Londra, Regno Unito, 2 febbraio 1964 – Il corpo senza vita di Hannah Tailford viene recuperato nelle acque del Tamigi, nei pressi dell’Hammersmith Bridge. Nei mesi successivi altri cadaveri di giovani donne vengono rinvenuti in circostanze analoghe e Scotland Yard avvia una delle più vaste indagini della sua storia, destinata a concludersi senza l’identificazione dell’assassino.
Londra, gli anni Sessanta e gli Hammersmith Nude Murders
Tra il 1964 e il 1965 l’area occidentale di Londra diventa teatro di una serie di omicidi che colpiscono prevalentemente donne coinvolte nella prostituzione. I giornali britannici ribattezzano rapidamente l’autore dei delitti “Jack the Stripper”, in italiano “Jack lo Spogliatore”, richiamando volutamente il più celebre Jack lo Squartatore che, nel 1888, aveva terrorizzato i quartieri dell’East End. Il soprannome nasce soprattutto da un elemento ricorrente: tutte le vittime vengono ritrovate completamente o quasi completamente prive degli abiti, circostanza che caratterizza in maniera evidente la scena del crimine.
Al di là del richiamo giornalistico, tuttavia, i due casi condividono ben poco. Gli omicidi attribuiti a Jack lo Spogliatore appartengono a un contesto storico completamente diverso e presentano modalità operative differenti. Le vittime vengono uccise in luoghi chiusi, trasportate successivamente nei siti di abbandono e lasciate lungo le rive del Tamigi o in aree industriali dell’ovest londinese. L’assenza di testimoni, la scarsità di prove scientifiche disponibili negli anni Sessanta e la capacità dell’assassino di muoversi senza attirare l’attenzione rendono l’indagine estremamente complessa.
Le autorità attribuiscono con certezza a Jack lo Spogliatore sei omicidi commessi tra il febbraio 1964 e il febbraio 1965, mentre altri due delitti più risalenti vengono talvolta inseriti nella stessa serie senza che esistano elementi sufficienti per considerarli parte integrante degli Hammersmith Nude Murders. Nel corso degli anni emergono numerose teorie sull’identità dell’assassino, ma nessuna conduce a un’incriminazione o a una soluzione definitiva. Ancora oggi il caso rimane ufficialmente irrisolto.
Hannah Tailford e Irene Lockwood: la nascita di una serie omicidiaria
La mattina del 2 febbraio 1964 alcuni passanti notano il corpo di una giovane donna nelle acque del Tamigi, nei pressi di Hammersmith Bridge. La vittima viene identificata come Hannah Tailford, trent’anni, prostituta che lavora abitualmente nella zona occidentale di Londra. Il cadavere è completamente privo degli abiti, a eccezione delle calze, particolare che inizialmente appare insolito ma che, con il procedere delle indagini, assume un’importanza sempre maggiore.
L’autopsia stabilisce che Hannah muore per strangolamento. Il medico legale accerta inoltre che la donna è incinta e che il corpo viene gettato nel fiume poche ore prima del ritrovamento. Sul volto sono presenti lesioni compatibili con un violento colpo ricevuto prima della morte, mentre alcuni denti anteriori risultano mancanti, circostanza che in un primo momento non viene interpretata come un elemento caratteristico della serie.
L’indagine procede senza risultati concreti. La vita della vittima, caratterizzata da frequenti spostamenti e da contatti con numerosi clienti, rende difficile ricostruire gli ultimi movimenti e individuare un sospettato credibile. Gli investigatori non dispongono ancora di elementi sufficienti per ipotizzare l’esistenza di un serial killer.
La situazione cambia poco più di due mesi dopo.
L’8 aprile 1964 viene rinvenuto il corpo di Irene Lockwood, ventisei anni, sotto Duke’s Meadow, lungo un tratto del Tamigi non distante dal luogo in cui era stata recuperata Hannah Tailford. Anche Irene esercita la prostituzione e presenta caratteristiche fisiche molto simili alla prima vittima. È di bassa statura, viene ritrovata completamente denudata ed è anch’essa incinta.
