Novokuznetsk, Russia, 24 settembre 1996 – Lyudmila Spesivtseva conduce tre adolescenti nell’appartamento del figlio Alexander, dove vengono sequestrate e uccise. Nel 1999 il tribunale la riconosce colpevole di concorso in tre omicidi e la condanna a tredici anni di reclusione.
Lyudmila Spesivtseva e il nucleo familiare di Alexander
Lyudmila Yakovlevna Spesivtseva nasce nel 1939 e cresce i figli Alexander e Nadezhda all’interno di un ambiente familiare che, nelle ricostruzioni successive, appare progressivamente chiuso verso l’esterno. Il rapporto con il marito si deteriora nel tempo e la coppia vive separata per oltre vent’anni, pur senza formalizzare immediatamente il divorzio. Le testimonianze raccolte durante le indagini descrivono un uomo che beve e assume comportamenti aggressivi, mentre Lyudmila diventa la presenza più stabile nella vita dei figli e mantiene soprattutto con Alexander un legame destinato a proseguire anche quando lui raggiunge l’età adulta.
La documentazione relativa alla famiglia viene successivamente utilizzata anche nelle valutazioni psichiatriche di Alexander, ma il contesto domestico non costituisce di per sé una spiegazione dei suoi crimini. Il rapporto tra madre e figlio assume rilevanza giudiziaria soltanto quando alle dinamiche familiari si affiancano comportamenti concreti attraverso i quali Lyudmila favorisce alcune delle condotte criminali di Alexander. È questa distinzione a risultare essenziale per comprenderne la posizione: l’indagine non la considera responsabile perché esercita un’influenza materna particolarmente forte, ma perché individua azioni specifiche che vengono successivamente valutate dal tribunale.
Nella vita quotidiana Lyudmila svolge diversi lavori. Per circa cinque anni, fino al 1991, lavora nel settore della formazione del personale di uno degli stabilimenti metallurgici di Novokuznetsk. Le caratteristiche professionali acquisite dagli investigatori restituiscono l’immagine di una dipendente con rapporti non sempre semplici sul luogo di lavoro, mentre nell’ultima occupazione conosciuta, come custode notturna in un asilo, i giudizi risultano meno negativi. La direttrice la descrive come una persona riservata che parla poco della propria famiglia e che, quando viene interrogata sulla propria situazione domestica, menziona soprattutto la figlia Nadezhda e non Alexander.
Il figlio, tuttavia, continua a dipendere in misura significativa dalla madre. Lyudmila gli porta cibo, denaro e altri beni necessari, lo raggiunge nell’appartamento e mantiene con lui contatti regolari anche quando non vi risiede stabilmente. Questo sostegno materiale, considerato isolatamente, non assume alcun significato criminale; diventa però rilevante nel momento in cui la donna entra direttamente in contatto con le conseguenze degli omicidi e decide di intervenire per nasconderle.
Il primo intervento nell’occultamento di un omicidio
Nel febbraio 1996 avviene uno degli episodi centrali per la futura posizione giudiziaria di Lyudmila. Alexander uccide Elena Trunova, una giovane donna di ventitré anni che scompare a Novokuznetsk dopo essere stata vista nei pressi dell’abitazione di Spesivtsev. Il corpo viene smembrato e, quando Lyudmila raggiunge il figlio, viene coinvolta nell’eliminazione dei resti.
La sentenza del 1999 attribuisce particolare importanza proprio a questo episodio, perché stabilisce che la donna aiuta Alexander a nascondere le tracce del delitto portando fuori dall’appartamento e occultando parti del corpo di Elena. Il provvedimento giudiziario considera inoltre quell’intervento come l’inizio di una dinamica successiva: Alexander comprende di poter chiedere alla madre un aiuto dello stesso genere anche dopo altri omicidi, mentre Lyudmila continua effettivamente a eseguire alcune delle sue richieste.
Questo passaggio modifica radicalmente la posizione della donna rispetto ai crimini del figlio. Non si tratta più della possibilità che una madre possa avere intuito o sospettato ciò che avviene nell’abitazione, ma di una conoscenza diretta delle conseguenze di almeno un omicidio e di una partecipazione concreta all’occultamento.
