Maria Catherina Swanenburg: la “Gifmengster” di Leiden

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Maria Catherina Swanenburg, conosciuta come "Goeie Mie", è considerata la più nota avvelenatrice della storia dei Paesi Bassi. Tra il 1880 e il 1883 uccide decine di persone con l'arsenico sfruttando la fiducia della comunità e il sistema delle assicurazioni sulla vita.

Scheda archivio

Nome caso / serial killer Maria Catherina Swanenburg
Soprannome Goeie Mie
Tipologia Serial Killer
Periodo / date 1880–1883
Luogo Leida (Leiden), Olanda Meridionale
Paese Paesi Bassi
Vittime
Accertate 27
Stimate 90 +
Modus operandi

Avvelenamento con arsenico di parenti, bambini, anziani e persone malate, spesso per ottenere riscossioni assicurative o eredità.

Tabella dei Contenuti

Leiden, Paesi Bassi, 15 dicembre 1883 – Maria Catherina Swanenburg viene arrestata dopo il tentativo di avvelenare un’intera famiglia con una zuppa contenente arsenico. L’inchiesta svela l’attività di una serial killer che per anni uccide con l’arsenico decine di persone, diventando una delle più prolifiche assassine della storia dei Paesi Bassi.

Dalla povertà della Leida ottocentesca alla nascita della “Buona Mie”

Per comprendere il caso di Maria Catherina Swanenburg è necessario partire dalla Leida della seconda metà del XIX secolo. La città, che per secoli rappresenta uno dei principali centri dell’industria tessile olandese, attraversa un lungo periodo di difficoltà economica. Molte famiglie operaie vivono in condizioni di estrema precarietà, i salari sono bassi, le abitazioni sovraffollate e le malattie infettive costituiscono una presenza costante nella vita quotidiana.

È in questo contesto che, il 9 settembre 1839, nasce Maria Catherina van der Linden Swanenburg. Il padre, Clemens, lavora come operaio tessile, mentre la madre Johanna si occupa della famiglia. Il reddito domestico è insufficiente a garantire condizioni di vita dignitose. Clemens trascorre gran parte delle sue giornate in fabbrica, arrivando a lavorare fino a dodici ore al giorno per sei giorni alla settimana, ma una parte consistente del salario viene dissipata nell’alcol, aggravando ulteriormente la situazione economica della famiglia.

L’impossibilità di pagare regolarmente l’affitto conduce allo sfratto e costringe i Van der Linden a trasferirsi in uno dei quartieri più poveri della città. Le condizioni igieniche sono precarie, la mortalità infantile è elevatissima e le epidemie rappresentano una minaccia ricorrente. Dei dodici figli della coppia soltanto quattro raggiungono l’età adulta, una circostanza purtroppo tutt’altro che eccezionale nella Leida di quel periodo.

Fin da giovanissima Maria Swanenburg sviluppa una reputazione di donna disponibile verso il prossimo. Già intorno ai dodici anni si offre di assistere gli anziani, accudire i malati e prendersi cura dei bambini del quartiere. Lava gli ammalati, svolge commissioni, prepara il cibo e aiuta nelle faccende domestiche. In un’epoca in cui l’assistenza sanitaria è limitata e le visite mediche a domicilio sono un lusso riservato a pochi, una figura come la sua diventa rapidamente un punto di riferimento per numerose famiglie.

Il 13 maggio 1868 sposa Johannes van der Linden, con il quale ha sette figli, cinque maschi e due femmine. Prima del matrimonio dà alla luce altre due bambine che muoiono entrambe in tenera età. In seguito qualcuno ipotizza che possano rappresentare le prime vittime della futura avvelenatrice, ma gli elementi disponibili rendono più plausibile che le loro morti siano riconducibili alle epidemie di colera che colpiscono ripetutamente la popolazione olandese nella metà dell’Ottocento.

Negli anni successivi Maria Swanenburg continua a costruire con attenzione la propria immagine pubblica. Si presenta come una donna sempre pronta ad aiutare chi si trova in difficoltà, accompagna i malati negli ultimi giorni di vita, presta assistenza agli anziani soli e offre sostegno alle famiglie più fragili del quartiere. Questo comportamento le vale il soprannome di “Goeie Mie”, espressione dialettale che significa “la Buona Mie”.

