Erzsébet Báthory: La Contessa del Sangue e il Suo Regno di Terrore

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Erzsébet Báthory
Erzsébet Báthory è ricordata come la Contessa Sanguinaria e, secondo la tradizione, una delle più prolifiche assassine seriali della storia. Tra documenti processuali, testimonianze controverse e leggende nate nei secoli successivi, il suo caso continua ad alimentare il dibattito tra storici e criminologi.

Scheda archivio

Nome caso / serial killer Erzsébet Báthory
Soprannome Contessa Sanguinaria
Tipologia Serial Killer
Periodo / date 1590–1610
Luogo Castello di Csejte (Čachtice)
Paese Regno d'Ungheria (attuale Slovacchia)
Vittime
Accertate 2
Stimate 200 - 300
Modus operandi

Presunte torture e omicidi di giovani donne appartenenti inizialmente alla servitù e, secondo alcune testimonianze, anche alla piccola nobiltà, all'interno dei propri castelli

Tabella dei Contenuti

Regno d’Ungheria, 1590 – 1610 – Erzsébet Báthory appartiene a una delle più potenti famiglie dell’aristocrazia ungherese e viene accusata di aver torturato e ucciso numerose giovani donne all’interno dei suoi possedimenti. Il caso continua a dividere gli storici tra responsabilità penali, propaganda politica e costruzione del mito della “Contessa Sanguinaria”.

Una delle figure più controverse della storia criminale europea

Pochi personaggi della storia suscitano un dibattito tanto acceso quanto Erzsébet Báthory. Per alcuni rappresenta la più prolifica assassina seriale mai esistita; per altri è una nobildonna travolta da un processo irregolare e da una campagna di delegittimazione politica. Tra queste due interpretazioni si colloca una documentazione frammentaria, composta da testimonianze, atti giudiziari e racconti che, nel corso dei secoli, si intrecciano con la leggenda fino a rendere difficile distinguere ciò che appartiene ai fatti da ciò che nasce dalla tradizione popolare.

Il soprannome di “Contessa Sanguinaria”, con cui diventa celebre in tutta Europa, contribuisce ulteriormente a trasformare la sua vicenda in un racconto destinato a superare i confini della cronaca. Ancora oggi Erzsébet Báthory viene spesso associata ai vampiri, ai bagni nel sangue e a rituali esoterici, immagini che appartengono ormai all’immaginario collettivo ma che non trovano sempre riscontro nella documentazione dell’epoca. Proprio questa commistione tra storia e mito rende il suo caso uno dei più complessi da analizzare.

Per comprendere la vicenda è necessario inserirla nel contesto dell’Ungheria tra il XVI e il XVII secolo, un periodo caratterizzato da guerre continue, rivalità dinastiche e profondi cambiamenti politici che influenzano anche i rapporti tra la Corona e la grande aristocrazia.

L’Ungheria divisa tra guerre e grandi casate

Quando Erzsébet nasce, il Regno d’Ungheria attraversa una delle fasi più difficili della propria storia. Dopo la sconfitta di Mohács del 1526, il territorio viene progressivamente diviso tra la monarchia asburgica, il Principato di Transilvania e l’Impero Ottomano. Per decenni le campagne ungheresi diventano teatro di conflitti quasi continui, mentre le famiglie nobili assumono un ruolo sempre più importante nella difesa dei confini e nell’amministrazione dei propri vasti possedimenti.

In questo scenario le grandi casate aristocratiche non rappresentano soltanto un’élite economica, ma costituiscono autentici centri di potere militare e politico. Dispongono di eserciti privati, amministrano territori estesi, esercitano funzioni giudiziarie sui propri sudditi e mantengono rapporti diretti con la Corona. Le residenze fortificate disseminate tra l’Ungheria Reale e la Transilvania non sono semplici dimore nobiliari, ma vere e proprie strutture difensive dalle quali vengono gestiti patrimoni, attività agricole e strategie militari.

È in questo contesto che si afferma la famiglia Báthory, una delle dinastie più influenti dell’Europa centro-orientale.

Le origini della famiglia Báthory

Erzsébet Báthory nasce il 7 agosto 1560 da György VI Báthory e Anna Báthory, entrambi appartenenti a due differenti rami della stessa casata. La famiglia gode di un prestigio enorme: tra i suoi membri figurano governatori, comandanti militari e persino un futuro principe di Transilvania e re di Polonia, Stefano Báthory.

