Modena, Emilia Romagna, Italia, 15 novembre 1983 – Nei pressi della città viene rinvenuto il corpo di una prostituta uccisa con numerose coltellate. Nei dodici anni successivi altri delitti con caratteristiche in parte ricorrenti alimentano l’ipotesi dell’esistenza di un serial killer, ma nessuna indagine riesce a individuare un responsabile e il caso resta irrisolto.
L’origine di una delle più controverse inchieste della cronaca nera italiana
Tra il 1983 e il 1995 la provincia di Modena è teatro di una lunga sequenza di omicidi che colpiscono soprattutto donne tossicodipendenti dedite alla prostituzione. Fin dalle prime ricostruzioni emergono alcune analogie tra diversi delitti: le vittime vengono avvicinate nelle aree della prostituzione lungo la via Emilia o nelle sue vicinanze, i corpi sono spesso abbandonati in zone periferiche o isolate e, in più occasioni, risultano assenti effetti personali come borse e documenti.
Nonostante questi elementi, per molti anni ogni omicidio viene affrontato come un episodio autonomo. Gli investigatori seguono piste differenti, individuano sospettati che vengono successivamente scagionati e archiviano progressivamente i fascicoli senza costruire un’unica visione d’insieme. Solo con il passare del tempo la stampa inizia a ipotizzare che dietro quella serie di delitti possa agire un unico assassino, destinato a essere ricordato come il “Mostro di Modena” o il “Killer delle lucciole”. Si tratta però di una definizione giornalistica e non di una qualificazione investigativa o giudiziaria mai definitivamente accertata.
Ancora oggi il dibattito rimane aperto. Alcuni investigatori e studiosi ritengono che almeno una parte degli omicidi presenti caratteristiche compatibili con un unico autore, mentre altri evidenziano differenze nel modus operandi tali da suggerire la presenza di responsabili diversi. Questa incertezza rappresenta uno degli aspetti più complessi dell’intera vicenda e accompagna tutte le successive fasi dell’inchiesta.
Filomena Gnasso e il primo delitto della serie
La sera del 15 novembre 1983 il corpo di Filomena Gnasso viene rinvenuto in una strada isolata del quartiere Sacca, alla periferia di Modena. La donna, che si prostituisce per mantenersi, presenta cinque ferite da arma da taglio che ne provocano la morte.
Nelle prime fasi investigative il delitto viene interpretato come un episodio collegato all’ambiente della prostituzione o ai conflitti che ruotano attorno al controllo del territorio. Gli accertamenti si concentrano quindi sul racket e sulle dinamiche criminali presenti nella zona, senza prendere in considerazione l’ipotesi che quell’omicidio possa rappresentare l’inizio di una serie.
La mancanza di elementi investigativi decisivi impedisce di individuare un responsabile e il fascicolo rimane irrisolto. Soltanto negli anni successivi, quando altri delitti iniziano a presentare alcune somiglianze, anche la morte di Filomena Gnasso viene riletta alla luce di un possibile collegamento con gli episodi successivi, pur senza che tale collegamento trovi una conferma giudiziaria.
Giovanna Marchetti e i primi elementi ricorrenti
Il 21 agosto 1985 un nuovo omicidio riporta l’attenzione sulle campagne modenesi. Nei pressi di una fornace abbandonata a Baggiovara viene scoperto il corpo di Giovanna Marchetti, diciannovenne tossicodipendente che si prostituisce per procurarsi il denaro necessario all’acquisto dell’eroina.
L’identificazione della vittima richiede diversi giorni e rappresenta già una delle prime difficoltà incontrate dagli investigatori. Il cadavere mostra un grave trauma cranico provocato da una grossa pietra rinvenuta accanto al corpo, mentre sul collo sono presenti segni compatibili con un precedente tentativo di strangolamento. L’insieme delle lesioni suggerisce un’aggressione particolarmente violenta, nella quale l’assassino utilizza modalità differenti nel corso dell’azione omicidiaria.
Le indagini seguono inizialmente alcune piste personali. Un agricoltore della provincia di Reggio Emilia viene arrestato e resta in carcere per alcuni mesi prima di essere completamente scagionato. Successivamente l’attenzione si sposta sul fidanzato della giovane, anch’egli tossicodipendente, ma anche questa ipotesi investigativa si rivela priva di riscontri. Dopo circa sei mesi il procedimento entra in una fase di stallo senza risultati concreti.