L’esame autoptico evidenzia nuovamente la morte per strangolamento. Anche in questo caso risultano mancanti alcuni denti anteriori, mentre le condizioni del corpo indicano che il cadavere viene trasportato e abbandonato successivamente all’omicidio. La ripetizione di elementi così specifici convince gli investigatori che le due donne possano essere state uccise dalla stessa persona.
Per Scotland Yard rappresenta il primo vero punto di svolta dell’indagine. Fino a quel momento i due delitti vengono trattati come episodi distinti, ma le analogie tra le vittime, il metodo di uccisione e i luoghi di abbandono inducono gli investigatori a unificare i fascicoli. È in questo momento che prende forma l’ipotesi di un unico autore capace di selezionare le proprie vittime seguendo uno schema preciso e di muoversi con sufficiente sicurezza da non lasciare tracce immediatamente utilizzabili dagli inquirenti.
Il terzo omicidio, avvenuto appena poche settimane dopo, fornisce finalmente agli investigatori il primo indizio materiale destinato a orientare l’inchiesta in una direzione completamente nuova.
Helen Barthelemy e la prima svolta investigativa
Il 24 aprile 1964 la serie di omicidi si arricchisce di un terzo caso. In un vicolo di Brentford, non lontano da Duke’s Meadow, viene rinvenuto il corpo completamente denudato di Helen Barthelemy, prostituta di ventidue anni originaria dell’Irlanda. Il ritrovamento conferma definitivamente agli investigatori che le analogie osservate nei primi due delitti non sono frutto di una coincidenza.
Anche Helen muore per strangolamento e il suo corpo presenta caratteristiche ormai ricorrenti. Diversi denti anteriori risultano mancanti e il cadavere viene abbandonato dopo l’omicidio in una zona periferica dell’ovest londinese. L’esame autoptico suggerisce inoltre che la donna venga sorpresa mentre pratica una fellatio, particolare che induce gli investigatori a ipotizzare che il killer utilizzi il rapporto sessuale come occasione per immobilizzare rapidamente la vittima prima di strangolarla.
Per la prima volta, però, l’autopsia restituisce anche un elemento materiale destinato a cambiare il corso delle indagini. Sul corpo e sugli indumenti residui vengono individuate minuscole particelle di vernice industriale. Le analisi stabiliscono che non si tratta di una contaminazione casuale avvenuta nel luogo del ritrovamento, bensì di residui depositatisi quando il cadavere si trovava ancora in un ambiente chiuso.
Negli anni Sessanta le possibilità offerte dalla scienza forense sono molto più limitate rispetto a quelle odierne, ma gli specialisti riescono comunque a identificare la natura di quelle particelle. Si tratta di vernici utilizzate nell’industria automobilistica, applicate mediante spruzzatura e successivamente essiccate in ambienti industriali. Una simile contaminazione lascia ipotizzare che il corpo della vittima venga custodito, almeno per un certo periodo, in un edificio dove si eseguono lavorazioni di questo tipo.
L’attenzione di Scotland Yard si concentra così sulle numerose fabbriche presenti nella zona occidentale di Londra. L’ipotesi investigativa è che l’assassino lavori, o abbia comunque libero accesso, a un impianto industriale nel quale può trattenere indisturbato le vittime prima di trasportarle nei luoghi di abbandono. Per la prima volta gli investigatori ritengono di possedere un indizio capace di restringere concretamente il campo delle ricerche.
Pochi giorni dopo il ritrovamento di Helen Barthelemy, l’indagine sembra conoscere un improvviso sviluppo.
Il 27 aprile 1964 Kenneth Archibald, guardiano cinquantasettenne, si presenta spontaneamente alla stazione di polizia di Notting Hill dichiarando di essere l’autore dell’omicidio di Irene Lockwood. La confessione attira immediatamente l’attenzione della stampa, ma gli investigatori iniziano quasi subito a riscontrare numerose incongruenze.