L’appartenenza a una famiglia tanto potente garantisce alla giovane un’educazione riservata a pochissimi aristocratici dell’epoca. Erzsébet impara a leggere e a scrivere, studia il latino e acquisisce familiarità con diverse lingue parlate nei territori amministrati dalla sua famiglia, tra cui l’ungherese, il tedesco e lo slovacco. Per una donna del XVI secolo si tratta di una formazione di livello particolarmente elevato, destinata a prepararla alla gestione di vaste proprietà e ai rapporti con la nobiltà europea.

Nel corso dei secoli attorno alla genealogia dei Báthory si sviluppano numerose leggende. Alcune ricostruzioni descrivono la famiglia come segnata da follia ereditaria dovuta ai matrimoni tra consanguinei; altre attribuiscono a vari parenti pratiche di stregoneria, alchimia o satanismo. Questi racconti, tuttavia, derivano in gran parte da cronache tarde, opere letterarie e tradizioni popolari, mentre la documentazione coeva non consente di confermare molte di queste affermazioni. Gli storici contemporanei invitano quindi a distinguere i dati effettivamente attestati dalle narrazioni che, soprattutto nei secoli successivi, contribuiscono ad alimentare l’immagine oscura della casata.

Anche le notizie sulla salute della giovane Erzsébet devono essere interpretate con cautela. Alcune fonti riportano che soffre di episodi convulsivi, emicranie o crisi compatibili con forme di epilessia, ma la natura di questi disturbi non può essere verificata con certezza sulla base della documentazione disponibile. Allo stesso modo, molti episodi riguardanti la sua infanzia derivano da testimonianze raccolte decenni dopo i fatti e risultano difficili da verificare.

Il matrimonio con Ferenc Nádasdy

Come avviene frequentemente tra le grandi famiglie aristocratiche dell’epoca, il futuro di Erzsébet viene deciso molto presto. Ancora adolescente viene promessa in sposa a Ferenc Nádasdy, appartenente a un’altra delle più influenti casate ungheresi. Il matrimonio viene celebrato nel 1575 e sancisce l’unione di due patrimoni destinati ad accrescere ulteriormente il peso politico delle rispettive famiglie.

Dopo le nozze Erzsébet si trasferisce nelle proprietà dei Nádasdy e assume progressivamente la gestione dell’amministrazione domestica e dei possedimenti durante le lunghe assenze del marito. Ferenc trascorre infatti gran parte della propria vita impegnato nelle campagne militari contro l’Impero Ottomano, distinguendosi come comandante e guadagnandosi una reputazione di abile condottiero.

Le cronache dell’epoca descrivono Nádasdy come un uomo energico e severo, qualità considerate quasi indispensabili in un contesto segnato dalla guerra permanente. Nei secoli successivi questa immagine viene progressivamente trasformata in quella di un comandante particolarmente crudele, al quale vengono attribuiti metodi di tortura utilizzati contro i prigionieri ottomani. Anche in questo caso, tuttavia, è necessario distinguere tra le testimonianze contemporanee e le ricostruzioni posteriori, spesso influenzate dalla successiva fama della moglie.

Durante gli anni di matrimonio Erzsébet si trova a gestire una rete di castelli, villaggi e proprietà agricole distribuite in diverse regioni del Regno d’Ungheria. Tra queste assume particolare importanza il castello di Csejte, nell’attuale Slovacchia, destinato a diventare il luogo maggiormente associato alle accuse che emergeranno negli anni successivi.

La posizione sociale della contessa, unita alle frequenti assenze del marito, le garantisce un’autonomia amministrativa insolita per una donna del suo tempo. Dirige il personale, amministra le finanze, sovrintende alle attività agricole e interviene nelle controversie che riguardano i propri sudditi. È proprio all’interno di questa struttura complessa, composta da numerosi servitori e collaboratori, che iniziano a circolare le prime voci riguardanti presunti maltrattamenti inflitti alle giovani domestiche.

Le prime accuse e il confine tra realtà e diceria

Le testimonianze raccolte durante le successive indagini indicano che episodi di violenza nei confronti della servitù sarebbero iniziati diversi anni prima dell’apertura dell’inchiesta ufficiale. Secondo alcuni testimoni, ragazze assunte come domestiche avrebbero subito punizioni particolarmente severe e alcune di loro non avrebbero mai fatto ritorno alle proprie famiglie.