A posteriori, alcuni aspetti dell’omicidio di Giovanna Marchetti assumono particolare rilievo: la vulnerabilità della vittima, l’aggressione consumata in un’area periferica e l’assenza di un movente immediatamente riconducibile a dinamiche personali rappresentano elementi che torneranno frequentemente nelle analisi dedicate all’intera serie.
Donatella Guerra e l’ipotesi di un unico assassino
Il 12 settembre 1987 il guardiano di una cava nella frazione di San Damaso scopre il corpo di Donatella Guerra, ventiduenne che frequenta gli stessi ambienti della prostituzione e della tossicodipendenza già emersi nei precedenti delitti.
L’autopsia accerta due ferite mortali inferte con un’arma da punta, una alla gola e una al cuore. L’analisi delle lesioni porta i consulenti a ritenere che la vittima venga sorpresa alle spalle prima di avere la possibilità di difendersi efficacemente. Anche la borsetta risulta scomparsa, particolare destinato a riemergere in altri casi della serie.
Tra gli elementi più discussi figura la valutazione medico-legale secondo cui l’angolazione delle ferite potrebbe indicare un aggressore mancino. Pur trattandosi di un dato interpretativo e non di una prova identificativa, questa osservazione entra stabilmente nelle successive ricostruzioni investigative.
L’inchiesta si conclude rapidamente senza individuare un colpevole. Accanto al corpo vengono inoltre rilevate impronte riconducibili a uno pneumatico compatibile con modelli montati anche su Fiat 131 utilizzate all’epoca da diverse amministrazioni pubbliche e forze dell’ordine. L’indizio, privo di ulteriori riscontri oggettivi, non consente di sviluppare piste investigative solide ma continuerà a essere ricordato negli anni successivi come uno dei molti elementi rimasti senza una spiegazione definitiva.
Con il delitto di Donatella Guerra iniziano a delinearsi alcune ricorrenze che spingono osservatori e cronisti a interrogarsi sull’eventuale esistenza di un collegamento tra i casi. Le autorità continuano tuttavia a trattare gli omicidi separatamente, rinviando ancora l’ipotesi di un’unica indagine coordinata.
L’escalation degli omicidi e la nascita del “Killer delle lucciole”
Poco più di un mese dopo l’omicidio di Donatella Guerra, la provincia di Modena è nuovamente teatro di un delitto con caratteristiche che richiamano quelle già osservate. Il 31 ottobre 1987 Marina Balboni, ventunenne tossicodipendente, viene trovata morta in via Mulini, una strada isolata tra Carpi e Gargallo. La giovane viene strangolata con il foulard che porta al collo, particolare che evidenzia ancora una volta un’aggressione ravvicinata e improvvisa.
Marina conosce Donatella Guerra. Le due frequentano gli stessi ambienti e si prostituiscono nelle medesime zone. Proprio questa circostanza induce, negli anni successivi, alcuni osservatori a ipotizzare che la ragazza possa avere assistito o appreso informazioni relative al precedente omicidio. Si tratta tuttavia di una ricostruzione che non trova conferme investigative definitive e che rimane confinata nell’ambito delle ipotesi formulate nel corso del tempo.
Anche in questo caso le indagini non producono risultati concreti. Vengono raccolte testimonianze e verificati alcuni sospetti, ma il procedimento viene archiviato senza individuare un responsabile. A posteriori, però, la morte di Marina Balboni assume un significato diverso, perché rappresenta il quarto episodio di una sequenza che inizia ormai a mostrare alcune costanti difficili da ignorare.
Le vittime appartengono a un contesto sociale estremamente vulnerabile. Sono giovani donne segnate dalla dipendenza da sostanze stupefacenti, spesso costrette a prostituirsi per procurarsi il denaro necessario all’acquisto della droga. Molte vivono situazioni familiari difficili, cambiano frequentemente domicilio e conducono una vita ai margini della società. Proprio questa condizione rende particolarmente complesso ricostruirne gli ultimi spostamenti e individuare eventuali testimoni.
Nel corso degli anni questa caratteristica alimenta numerose riflessioni anche sul piano investigativo. Diversi osservatori sottolineano come le vittime non ricevano inizialmente la stessa attenzione riservata ad altri casi di cronaca, circostanza che contribuisce probabilmente a rallentare la costruzione di un quadro investigativo unitario.
