Timothy Evans: il più clamoroso errore giudiziario della Gran Bretagna

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Timothy Evans
La vicenda di Timothy Evans rappresenta uno dei più gravi errori giudiziari della storia britannica. Condannato e impiccato per l'omicidio della figlia, viene successivamente riconosciuto come vittima di un procedimento profondamente viziato dopo la scoperta dei delitti del vicino di casa John Christie.

Scheda archivio

Nome caso / serial killer Caso Timothy Evans
Tipologia Caso eclatante
Periodo / date 30 novembre 1949 – 9 marzo 1950
Luogo Londra
Paese Regno Unito
Vittime
Accertate 2
Modus operandi

Strangolamento di Beryl Evans e della figlia Geraldine; omicidi inizialmente attribuiti a Timothy Evans e successivamente ricondotti a John Reginald Halliday Christie.

Tabella dei Contenuti

Londra, Regno Unito, 30 novembre 1949 – La scomparsa di Beryl Evans e della figlia Geraldine conduce all’arresto del marito Timothy Evans. Condannato per omicidio e impiccato nel 1950, viene successivamente riconosciuto come vittima di uno dei più gravi errori giudiziari della storia britannica, dopo la scoperta dei delitti commessi dal vicino di casa John Reginald Halliday Christie.

Una giovane coppia nella Londra del dopoguerra

La vicenda di Timothy John Evans si inserisce nella difficile realtà della Londra del secondo dopoguerra, una città ancora segnata dalle conseguenze del conflitto mondiale, dalla cronica carenza di alloggi e da profonde disuguaglianze economiche. Nato il 20 novembre 1924 a Merthyr Tydfil, nel Galles meridionale, Evans cresce in un contesto familiare complesso e affronta fin dall’infanzia difficoltà di apprendimento che influenzano il suo percorso scolastico e lavorativo. Lascia presto gli studi e svolge numerosi impieghi saltuari, senza riuscire a costruire una stabilità economica.

Nel settembre del 1947 sposa Beryl Susanna Thorley, una giovane originaria dell’Essex nata nel 1929. Il matrimonio nasce in un periodo di grandi aspettative, ma la coppia si trova rapidamente a confrontarsi con ristrettezze finanziarie, lavori precari e continui cambi di abitazione. Come molte giovani famiglie britanniche dell’epoca, Timothy e Beryl cercano semplicemente un luogo dove costruire una vita normale.

Il 10 ottobre 1948 nasce la loro figlia Geraldine. L’arrivo della bambina rappresenta un momento importante per la famiglia, ma comporta anche nuove responsabilità economiche. Le difficoltà quotidiane aumentano e il rapporto tra i coniugi attraversa frequenti tensioni, aggravate dall’incertezza lavorativa di Timothy e dalle limitate possibilità offerte dal sistema assistenziale britannico dell’epoca.

Nel marzo del 1948 gli Evans si trasferiscono al numero 10 di Rillington Place, nel quartiere londinese di Notting Hill. L’edificio è una tipica casa vittoriana suddivisa in piccoli appartamenti, caratterizzata da condizioni abitative modeste e da una convivenza forzata tra famiglie appartenenti a differenti estrazioni sociali. Proprio al piano terra vive una coppia apparentemente tranquilla: John Reginald Halliday Christie e la moglie Ethel.

A prima vista Christie appare come un uomo educato, disponibile e rispettabile. Ha lavorato come agente speciale durante la guerra, svolge piccoli impieghi amministrativi e coltiva l’immagine di vicino affidabile. Nulla lascia intuire che dietro quell’apparenza si nasconda un assassino seriale destinato a diventare uno dei criminali più noti della storia britannica.

Tra le due famiglie si sviluppa un rapporto di vicinato relativamente cordiale. Christie, più anziano di oltre venticinque anni rispetto a Timothy, assume spesso un atteggiamento paternalistico nei confronti del giovane vicino, dispensando consigli e mostrando una calma che contribuisce a rafforzarne la credibilità agli occhi degli altri residenti.