Stabilire quando queste notizie inizino realmente a diffondersi è però estremamente difficile. Molte deposizioni vengono raccolte soltanto tra il 1610 e il 1611, quando la fama della contessa è già compromessa e il procedimento giudiziario è ormai avviato. In numerosi casi i testimoni riferiscono fatti appresi da altre persone e non eventi osservati direttamente, circostanza che rende complessa la valutazione del loro effettivo valore probatorio.

Nonostante queste difficoltà, un elemento emerge con una certa continuità dalla documentazione disponibile: all’inizio del XVII secolo le voci sulle sparizioni di giovani donne legate ai possedimenti della famiglia Nádasdy diventano sempre più insistenti e iniziano a superare i confini delle comunità locali. Quando tra le presunte vittime vengono indicate anche ragazze appartenenti alla piccola nobiltà, la vicenda assume inevitabilmente una rilevanza politica che richiama l’attenzione della Corona.

È proprio questo passaggio a segnare l’inizio della fase più nota della storia di Erzsébet Báthory. Le dicerie che per anni rimangono circoscritte ai suoi domini si trasformano progressivamente in accuse formali, aprendo la strada all’indagine che, pochi anni dopo, cambierà per sempre il destino della contessa e contribuirà alla nascita di una delle figure più controverse della storia criminale europea.

Le accuse di omicidio e la gestione del castello di Csejte

All’inizio del XVII secolo il castello di Csejte diventa il centro delle accuse che coinvolgono Erzsébet Báthory. La residenza, situata in una posizione strategica nell’attuale Slovacchia occidentale, ospita decine di servitori, amministratori, artigiani e personale addetto alla gestione delle vaste proprietà della contessa. In una struttura tanto complessa il continuo ricambio della servitù rende inizialmente difficile comprendere se le frequenti sparizioni di giovani donne siano riconducibili a normali spostamenti, malattie o a episodi ben più gravi.

Le prime ragazze a essere indicate come vittime appartengono quasi esclusivamente alle famiglie contadine dei villaggi amministrati dai Báthory e dai Nádasdy. Per molte di loro il servizio presso una famiglia aristocratica rappresenta un’opportunità economica importante e le famiglie affidano le figlie alla corte della contessa nella speranza di garantire loro un futuro migliore.

Secondo numerose testimonianze raccolte durante l’inchiesta, alcune di queste giovani non fanno più ritorno alle proprie case. In diversi casi le famiglie ricevono spiegazioni generiche riguardo a improvvise malattie o morti accidentali; in altri, non ottengono alcuna informazione. È proprio l’accumularsi di queste sparizioni ad alimentare i primi sospetti tra gli abitanti della regione.

Le deposizioni descrivono un ambiente nel quale le punizioni corporali rappresentano una pratica frequente. È tuttavia importante ricordare che nel XVI e XVII secolo l’uso della violenza nei confronti della servitù non costituisce purtroppo un fatto eccezionale. La disciplina domestica nelle grandi dimore aristocratiche può prevedere punizioni fisiche che oggi sarebbero considerate gravissime. Il punto centrale dell’accusa non riguarda quindi la semplice esistenza di castighi, ma il loro presunto carattere sistematico, la loro estrema crudeltà e soprattutto l’elevato numero di morti che ne sarebbe derivato.

Secondo gli atti processuali, il progressivo aumento delle vittime porta la contessa e i suoi collaboratori a modificare anche la scelta delle giovani da reclutare. Quando le sparizioni tra le ragazze dei villaggi iniziano a destare attenzione, vengono coinvolte anche figlie della piccola nobiltà, ufficialmente accolte nel castello per completare la propria educazione aristocratica. È proprio questo passaggio ad attirare l’interesse delle autorità, poiché la scomparsa di giovani appartenenti a famiglie influenti non può più essere ignorata come accadeva per le domestiche di origine contadina.

Le testimonianze sulle torture

Gran parte della fama di Erzsébet Báthory deriva dalle descrizioni delle torture contenute nelle deposizioni raccolte durante l’indagine. Si tratta, tuttavia, di una documentazione che richiede particolare cautela.

Nel corso dell’istruttoria vengono ascoltati centinaia di testimoni. Solo una parte di essi dichiara però di avere assistito personalmente agli episodi di violenza; molti altri riferiscono fatti appresi da conoscenti, parenti o membri della servitù. Questo elemento rappresenta uno dei principali motivi per cui gli storici continuano a discutere sull’attendibilità complessiva delle accuse.