Quella reputazione diventa il suo più efficace strumento di protezione. Nessuno immagina che proprio la donna conosciuta per la sua disponibilità possa trasformare il rapporto di fiducia instaurato con decine di persone in un mezzo per avvicinarsi alle future vittime. L’immagine della benefattrice, costruita nel corso di molti anni, contribuisce infatti a neutralizzare i sospetti e le consente di muoversi con estrema libertà all’interno della comunità, entrando nelle abitazioni senza destare particolari preoccupazioni.

Con il passare del tempo, dietro quella facciata rispettabile, inizia però a svilupparsi un sistema criminale destinato a durare diversi anni e a coinvolgere un numero impressionante di persone. L’elemento che accomuna quasi tutte le future vittime è proprio il rapporto di fiducia costruito con Maria Swanenburg: una fiducia che le permette di assisterle durante la malattia, preparare il loro cibo e restare accanto a loro fino agli ultimi istanti di vita, senza che nessuno metta realmente in discussione la sua presenza.

L’inizio della serie di avvelenamenti

Intorno al 1880 il comportamento di Maria Catherina Swanenburg cambia radicalmente. La donna che per anni costruisce la propria reputazione come assistente premurosa di malati e anziani inizia a utilizzare proprio quel ruolo privilegiato per trasformare la fiducia delle persone in uno strumento di morte. L’accesso alle abitazioni, la possibilità di preparare i pasti e la consuetudine di assistere i degenti senza destare sospetti diventano gli elementi centrali del suo metodo criminale.

Tra le prime vittime figurano i componenti della sua stessa famiglia. Le ricostruzioni processuali attribuiscono a Maria Swanenburg l’uccisione della madre e, poco tempo dopo, anche del padre. Nei mesi successivi la serie prosegue coinvolgendo altri parenti stretti. Il 30 maggio 1881 muore la cognata Cornelia van der Linden; il 15 luglio dello stesso anno perde la vita il cugino Willem e, nel mese di novembre, tocca al fratello Arend. La scelta di colpire innanzitutto il proprio nucleo familiare contribuisce a rendere ancora più difficile immaginare l’esistenza di un disegno criminoso. In una società nella quale le malattie rappresentano una causa di morte quotidiana, il susseguirsi dei lutti viene interpretato come una tragica coincidenza.

Delle ventisette vittime che l’inchiesta riesce ad attribuire con certezza a Maria Swanenburg, sedici appartengono alla sua cerchia familiare. Il dato dimostra come il primo terreno sul quale sperimenta il proprio sistema di avvelenamento sia costituito proprio dalle persone con cui intrattiene rapporti più stretti. Solo successivamente il numero delle vittime si amplia fino a comprendere vicini di casa, conoscenti e interi nuclei familiari.

Con il passare degli anni la sua attività assume proporzioni sempre più vaste. Non si limita più a eliminare singoli individui ma prende di mira famiglie complete, senza risparmiare bambini, anziani o persone già gravemente malate. La vulnerabilità delle vittime rappresenta un elemento ricorrente. Molti dei soggetti colpiti vivono già in condizioni di salute precarie, circostanza che rende meno evidente l’origine dolosa del peggioramento clinico e del successivo decesso.

Colpisce, tuttavia, una scelta che ancora oggi suscita interrogativi. Nonostante l’elevato numero di omicidi attribuiti alla donna, il marito Johannes van der Linden non viene mai avvelenato. Le motivazioni di questa decisione non emergono con chiarezza durante il processo e restano oggetto di interpretazione. È possibile che la sua sopravvivenza contribuisca a mantenere un’apparenza di normalità familiare oppure che Maria Swanenburg ritenga più conveniente conservare accanto a sé il marito per evitare sospetti. La documentazione disponibile non permette però di stabilire con certezza le ragioni di questa eccezione.

Un sistema costruito sull’arsenico e sulle assicurazioni

Il movente economico rappresenta uno degli elementi più significativi del caso Swanenburg. L’avvelenatrice approfitta della diffusione delle piccole assicurazioni sulla vita, strumenti molto comuni tra le classi popolari dei Paesi Bassi nella seconda metà dell’Ottocento. Queste polizze, nate per garantire alle famiglie il denaro necessario a sostenere le spese funerarie, prevedono premi relativamente contenuti e possono essere stipulate anche per persone appartenenti allo stesso nucleo familiare o comunque molto vicine.