Le ricostruzioni successive attribuiscono a Lyudmila un ruolo molto ampio nello smaltimento dei resti, ma su questo punto è necessario distinguere ciò che viene effettivamente provato da ciò che si accumula nel racconto mediatico del caso. La documentazione giudiziaria consente di affermare che trasporta e nasconde parti dei corpi in più occasioni e che collabora con gli investigatori nell’individuazione di alcuni luoghi utilizzati per occultarle. Non permette invece di attribuirle automaticamente tutte le operazioni di smembramento o di eliminazione dei resti delle numerose persone successivamente associate ad Alexander Spesivtsev.
Il 24 settembre 1996 e le tre adolescenti
Il coinvolgimento di Lyudmila assume una dimensione ancora diversa il 24 settembre 1996, quando Olga Galtseva, quindici anni, ed Evgenia Barashkina e Anastasia Burnaeva, entrambe tredicenni, si trovano fuori dall’ospedale nel quale si sono conosciute e cercano delle batterie per un lettore musicale.
Le ragazze incontrano una donna anziana che chiede loro aiuto. Le ricostruzioni del caso presentano nel tempo alcune varianti sul pretesto utilizzato, ma le testimonianze e gli atti ripresi più recentemente indicano che Lyudmila sostiene di non riuscire ad aprire la porta del proprio appartamento e domanda alle adolescenti di accompagnarla. In altre versioni diffuse negli anni compare invece la richiesta di trasportare borse della spesa. La sostanza dell’episodio, tuttavia, rimane invariata nella ricostruzione giudiziaria: è Lyudmila a condurre le tre ragazze fino all’abitazione nella quale si trova Alexander.
Quando raggiungono l’appartamento, le adolescenti incontrano l’uomo e un grosso cane. Nell’abitazione è presente anche Nadezhda, sorella di Alexander, la cui posizione rimane però distinta da quella della madre e non porta a una condanna per gli omicidi. Le ragazze comprendono progressivamente di non essere libere di andarsene e la situazione degenera quando Anastasia tenta di reagire contro Alexander.
Il particolare relativo al motivo con cui Lyudmila convince le ragazze a seguirla diventa successivamente significativo anche durante il processo. La donna nega di aver cercato deliberatamente delle vittime per il figlio e propone versioni differenti sull’incontro, ma il tribunale valuta il comportamento complessivo insieme alle testimonianze disponibili e non considera credibile l’ipotesi di un ingresso casuale delle tre adolescenti nell’appartamento.
Uno degli elementi presi in esame riguarda proprio la richiesta di aiuto: se Lyudmila ha realmente difficoltà ad aprire una porta e ritiene necessaria una forza maggiore della propria, la scelta di rivolgersi a tre adolescenti invece che ad altri adulti presenti nella zona risulta difficilmente compatibile con la spiegazione fornita dalla difesa. Il dato non viene valutato isolatamente, ma insieme a ciò che avviene immediatamente dopo e alla precedente collaborazione della donna nell’occultamento del corpo di Elena Trunova.
La prigionia delle ragazze e la presenza di Lyudmila
All’interno dell’appartamento le tre ragazze vengono private della libertà. Anastasia tenta di opporsi ad Alexander e viene uccisa; Olga ed Evgenia rimangono prigioniere per settimane e vengono sottoposte a violenze fisiche e psicologiche, mentre Alexander le costringe anche a partecipare alla gestione dei resti dell’amica.
La presenza di Lyudmila durante questo periodo diventa uno dei punti essenziali per stabilire il livello della sua consapevolezza. La donna sostiene di essere entrata nell’appartamento soltanto in alcune occasioni, principalmente per portare al figlio denaro e generi alimentari, e afferma di non conoscere ciò che accade nelle stanze. La testimonianza di Olga Galtseva descrive però una situazione differente.
Dopo l’aggressione ad Anastasia, Alexander affida temporaneamente le due ragazze rimaste alla madre. Olga ed Evgenia chiedono a Lyudmila di lasciarle uscire, ma la donna non le libera. Le ragazze non sono quindi semplicemente presenze che la madre può ignorare o interpretare come ospiti del figlio: chiedono esplicitamente di poter lasciare l’abitazione mentre Alexander le trattiene contro la loro volontà.
Lyudmila continua inoltre a frequentare l’appartamento durante il periodo della prigionia. La sua versione tende a limitare sia il numero delle visite sia la conoscenza delle condizioni delle ragazze, ma l’insieme degli elementi raccolti porta il tribunale a ritenere che la donna sia consapevole della situazione e che il suo comportamento non possa essere interpretato come quello di una persona che scopre soltanto in seguito ciò che avviene nella casa.
