Jeffrey Dahmer torna a uccidere: l’inizio della serialità

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Jeffrey Dahmer

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Milwaukee, Stati Uniti – Dopo il primo omicidio di Steven Hicks trascorrono quasi nove anni durante i quali Jeffrey Dahmer non commette altri delitti conosciuti. Quando torna a uccidere, nel settembre 1987, il suo comportamento criminale appare profondamente cambiato. È in questa fase che prende forma il modus operandi destinato a caratterizzare tutti gli omicidi successivi e a trasformarlo in uno dei serial killer più studiati della storia degli Stati Uniti.

Steven Tuomi: il delitto che segna la svolta

Nel settembre del 1987 Jeffrey Dahmer ha ormai ventisette anni. Negli anni trascorsi dal primo omicidio di Steven Hicks la sua vita continua a essere caratterizzata da abuso di alcol, instabilità lavorativa e crescenti difficoltà relazionali. Dopo il periodo trascorso presso la nonna paterna, le fantasie che aveva iniziato a sviluppare durante l’adolescenza non si attenuano. Al contrario, diventano progressivamente più elaborate e assumono un ruolo sempre più centrale nella sua quotidianità.

Il 15 settembre 1987 Dahmer incontra Steven Tuomi in un locale di Milwaukee. A differenza di quanto era accaduto nel 1978 con Steven Hicks, questa volta la vittima non viene scelta casualmente lungo una strada. L’incontro avviene all’interno di un contesto preciso, quello dei bar frequentati dalla comunità omosessuale della città, ambiente che Jeffrey inizia a frequentare con regolarità alla ricerca di uomini disposti a trascorrere alcune ore in sua compagnia.

Secondo la ricostruzione fornita dallo stesso Dahmer durante gli interrogatori, i due decidono di raggiungere un albergo dopo aver trascorso parte della serata insieme. Jeffrey racconta di aver bevuto quantità elevate di alcol e di essersi svegliato la mattina successiva senza ricordare con precisione quanto accaduto durante la notte. Accanto a lui trova il corpo senza vita di Steven Tuomi, gravemente percosso. Dahmer sostiene di non ricordare il momento dell’omicidio e attribuisce il vuoto di memoria all’intossicazione alcolica.

Questa versione continua ancora oggi a essere oggetto di discussione. Nessun elemento investigativo consente infatti di verificarne con certezza l’attendibilità. Alcuni studiosi ritengono plausibile che il consumo di alcol abbia compromesso almeno in parte la memoria dell’autore, mentre altri osservano come la precisione con cui Dahmer descrive numerosi altri delitti renda difficile stabilire se il blackout sia reale oppure rappresenti una ricostruzione successiva. Indipendentemente dalla sua attendibilità, il caso Steven Tuomi segna un punto di svolta fondamentale. Dopo quasi nove anni di apparente silenzio, l’omicidio non rimane più un episodio isolato ma inaugura una sequenza destinata a ripetersi con frequenza crescente.

La nascita di un nuovo modus operandi

L’omicidio di Steven Tuomi rappresenta molto più della ripresa della violenza dopo quasi nove anni di apparente inattività. Dal punto di vista criminologico segna infatti il momento nel quale Jeffrey Dahmer inizia a sviluppare un metodo destinato a ripetersi con caratteristiche sempre più riconoscibili. Se il delitto di Steven Hicks appare ancora fortemente impulsivo e legato a una situazione contingente, gli omicidi successivi mostrano invece una progressiva organizzazione del comportamento criminale.

Tra la fine del 1987 e il 1988 Jeffrey Dahmer modifica profondamente il modo in cui sceglie le proprie vittime. I luoghi di incontro diventano prevalentemente bar, locali e aree frequentate dalla comunità omosessuale di Milwaukee. Le persone prese di mira condividono alcune caratteristiche ricorrenti: sono giovani uomini, spesso soli, talvolta in condizioni economiche difficili e più facilmente disponibili ad accettare l’offerta di denaro in cambio di fotografie o di qualche ora trascorsa insieme.

Questa modalità di avvicinamento non nasce per caso. Dahmer comprende progressivamente che una proposta economica gli consente di instaurare un rapporto apparentemente consensuale, riducendo il rischio di destare sospetti. L’incontro si svolge quasi sempre in un clima rilassato, caratterizzato dal consumo di alcol e da una conversazione che contribuisce ad abbassare la diffidenza della vittima. A differenza del primo omicidio, l’adescamento diventa quindi una fase stabile e riconoscibile del modus operandi.

Parallelamente cambia anche il ruolo assunto dal controllo. Se nel caso di Steven Hicks la violenza esplode nel momento in cui la vittima decide di allontanarsi, negli omicidi successivi Jeffrey Dahmer cerca progressivamente di eliminare proprio quella possibilità. L’obiettivo non è più reagire a una separazione improvvisa, ma impedire fin dall’inizio che l’altra persona possa sottrarsi alla sua volontà. È in questo periodo che inizia a sperimentare l’uso di sostanze sedative mescolate alle bevande alcoliche, una pratica destinata a diventare una componente centrale della sua attività criminale.

Anche la gestione dei corpi evolve rapidamente. Lo smembramento continua a rappresentare uno strumento di occultamento delle prove, ma assume progressivamente un significato diverso. Jeffrey Dahmer dedica sempre più tempo alla manipolazione dei cadaveri, prolunga la permanenza accanto ai corpi delle vittime e sviluppa un interesse crescente per la conservazione di alcune parti anatomiche. Gli studiosi individuano proprio in questa fase il passaggio da un comportamento finalizzato esclusivamente a evitare la scoperta del delitto a una relazione con il corpo che diventa parte integrante della gratificazione ricercata dall’autore.