Le testimonianze dirette descrivono punizioni estremamente severe. Alcune giovani sarebbero state picchiate fino a riportare lesioni mortali; altre avrebbero subito ustioni, ferite provocate con aghi o coltelli, esposizione prolungata al freddo e privazione del cibo. In diversi casi vengono riferiti decessi sopraggiunti dopo giorni di sofferenza.

Accanto a queste deposizioni compaiono però racconti ancora più spettacolari, nei quali si parla di mutilazioni sistematiche, cannibalismo forzato e altre pratiche particolarmente efferate. Proprio questi episodi sono quelli maggiormente discussi dalla storiografia moderna, poiché spesso provengono da testimonianze indirette o vengono riportati soltanto in versioni successive degli atti processuali.

La presenza di elementi così differenti impone quindi una distinzione tra ciò che emerge con una certa continuità dalle deposizioni e ciò che appare invece frutto di amplificazioni progressive. Che all’interno del castello si verificassero episodi di violenza sembra trovare riscontro in numerose testimonianze; molto più complesso è stabilire quali tra le torture attribuite alla contessa siano realmente avvenute e quali siano state enfatizzate durante la costruzione della sua immagine pubblica.

Il mito dei bagni nel sangue

Nessun elemento contribuisce alla fama di Erzsébet Báthory quanto la convinzione che facesse il bagno nel sangue di giovani vergini per preservare la propria bellezza. Ancora oggi questa è l’immagine che identifica quasi automaticamente la cosiddetta Contessa Sanguinaria, ma proprio questo episodio rappresenta uno degli aspetti meno documentati dell’intera vicenda.

La versione più conosciuta racconta che una domestica, mentre pettina la contessa, le strappa accidentalmente alcuni capelli. Erzsébet reagisce colpendola violentemente e alcune gocce di sangue cadono sulla sua mano. Osservando la pelle macchiata, la nobildonna avrebbe creduto che il sangue rendesse più giovane la parte del corpo che ne era venuta a contatto. Da quel momento avrebbe ordinato l’uccisione di numerose ragazze per riempire vasche nelle quali immergersi regolarmente.

Questo racconto, tuttavia, presenta un problema fondamentale: non compare negli atti processuali del 1611.

Gli studiosi hanno rilevato che la storia del bagno nel sangue inizia a diffondersi soprattutto oltre un secolo dopo la morte della contessa, quando alcuni autori inseriscono questo particolare nelle loro ricostruzioni storiche senza poterlo collegare a testimonianze contemporanee ai fatti. Nel tempo il racconto viene ripreso da scrittori, drammaturghi e successivamente dal cinema, fino a diventare il simbolo stesso della figura di Erzsébet.

L’assenza di questo episodio nella documentazione più vicina ai fatti non consente quindi di considerarlo un elemento storicamente accertato. Ciò non significa che tutte le accuse mosse alla contessa siano necessariamente infondate, ma evidenzia come una delle immagini più celebri della sua leggenda derivi probabilmente da una costruzione narrativa successiva.

Questo aspetto è fondamentale per comprendere l’evoluzione del caso. Nel corso dei secoli la figura storica di Erzsébet Báthory viene progressivamente assorbita dall’immaginario gotico europeo, fino a diventare una sorta di antesignana del vampirismo femminile molto prima della pubblicazione di Dracula di Bram Stoker.

Quante furono davvero le vittime?

La questione del numero delle vittime rappresenta probabilmente il tema più controverso dell’intero caso.

Nella cultura popolare viene spesso citata la cifra di 650 omicidi, un numero che trasformerebbe Erzsébet Báthory nella più prolifica assassina seriale della storia. Questa stima deriva dalla testimonianza di una domestica che riferisce dell’esistenza di un registro nel quale la contessa avrebbe annotato i nomi delle proprie vittime.

Il presunto documento, però, non viene mai prodotto durante il procedimento e non risulta essere giunto fino ai giorni nostri. Nessuno degli atti processuali conservati permette di verificarne l’effettiva esistenza. Di conseguenza, il numero di 650 vittime non può essere considerato storicamente dimostrato.

Gli stessi testimoni ascoltati durante l’inchiesta forniscono cifre estremamente diverse tra loro. Alcuni parlano di poche decine di ragazze scomparse; altri indicano numeri molto più elevati. Questa notevole variabilità dimostra quanto fosse difficile, già all’epoca, ricostruire con precisione la portata degli eventi.