Maria Swanenburg comprende rapidamente come sfruttare questo sistema. Convince parenti e conoscenti a sottoscrivere polizze assicurative oppure provvede personalmente a stipularle indicando sé stessa come beneficiaria o comunque come persona incaricata di riscuotere l’indennizzo. Quando la vittima muore, incassa il denaro senza che l’operazione appaia anomala. Le somme ottenute per ogni singolo decesso non sono particolarmente elevate, ma la ripetizione sistematica dello schema trasforma quei piccoli importi in un guadagno complessivo considerevole.

Le indagini successive stimano che Maria Swanenburg riesca a ottenere complessivamente tra i duemila e i tremila fiorini, una cifra molto importante per l’epoca. Il denaro, tuttavia, non si traduce in un evidente miglioramento delle sue condizioni di vita. Continua infatti ad abitare in un contesto modesto e accumula numerosi debiti presso commercianti e conoscenti della città. Questo apparente paradosso alimenta ancora oggi diverse interpretazioni. È possibile che parte del denaro venga rapidamente assorbita dai debiti familiari, dalle spese quotidiane e dalla gestione di una famiglia numerosa. Altre ipotesi suggeriscono una scarsa capacità di amministrare il denaro oppure un bisogno continuo di nuove entrate che contribuisce a mantenere attivo il ciclo degli omicidi.

Lo strumento scelto per uccidere è sempre lo stesso: l’arsenico, generalmente nella forma di triossido di arsenico, una sostanza facilmente reperibile nella seconda metà dell’Ottocento. Il composto viene utilizzato per numerosi scopi domestici e agricoli, tra cui l’eliminazione di ratti e insetti infestanti. L’acquisto del veleno non suscita particolari sospetti, soprattutto quando viene giustificato con la necessità di disinfestare abitazioni situate nei quartieri più degradati della città.

Dal punto di vista tossicologico, l’arsenico presenta caratteristiche che lo rendono particolarmente adatto a chi intende uccidere senza attirare immediatamente l’attenzione. Se somministrato in piccole dosi ripetute provoca sintomi gastrointestinali come nausea, vomito, dolori addominali e diarrea, manifestazioni cliniche facilmente confondibili con le numerose malattie infettive diffuse nell’Europa ottocentesca. Febbri tifoidi, colera, dissenteria e altre patologie intestinali colpiscono regolarmente la popolazione, soprattutto nei quartieri poveri dove vive la maggior parte delle vittime di Maria Swanenburg.

Anche quando la dose di veleno provoca un rapido peggioramento delle condizioni del paziente, difficilmente i medici ipotizzano un avvelenamento volontario. Le visite domiciliari sono poco frequenti, le conoscenze tossicologiche non sono ancora diffuse in modo uniforme e l’esecuzione di analisi chimiche sui cadaveri rappresenta un’eccezione piuttosto che la regola. In molti casi il medico certifica semplicemente una morte dovuta a malattia naturale, senza ulteriori approfondimenti.

In questo scenario, la presenza costante di Maria Swanenburg accanto ai malati assume addirittura un valore rassicurante. Mentre le vittime peggiorano progressivamente, lei continua ad assisterle con apparente dedizione, prepara loro il cibo, somministra bevande e rimane al capezzale fino agli ultimi momenti di vita. Agli occhi della comunità il suo comportamento conferma l’immagine della “Buona Mie”, la donna sempre pronta ad aiutare chi soffre. Proprio questa reputazione rappresenta il più efficace dei suoi alibi e le permette di proseguire indisturbata per diversi anni, trasformando la fiducia dell’intera comunità in uno degli strumenti principali della propria attività criminale.

Il tentativo di avvelenamento della famiglia Frankhuizen e la fine della lunga impunità

Per quasi quattro anni il sistema costruito da Maria Catherina Swanenburg sembra funzionare senza incrinature. La successione dei decessi continua ad apparire compatibile con le difficili condizioni sanitarie della Leida ottocentesca e nessuno riesce a collegare quelle morti a un’unica responsabile. La situazione cambia improvvisamente nel dicembre del 1883, quando un episodio apparentemente simile ai precedenti produce invece conseguenze del tutto diverse.