Le uccisioni di Jamie Doxtator e Richard Guerrero mostrano chiaramente questa evoluzione. Più che rappresentare episodi isolati, costituiscono le prime conferme di un modello che inizia ormai a ripetersi con una regolarità crescente. Le modalità di avvicinamento, l’uso dell’alcol, il controllo esercitato sulla vittima e la successiva gestione del cadavere evidenziano una struttura comportamentale sempre più definita. È proprio la ripetizione di questi elementi, più ancora del numero delle vittime, a indicare che Jeffrey Dahmer non si trova più di fronte a singoli episodi di violenza, ma all’inizio di una vera serialità omicidiaria.

Alla fine del 1988 il cambiamento appare ormai evidente. L’intervallo tra un delitto e l’altro tende progressivamente a ridursi, il metodo si perfeziona e Jeffrey Dahmer acquisisce una crescente sicurezza nella pianificazione degli incontri e nell’occultamento delle prove. La trasformazione iniziata con Steven Tuomi si consolida definitivamente, preparando il terreno alla fase successiva della sua attività criminale, nella quale il bisogno di controllo raggiungerà livelli ancora più estremi.

La fine di ogni limite

Tra il 1988 e il 1990 Jeffrey Dahmer continua a vivere nell’abitazione della nonna paterna a West Allis. All’esterno conduce un’esistenza che appare relativamente ordinaria. Lavora a periodi alterni, mantiene rapporti limitati con la famiglia e continua a frequentare i locali di Milwaukee. Dietro questa apparente normalità, però, la sua attività criminale prosegue con una frequenza crescente, mentre il controllo esercitato sulle vittime diventa sempre più sofisticato.

La convivenza con la nonna rappresenta ormai uno dei pochi elementi capaci di imporre un limite concreto ai suoi comportamenti. La presenza costante di un’altra persona lo costringe infatti a modificare le proprie abitudini, a nascondere parte delle attività criminali e a ridurre il tempo trascorso con i corpi delle vittime. Questo controllo esterno, pur non impedendo gli omicidi, limita almeno in parte la possibilità di sviluppare pienamente le fantasie che ormai occupano una parte sempre più rilevante della sua vita.

Con il passare dei mesi anche questo fragile equilibrio inizia però a incrinarsi. La nonna si accorge dell’abuso sempre più evidente di alcol, nota l’insolito via vai di giovani uomini nell’abitazione e manifesta crescente preoccupazione per alcuni odori provenienti dalla cantina e dalla camera del nipote. Tra i due aumentano le discussioni e Jeffrey comprende progressivamente che continuare a vivere in quella casa diventa incompatibile con il comportamento criminale che sta ormai consolidando.

Nello stesso periodo emerge un’altra caratteristica destinata ad assumere un ruolo centrale nella sua evoluzione. Dopo l’omicidio di Anthony Sears, avvenuto nel marzo del 1989, Jeffrey Dahmer conserva per la prima volta alcune parti anatomiche della vittima come veri e propri trofei. Non si tratta più soltanto di occultare un cadavere o di eliminare prove compromettenti. La conservazione della testa e dei genitali introduce una dimensione completamente nuova, nella quale il corpo della vittima continua a mantenere un significato anche dopo la morte. Molti studiosi individuano proprio in questo episodio uno dei passaggi più importanti nell’evoluzione della sua serialità.

Parallelamente aumentano anche i contatti con il sistema giudiziario. Nel settembre del 1988 Dahmer viene condannato per aver adescato e molestato un ragazzo di tredici anni, episodio che comporta una pena sospesa, un periodo di libertà vigilata e l’obbligo di seguire un percorso terapeutico. Ancora una volta il sistema giudiziario entra in contatto con lui senza riuscire a cogliere la reale portata della sua pericolosità. Le informazioni disponibili riguardano infatti reati di natura sessuale e problemi legati all’alcolismo, mentre gli omicidi rimangono completamente sconosciuti agli investigatori.

Dal punto di vista criminologico, questa fase assume un’importanza particolare perché mostra la progressiva scomparsa di ogni elemento di contenimento. I richiami della nonna, i provvedimenti dell’autorità giudiziaria e le difficoltà lavorative non modificano il comportamento di Jeffrey Dahmer. Al contrario, la serialità continua a evolversi, diventando sempre più stabile e organizzata. Ogni omicidio contribuisce a rafforzare un modello comportamentale che appare ormai consolidato.

Nel maggio del 1990 Jeffrey Dahmer lascia definitivamente l’abitazione della nonna e si trasferisce negli Oxford Apartments, al numero 213 di North 25th Street, a Milwaukee. La scelta di vivere da solo segna un punto di svolta decisivo. Per la prima volta dispone di uno spazio completamente sottratto allo sguardo di familiari, vicini o conoscenti, nel quale può esercitare senza limitazioni quel bisogno di controllo che negli anni precedenti aveva trovato continui ostacoli.

Quello che inizialmente appare come un semplice cambio di abitazione si rivela invece uno degli eventi più significativi dell’intera vicenda criminale. L’appartamento 213 non costituisce soltanto il luogo in cui Jeffrey Dahmer commetterà la maggior parte dei suoi omicidi, ma diventa l’ambiente nel quale il suo modus operandi raggiunge la forma più estrema e organizzata. Sarà proprio all’interno di quelle stanze che la serialità, fino a quel momento in continua evoluzione, troverà la propria definitiva espressione.

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