La maggior parte degli storici contemporanei ritiene prudente evitare qualsiasi cifra definitiva. Alcuni studiosi ritengono plausibile che le vittime possano essere state alcune decine; altri ipotizzano numeri più elevati, ma comunque molto inferiori a quelli tramandati dalla leggenda. In ogni caso, la documentazione disponibile non permette di stabilire con certezza il numero delle giovani morte nei possedimenti della contessa.

Proprio questa incertezza contribuisce a mantenere il caso aperto sotto il profilo storiografico. Se da un lato esistono numerose testimonianze che descrivono un clima di violenza e numerosi decessi, dall’altro la mancanza di prove materiali e le profonde contraddizioni tra le deposizioni impediscono ancora oggi di ricostruire con precisione l’entità dei presunti delitti.

Quando ormai le accuse hanno raggiunto anche gli ambienti della piccola nobiltà e il numero delle testimonianze continua ad aumentare, la vicenda non può più essere gestita come una questione privata all’interno dei domini della famiglia Báthory. A questo punto interviene direttamente il re Mattia II, che affida al palatino György Thurzó il compito di verificare quanto stia realmente accadendo nei castelli della contessa. L’indagine che ne segue segna una svolta decisiva e conduce, nel giro di pochi mesi, al crollo di una delle famiglie più potenti del Regno d’Ungheria.

L’indagine ordinata da Mattia II

Nel 1610 le voci che circolano sui possedimenti di Erzsébet Báthory non possono più essere ignorate. Da anni nelle comunità locali si parla della scomparsa di giovani domestiche, mentre alcune famiglie appartenenti alla piccola nobiltà iniziano a chiedere spiegazioni per il mancato ritorno delle proprie figlie. La questione assume ormai una dimensione politica e coinvolge direttamente la Corona.

Il re Mattia II d’Asburgo incarica quindi il palatino d’Ungheria György Thurzó, una delle più alte autorità del Regno, di condurre un’indagine approfondita sulla contessa. La scelta non è casuale. Thurzó conosce personalmente la famiglia Báthory e appartiene anch’egli all’élite aristocratica ungherese. L’obiettivo dell’inchiesta non consiste soltanto nell’accertare eventuali responsabilità penali, ma anche nel valutare le conseguenze politiche che un procedimento contro una delle più potenti nobildonne del Paese potrebbe provocare.

Nel corso dell’indagine vengono raccolte centinaia di deposizioni. Gli interrogatori coinvolgono sacerdoti, nobili, funzionari, domestici, abitanti dei villaggi e collaboratori della contessa. Molte testimonianze riferiscono di aver visto giovani entrare nei castelli dei Báthory senza farvi più ritorno; altre descrivono il ritrovamento di cadaveri o raccontano episodi di violenza osservati direttamente.

Una parte consistente delle dichiarazioni, tuttavia, è costituita da testimonianze indirette. Numerosi testimoni raccontano fatti appresi da altre persone oppure riportano voci diffuse nella regione. Questa circostanza rappresenta ancora oggi uno degli aspetti più controversi dell’intera istruttoria, poiché rende difficile stabilire quale peso probatorio attribuire ai singoli racconti.

Nonostante queste criticità, Thurzó ritiene che il materiale raccolto sia sufficiente per intervenire. Alla fine del 1610 decide quindi di procedere con un’ispezione diretta nel castello di Csejte.

L’arresto della contessa e le testimonianze dei collaboratori

La notte tra il 29 e il 30 dicembre 1610 segna il momento decisivo dell’intera vicenda. Thurzó e i suoi uomini raggiungono il castello di Csejte e prendono possesso della residenza.

Le cronache più vicine ai fatti riferiscono che durante il sopralluogo vengono rinvenute alcune giovani gravemente ferite e almeno un cadavere all’interno del castello. Altre versioni, diffuse soprattutto nei secoli successivi, descrivono invece una scena molto più spettacolare, con numerosi corpi disseminati nelle stanze, prigionieri mutilati e resti umani ovunque. La documentazione contemporanea non consente però di confermare integralmente queste ricostruzioni più sensazionalistiche.

Contestualmente vengono arrestati anche alcuni dei più stretti collaboratori della contessa. Tra loro figurano Dorottya Szentes, conosciuta come Dorka, Ilona Jó, János Újváry, soprannominato Fickó, e Katarína Benická. Secondo l’accusa, questi servitori avrebbero partecipato attivamente alle violenze, assistito alle torture e contribuito all’occultamento delle vittime.