L’uomo si trova in evidente stato di ebbrezza e fornisce una ricostruzione incompatibile con gli elementi raccolti durante l’inchiesta. Non è in grado di descrivere correttamente la scena del delitto, commette errori su particolari che soltanto il responsabile potrebbe conoscere e, soprattutto, dispone di un alibi verificabile per gli altri due omicidi già collegati alla serie.
Dopo ulteriori accertamenti Scotland Yard conclude che la confessione è inattendibile e Archibald viene rilasciato senza alcuna incriminazione. L’episodio dimostra tuttavia una dinamica ricorrente nelle grandi indagini seriali: l’enorme attenzione mediatica porta frequentemente alla comparsa di falsi colpevoli, mitomani o persone convinte di poter ottenere notorietà attribuendosi delitti che non hanno commesso. La polizia è quindi costretta a impiegare tempo e risorse per verificare dichiarazioni prive di fondamento, rallentando inevitabilmente il lavoro investigativo.
Con l’esclusione di Kenneth Archibald, Scotland Yard consolida definitivamente l’ipotesi di un unico responsabile. I tre omicidi vengono ufficialmente riuniti nella stessa indagine e il soprannome coniato dai giornali, “Jack lo Spogliatore”, entra stabilmente nel linguaggio dell’opinione pubblica britannica.
Mary Fleming e una firma criminale sempre più evidente
Per alcuni mesi non vengono registrati nuovi delitti riconducibili alla serie di Jack lo Spogliatore. L’assenza di ulteriori ritrovamenti alimenta la speranza che l’assassino abbia lasciato Londra o abbia interrotto la propria attività criminale. Si tratta però di un’illusione destinata a durare poco.
Il 14 luglio 1964 il corpo di Mary Fleming, prostituta trentenne, viene rinvenuto su un marciapiede nel quartiere di Chiswick, ancora una volta nell’area occidentale della capitale britannica. Le modalità dell’omicidio risultano ormai estremamente riconoscibili.
Mary viene strangolata, il corpo viene completamente spogliato prima dell’abbandono e anche in questo caso risultano mancanti alcuni denti anteriori. L’autopsia suggerisce nuovamente che la vittima venga sorpresa durante una prestazione sessuale, confermando un comportamento già ipotizzato nel delitto di Helen Barthelemy.
L’elemento più importante emerge ancora una volta dalle analisi di laboratorio. Sul corpo vengono infatti rinvenute le stesse particelle di vernice industriale già individuate poche settimane prima. La ripetizione di questo dettaglio convince definitivamente gli investigatori che non si tratti di una semplice coincidenza. L’assassino continua a utilizzare lo stesso ambiente per trattenere o manipolare i corpi delle vittime, lasciando involontariamente una traccia microscopica che diventa la sua vera firma investigativa.
A questo punto Scotland Yard concentra gran parte delle proprie risorse sull’individuazione di stabilimenti industriali, carrozzerie, impianti automobilistici e magazzini dove vengono utilizzati prodotti compatibili con le particelle rinvenute. È una pista promettente, ma l’elevato numero di aziende presenti nell’ovest di Londra rende l’attività di verifica estremamente complessa. Gli investigatori comprendono di essere probabilmente molto vicini all’ambiente frequentato da Jack lo Spogliatore, senza però riuscire ancora a identificarlo.
Gli ultimi delitti e l’espansione dell’indagine
Dopo l’omicidio di Mary Fleming, l’ipotesi che gli investigatori abbiano a che fare con un serial killer non lascia più spazio a dubbi. Le vittime presentano un profilo pressoché identico: sono donne che esercitano la prostituzione, operano prevalentemente nell’area occidentale di Londra, vengono strangolate, private degli abiti e successivamente abbandonate in luoghi isolati. A questi elementi si aggiunge ormai un’altra costante: la presenza delle particelle di vernice industriale, che suggerisce un unico ambiente nel quale l’assassino trasporta i corpi prima di disfarsene.