Il 15 dicembre Maria Swanenburg si reca presso l’abitazione della famiglia Frankhuizen portando con sé una zuppa d’orzo preparata personalmente. Come in molte altre occasioni, il gesto viene interpretato come un atto di generosità nei confronti di una famiglia conosciuta. Nessuno immagina che il cibo contenga una quantità di arsenico sufficiente a provocare un grave avvelenamento.

L’episodio, tuttavia, non si sviluppa secondo i piani dell’avvelenatrice. Le porzioni disponibili non bastano per tutti i presenti e il pasto viene suddiviso tra più persone. La minore quantità di veleno ingerita da ciascun commensale provoca una grave intossicazione, ma non la morte immediata delle vittime. È proprio questa circostanza a determinare la svolta dell’intera vicenda.

Alcuni membri della famiglia sopravvivono e riferiscono di avere percepito uno strano sapore nella zuppa poco prima di accusare i primi sintomi. Le loro dichiarazioni attirano finalmente l’attenzione delle autorità. Per la prima volta non ci si trova davanti a un decesso attribuibile a una malattia improvvisa, ma a un gruppo di persone che manifesta contemporaneamente gli stessi disturbi dopo aver consumato il medesimo alimento.

La polizia decide quindi di approfondire l’accaduto. Le indagini conducono rapidamente a Maria Swanenburg, presente nell’abitazione poco prima dell’insorgenza dei sintomi. L’immagine della benefattrice, costruita nel corso di molti anni, non basta più a dissipare i sospetti. Gli investigatori iniziano a ricostruire i suoi spostamenti e a confrontarli con numerosi decessi verificatisi negli anni precedenti.

L’attenzione degli inquirenti si concentra progressivamente su una lunga serie di morti che presentano sorprendenti elementi in comune. In moltissimi casi Maria Swanenburg risulta essere una delle ultime persone ad avere assistito le vittime, ad aver preparato loro i pasti oppure ad averle accudite durante la malattia. Ciò che fino a quel momento appare come la naturale conseguenza della sua attività assistenziale assume improvvisamente un significato completamente diverso.

Per verificare l’ipotesi dell’avvelenamento vengono riesumati quindici corpi. Gli esami tossicologici evidenziano la presenza di arsenico nei resti delle vittime, fornendo agli investigatori la prima conferma scientifica dell’esistenza di una lunga serie di omicidi. Si tratta di un risultato fondamentale, perché trasforma una semplice successione di sospetti in un quadro probatorio molto più solido.

Le testimonianze raccolte tra vicini di casa, parenti, conoscenti e superstiti permettono di ricostruire con maggiore precisione l’attività della donna tra il 1880 e il 1883. L’inchiesta conclude che Maria Swanenburg tenta di avvelenare almeno 102 persone, ventisette delle quali muoiono in conseguenza dell’ingestione dell’arsenico. Altre quarantacinque sopravvivono riportando danni permanenti alla salute, compatibili con gli effetti cronici dell’intossicazione da arsenico.

Nonostante questi numeri già eccezionali, gli stessi investigatori ritengono che il bilancio reale possa essere molto più elevato. L’analisi delle morti avvenute negli anni precedenti e le difficoltà nel reperire prove materiali impediscono di attribuire con certezza numerosi altri decessi. Per questo motivo molti storici considerano plausibile che il numero complessivo delle vittime superi le novanta persone, anche se tale dato non viene mai accertato sul piano giudiziario.

Le indagini economiche contribuiscono a chiarire definitivamente il movente. Gli investigatori scoprono infatti che, dopo numerosi decessi, Maria Swanenburg riscuote somme provenienti da assicurazioni sulla vita stipulate sulle vittime oppure beneficia direttamente delle loro eredità. La ricostruzione dei pagamenti dimostra come il profitto economico accompagni sistematicamente gli avvelenamenti, rafforzando ulteriormente il quadro accusatorio.

Il processo e l’eredità storica del caso

Il procedimento giudiziario prende avvio davanti al Tribunale Penale dell’Aia il 23 aprile 1885. Considerata l’eccezionalità del caso, il processo suscita un’enorme attenzione nei Paesi Bassi. La stampa segue quotidianamente le udienze e il nome di Maria Catherina Swanenburg diventa noto ben oltre i confini della città di Leida. È proprio in questo periodo che si diffondono appellativi come “Leidse Gifmengster”, ossia “l’Avvelenatrice di Leida”, destinati a identificarla nella storia della criminalità olandese.

