delitto rafforza il senso di sicurezza maturato nel tempo. Il fatto di non essere individuato alimenta la convinzione di essere superiore agli investigatori e di poter continuare a uccidere senza conseguenze.

L’escalation emerge anche nella scelta delle vittime. Se inizialmente Popkov individua prevalentemente donne incontrate casualmente durante le ronde notturne, con il passare degli anni diventa sempre meno prudente. Tra le persone assassinate figura anche un’insegnante della scuola frequentata dalla figlia, circostanza che evidenzia come la distanza psicologica tra la sua vita familiare e quella criminale si riduca progressivamente.

Questa crescente sicurezza rappresenta uno degli elementi ricorrenti nei serial killer che rimangono impuniti per lungo tempo. L’assenza di conseguenze immediate favorisce infatti un senso di invulnerabilità che porta molti di loro ad assumere rischi sempre maggiori.

Le indagini e l’ipotesi che cambia tutto

Per quasi diciotto anni gli investigatori russi cercano di dare un’identità all’uomo responsabile degli omicidi di Angarsk. Le piste percorse sono numerose, ma nessuna conduce a un risultato definitivo.

L’ipotesi iniziale è quella di un criminale abituale, forse un soggetto emarginato o con gravi disturbi psichiatrici, capace di muoversi ai margini della società senza attirare l’attenzione. Tuttavia, con l’aumentare delle vittime, questa ricostruzione inizia a mostrare diverse incongruenze.

Le scene del crimine appaiono troppo pulite. Le tracce lasciate dall’assassino risultano inferiori rispetto a quanto normalmente osservato in delitti caratterizzati da una violenza tanto intensa. Inoltre, alcune impronte vengono cancellate con una precisione che suggerisce una conoscenza diretta delle tecniche investigative.

Parallelamente emergono diverse testimonianze relative alla presenza di un veicolo riconducibile a un LADA a trazione integrale nelle vicinanze di alcune scene del crimine. Quel modello è largamente utilizzato anche da vari reparti delle forze dell’ordine russe e, pur non costituendo una prova decisiva, contribuisce a orientare una parte degli investigatori verso una nuova ipotesi.

Nasce così un sospetto destinato a cambiare radicalmente l’indagine: il serial killer potrebbe appartenere o avere appartenuto alle forze dell’ordine.

Per lungo tempo questa possibilità appare difficile da sostenere. Accettare che un poliziotto possa essere responsabile di decine di omicidi significa mettere in discussione molte delle convinzioni costruite nel corso dell’inchiesta. Eppure, con il trascorrere degli anni, gli elementi compatibili con questa teoria continuano ad aumentare.

Nel frattempo, un altro fattore modifica profondamente il panorama investigativo: l’evoluzione delle analisi genetiche.

Durante numerosi sopralluoghi vengono repertati campioni biologici attribuibili all’assassino. Negli anni Novanta gli strumenti disponibili non consentono però di sfruttare pienamente quel materiale. Con il progressivo sviluppo delle tecniche di tipizzazione del DNA, quelle tracce assumono un valore completamente diverso.

Nel 2012 gli investigatori decidono di avviare un confronto sistematico tra il profilo genetico dell’autore degli omicidi e quello di migliaia di poliziotti ed ex appartenenti alle forze dell’ordine che hanno prestato servizio nella regione.

È una scelta complessa, destinata a coinvolgere circa 3.500 persone, ma rappresenta il punto di svolta di un’indagine rimasta irrisolta per quasi vent’anni.

Tra tutti i campioni analizzati emerge finalmente una corrispondenza: il DNA repertato sulle scene del crimine appartiene proprio a Mikhail Viktorovich Popkov, l’ex agente che per anni aveva vissuto accanto agli investigatori senza destare alcun sospetto e che, nel frattempo, aveva lasciato la polizia per lavorare come addetto alla sicurezza privata.

L’uomo che per oltre due decenni aveva approfittato della propria uniforme per conquistare la fiducia delle vittime non è più soltanto il principale sospettato. Per la prima volta, le prove scientifiche consentono di collegarlo direttamente alla lunga sequenza di omicidi che ha terrorizzato la Siberia orientale.

L’identificazione del “Lupo Mannaro” di Angarsk

Dopo la comparazione genetica eseguita nel 2012, gli investigatori dispongono finalmente dell’elemento che per quasi vent’anni è mancato all’indagine: una prova scientifica in grado di collegare direttamente Mikhail Viktorovich Popkov alle scene del crimine. L’ex poliziotto viene fermato e sottoposto a interrogatorio. In un primo momento nega ogni responsabilità, ma l’evidenza del DNA rende impossibile sostenere a lungo la propria innocenza.

Con il procedere degli interrogatori, Popkov modifica progressivamente il proprio atteggiamento e inizia ad ammettere una parte dei delitti. Le confessioni sorprendono gli stessi investigatori sia per il numero degli omicidi sia per la precisione con cui l’uomo ricostruisce episodi rimasti irrisolti per anni. Molti dettagli forniti coincidono con informazioni mai rese pubbliche e conosciute soltanto da chi aveva partecipato alle indagini, rafforzando ulteriormente il quadro probatorio.