Nonostante l’intensificarsi delle ricerche, Jack lo Spogliatore continua però a colpire.
Il 25 novembre 1964 viene rinvenuto a Kensington il corpo di Margaret McGowan, ventunenne originaria di Edimburgo, conosciuta nell’ambiente della prostituzione con il nome di Frances Brown. A differenza delle precedenti vittime, Margaret non lavora abitualmente sulla strada, ma come escort per una clientela benestante. È una differenza significativa, perché dimostra che l’assassino non seleziona esclusivamente donne appartenenti allo stesso circuito della prostituzione di strada, ma sembra piuttosto interessato a vittime accomunate dalla vulnerabilità e dalla possibilità di accettare incontri con sconosciuti.
Margaret è già nota all’opinione pubblica britannica per essere comparsa come testimone nello scandalo Profumo, vicenda politico-sessuale che nei primi anni Sessanta scuote il governo britannico e monopolizza per mesi le prime pagine dei giornali. Questo particolare alimenta numerose speculazioni, ma gli investigatori non trovano elementi concreti che consentano di collegare direttamente il suo omicidio allo scandalo.
L’ultima persona a vedere viva Margaret è l’amica Kim Taylor. Agli investigatori racconta che la giovane sale a bordo di un’automobile descritta come una Ford Zephyr, particolare che porta Scotland Yard a verificare centinaia di veicoli dello stesso modello. Anche questa pista, tuttavia, non conduce all’identificazione dell’assassino.
L’autopsia conferma ancora una volta le analogie con gli omicidi precedenti. Margaret viene strangolata, il corpo viene abbandonato completamente privo degli abiti, risultano mancanti alcuni denti anteriori e vengono nuovamente individuate le ormai note tracce di vernice industriale. Per gli investigatori non esistono più dubbi: il responsabile è lo stesso uomo che ha già ucciso Hannah Tailford, Irene Lockwood, Helen Barthelemy e Mary Fleming.
Poco meno di tre mesi dopo, la serie di omicidi attribuiti a Jack lo Spogliatore raggiunge il suo ultimo episodio accertato.
La mattina del 16 febbraio 1965 un elettricista scopre il corpo di Bridget O’Hara, ventotto anni, di origine irlandese, dietro un edificio della Heron Industrial Estate, un complesso di capannoni e stabilimenti nella zona occidentale di Londra. Il luogo del ritrovamento assume immediatamente un’importanza particolare perché si trova nel pieno di un’area industriale compatibile con quella suggerita dalle analisi della vernice.
Anche Bridget viene strangolata e completamente spogliata. Il medico legale osserva però un elemento insolito: il corpo presenta un principio di mummificazione, incompatibile con una semplice permanenza all’aperto durante il mese di febbraio. L’unica spiegazione plausibile è che il cadavere sia rimasto per un certo periodo in un ambiente molto caldo, probabilmente riscaldato artificialmente, prima di essere trasportato all’esterno.
Ancora una volta le analisi rilevano la presenza delle medesime particelle di vernice industriale. A questo punto gli investigatori ipotizzano che il deposito utilizzato dal killer possa trovarsi proprio all’interno o nelle immediate vicinanze della Heron Industrial Estate. È la pista più promettente dell’intera indagine, ma anche questa non produce il risultato sperato.
Dopo il ritrovamento di Bridget O’Hara gli omicidi cessano improvvisamente. Nessun altro delitto presenta in maniera inequivocabile le caratteristiche della serie e Jack lo Spogliatore scompare dalla scena con la stessa rapidità con cui era comparso poco più di un anno prima.
I due casi precedenti attribuiti alla serie
Nel corso degli anni alcuni ricercatori e autori specializzati suggeriscono che l’attività di Jack lo Spogliatore possa essere iniziata prima del 1964. In particolare vengono spesso citati gli omicidi di Elizabeth Figg, ventunenne trovata morta il 17 giugno 1959, e di Gwynneth Rees, ventiduenne rinvenuta senza vita l’8 novembre 1963.