Gli interrogatori dei collaboratori costituiscono uno dei pilastri dell’accusa contro Erzsébet. Occorre però ricordare che molti di essi vengono sottoposti a tortura durante il procedimento giudiziario, una pratica prevista dalla legislazione dell’epoca ma che oggi compromette inevitabilmente l’attendibilità delle confessioni ottenute.

Alcuni imputati attribuiscono alla contessa un ruolo centrale nelle torture e negli omicidi; altri cercano invece di ridimensionare il proprio coinvolgimento. Le loro dichiarazioni, spesso contraddittorie, contribuiscono comunque a consolidare il quadro accusatorio costruito dall’inchiesta.

Il processo e le sue anomalie

Il processo contro i collaboratori della contessa si apre nei primi giorni del gennaio 1611. Nel corso delle udienze vengono lette le deposizioni raccolte nei mesi precedenti e vengono ascoltati numerosi testimoni.

Le condanne arrivano rapidamente. Dorottya Szentes e Ilona Jó vengono riconosciute colpevoli e condannate a una morte particolarmente dura: prima dell’esecuzione vengono amputate alcune dita considerate responsabili delle torture inflitte alle vittime e successivamente vengono arse sul rogo. János Újváry viene decapitato prima della cremazione, mentre altri imputati ricevono pene differenti in base al grado di coinvolgimento attribuito loro.

Il procedimento presenta tuttavia una caratteristica destinata a suscitare interrogativi nei secoli successivi: Erzsébet Báthory non compare mai davanti a un tribunale.

La contessa viene formalmente accusata, ma non affronta un processo pubblico analogo a quello celebrato nei confronti dei suoi collaboratori. Questa scelta viene generalmente spiegata con ragioni di natura politica e sociale. Processare pubblicamente una delle donne più potenti dell’aristocrazia ungherese avrebbe provocato un grave scandalo e rischiato di compromettere gli equilibri tra la Corona e le grandi famiglie nobiliari.

Alcuni storici ritengono inoltre che una condanna pubblica avrebbe creato problemi anche sotto il profilo patrimoniale, poiché i vastissimi possedimenti della famiglia Báthory avrebbero potuto diventare oggetto di lunghe controversie ereditarie.

L’assenza di un vero processo nei confronti della principale imputata rappresenta ancora oggi uno degli elementi più discussi dell’intera vicenda. Da un lato non equivale automaticamente a una prova della sua innocenza; dall’altro impedisce di conoscere quale sarebbe stato il confronto tra accusa e difesa all’interno di un regolare dibattimento.

La prigionia nel castello di Csejte

Invece di essere condotta davanti a un tribunale, Erzsébet Báthory viene posta agli arresti nel castello di Csejte.

Per molto tempo la tradizione popolare racconta che la contessa venga murata viva all’interno di una piccola stanza, lasciando soltanto una stretta apertura attraverso la quale ricevere acqua e cibo. Questa immagine diventa una delle più celebri della sua biografia, ma anche in questo caso la realtà appare più articolata.

Le fonti contemporanee indicano che Erzsébet viene effettivamente confinata nel castello e privata della libertà, ma numerosi studiosi ritengono improbabile che sia stata letteralmente murata in una cella senza possibilità di movimento per quasi quattro anni. Secondo l’interpretazione oggi più condivisa, la nobildonna viene probabilmente relegata in alcune stanze della fortezza, sorvegliata costantemente e completamente isolata dall’esterno, ma non rinchiusa nelle condizioni estreme descritte dalla tradizione.

Il suo isolamento risponde a un duplice obiettivo. Da un lato impedisce qualsiasi ulteriore contatto con i propri possedimenti e con gli eventuali complici; dall’altro evita il clamore che avrebbe accompagnato un processo pubblico nei confronti di una figura tanto influente.

Durante la prigionia Erzsébet continua a proclamare la propria innocenza e non risulta che abbia mai rilasciato una confessione. Questo silenzio contribuisce ulteriormente ad alimentare il dibattito storico, lasciando aperte numerose domande sul suo effettivo ruolo negli eventi contestati.

La morte della contessa

Erzsébet Báthory muore nel castello di Csejte il 21 agosto 1614, dopo quasi quattro anni di prigionia.