La seconda gravidanza e la proposta di Christie

Nel corso del 1949 Beryl rimane nuovamente incinta. Per gli Evans la notizia non rappresenta motivo di serenità. La famiglia vive già in condizioni economiche precarie, l’appartamento è angusto e Timothy fatica a mantenere un’occupazione stabile. Entrambi comprendono che affrontare la nascita di un secondo figlio rischia di peggiorare ulteriormente una situazione già fragile.

Nella Gran Bretagna dell’epoca l’interruzione volontaria della gravidanza costituisce un reato. Gli aborti clandestini sono diffusi ma estremamente pericolosi e vengono praticati in condizioni igieniche spesso disastrose. Molte donne muoiono ogni anno a causa di procedure improvvisate o di interventi eseguiti da persone prive di qualsiasi preparazione medica.

È in questo contesto che Christie entra nuovamente nella vita della giovane coppia. Forte della reputazione costruita tra i vicini, racconta di conoscere un metodo sicuro per interrompere la gravidanza senza ricorrere a medici o a strutture clandestine. Sostiene di possedere competenze acquisite durante precedenti esperienze lavorative e si offre di aiutare Beryl direttamente nel proprio appartamento.

Per Timothy e Beryl la proposta appare come una possibile soluzione a un problema che sembra non avere alternative praticabili. Nessuno dei due ha motivo di sospettare che l’uomo cui stanno affidando la propria fiducia abbia già iniziato da anni una lunga sequenza di omicidi rimasti sconosciuti alle autorità.

Quella decisione, maturata nel tentativo di affrontare una situazione disperata, rappresenta il punto di svolta dell’intera vicenda. Da quel momento gli eventi iniziano a susseguirsi con una rapidità che conduce, nel giro di poche settimane, alla scomparsa di Beryl e Geraldine, all’arresto di Timothy Evans e a uno dei procedimenti giudiziari più controversi della storia del Regno Unito.

Le scomparse, le confessioni e un’indagine costruita sulle contraddizioni

Il 30 novembre 1949 Timothy Evans si presenta presso una stazione di polizia nel Merthyr Tydfil, in Galles, dove si è recato nei giorni precedenti. Il suo racconto appare immediatamente confuso. Agli agenti riferisce che la moglie Beryl è morta durante un tentativo di aborto praticato da una persona che si sarebbe poi occupata di far sparire il corpo. Aggiunge di aver affidato la figlia Geraldine ad alcuni conoscenti affinché venisse accudita temporaneamente. Fin dalle prime dichiarazioni emergono incongruenze e cambi di versione che alimentano i sospetti degli investigatori.

La polizia londinese avvia immediatamente gli accertamenti presso il numero 10 di Rillington Place. Durante il sopralluogo viene rinvenuto il corpo di Beryl Evans all’interno di una piccola lavanderia situata nel cortile posteriore dell’edificio. La donna presenta segni compatibili con lo strangolamento e l’ipotesi dell’aborto clandestino perde rapidamente consistenza. Di Geraldine, invece, non vi è alcuna traccia.

Il ritrovamento del cadavere modifica radicalmente la direzione delle indagini. Evans viene riportato a Londra e sottoposto a lunghi interrogatori. Nel corso delle ore le sue dichiarazioni continuano a cambiare. In alcuni momenti sostiene di aver scoperto la moglie già morta; in altri afferma di averne occultato il corpo; successivamente arriva a confessare l’omicidio di Beryl. Poco dopo ritratta nuovamente parte delle proprie ammissioni.

Questa successione di confessioni e ritrattazioni costituisce il cuore dell’intero procedimento giudiziario. Oggi rappresenta uno degli aspetti maggiormente analizzati dagli studiosi degli errori giudiziari, perché evidenzia come una persona vulnerabile possa fornire dichiarazioni contraddittorie sotto la pressione di interrogatori prolungati. Evans possiede infatti limitate capacità cognitive, ha difficoltà di espressione e fatica a ricostruire gli eventi con precisione. Caratteristiche che, anziché indurre prudenza, vengono interpretate dagli investigatori come segnali di colpevolezza.