Entrambe le vittime sono giovani donne coinvolte nella prostituzione e vengono ritrovate nell’area londinese, elementi che hanno spinto alcuni studiosi a inserirle tra le possibili vittime di Jack lo Spogliatore.
Tuttavia, l’analisi comparata dei casi evidenzia differenze significative rispetto alla serie principale. Le modalità di uccisione, le condizioni dei corpi e diversi particolari della scena del crimine non coincidono pienamente con il modello osservato negli omicidi del 1964 e del 1965. Mancano inoltre alcuni degli elementi che caratterizzano gli Hammersmith Nude Murders, come la presenza sistematica delle particelle di vernice industriale e il preciso schema seguito dall’assassino nell’abbandono delle vittime.
Per questo motivo Scotland Yard non considera ufficialmente Elizabeth Figg e Gwynneth Rees parte della serie attribuita a Jack lo Spogliatore. Ancora oggi il numero delle vittime accertate rimane fissato a sei, mentre gli altri casi continuano a essere oggetto di discussione tra storici della criminologia e studiosi del caso, senza che emerga una prova definitiva capace di collegarli con certezza allo stesso responsabile.
L’inchiesta di John Du Rose e la più grande caccia all’uomo di Scotland Yard
Con il susseguirsi degli omicidi, Scotland Yard comprende di trovarsi di fronte a uno dei casi più complessi della propria storia recente. La direzione dell’inchiesta viene affidata al sovrintendente John Du Rose, investigatore esperto della Metropolitan Police, soprannominato dalla stampa “Five Day Johnny” per la reputazione di risolvere rapidamente anche le indagini più difficili. Nel caso di Jack lo Spogliatore, però, nemmeno la sua esperienza riesce a trasformare gli indizi raccolti in prove sufficienti per individuare il responsabile.
Du Rose organizza un’indagine senza precedenti per dimensioni. Alla squadra vengono assegnati circa seicento agenti che, nell’arco di pochi mesi, interrogano quasi settemila persone tra operai, autotrasportatori, guardiani, proprietari di officine, clienti abituali delle prostitute e residenti delle aree interessate dai ritrovamenti. L’obiettivo è individuare un collegamento tra le vittime e una persona che abbia accesso a un edificio industriale compatibile con le risultanze delle analisi forensi.
L’inchiesta si sviluppa seguendo più direttrici contemporaneamente. Da una parte vengono ricostruiti gli ultimi movimenti di ciascuna vittima, nella speranza di individuare clienti abituali o frequentazioni comuni. Dall’altra, gli investigatori concentrano l’attenzione sugli stabilimenti industriali dell’ovest di Londra, dove vengono utilizzate vernici simili a quelle rinvenute sui corpi.
Il lavoro si rivela estremamente complesso. Negli anni Sessanta non esistono banche dati informatizzate, sistemi di videosorveglianza o strumenti di comparazione genetica. Ogni verifica richiede controlli manuali, interrogatori e confronti documentali che impegnano decine di investigatori per settimane. Anche la mobilità del killer contribuisce a complicare il quadro: i luoghi di adescamento, quelli dell’omicidio e quelli di abbandono dei corpi non coincidono quasi mai, rendendo difficile ricostruire un percorso preciso.
Du Rose matura progressivamente la convinzione che Jack lo Spogliatore non sia un individuo marginale o facilmente riconoscibile. Al contrario, ritiene probabile che conduca una vita apparentemente ordinaria, con un impiego stabile che gli consente di muoversi senza destare sospetti e di avere accesso a strutture industriali dove trattenere temporaneamente i corpi.