Il ruolo di Pierluigi Salinaro e la teoria del serial killer
Mentre gli inquirenti continuano a esaminare ogni omicidio separatamente, è il lavoro giornalistico a proporre per la prima volta una lettura complessiva della vicenda.
Pierluigi Salinaro, cronista della Gazzetta di Modena, inizia infatti a confrontare date, modalità degli omicidi, caratteristiche delle vittime e luoghi dei ritrovamenti. Dall’analisi emergono numerose analogie che, considerate singolarmente, possono apparire casuali ma che, osservate nel loro insieme, sembrano delineare un possibile schema.
Le vittime sono quasi sempre giovani donne tossicodipendenti. Molte si prostituiscono lungo la via Emilia o nelle aree limitrofe. I corpi vengono ritrovati in campagne, cave, fossi o strade poco frequentate della provincia modenese. In diversi casi risultano assenti borse e documenti personali, mentre alcune aggressioni sembrano iniziare alle spalle, riducendo drasticamente le possibilità di difesa delle vittime.
È proprio Salinaro a utilizzare sui giornali l’espressione “Killer delle lucciole”, contribuendo a diffondere nell’opinione pubblica l’ipotesi dell’esistenza di un serial killer. La definizione si radica rapidamente nel linguaggio della cronaca e, negli anni successivi, viene sostituita o affiancata da quella di “Mostro di Modena”.
Le autorità investigative, tuttavia, mantengono un atteggiamento più prudente. Le somiglianze vengono considerate interessanti ma non sufficienti per dimostrare che tutti gli omicidi siano opera dello stesso individuo. Le differenze riscontrate nelle modalità di esecuzione dei delitti continuano infatti a rappresentare un elemento di cautela.
Claudia Santachiara e il consolidarsi delle analogie
Dopo una pausa di circa due anni, la sequenza degli omicidi riprende il 30 maggio 1989. Nei pressi del terminal dell’Autobrennero di Campogalliano viene rinvenuto il corpo di Claudia Santachiara, ventiquattrenne tossicodipendente che negli ultimi tempi si prostituisce per sostenere la propria dipendenza.
La scena del crimine presenta elementi particolarmente significativi. Claudia viene trovata completamente nuda, ad eccezione dei collant strappati e degli stivaletti che indossa ancora ai piedi. Sul collo è presente il cappio utilizzato per strangolarla e sul corpo vengono documentati numerosi segni compatibili con un tentativo di difesa.
Anche in questo caso gli investigatori ricostruiscono gli ultimi movimenti della vittima, ascoltano conoscenti, clienti abituali e familiari, ma nessuna delle piste percorse conduce all’identificazione dell’assassino. Un sospettato viene rapidamente escluso e il fascicolo si avvia verso l’archiviazione.
L’omicidio rafforza ulteriormente la convinzione di chi sostiene l’esistenza di un’unica mano dietro almeno parte dei delitti. Lo strangolamento, la scelta di una vittima inserita nello stesso contesto sociale delle precedenti e l’abbandono del corpo in una zona periferica sembrano infatti inserirsi in un modello che continua a ripetersi.
Fabiana Zuccarini e le prime critiche alle indagini
L’8 marzo 1990 un ragazzo scopre il corpo di Fabiana Zuccarini in un fosso a Staggia di San Prospero. La giovane, ventiduenne originaria di Pavullo nel Frignano, è conosciuta come tossicodipendente, anche se non risulta stabilmente dedita alla prostituzione come gran parte delle precedenti vittime.
L’identificazione avviene grazie a un piccolo tatuaggio raffigurante una stella. Sul collo vengono rilevati evidenti segni di strangolamento, mentre la ragazza viene trovata senza scarpe e senza calze. Anche questa scena presenta caratteristiche che, agli occhi di diversi osservatori, richiamano alcuni degli omicidi precedenti.
La gestione dell’inchiesta suscita però numerose perplessità. Il pubblico ministero non effettua un sopralluogo diretto sul luogo del ritrovamento e il corpo viene rimosso in tempi relativamente rapidi. Nel fossato viene repertato un mozzicone di sigaretta, ma non sarà mai possibile stabilire con certezza se appartenga all’assassino oppure sia estraneo ai fatti.
Gli investigatori concentrano inizialmente l’attenzione su un elettricista che avrebbe parlato con la vittima poche ore prima della scomparsa. L’uomo viene arrestato, ma successivamente rimesso in libertà per insufficienza di elementi a suo carico.