A rendere ancora più complessa la vicenda contribuisce la figura di John Christie. Fin dai primi momenti delle indagini si presenta come un vicino collaborativo, disponibile a rispondere alle domande della polizia e pronto a fornire informazioni sul comportamento della giovane coppia. La sua apparente calma, unita alla reputazione di uomo rispettabile costruita negli anni, rafforza la fiducia che gli investigatori ripongono nelle sue dichiarazioni.

Christie racconta di aver assistito alle frequenti discussioni tra Timothy e Beryl e descrive Evans come un marito impulsivo e violento. Le sue parole sembrano adattarsi perfettamente all’ipotesi investigativa che sta prendendo forma e finiscono per assumere un peso considerevole nella ricostruzione accusatoria.

Nel frattempo la ricerca di Geraldine prosegue. Pochi giorni dopo il corpo della bambina viene rinvenuto nello stesso edificio, nascosto in un luogo diverso rispetto a quello in cui era stato occultato quello della madre. Anche la piccola è stata strangolata.

La scoperta rafforza ulteriormente la convinzione degli investigatori di trovarsi davanti a un duplice omicidio familiare. L’ipotesi alternativa che un’altra persona possa aver ucciso entrambe le vittime viene rapidamente accantonata. Christie, che in realtà vive a pochi metri dai luoghi in cui i corpi vengono nascosti, non viene mai considerato un sospettato.

Il peso delle prove e i limiti della difesa

Dal punto di vista probatorio, il procedimento presenta fin dall’inizio elementi destinati a suscitare profonde discussioni negli anni successivi. L’accusa fonda gran parte della propria ricostruzione sulle confessioni rese da Timothy Evans durante gli interrogatori di polizia. Tali dichiarazioni, tuttavia, non costituiscono un racconto lineare: Evans modifica più volte la propria versione dei fatti, alternando ammissioni, ritrattazioni e spiegazioni incompatibili tra loro. In alcuni momenti sostiene di aver ucciso la moglie, in altri attribuisce la sua morte a un aborto clandestino, mentre in ulteriori dichiarazioni nega ogni responsabilità diretta. Nonostante queste evidenti oscillazioni, la pubblica accusa interpreta le incongruenze come il comportamento tipico di un colpevole che tenta di costruire una versione credibile degli eventi.

La difesa insiste invece sulle caratteristiche personali dell’imputato. Evans possiede capacità intellettive limitate, incontra difficoltà nell’esprimersi con precisione e appare facilmente suggestionabile durante gli interrogatori. Oggi questi elementi costituirebbero aspetti centrali nella valutazione dell’affidabilità delle confessioni, ma all’epoca ricevono un’attenzione molto più limitata. La possibilità che un soggetto vulnerabile possa adattare le proprie dichiarazioni alle aspettative degli investigatori non viene realmente approfondita durante il dibattimento.

Anche gli elementi materiali disponibili risultano meno solidi di quanto la successiva percezione pubblica possa far pensare. Non esistono prove scientifiche in grado di collegare direttamente Evans agli omicidi e gran parte dell’impianto accusatorio deriva dall’interpretazione complessiva del suo comportamento, delle sue confessioni e delle testimonianze raccolte. In un processo fondato prevalentemente su elementi indiziari, la valutazione dell’attendibilità dei testimoni assume quindi un’importanza decisiva.

Proprio questa circostanza conferisce un peso determinante alla deposizione di John Christie. La sua immagine di vicino tranquillo, collaborativo e apparentemente rispettabile finisce per rafforzare l’ipotesi accusatoria, senza che venga presa in considerazione la possibilità che egli possa avere un coinvolgimento diretto nei delitti. Solo tre anni più tardi, con la scoperta dei corpi nascosti nella stessa abitazione, emergerà come uno dei principali presupposti del processo fosse fondato sulla credibilità accordata proprio al vero assassino.