Uno degli episodi più noti dell’intera indagine riguarda la strategia comunicativa adottata dallo stesso Du Rose. Nel tentativo di esercitare pressione psicologica sull’assassino, convoca una conferenza stampa durante la quale dichiara pubblicamente che Scotland Yard ha ormai ristretto il numero dei sospettati a venti persone.
Nei giorni successivi il messaggio viene ulteriormente rafforzato. Il numero dei possibili responsabili viene fatto scendere prima a dieci e poi addirittura a tre. Si tratta di una precisa tattica investigativa, costruita per convincere il killer che la polizia sia ormai prossima alla sua identificazione.
Non è possibile stabilire se questa strategia produca realmente gli effetti sperati. Tuttavia, un dato rimane incontestabile: dopo il ritrovamento del corpo di Bridget O’Hara, nel febbraio 1965, la serie di omicidi si interrompe definitivamente.
Per alcuni investigatori questo elemento rappresenta una semplice coincidenza. Altri ritengono invece che l’assassino, sentendosi ormai vicino all’identificazione, scelga volontariamente di fermarsi. Si tratta di un’ipotesi plausibile ma impossibile da dimostrare, che continua ancora oggi a dividere gli studiosi del caso.
Le tracce di vernice: il più importante indizio dell’intera indagine
Tra tutti gli elementi raccolti durante gli Hammersmith Nude Murders, nessuno assume un’importanza pari alle minuscole particelle di vernice rinvenute sui corpi delle vittime.
Le analisi condotte dagli esperti evidenziano una miscela composta da primer, vernice e residui utilizzati nei processi di verniciatura industriale, particolarmente diffusi negli stabilimenti automobilistici britannici degli anni Sessanta. La composizione delle particelle suggerisce che i corpi vengano esposti a quell’ambiente prima dell’abbandono, probabilmente mentre il rivestimento viene spruzzato o essiccato.
Questo dato modifica radicalmente l’impostazione dell’inchiesta.
Gli investigatori non cercano più soltanto un uomo che frequenti prostitute, ma qualcuno che abbia un rapporto diretto con un impianto industriale. L’assassino potrebbe essere un operaio, un magazziniere, un addetto alla sicurezza, un autista o qualsiasi dipendente dotato di accesso a edifici sufficientemente isolati da consentire il trasporto e l’occultamento temporaneo delle vittime.
La presenza costante delle particelle porta Scotland Yard a concentrare l’attenzione soprattutto sulla Heron Industrial Estate e su altri complessi produttivi della zona occidentale di Londra. Vengono controllati dipendenti, registri di accesso, turnazioni di lavoro e movimenti dei mezzi industriali. Si analizzano anche le tipologie di vernice utilizzate nelle diverse aziende, nella speranza di individuare una corrispondenza esclusiva.
Nonostante l’enorme quantità di accertamenti svolti, nessuna verifica permette di isolare un sospettato sostenuto da prove sufficienti. L’indizio si rivela straordinariamente utile per comprendere il comportamento dell’assassino, ma insufficiente per attribuirgli un’identità precisa.
Col senno di poi, molti criminologi ritengono che questo rappresenti uno dei più significativi esempi dei limiti della scienza forense dell’epoca. Oggi particelle analoghe potrebbero essere analizzate con tecniche molto più sofisticate, consentendo confronti chimici estremamente accurati e, potenzialmente, anche il recupero di ulteriori tracce biologiche. Negli anni Sessanta, invece, la tecnologia disponibile permette soltanto di individuare la tipologia generale della vernice, senza arrivare a identificare con certezza il singolo stabilimento da cui proviene.
Paradossalmente, l’indagine su Jack lo Spogliatore dispone quindi di un elemento che descrive con notevole precisione l’ambiente frequentato dal killer, ma non riesce a trasformarlo nella prova decisiva capace di condurre al suo arresto. È proprio questo limite investigativo a rendere il caso di Jack lo Spogliatore uno degli esempi più emblematici di come un’inchiesta possa arrivare molto vicina al contesto in cui opera un serial killer senza riuscire, tuttavia, a identificarne il volto.