La testimonianza di Olga Galtseva
Il 24 ottobre 1996 l’accesso all’appartamento avviene in seguito a problemi che richiedono un intervento sull’impianto dell’edificio. Un tecnico e un agente riescono a entrare nell’abitazione, mentre Alexander fugge passando verso il tetto. All’interno vengono trovati resti umani e numerosi reperti; viene inoltre individuata Olga Galtseva, ancora viva ma in condizioni gravissime.
La ragazza viene trasportata in ospedale e, prima di morire per le conseguenze delle lesioni subite, riesce a fornire agli investigatori una ricostruzione delle settimane trascorse nell’appartamento. La sua deposizione assume un peso particolare perché proviene da una persona che assiste direttamente agli eventi e può descrivere sia il comportamento di Alexander sia quello delle altre persone che entrano nella casa.
Olga indica Lyudmila come la donna che conduce lei e le due amiche nell’appartamento e riferisce di averle chiesto di essere liberata insieme a Evgenia dopo l’uccisione di Anastasia. Questa parte della testimonianza entra nel quadro probatorio che viene successivamente utilizzato contro la madre di Spesivtsev.
La deposizione consente inoltre di distinguere la posizione di Lyudmila da quella della figlia Nadezhda. Olga afferma di aver visto anche la sorella di Alexander, mentre Nadezhda sostiene di essere stata nell’abitazione soltanto il giorno dell’arrivo delle ragazze e di non essere più tornata durante la loro prigionia. La discrepanza non viene risolta attraverso una condanna della donna, che non subisce lo stesso procedimento della madre per gli omicidi. Nel caso di Lyudmila, invece, la testimonianza della quindicenne si combina con ulteriori elementi, compreso il precedente occultamento dei resti di Elena Trunova.
La storia di Olga, conosciuta online anche attraverso le varianti Olya Galtsova e Olga Galtsova, acquista quindi un significato che supera la ricostruzione delle violenze subite. Le sue dichiarazioni permettono agli investigatori di osservare dall’interno la dinamica dell’appartamento e costituiscono uno dei principali elementi disponibili per definire il comportamento della madre di Alexander durante gli ultimi omicidi del 1996.
L’occultamento dei resti e i limiti della responsabilità accertata
Dopo la scoperta dell’appartamento, gli investigatori affrontano una scena estremamente complessa. All’interno dell’abitazione e nelle zone utilizzate per l’occultamento vengono recuperati numerosi resti umani, mentre la loro identificazione risulta difficile con le tecnologie e le risorse disponibili negli anni Novanta. Il problema rimane aperto per decenni e contribuisce alla forte divergenza tra il numero di vittime effettivamente dimostrate in sede giudiziaria e quello attribuito a Spesivtsev nelle ricostruzioni giornalistiche.
Per Lyudmila, tuttavia, l’esistenza di un numero elevato di resti non può essere automaticamente tradotta in una responsabilità equivalente per ogni omicidio. La sua posizione deve rimanere legata a ciò che viene provato nel procedimento che la riguarda. La donna ammette di aver trasportato e seppellito resti e gli investigatori ricostruiscono più episodi nei quali interviene dopo le uccisioni, ma il tribunale la giudica per il concorso in tre omicidi, non per l’intera serie attribuita al figlio.
Anche le affermazioni più estreme che accompagnano il caso richiedono la stessa cautela. Nelle testimonianze relative alla prigionia delle adolescenti compaiono episodi di cannibalismo e utilizzo dei resti umani, ma la responsabilità penale di Lyudmila non deve essere ridefinita sulla base delle formule utilizzate successivamente da documentari e articoli di cronaca. La condanna riguarda azioni concrete considerate funzionali agli omicidi: l’adescamento delle vittime, il mancato intervento durante la loro segregazione e il contributo all’occultamento dei corpi.
Questa delimitazione non riduce il peso del comportamento accertato, ma impedisce che la figura della donna venga progressivamente trasformata in qualcosa di diverso da ciò che emerge dagli atti.
La perizia psichiatrica
Il procedimento richiede di stabilire anche se Lyudmila sia capace di comprendere il significato delle proprie azioni e di determinarne le conseguenze. La questione assume particolare importanza perché la posizione psichiatrica di Alexander è già uno degli elementi centrali della sua storia giudiziaria e perché madre e figlio vengono spesso descritti come parte di un sistema familiare fortemente dipendente.