Le circostanze del decesso non presentano particolari elementi di mistero. Le cronache riferiscono che una delle guardie la trova priva di vita nei suoi appartamenti dopo che la contessa aveva lamentato un malore nelle ore precedenti. Aveva cinquantaquattro anni.

Anche il luogo della sepoltura è oggetto di discussione. Secondo alcune testimonianze viene inizialmente tumulata nella chiesa di Csejte, ma le proteste degli abitanti avrebbero indotto la famiglia a trasferire successivamente il corpo nella cappella del castello di Ecsed, proprietà dei Báthory. La documentazione disponibile non consente però di individuare con certezza la sua tomba e ancora oggi il luogo esatto della sepoltura rimane incerto.

Con la sua morte il procedimento giudiziario si interrompe definitivamente. Nessun tribunale pronuncia una sentenza nei suoi confronti, nessuna difesa viene mai ascoltata in aula e nessun confronto processuale permette di verificare nel dettaglio le accuse formulate durante l’inchiesta.

È proprio questa assenza di un giudizio definitivo a lasciare aperto il dibattito che attraversa oltre quattro secoli di storiografia. Se per la giustizia del tempo la responsabilità della contessa appare sostanzialmente acquisita, gli studiosi moderni continuano a interrogarsi sulla solidità delle prove raccolte, sul peso delle testimonianze ottenute durante gli interrogatori e sul possibile ruolo degli interessi politici ed economici che circondano l’intera vicenda. Da queste domande nasce il confronto che ancora oggi divide storici, criminologi e giuristi e che contribuisce a mantenere Erzsébet Báthory al confine tra realtà documentata e costruzione leggendaria.

Un caso ancora aperto per la storiografia

A oltre quattro secoli dalla morte di Erzsébet Báthory, il dibattito sulla sua effettiva responsabilità non può considerarsi concluso. Se la tradizione popolare continua a descriverla come la più prolifica assassina seriale della storia, gli studi moderni propongono una lettura molto più articolata della vicenda, nella quale gli elementi processuali, il contesto politico e la costruzione della memoria collettiva assumono un’importanza pari a quella delle accuse.

Uno dei principali problemi riguarda la qualità delle prove. Gran parte dell’impianto accusatorio si basa infatti su testimonianze raccolte dopo molti anni dai presunti fatti, spesso fondate su racconti indiretti oppure ottenute attraverso interrogatori condotti con metodi che oggi non sarebbero ritenuti compatibili con un giusto processo. Anche le confessioni dei collaboratori della contessa vengono rese in un sistema giudiziario che ammette il ricorso alla tortura, circostanza che impone inevitabilmente una valutazione critica del loro contenuto.

Allo stesso tempo, non può essere ignorato il numero elevato di deposizioni che descrivono un clima di violenza all’interno dei possedimenti della famiglia Nádasdy. Sebbene molte dichiarazioni presentino contraddizioni e differenze significative, è difficile attribuire tutte le accuse esclusivamente a un’unica costruzione artificiale. È proprio questo equilibrio tra elementi convergenti e profonde incertezze documentarie a rendere il caso particolarmente complesso.

La teoria dell’intrigo politico

Tra le interpretazioni più discusse vi è quella secondo cui Erzsébet Báthory sarebbe stata vittima di un’operazione politica organizzata per ridimensionare il potere della sua famiglia.

Alcuni studiosi osservano come, dopo la morte del marito Ferenc Nádasdy, la contessa amministri un patrimonio immenso, distribuito tra numerosi castelli, villaggi e terreni agricoli. La sua posizione economica la rende una delle donne più ricche e influenti dell’intero Regno d’Ungheria, in un momento storico nel quale la Corona deve affrontare continui conflitti militari e pesanti difficoltà finanziarie.

Un altro elemento frequentemente richiamato riguarda il consistente debito contratto da Mattia II nei confronti della famiglia Nádasdy durante le guerre contro l’Impero Ottomano. Secondo questa interpretazione, eliminare politicamente Erzsébet avrebbe consentito di risolvere almeno in parte una situazione economica particolarmente delicata e, nello stesso tempo, di limitare il peso di una casata capace di esercitare un’influenza considerevole sulla politica ungherese.

A sostegno di questa teoria viene spesso citata anche la scelta di non celebrare un processo pubblico nei confronti della contessa. Evitare un dibattimento avrebbe permesso di ottenere il suo isolamento senza esporre le accuse al contraddittorio e senza creare tensioni con le altre grandi famiglie aristocratiche.