I principali sospettati: tra indizi, teorie e ipotesi mai dimostrate
L’assenza di prove decisive porta, nel corso degli anni, alla nascita di numerose ipotesi sull’identità di Jack lo Spogliatore. Alcune prendono forma durante l’indagine ufficiale di Scotland Yard, altre vengono avanzate successivamente da giornalisti, investigatori in pensione e autori specializzati. Nessuna di queste, tuttavia, riesce a superare il livello del sospetto.
Il nome più frequentemente associato al caso è quello di Mungo Ireland, guardia di sicurezza di origine scozzese impiegata presso la Heron Industrial Estate. Per molto tempo Ireland viene considerato il principale sospettato dall’investigatore John Du Rose, il quale, anni dopo la chiusura dell’indagine, rivela pubblicamente in un’intervista alla BBC di aver concentrato gran parte delle proprie attenzioni su di lui.
Agli occhi di chi lo conosce, Mungo Ireland appare una persona insospettabile. È descritto come un uomo riservato, con una vita familiare stabile e una reputazione irreprensibile. Proprio questa apparente normalità coincide con il profilo che Du Rose ritiene compatibile con il comportamento dell’assassino.
I sospetti aumentano dopo il ritrovamento del corpo di Bridget O’Hara. Le analisi della vernice conducono infatti gli investigatori verso l’area industriale nella quale Ireland lavora come addetto alla sicurezza. Se il killer utilizza davvero uno degli edifici della Heron Industrial Estate per trattenere le vittime, una guardia avrebbe la possibilità di accedere ai locali anche durante le ore notturne senza destare particolare attenzione.
Poco tempo dopo l’ultimo omicidio, Ireland si toglie la vita. Il suicidio contribuisce ad alimentare ulteriormente i sospetti e, per molti anni, l’opinione pubblica considera il gesto come una possibile ammissione indiretta di colpevolezza.
Con il passare del tempo, tuttavia, emergono elementi che ridimensionano sensibilmente questa ipotesi. Accertamenti successivi indicano infatti che, al momento dell’omicidio di Bridget O’Hara, Ireland si trova in Scozia. Se questa ricostruzione è corretta, egli non può essere il responsabile dell’ultimo delitto attribuito con certezza a Jack lo Spogliatore. Considerato che il modus operandi rimane sostanzialmente identico per tutta la serie, l’ipotesi che Ireland sia il serial killer perde gran parte della propria consistenza.
Un’altra teoria particolarmente nota riguarda Harold Jones, uno dei più giovani assassini della storia criminale britannica. Nel 1921, quando ha appena quindici anni, Jones viene condannato per l’omicidio di due bambine nel Galles. Dopo molti anni di detenzione viene rilasciato e si trasferisce a Londra nel secondo dopoguerra.
La sua figura torna d’attualità decenni dopo grazie alla trasmissione televisiva Murder Casebook, nella quale viene ipotizzata una possibile continuità tra gli omicidi commessi da adolescente e quelli attribuiti a Jack lo Spogliatore. Alcune analogie nelle modalità delle aggressioni vengono considerate sufficienti per suggerire un collegamento.
Si tratta, però, di una ricostruzione elaborata molti anni dopo i fatti. Non risulta che Harold Jones venga mai inserito ufficialmente tra i principali sospettati di Scotland Yard e non emergono prove materiali in grado di collegarlo agli Hammersmith Nude Murders. La teoria continua quindi a essere oggetto di discussione, ma rimane priva di conferme investigative.
Tra le ipotesi più controverse compare anche quella che coinvolge Freddie Mills, celebre pugile britannico e campione mondiale dei pesi mediomassimi. L’idea nasce soprattutto dalle affermazioni del giornalista Michael Litchfield, ex cronista del The Sun, secondo il quale Mills avrebbe confessato privatamente gli omicidi a John Du Rose.