Tra i primi testimoni ascoltati compare Piet de Hees, fratello di Willem e Arend, due delle vittime attribuite all’imputata. Successivamente vengono sentiti anche il vicino della famiglia Frankhuizen e numerosi altri testimoni che confermano la presenza costante di Maria Swanenburg nelle abitazioni delle persone poi decedute o gravemente intossicate. Nel loro insieme, le deposizioni delineano un modello comportamentale ricorrente che rafforza ulteriormente le conclusioni raggiunte dagli investigatori.

Durante il dibattimento Maria Swanenburg finisce per ammettere di avere utilizzato l’arsenico, ma tenta di ridimensionare le proprie responsabilità sostenendo di non essere pienamente lucida al momento dei fatti e attribuendo parte del proprio comportamento all’abuso di alcol. Le sue dichiarazioni non convincono la Corte.

Per chiarire le sue condizioni psichiche vengono disposte due differenti perizie medico-legali. Gli specialisti descrivono una personalità caratterizzata da una marcata insensibilità emotiva, ma escludono la presenza di un disturbo tale da comprometterne la capacità di comprendere il significato delle proprie azioni. La donna viene quindi ritenuta pienamente imputabile.

Al termine della requisitoria il Pubblico Ministero chiede la condanna all’ergastolo. Il 1° maggio 1885 il tribunale dichiara Maria Catherina Swanenburg colpevole degli omicidi contestati nel procedimento e la condanna alla reclusione a vita. Sebbene il processo riguardi soltanto una parte dei delitti attribuiti all’imputata, la mole di prove raccolte durante l’inchiesta consegna ormai alla storia giudiziaria olandese il ritratto di una delle più prolifiche avvelenatrici mai processate nel Paese.

Maria Swanenburg trascorre il resto della propria vita nel penitenziario di Gorinchem, dove rimane detenuta fino alla morte, avvenuta nel 1915 all’età di settantacinque anni. Con la sua scomparsa termina la vicenda personale della donna, ma non l’interesse storico nei confronti del caso.

Già pochi mesi dopo la condanna la notorietà raggiunge livelli tali da trasformare l’avvelenatrice in un fenomeno di costume. Il Museo delle Cere di Amsterdam realizza una sua statua che, secondo le cronache dell’epoca, contribuisce a rendere l’esposizione una delle attrazioni più visitate del 1884. La figura della “Buona Mie” entra così nell’immaginario collettivo olandese, alimentando racconti popolari, opere teatrali e successive ricostruzioni dedicate ai suoi crimini.

La ricostruzione storica del caso incontra però notevoli difficoltà nel corso del Novecento. Durante il bombardamento del quartiere Bezuidenhout dell’Aia, nel 1945, una parte consistente della documentazione processuale viene distrutta, lasciando gli studiosi privi di numerosi atti originali. Per molti decenni si ritiene che gran parte del materiale sia andato perduto definitivamente.

Nel 2017 emerge però una scoperta destinata a modificare almeno in parte questo quadro. Vengono infatti ritrovate copie di numerosi rapporti forensi e di altri documenti relativi all’indagine, conservati in archivi che erano sfuggiti alla distruzione bellica. Il materiale viene successivamente affidato alla Biblioteca dell’Università di Leida, consentendo nuove ricerche sulla vicenda e offrendo agli studiosi una base documentaria molto più ampia rispetto a quella disponibile fino ad allora.

A distanza di oltre un secolo, Maria Catherina Swanenburg continua a occupare un posto centrale nella storia della cronaca nera dei Paesi Bassi. Il numero delle vittime accertate, l’enorme quantità di tentativi di avvelenamento ricostruiti dagli investigatori e la capacità di sfruttare per anni una reputazione costruita sull’assistenza ai più deboli rendono il suo caso uno dei più significativi esempi di serialità omicidiaria mediante avvelenamento nell’Europa dell’Ottocento. Ancora oggi il nome di Goeie Mie richiama il paradosso che accompagna l’intera vicenda: quello di una donna ricordata pubblicamente come “la Buona Mie”, mentre dietro quell’immagine di generosità si sviluppa una delle più estese campagne di avvelenamenti documentate nella storia criminale olandese.

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