Questa ricostruzione, tuttavia, presenta anch’essa diversi punti deboli. Non esistono documenti che dimostrino l’esistenza di un piano organizzato per eliminare Erzsébet Báthory, né prove che colleghino direttamente l’indagine a una strategia elaborata dalla Corona per impossessarsi delle sue ricchezze. Inoltre, una parte consistente dei beni della famiglia continua a rimanere nelle mani degli eredi, circostanza che ridimensiona almeno in parte l’ipotesi di una confisca pianificata.

Per questo motivo molti storici ritengono che il procedimento giudiziario possa essere stato influenzato contemporaneamente da accuse fondate e da interessi politici, senza che una delle due componenti escluda necessariamente l’altra.

La nascita della Contessa Sanguinaria

Se il processo contribuisce a costruire la figura storica di Erzsébet Báthory, è soprattutto la cultura europea dei secoli successivi a trasformarla in un’icona del male.

Tra il XVII e il XVIII secolo iniziano a comparire racconti sempre più ricchi di particolari macabri. Le torture diventano progressivamente più elaborate, il numero delle vittime aumenta e compaiono episodi assenti nella documentazione contemporanea, come i celebri bagni nel sangue destinati a conservare la giovinezza della contessa.

Queste narrazioni si inseriscono in un contesto culturale particolarmente favorevole alla diffusione del soprannaturale. Nell’Europa orientale circolano numerose tradizioni legate ai vampiri, ai revenant e alle creature che ritornano dalla morte nutrendosi dei vivi. Sebbene Erzsébet non venga mai descritta come un vampiro nei documenti del suo tempo, la sua figura finisce progressivamente per sovrapporsi a questo immaginario.

Nel XIX secolo la letteratura gotica consolida definitivamente questa trasformazione. Romanzi, racconti e opere teatrali riprendono la vicenda della contessa accentuandone gli aspetti più inquietanti, fino a farne un personaggio simbolico più che storico. Anche il cinema del Novecento contribuisce in maniera decisiva a diffondere questa immagine, spesso privilegiando la leggenda rispetto alla documentazione disponibile.

Il risultato è una curiosa inversione di prospettiva: per milioni di persone Erzsébet Báthory non è più una nobildonna ungherese realmente esistita, ma un personaggio appartenente all’universo del gotico e dell’horror, associato ai vampiri molto più che alla complessa vicenda giudiziaria che la coinvolge all’inizio del Seicento.

Tra documenti e leggenda

Il caso di Erzsébet Báthory continua a occupare un posto particolare nella storia della criminologia proprio perché sfugge a interpretazioni definitive. La scarsità delle prove materiali, le contraddizioni presenti nelle testimonianze, l’assenza di un processo pubblico nei confronti della principale accusata e le numerose elaborazioni successive impediscono ancora oggi di ricostruire con assoluta certezza quanto accade realmente nei suoi castelli.

Allo stesso tempo, liquidare l’intera vicenda come una semplice macchinazione politica significherebbe ignorare un insieme di deposizioni che, pur con tutti i loro limiti, descrivono un contesto caratterizzato da violenze ripetute e da un numero significativo di morti sospette. La documentazione disponibile non consente di dimostrare né la completa innocenza della contessa né la veridicità di tutti gli episodi che le vengono attribuiti dalla tradizione.

È probabilmente proprio questa zona d’ombra ad aver garantito alla sua figura una sopravvivenza tanto duratura nella memoria collettiva. A differenza di molti altri casi di cronaca storica, quello di Erzsébet Báthory non offre una verità definitiva, ma lascia spazio a interrogativi che continuano ad alimentare il confronto tra storici, giuristi e criminologi.

Più che la ricerca di un primato numerico tra gli assassini seriali, il suo caso rappresenta oggi un esempio di quanto possa essere complesso distinguere il fatto storico dalla sua successiva elaborazione culturale. Nel corso di oltre quattro secoli la nobildonna ungherese, la presunta assassina, la vittima di un possibile intrigo politico e la Contessa Sanguinaria della tradizione finiscono per sovrapporsi fino a diventare quasi inseparabili. È proprio questa stratificazione, più ancora delle accuse che le vengono rivolte nel XVII secolo, a rendere Erzsébet Báthory una delle figure più studiate e discusse della storia criminale europea.

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