Secondo questa ricostruzione, l’automobile del pugile sarebbe stata notata più volte nelle zone frequentate dalle prostitute dell’ovest londinese e alcune lavoratrici del sesso avrebbero segnalato comportamenti particolarmente violenti durante gli incontri. Litchfield sostiene inoltre che, dopo aver confidato il proprio segreto a Du Rose, Mills avrebbe organizzato la propria morte chiedendo ai gemelli Kray di ucciderlo in cambio di una somma di denaro.
Il 24 luglio 1965 Freddie Mills viene effettivamente trovato morto all’interno della propria automobile, con un fucile tra le ginocchia. L’inchiesta dell’epoca non riesce a stabilire con certezza se si tratti di un suicidio o di un omicidio e il medico legale emette un verdetto aperto, ritenendo insufficienti gli elementi disponibili per classificare la morte.
Nonostante il fascino esercitato da questa teoria, nessuna prova oggettiva collega Freddie Mills agli omicidi di Jack lo Spogliatore. Le affermazioni di Litchfield non trovano conferme indipendenti e la maggior parte degli studiosi considera questa ricostruzione una delle tante ipotesi speculative nate negli anni successivi alla chiusura dell’indagine.
Nel tempo vengono citati anche altri possibili sospettati, tra cui l’ex agente di polizia Brian Cushway e, in alcune ricostruzioni particolarmente controverse, perfino Tommy Butler, figura di primo piano della Metropolitan Police. Anche in questi casi, tuttavia, le ipotesi non sono supportate da elementi investigativi tali da giustificare un’incriminazione o una riapertura formale del procedimento.
Un caso che continua a interrogare la criminologia
A distanza di oltre sessant’anni, Jack lo Spogliatore e gli Hammersmith Nude Murders rimangono uno dei più importanti casi irrisolti della storia criminale britannica. La combinazione tra un modus operandi estremamente coerente, un’indagine di dimensioni eccezionali e la presenza di indizi forensi significativi rende il caso particolarmente studiato ancora oggi.
Gli investigatori riescono a delineare con una certa precisione il comportamento dell’assassino. Sanno che seleziona donne vulnerabili, probabilmente conosce molto bene l’ovest di Londra, dispone di un luogo chiuso dove trasporta le vittime dopo l’omicidio e ha accesso a un ambiente industriale nel quale vengono utilizzate vernici compatibili con quelle rinvenute sui corpi. Eppure nessuno di questi elementi riesce a trasformarsi nella prova decisiva capace di attribuire un nome al responsabile.
Il caso dimostra anche quanto i limiti tecnologici degli anni Sessanta incidano profondamente sull’esito delle indagini seriali. Molti degli strumenti oggi considerati fondamentali, come la comparazione del DNA, le banche dati informatizzate, la videosorveglianza diffusa o le moderne tecniche di analisi delle tracce, non sono ancora disponibili. Di conseguenza, un’inchiesta costruita su migliaia di interrogatori e su un enorme lavoro investigativo tradizionale si arresta davanti all’impossibilità di trasformare gli indizi in prove processualmente utilizzabili.
Anche per questo motivo Jack lo Spogliatore continua a occupare un posto particolare nella storia della criminologia. Non tanto per il numero delle vittime, quanto perché rappresenta uno dei primi casi moderni in cui emerge con chiarezza la figura di un serial killer organizzato, capace di pianificare gli omicidi, controllare le scene del crimine e sfruttare le lacune investigative del proprio tempo.
L’identità dell’uomo che tra il 1964 e il 1965 uccide almeno sei donne nell’ovest di Londra rimane ancora oggi sconosciuta. Le numerose teorie formulate nel corso dei decenni testimoniano quanto il caso continui ad alimentare il dibattito storico e investigativo, ma nessuna ha finora modificato la posizione ufficiale delle autorità britanniche. Per Scotland Yard, gli Hammersmith Nude Murders restano un’indagine irrisolta e Jack lo Spogliatore continua a essere uno dei più enigmatici serial killer del Novecento.