L’esame psichiatrico di Lyudmila porta però a conclusioni differenti da quelle raggiunte per Alexander. Gli specialisti rilevano un pensiero coerente e consequenziale, un livello intellettivo conservato e l’assenza di disturbi deliranti o allucinatori tali da compromettere la capacità di intendere la realtà.
La valutazione della personalità individua caratteristiche più problematiche, tra le quali egocentrismo, aggressività, tendenza a trasferire all’esterno la responsabilità dei propri comportamenti, riduzione del senso di colpa, rigidità e modalità relazionali improntate alla diffidenza. Si tratta però di caratteristiche di personalità e non di una condizione che annulli la capacità di comprendere ciò che accade.
La conclusione peritale è quindi netta: Lyudmila è imputabile.
Questo dato assume rilievo anche rispetto alle interpretazioni costruite successivamente sul rapporto con Alexander. Non emerge una condizione psichiatrica che consenta di considerare la donna incapace di sottrarsi alle richieste del figlio o di comprendere la natura degli atti ai quali partecipa. Allo stesso tempo, la perizia non dimostra che sia lei a dirigere l’attività criminale di Alexander e non giustifica la rappresentazione della madre come ideatrice dell’intera serie.
Tra la figura della donna completamente soggiogata e quella della presunta mente occulta degli omicidi esiste quindi uno spazio molto più preciso, definito dagli elementi giudiziari: Lyudmila è una persona ritenuta capace di intendere e di volere che partecipa concretamente ad alcuni delitti commessi dal figlio.
Il processo del 1999
Il procedimento nei confronti di Lyudmila arriva a sentenza nell’ottobre 1999. Durante il processo la donna ammette alcuni dei comportamenti materiali contestati, compreso il fatto di aver condotto delle ragazze nell’abitazione del figlio e di aver contribuito successivamente all’occultamento dei resti, ma rifiuta di riconoscersi responsabile degli omicidi.
La difesa chiede l’assoluzione, mentre l’accusa domanda una pena di quindici anni. Lyudmila contesta inoltre parte delle dichiarazioni rese durante l’indagine e sostiene che alcuni interrogatori siano stati condizionati da pressioni e maltrattamenti. Le sue accuse nei confronti degli investigatori non determinano però l’apertura di un procedimento capace di modificare il quadro probatorio utilizzato contro di lei.
Il tribunale valuta le dichiarazioni della donna insieme alla testimonianza di Olga, agli elementi recuperati nell’appartamento, alla precedente partecipazione nell’occultamento del corpo di Elena Trunova e alle altre risultanze investigative. La conclusione è che il comportamento di Lyudmila non costituisce soltanto un aiuto successivo e occasionale prestato al figlio, ma integra una forma di partecipazione penalmente rilevante.
Nel 1999 viene quindi riconosciuta colpevole di concorso nell’omicidio di tre persone e condannata a tredici anni di reclusione da scontare in una colonia penale a regime ordinario. La decisione viene adottata sulla base delle disposizioni del codice penale della RSFSR applicabili ai fatti.
Il dato è importante anche nella classificazione storica del caso. Lyudmila Spesivtseva non è una persona semplicemente sospettata di aver aiutato un familiare, né una figura la cui responsabilità deriva soltanto dalle successive ricostruzioni mediatiche. Esiste una sentenza che stabilisce il suo concorso in tre omicidi e una pena detentiva conseguente.
I quindici omicidi accertati decenni dopo
Al momento dei procedimenti degli anni Novanta, la dimensione complessiva dei crimini di Alexander Spesivtsev rimane soltanto parzialmente definita. Gli investigatori recuperano numerosi resti, ma le difficoltà delle analisi genetiche dell’epoca impediscono di attribuirli con sufficiente certezza a tutte le persone scomparse che potrebbero essere entrate nell’appartamento.
Il quadro cambia molti anni dopo, quando nuovi accertamenti sui reperti conservati permettono di distinguere materiale biologico appartenente a ulteriori vittime. Nel maggio 2024 il Tribunale regionale di Kemerovo stabilisce che Spesivtsev commette altri quindici omicidi tra marzo e settembre 1996, undici dei quali ai danni di minorenni, oltre a un tentato omicidio nei confronti di un ragazzo che riesce a fuggire. Al termine del nuovo procedimento viene nuovamente applicata nei suoi confronti una misura di trattamento psichiatrico coercitivo in struttura specializzata.