Con il quinto omicidio, l’ipotesi di una serie criminale diventa sempre più presente nel dibattito pubblico. Nonostante ciò, le indagini continuano a procedere separatamente e non viene costituito un gruppo investigativo dedicato esclusivamente all’analisi congiunta dei delitti. Questa scelta rappresenterà, negli anni successivi, uno degli aspetti maggiormente criticati nella ricostruzione dell’intera vicenda giudiziaria.
Dal 1990 al 1994: una sequenza che continua senza un responsabile
Pochi mesi dopo il delitto di Fabiana Zuccarini la provincia di Modena è nuovamente attraversata da un nuovo omicidio. Il 13 ottobre 1990 i vigili del fuoco intervengono per domare un incendio sviluppatosi all’interno dei cosiddetti Palazzoni del Windsor Park. Durante le operazioni viene rinvenuto il corpo di Antonietta Sottosanti, prostituta tossicodipendente.
L’autopsia accerta che la donna non muore a causa delle fiamme né per l’inalazione del fumo. Il decesso è provocato dall’occlusione delle vie respiratorie: una calza di nylon viene introdotta con forza nella gola della vittima, causandone il soffocamento. L’incendio appare quindi successivo all’omicidio e viene interpretato come un possibile tentativo di alterare la scena del crimine o di distruggere eventuali tracce.
Le modalità dell’aggressione si discostano da quelle osservate in altri episodi della serie. Questa circostanza alimenta il dibattito tra gli investigatori: per alcuni rappresenta un’evoluzione del comportamento dello stesso autore, mentre per altri costituisce un elemento incompatibile con l’ipotesi di un unico serial killer. Anche in questo caso, tuttavia, le indagini non consentono di individuare un colpevole.
Dopo un intervallo di circa sedici mesi la sequenza riprende il 10 febbraio 1992. Nei pressi di San Prospero un agricoltore nota il corpo senza vita di una donna abbandonato lungo una strada di campagna. La vittima viene identificata il giorno seguente come Anna Abbruzzese, trentaduenne originaria della Campania ma residente nell’area bolognese.
L’esame autoptico evidenzia sei ferite da arma da taglio concentrate nella regione addominale e alle mani, queste ultime interpretate come lesioni da difesa. Secondo i consulenti medico-legali, l’omicidio non viene commesso nel luogo del ritrovamento ma altrove, con il successivo trasporto del cadavere nell’area dove viene rinvenuto.
Anna Abbruzzese vive una situazione di forte marginalità sociale. Alcuni testimoni riferiscono che da tempo dorme in automobile insieme al compagno, anch’egli tossicodipendente. Per mantenersi frequenta la zona della stazione ferroviaria di Modena, dove si prostituisce. Anche in questo caso risultano assenti la borsetta e i documenti personali, dettaglio che richiama diversi episodi precedenti.
La dinamica dell’accoltellamento presenta inoltre alcune analogie con l’omicidio di Donatella Guerra, elemento che riporta nuovamente al centro del dibattito l’ipotesi di una possibile serialità. Nonostante ciò, il procedimento investigativo si conclude senza sviluppi significativi e il caso viene archiviato.
Il 26 gennaio 1994 un pensionato trova il corpo di Annamaria Palermo in un canale situato sotto un cavalcavia nei pressi dell’Autostrada del Sole. La donna risulta scomparsa da alcuni giorni e il cadavere è già in avanzato stato di decomposizione.
L’autopsia stabilisce che la morte è provocata da dodici coltellate inferte nella regione cardiaca. A differenza di altri episodi della presunta serie, però, accanto al corpo vengono ritrovati sia il giubbotto sia la borsetta contenente i documenti della vittima. Si tratta di un elemento che introduce una significativa differenza rispetto ad altri delitti nei quali gli effetti personali risultano sistematicamente mancanti.
Annamaria vive prostituendosi nella zona della stazione ferroviaria di Modena e viene vista per l’ultima volta pochi giorni prima della scoperta del cadavere. Anche questo procedimento investigativo non conduce all’individuazione di un responsabile e contribuisce ad alimentare la percezione di un’inchiesta sempre più complessa.
L’omicidio di Monica Abate e una svolta investigativa controversa
Il 3 gennaio 1995 viene scoperto il corpo di Monica Abate all’interno del suo appartamento di via Rua Freda, nel centro storico di Modena. La donna, trentaduenne, è conosciuta negli ambienti della prostituzione e della tossicodipendenza.