Il processo e il ruolo determinante della testimonianza di Christie

Il processo contro Timothy Evans si apre presso l’Old Bailey nel gennaio del 1950. Sin dall’inizio emerge una caratteristica destinata a incidere profondamente sull’esito del procedimento: Evans non viene processato per il duplice omicidio di Beryl e Geraldine, ma esclusivamente per l’assassinio della figlia.

Questa scelta processuale risponde a una precisa strategia dell’accusa. Concentrando il procedimento sull’omicidio di Geraldine, l’accusa presenta alla giuria una ricostruzione più lineare, evitando che il dibattimento si disperda sulle numerose incertezze relative alla morte di Beryl.

Una condanna per l’omicidio della bambina appare infatti più facilmente sostenibile davanti alla giuria e consente di evitare alcune difficoltà probatorie relative alla morte di Beryl. L’idea è che, dopo aver ucciso la moglie, Evans abbia eliminato anche Geraldine per impedire che rimanesse senza genitori o potesse diventare testimone degli eventi.

Presentatosi davanti alla corte come semplice vicino di casa, Christie offre l’immagine di un cittadino rispettabile, equilibrato e collaborativo. Descrive Evans come un uomo incline agli scatti d’ira, conferma di aver assistito ai litigi della coppia e riferisce particolari che sembrano rafforzare la tesi dell’accusa. Nessuno immagina che il principale testimone del processo sia in realtà l’autore materiale di numerosi omicidi già commessi e destinati a proseguire negli anni successivi.

La credibilità attribuita a Christie influenza profondamente la percezione della giuria. Le sue dichiarazioni vengono considerate attendibili, mentre le continue contraddizioni di Evans vengono interpretate come il tentativo maldestro di sottrarsi alle proprie responsabilità.

Dopo appena quaranta minuti di camera di consiglio, la giuria pronuncia un verdetto di colpevolezza. La rapidità della decisione testimonia quanto la ricostruzione dell’accusa e la testimonianza di Christie abbiano inciso sulla valutazione complessiva del caso.

Il giudice pronuncia la condanna a morte mediante impiccagione. Ogni successivo tentativo di ottenere una revisione del processo o una misura di clemenza viene respinto. La convinzione prevalente è che il caso sia stato definitivamente risolto e che il responsabile degli omicidi sia ormai stato individuato.

Il 9 marzo 1950 Timothy Evans viene impiccato nella prigione di Pentonville. Ha venticinque anni.

Con la sua esecuzione, la giustizia britannica ritiene di aver chiuso definitivamente il caso di Rillington Place. Tre anni più tardi, nuove scoperte all’interno dello stesso edificio dimostrano però che il vero assassino viveva per tutto il tempo a pochi metri dalle vittime e che uno dei principali testimoni dell’accusa era in realtà un serial killer rimasto indisturbato per anni.

La scoperta dei delitti di Christie e la caduta della verità processuale

Per oltre tre anni dopo l’esecuzione di Timothy Evans, il caso sembra definitivamente archiviato. La condanna viene considerata corretta e il numero 10 di Rillington Place continua a essere abitato, mentre John Reginald Halliday Christie prosegue la propria vita senza destare particolari sospetti. Nel frattempo, però, il serial killer continua a uccidere.

Nel dicembre del 1952 Christie assassina la moglie Ethel, con la quale convive da oltre trent’anni. Dopo averne occultato il corpo all’interno dell’abitazione, prosegue la propria attività criminale nei mesi successivi, attirando altre donne nel suo appartamento con il pretesto di offrire lavoro o assistenza. Le vittime vengono strangolate e nascoste all’interno della casa, sfruttando gli spazi angusti dell’edificio e la scarsa frequentazione di alcune aree comuni.

Nel marzo del 1953 Christie lascia improvvisamente Rillington Place. Il proprietario dell’immobile, entrando nell’appartamento ormai vuoto per predisporne una nuova locazione, scopre una nicchia ricavata dietro una parete della cucina. All’interno si trovano i corpi di tre donne.