Nel gennaio 2015 il Tribunale dell’Oblast’ di Irkutsk lo riconosce colpevole di ventidue omicidi e di due tentati omicidi. La pena è l’ergastolo in una colonia penale di massima sicurezza, il massimo previsto dall’ordinamento russo. Per la popolazione di Angarsk la sentenza rappresenta la fine di una delle vicende criminali più lunghe e destabilizzanti della storia della città, ma il procedimento giudiziario è tutt’altro che concluso.

Durante la detenzione Popkov continua infatti a collaborare con gli investigatori, indicando nuovi luoghi, ricostruendo delitti rimasti senza autore e confessando altri omicidi che fino a quel momento non erano stati collegati alla sua figura. Le verifiche svolte dagli inquirenti consentono di attribuirgli numerosi ulteriori delitti commessi nel corso degli anni Novanta e dei primi anni Duemila.

Il 10 dicembre 2018 arriva una seconda condanna all’ergastolo pronunciata dal tribunale regionale di Irkutsk. Questa volta Popkov viene riconosciuto colpevole di altri cinquantasei omicidi. Alcuni episodi da lui confessati non possono invece essere contestati formalmente per l’assenza di prove materiali ormai disperse dal tempo o per l’impossibilità di ricostruire con sufficiente certezza le circostanze dei fatti.

Le confessioni proseguono anche negli anni successivi. Nel 2020 l’ex poliziotto ammette ulteriori delitti, portando il numero delle vittime da lui riconosciute a oltre ottanta. Non tutte queste confessioni trovano però una corrispondenza processuale, motivo per cui è necessario distinguere tra il numero degli omicidi confessati e quello dei reati accertati con sentenza definitiva. Questa differenza rappresenta un elemento fondamentale nell’analisi del caso e contribuisce a spiegare perché le cifre riportate nelle diverse ricostruzioni giornalistiche non coincidano sempre tra loro.

Durante i processi Popkov mantiene un atteggiamento sorprendentemente distaccato. Compare in aula quasi privo di emozioni, risponde alle domande con tono pacato e non manifesta un autentico senso di colpa nei confronti delle vittime o dei loro familiari. L’assenza di rimorso diventa uno degli aspetti che più colpiscono gli osservatori presenti alle udienze.

Un profilo criminale costruito sul controllo

Le perizie psichiatriche disposte nel corso dei procedimenti giudiziari escludono che Popkov sia incapace di intendere e di volere. Gli esperti individuano nella sua personalità marcati tratti sadici, una forte attrazione verso l’omicidio e gravi distorsioni cognitive riguardanti il rapporto con le donne, ma ritengono che tali caratteristiche non abbiano compromesso la sua capacità di comprendere il significato delle proprie azioni.

Questo elemento assume un ruolo centrale nella lettura criminologica del caso. Popkov non uccide in modo impulsivo né sotto l’effetto di una perdita di controllo improvvisa. Al contrario, pianifica gli incontri, seleziona le vittime, sceglie luoghi isolati e adotta accorgimenti finalizzati a ridurre il rischio di essere identificato. Ogni fase dell’aggressione dimostra una notevole capacità organizzativa e una piena consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni.

Anche il movente che propone durante gli interrogatori viene interpretato con prudenza. L’ex poliziotto sostiene più volte di voler “ripulire” la società da donne che considera immorali, collegando questa convinzione al tradimento subito dalla moglie. Gli specialisti ritengono però che tale spiegazione rappresenti soprattutto una razionalizzazione costruita a posteriori, utile a giustificare una violenza che trova origine in dinamiche psicologiche molto più profonde e complesse.

L’utilizzo della divisa costituisce uno degli aspetti più significativi dell’intera vicenda. L’autorità conferita dal ruolo di agente di polizia non rappresenta soltanto uno strumento per conquistare la fiducia delle vittime, ma diventa parte integrante del suo senso di superiorità. Per anni Popkov sfrutta il prestigio dell’istituzione alla quale appartiene per avvicinare le donne e, contemporaneamente, beneficia della conoscenza delle procedure investigative per allontanare da sé ogni sospetto.

Quando la scienza riscrive un’indagine

Il caso di Mikhail Viktorovich Popkov occupa oggi un posto centrale nella storia della criminologia russa non soltanto per l’elevatissimo numero di vittime, ma anche per il valore investigativo che assume.

Per quasi vent’anni l’indagine procede tra ipotesi, testimonianze e sopralluoghi senza riuscire a individuare l’autore dei delitti. È l’evoluzione delle tecniche di analisi del DNA, unita alla decisione di estendere i confronti genetici anche agli appartenenti e agli ex appartenenti delle forze dell’ordine, a modificare completamente il destino dell’inchiesta.

La vicenda dimostra come un serial killer possa riuscire a sfruttare le conoscenze professionali acquisite durante il proprio lavoro per rallentare le indagini, ma evidenzia anche i limiti di questa strategia. L’esperienza investigativa consente a Popkov di evitare errori per molti anni, ma non può impedire che le tracce biologiche conservate sulle scene del crimine vengano reinterpretate alla luce dei progressi scientifici maturati nel tempo.

Con oltre ottanta omicidi confessati e decine di condanne definitive, Popkov viene oggi considerato uno dei serial killer più prolifici della storia contemporanea. La sua vicenda continua a essere studiata non solo per l’eccezionale durata della carriera criminale, ma anche come esempio della capacità della genetica forense di riaprire casi rimasti irrisolti per decenni e di trasformare prove raccolte molti anni prima negli elementi decisivi per l’identificazione di un assassino.

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