A un primo esame esterno il medico intervenuto sul posto ritiene che il decesso possa essere riconducibile a una probabile overdose. La presenza di una siringa e il contesto nel quale viene rinvenuto il cadavere sembrano infatti compatibili con questa ipotesi. Come previsto in simili circostanze, viene comunque disposta l’autopsia.
L’esame autoptico modifica radicalmente la ricostruzione iniziale. I consulenti accertano che Monica Abate non muore per overdose ma viene soffocata mediante la compressione della bocca e del naso. Sul corpo vengono inoltre documentate lesioni compatibili con un tentativo di difesa, mentre sotto le unghie della vittima vengono repertati frammenti biologici utili agli accertamenti.
L’omicidio presenta caratteristiche profondamente diverse rispetto ai precedenti casi attribuiti al presunto Mostro di Modena. La vittima viene uccisa nella propria abitazione e l’autore sembra tentare di simulare una morte naturale dovuta all’assunzione di sostanze stupefacenti. Nei delitti precedenti, invece, i corpi vengono generalmente abbandonati in luoghi isolati senza particolari tentativi di occultamento.
Queste differenze portano gli investigatori a concentrare rapidamente l’attenzione sulla convivente della donna, Laura Bernardi. Sul pianerottolo dell’abitazione vengono infatti repertate tracce ematiche riconducibili al suo profilo genetico. Parallelamente vengono analizzati il telefono cellulare della vittima, i contatti personali e i clienti abituali nel tentativo di ricostruire le ultime ore di vita della donna.
L’ipotesi accusatoria, tuttavia, incontra numerose difficoltà. Nel novembre 1997 il giudice per l’udienza preliminare Francesco Maria Caruso dispone il proscioglimento di Laura Bernardi, evidenziando gravi criticità nell’attività investigativa svolta e ritenendo insufficiente il quadro probatorio raccolto. La decisione riporta il procedimento a una situazione di sostanziale stallo.
Le ombre sulle indagini e le ipotesi mai dimostrate
Dopo il proscioglimento di Laura Bernardi emergono nuove polemiche sulla gestione dell’intera inchiesta. Alcune ricostruzioni ipotizzano possibili collegamenti con appartenenti alle forze dell’ordine che, secondo alcune testimonianze raccolte nel tempo, avrebbero frequentato ambienti legati alla prostituzione e al consumo di sostanze stupefacenti.
A sostegno di queste ipotesi vengono richiamati diversi elementi già noti, come le impronte di pneumatico rilevate accanto al corpo di Donatella Guerra e compatibili anche con modelli di autovetture in dotazione ad amministrazioni pubbliche, oppure alcune dichiarazioni riguardanti rapporti tra appartenenti alle forze dell’ordine e alcune delle vittime.
Nessuno di questi elementi, tuttavia, trova conferme sufficienti sul piano giudiziario. Gli accertamenti genetici eseguiti negli anni successivi non consentono di dimostrare il coinvolgimento delle persone indicate dalle varie ipotesi investigative e nessuna delle ricostruzioni alternative raggiunge il livello probatorio necessario per sostenere un’accusa.
Nel frattempo prende sempre più forza un’altra riflessione destinata ad accompagnare il caso negli anni successivi: l’assenza di un coordinamento investigativo unitario durante la fase in cui gli omicidi vengono commessi. Per lungo tempo ogni fascicolo procede autonomamente, senza una struttura dedicata al confronto sistematico delle prove, delle testimonianze e dei dati raccolti nei diversi procedimenti.
Questa frammentazione rappresenta ancora oggi uno dei principali interrogativi dell’intera vicenda e costituisce uno degli aspetti più discussi quando si analizzano le ragioni per cui la serie di omicidi attribuita al cosiddetto Mostro di Modena rimane priva di un responsabile identificato.
La riapertura dell’inchiesta e ciò che resta del Mostro di Modena
Per oltre vent’anni la vicenda del cosiddetto Mostro di Modena rimane sostanzialmente immobile. I fascicoli relativi ai singoli omicidi vengono progressivamente archiviati, mentre il dibattito continua soprattutto tra giornalisti, studiosi e familiari delle vittime. Nessuna nuova prova consente di individuare un responsabile e la possibilità che dietro quei delitti vi sia un unico assassino continua a dividere investigatori e magistrati.