La polizia avvia immediatamente nuove ricerche che portano alla scoperta di ulteriori resti umani nel giardino e sotto il pavimento dell’edificio. Tra le vittime viene identificata anche Ethel Christie. Il numero complessivo degli omicidi attribuiti a Christie cresce rapidamente e gli investigatori comprendono di trovarsi davanti a un serial killer che ha agito indisturbato per anni proprio nel luogo in cui Timothy Evans era stato indicato come unico responsabile di due delitti.

La notizia provoca un’immediata ondata di indignazione nell’opinione pubblica britannica. Diventa inevitabile chiedersi se la morte di Beryl e Geraldine possa essere collegata allo stesso uomo che, fino a pochi anni prima, aveva testimoniato contro Evans contribuendo in modo determinante alla sua condanna.

Christie viene rintracciato pochi giorni dopo nei pressi di Putney Bridge e arrestato senza opporre resistenza. Durante gli interrogatori ammette progressivamente numerosi omicidi, descrivendo con notevole freddezza le modalità con cui immobilizza e strangola le proprie vittime. Confessa anche l’assassinio della moglie Ethel e di diverse altre donne.

Nel corso degli interrogatori Christie fornisce dichiarazioni che finiscono per attribuirgli anche l’omicidio di Beryl Evans, mantenendo invece una posizione ambigua sulla morte della piccola Geraldine. Questa distinzione continua ad alimentare il dibattito anche dopo la sua condanna, poiché appare difficilmente conciliabile con la dinamica complessiva dei delitti emersa dalle successive ricostruzioni investigative.

Nel giugno del 1953 Christie viene processato esclusivamente per l’omicidio della moglie Ethel. La scelta è dettata dalla solidità delle prove disponibili e dalla volontà di evitare procedimenti più complessi. La condanna arriva rapidamente e il serial killer viene impiccato il 15 luglio 1953 nel carcere di Pentonville, la stessa prigione in cui tre anni prima era stato giustiziato Timothy Evans.

L’esecuzione di Christie non chiude però il caso. Al contrario, apre una delle più profonde crisi di fiducia nella giustizia britannica del Novecento. Se un serial killer ha potuto testimoniare come principale accusatore di un imputato successivamente messo a morte, diventa inevitabile riesaminare ogni fase dell’indagine e del processo.

L’opinione pubblica e la richiesta di una revisione

La scoperta che il principale testimone dell’accusa fosse in realtà un serial killer produce un effetto dirompente sulla società britannica. Quotidiani nazionali, giuristi e numerosi parlamentari iniziano a mettere apertamente in discussione la correttezza della condanna di Timothy Evans, sostenendo che il procedimento del 1950 debba essere riesaminato alla luce delle nuove prove emerse dopo l’arresto di Christie.

Il dibattito non riguarda soltanto la possibile innocenza di Evans. L’attenzione si concentra anche sul funzionamento dell’intero sistema giudiziario. Come è stato possibile che un uomo responsabile di numerosi omicidi sia stato ritenuto un testimone credibile? Per quale motivo le confessioni contraddittorie dell’imputato sono state considerate più significative delle incongruenze emerse durante le indagini? E perché nessuno ha approfondito seriamente la posizione di Christie, nonostante vivesse nello stesso edificio e avesse avuto un ruolo diretto negli eventi che precedono la scomparsa di Beryl Evans?

Nel corso degli anni Cinquanta queste domande alimentano un confronto sempre più acceso all’interno dell’opinione pubblica. Numerosi esperti di diritto sottolineano la necessità di rivedere il procedimento, mentre il caso diventa uno dei più citati quando si discutono i limiti della pena capitale e il rischio di errori irreversibili. È proprio questo crescente clima di sfiducia a spingere il Governo britannico a disporre un riesame ufficiale dell’intera vicenda, affidandolo al giudice Sir Daniel Brabin.