L’aggiornamento modifica in modo sostanziale il numero degli omicidi giudiziariamente attribuiti ad Alexander, ma non produce automaticamente un ampliamento della responsabilità penale della madre. Non emerge infatti un nuovo procedimento che attribuisca a Lyudmila la partecipazione ai quindici omicidi accertati decenni dopo.
La distinzione diventa particolarmente importante perché il ruolo materiale della donna nell’occultamento di più resti può suggerire una conoscenza dei crimini più ampia di quella delimitata dalla sentenza del 1999, ma una simile possibilità non equivale a una responsabilità giudiziariamente accertata per ciascuna delle nuove vittime. Per Menti Criminali, quindi, il dato rimane quello stabilito dal processo: concorso in tre omicidi.
La liberazione nel 2008
Lyudmila sconta la pena e torna in libertà nel 2008. Dopo la scarcerazione non interrompe il legame con Alexander e tenta di intervenire sulla sua situazione, inviando richieste finalizzate a ottenere una revisione della permanenza del figlio nella struttura psichiatrica specializzata.
Circa cinque anni più tardi prova inoltre a rientrare insieme alla figlia Nadezhda nell’abitazione di Novokuznetsk collegata ai delitti. Il tentativo provoca la reazione dei residenti dell’edificio, che si oppongono al ritorno delle due donne, e la permanenza nell’appartamento non si concretizza.
Le informazioni successive sulla vita di Lyudmila diventano molto più frammentarie. Alcune ricostruzioni la collocano in un insediamento fuori Novokuznetsk, mentre altre indicano località differenti; non esiste però una documentazione sufficientemente solida per stabilire con certezza dove viva negli anni successivi. Anche la sua condizione attuale rimane incerta: le fonti recenti non permettono di confermare né una residenza precisa né, nel 2026, se la donna sia ancora in vita.
Proprio questa incertezza rende opportuno evitare formule diffuse online che presentano come certo il luogo nel quale Lyudmila trascorrerebbe oggi la propria vita. Dopo la liberazione del 2008 esistono informazioni documentate su alcuni suoi tentativi di intervenire a favore del figlio e sul mancato ritorno nell’appartamento, mentre ciò che avviene successivamente non può essere ricostruito con lo stesso grado di sicurezza.
Una responsabilità distinta da quella del figlio
Il ruolo di Lyudmila Spesivtseva rimane uno degli aspetti più complessi del caso perché si colloca tra due rappresentazioni opposte che, nel tempo, finiscono spesso per sostituire l’analisi dei fatti. Da una parte compare l’immagine della madre incapace di comprendere o di contrastare un figlio affetto da una grave patologia psichiatrica; dall’altra quella di una donna che dirige e organizza l’intera attività criminale di Alexander.
Nessuna delle due interpretazioni coincide pienamente con quanto viene accertato.
La perizia stabilisce che Lyudmila comprende le proprie azioni e può esserne ritenuta responsabile. La sentenza stabilisce che aiuta Alexander a occultare resti umani, che conduce tre adolescenti nell’appartamento e che partecipa in misura penalmente rilevante ai fatti che portano alla loro morte. La condanna a tredici anni deriva da questi comportamenti e non dalla semplice relazione familiare con un serial killer.
Al tempo stesso, gli elementi disponibili non dimostrano che Lyudmila concepisca la serie di omicidi, controlli sistematicamente Alexander o scelga tutte le sue vittime. Neppure l’accertamento, molti anni dopo, di altri quindici omicidi consente di estendere automaticamente a lei una responsabilità che il tribunale non ha stabilito.
Il rapporto tra madre e figlio rimane comunque centrale perché Alexander agisce sapendo di poter ottenere almeno in alcune circostanze il suo aiuto. L’occultamento dei resti di Elena Trunova precede l’episodio delle tre adolescenti e mostra che, quando Lyudmila conduce Olga Galtseva, Anastasia Burnaeva ed Evgenia Barashkina nell’appartamento nel settembre 1996, ha già avuto un contatto diretto con le conseguenze di un omicidio commesso dal figlio.
È questo elemento a separare definitivamente la sua posizione da quella di una familiare che scopre troppo tardi una realtà nascosta. La responsabilità di Lyudmila Spesivtseva non necessita di essere ampliata attraverso le definizioni costruite negli anni intorno al caso: il dato giudiziario è già sufficiente a definirne il ruolo. Nel 1999 un tribunale la riconosce imputabile e colpevole di concorso in tre omicidi, stabilendo che il suo intervento supera il confine dell’omissione e diventa partecipazione concreta ai crimini di Alexander Spesivtsev.