Nel 2019 la Procura di Modena decide di riaprire l’inchiesta con l’obiettivo di rivalutare il materiale investigativo alla luce delle moderne tecniche scientifiche. L’iniziativa nasce dalla consapevolezza che molti degli accertamenti eseguiti tra gli anni Ottanta e Novanta risentono inevitabilmente dei limiti tecnologici dell’epoca. Le possibilità offerte dall’analisi del DNA, dalle nuove metodologie di repertazione e dalla digitalizzazione degli archivi aprono infatti prospettive che, al momento dei delitti, non erano disponibili.
La riapertura non implica però la certezza dell’esistenza di un serial killer né la presenza di un nuovo sospettato. L’obiettivo consiste piuttosto nel riesaminare in modo unitario reperti, verbali, fotografie e consulenze tecniche, verificando se elementi apparentemente secondari possano oggi assumere un diverso significato.
L’inchiesta rappresenta anche un tentativo di superare una delle principali criticità evidenziate dagli studiosi del caso: la frammentazione delle indagini originarie. Analizzare contemporaneamente tutti gli omicidi permette infatti di confrontare elementi che, all’epoca, erano stati valutati separatamente.
Ad oggi, tuttavia, la riapertura non ha portato all’individuazione di un responsabile né ha consentito di chiarire definitivamente se gli omicidi siano riconducibili a una sola persona oppure a più autori distinti.
Serial killer o delitti indipendenti?
L’aspetto più controverso dell’intera vicenda riguarda proprio la possibilità di attribuire tutti gli omicidi a un unico autore.
Gli elementi a favore di questa ipotesi non mancano. La maggior parte delle vittime appartiene allo stesso contesto sociale, caratterizzato dalla tossicodipendenza e dalla prostituzione di strada. Numerosi corpi vengono rinvenuti in aree periferiche della provincia modenese, spesso lungo direttrici facilmente raggiungibili dalla via Emilia. In diversi episodi ricorrono l’asportazione della borsetta o dei documenti personali, l’aggressione improvvisa e l’abbandono del cadavere in luoghi isolati.
Esistono però anche differenze significative che impediscono di formulare conclusioni definitive. Le cause della morte variano sensibilmente: alcune vittime vengono accoltellate, altre strangolate, una soffocata mediante l’introduzione di una calza in gola, un’altra uccisa all’interno della propria abitazione con modalità completamente differenti rispetto agli altri casi.
Anche il comportamento dell’assassino, o degli assassini, appare disomogeneo. In alcuni delitti il corpo viene lasciato immediatamente sul luogo dell’aggressione, mentre in altri sembra essere trasportato successivamente. In almeno un caso viene ipotizzato un tentativo di alterare la scena del crimine attraverso un incendio, mentre nell’omicidio di Monica Abate emerge il tentativo di simulare una morte per overdose.
Queste differenze spiegano perché, nonostante il nome di “Mostro di Modena” sia ormai entrato stabilmente nella cronaca nera italiana, dal punto di vista giudiziario non sia mai stata accertata l’esistenza di un unico serial killer.
Un caso che continua a interrogare la giustizia
La storia del Mostro di Modena rappresenta ancora oggi uno dei più complessi casi irrisolti della cronaca nera italiana. Non soltanto per l’assenza di un colpevole, ma anche per le numerose domande rimaste prive di risposta.
Resta aperto il dubbio su quanti degli omicidi siano realmente collegati tra loro. Rimane incerta l’effettiva rilevanza di numerosi indizi raccolti nel corso degli anni, così come non è possibile stabilire se alcune occasioni investigative siano andate definitivamente perdute a causa delle tecniche disponibili all’epoca o di valutazioni che oggi verrebbero affrontate diversamente.
La vicenda evidenzia anche le difficoltà che caratterizzano le indagini sui cosiddetti soggetti vulnerabili. Le vittime conducono esistenze spesso segnate dalla marginalità sociale, dalla dipendenza e dall’assenza di una rete familiare stabile. Queste condizioni rendono particolarmente complessa la ricostruzione dei loro ultimi movimenti e limitano la disponibilità di testimoni affidabili, aumentando le difficoltà investigative.
A distanza di decenni, il caso continua quindi a rappresentare un punto di riferimento nello studio delle grandi inchieste irrisolte italiane. Più che l’immagine di un serial killer ormai consegnato alla storia, emerge quella di una lunga sequenza di omicidi che, nonostante gli approfondimenti investigativi e le successive riaperture dell’inchiesta, non ha ancora trovato una risposta definitiva sul piano giudiziario.