Dal Rapporto Brabin alla grazia postuma

Le polemiche che seguono la scoperta dei delitti di Christie non si esauriscono con la sua condanna. Per anni giuristi, parlamentari, giornalisti e studiosi continuano a interrogarsi sulla correttezza del procedimento che conduce all’impiccagione di Timothy Evans. Le critiche riguardano non soltanto la valutazione delle prove, ma anche le modalità con cui vengono condotti gli interrogatori, il peso attribuito alle confessioni e la sostanziale assenza di verifiche sulla credibilità di John Christie.

Nel 1965 il Governo britannico affida al giudice Sir Daniel Brabin il compito di riesaminare l’intera vicenda. L’obiettivo non consiste nel celebrare un nuovo processo, ma nel verificare se la condanna di Evans possa essere considerata sicura alla luce delle conoscenze acquisite dopo il 1953.

Il cosiddetto Rapporto Brabin analizza migliaia di pagine di documenti, testimonianze e prove raccolte durante entrambe le indagini. Il risultato è complesso e, per molti aspetti, controverso. Brabin conclude che esistono seri motivi per ritenere che Christie abbia assassinato Beryl Evans, ma ritiene che non sia possibile affermare con assoluta certezza che anche Geraldine sia stata uccisa dallo stesso uomo. Di conseguenza, evita di dichiarare formalmente innocente Timothy Evans.

Pur non arrivando a una piena assoluzione sul piano storico, il rapporto mette in evidenza numerose debolezze dell’indagine originaria. Emergono criticità nella raccolta delle confessioni, nella valutazione delle prove e nell’affidamento quasi incondizionato accordato alla testimonianza di Christie, la cui personalità non viene mai realmente approfondita prima del processo.

Già nel 1966, un anno dopo la pubblicazione del rapporto, il Governo britannico riconosce comunque l’ingiustizia subita da Evans concedendogli una grazia postuma. Si tratta di un provvedimento dal forte valore simbolico, che rappresenta il riconoscimento ufficiale del fatto che la sua condanna non avrebbe dovuto essere pronunciata sulla base degli elementi disponibili.

Negli anni successivi il caso continua a essere studiato come paradigma dell’errore giudiziario. L’evoluzione delle analisi storiche e giuridiche porta progressivamente a una convinzione sempre più condivisa: l’insieme delle prove disponibili indica John Christie come il responsabile dell’uccisione sia di Beryl sia della piccola Geraldine, mentre Timothy Evans viene ormai considerato, sul piano storico, una vittima della giustizia.

L’impatto della vicenda supera però il destino dei suoi protagonisti. Il caso Evans diventa uno degli argomenti più frequentemente richiamati durante il dibattito parlamentare sull’opportunità di mantenere la pena di morte nel Regno Unito. La possibilità che lo Stato possa giustiziare una persona innocente dimostra come anche un sistema giudiziario consolidato possa commettere errori irreparabili.

Nel 1965 il Parlamento approva il Murder (Abolition of Death Penalty) Act, che sospende la pena capitale per l’omicidio in Gran Bretagna, rendendo successivamente definitiva la sua abolizione. Sebbene la riforma sia il risultato di un lungo percorso politico e culturale, il nome di Timothy Evans rimane uno dei simboli più citati a sostegno della necessità di eliminare una sanzione che, una volta eseguita, non consente alcun rimedio agli errori della giustizia.

Ancora oggi il caso Evans continua a occupare un posto centrale nella storia giudiziaria britannica. Più che la vicenda di un singolo imputato, rappresenta il punto di incontro tra un’indagine condotta con gravi carenze investigative, la capacità manipolatoria di un serial killer rimasto insospettabile e i limiti di un sistema processuale che attribuisce valore decisivo a confessioni contraddittorie e testimonianze mai realmente verificate. Per questo motivo il caso viene ancora studiato nell’ambito della criminologia, della procedura penale e della storia del diritto come uno degli esempi più significativi di errore giudiziario del XX secolo. La sua eredità continua a ricordare che ogni processo penale richiede un controllo rigoroso delle prove e che, quando una sentenza comporta una pena irreversibile come la morte, anche un solo errore può trasformarsi in una conseguenza definitiva per lo Stato e per l’imputato.

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