Albuquerque, New Mexico, 2 febbraio 2009. Il ritrovamento di un osso umano durante una passeggiata nella zona della West Mesa dà inizio a una delle più vaste indagini per omicidio della storia del New Mexico. Gli scavi portano alla luce i resti di undici donne e di un feto, ma il responsabile non viene mai identificato.
Una scoperta casuale apre uno dei più grandi casi irrisolti del New Mexico
Esistono indagini che prendono avvio da una segnalazione, da una confessione o da un elemento emerso durante un’altra inchiesta. Il caso del cosiddetto Collezionista di ossa di West Mesa nasce invece da una circostanza del tutto casuale. È il 2 febbraio 2009 quando Christine Ross e il marito passeggiano insieme al loro cane Ruca in un’area desertica alla periferia occidentale di Albuquerque, nel New Mexico. La coppia si è trasferita da poco in una zona interessata da nuovi sviluppi edilizi, dove il terreno viene progressivamente livellato per la costruzione di un complesso residenziale.
Durante la passeggiata il cane inizia a scavare nel terreno e porta alla luce un osso di grandi dimensioni. Christine, osservandolo, sospetta che possa appartenere a un essere umano. Dopo aver fotografato il reperto e averne chiesto un parere alla sorella, infermiera, decide di contattare immediatamente la polizia.
Gli investigatori intervengono rapidamente sul posto e confermano che il reperto appartiene effettivamente a un essere umano. Le prime informazioni diffuse parlano alternativamente di un femore o di una costola, ma il dettaglio anatomico perde rapidamente importanza davanti a una consapevolezza ben più significativa: se un osso emerge in superficie in quel punto del deserto, è probabile che ve ne siano molti altri.
L’area viene immediatamente delimitata e trasformata in una scena del crimine. Quella che inizialmente appare come la ricerca di un singolo corpo si trasforma, nel giro di pochi giorni, in una delle operazioni investigative più impegnative mai affrontate dalle autorità del New Mexico.
Gli scavi nella West Mesa e la scoperta di una fossa comune
La zona della West Mesa si presenta come un altopiano desertico situato ai margini occidentali di Albuquerque, affacciato sulla valle del Rio Grande. All’epoca del ritrovamento ospita un poligono di tiro municipale, il Metropolitan Detention Center della contea di Bernalillo, alcune infrastrutture stradali e vaste aree ancora prive di edificazioni. Proprio questa conformazione rende il luogo isolato e scarsamente frequentato per diversi anni.
Per gli investigatori la ricerca si rivela estremamente complessa. Squadre composte da detective, antropologi forensi, archeologi, tecnici della scena del crimine e numerosi volontari iniziano un lungo lavoro di scavo metodico. Nel corso delle settimane vengono movimentati circa cinquantamila metri cubi di terreno, mentre vaste porzioni dell’area vengono setacciate manualmente nella speranza di recuperare anche il più piccolo frammento osseo o qualsiasi elemento utile all’identificazione delle vittime.
Ben presto emerge un quadro molto più grave di quanto immaginato inizialmente. Dal terreno affiorano numerosi resti umani appartenenti a più persone, spesso frammentati e mescolati tra loro a causa della lunga permanenza nel sottosuolo e delle caratteristiche del terreno desertico. Gli antropologi forensi devono ricostruire pazientemente ogni singolo scheletro, distinguendo le diverse vittime attraverso un lavoro che richiede settimane di analisi.
Le prime notizie diffuse dai media parlano di tredici vittime adulte. Con il proseguire degli accertamenti il numero viene corretto: i resti appartengono a undici donne, alle quali si aggiungono quelli di un feto appartenente a una delle vittime, morta durante la gravidanza.
Tutte le donne risultano sepolte in fosse poco profonde, prive di indumenti e di effetti personali. L’assenza di documenti, gioielli o altri oggetti identificativi suggerisce un tentativo deliberato di impedirne il riconoscimento. Le condizioni dei resti, fortemente compromesse dall’esposizione agli agenti atmosferici e dal lungo intervallo trascorso prima del ritrovamento, impediscono però di stabilire con certezza le modalità con cui vengono uccise.
Il capo della polizia di Albuquerque, Ray Schultz, precisa che sugli scheletri non sono visibili segni evidenti di traumi compatibili con armi da fuoco o armi da taglio. Gli investigatori prendono quindi in considerazione l’ipotesi che le vittime possano essere state soffocate o strangolate, ma nessuna conclusione definitiva può essere raggiunta dal punto di vista medico-legale. Per tutte le undici donne la causa della morte viene classificata come omicidio, senza ulteriori specificazioni sulle modalità dell’aggressione.
Le vittime e il difficile lavoro di identificazione
Una volta recuperati i resti, l’attenzione degli investigatori si concentra sull’identificazione delle vittime. Si tratta di un passaggio fondamentale, non soltanto per restituire un nome ai corpi rinvenuti nel deserto, ma anche per ricostruire gli ultimi movimenti di ciascuna donna e individuare eventuali collegamenti.
Le analisi del DNA, il confronto delle cartelle odontoiatriche, la documentazione medica e le denunce di scomparsa consentono progressivamente di attribuire un’identità ai resti.
La prima vittima identificata è Victoria Ann Chavez, la cui famiglia ne denuncia la scomparsa nel 2005 dopo aver perso i contatti già da molti mesi. La donna vive una condizione di forte fragilità sociale, segnata da problemi di tossicodipendenza, arresti e prostituzione.
Poco dopo viene identificata Michelle Valdez, ventiduenne scomparsa nel febbraio 2005. Al momento della morte è incinta e gli investigatori recuperano accanto ai suoi resti anche quelli del bambino che porta in grembo. Il ritrovamento del feto conferma come almeno una delle vittime venga uccisa durante la gravidanza.
Seguono le identificazioni di Julie Nieto, giovane madre che lascia il figlio ai nonni poco prima della scomparsa nell’agosto 2004, e di Cinnamon Elks, trentaduenne della quale la famiglia denuncia ripetutamente la scomparsa senza ottenere risultati immediati. Le indagini mostrano come Cinnamon conosca personalmente almeno alcune delle altre vittime, elemento che rafforza l’ipotesi di un ambiente comune frequentato da molte di loro.
Nel corso delle settimane vengono identificati anche Veronica Romero, Monica Candelaria, Doreen Marquez, Virginia Cloven, Evelyn Salazar e Jamie Barela, tutte scomparse tra il 2003 e il 2005. Le loro storie personali presentano caratteristiche differenti, ma condividono spesso elementi di vulnerabilità sociale, dipendenza da sostanze stupefacenti o frequentazione delle aree di prostituzione di Albuquerque.
Particolarmente complessa si rivela invece l’identificazione di una giovane ragazza afroamericana. Per settimane gli investigatori diffondono fotografie delle sue unghie artificiali, caratterizzate da una particolare decorazione rosa e beige, nella speranza che qualcuno possa riconoscerla. Solo grazie al confronto delle impronte dentarie con la documentazione proveniente dall’Oklahoma la vittima viene infine identificata come Syllania Edwards, adolescente di quindici anni fuggita di casa nel 2003 e successivamente avvistata in Colorado insieme ad alcune prostitute.
L’insieme delle identificazioni permette agli investigatori di delineare un quadro sempre più preciso. Le vittime hanno età comprese tra i quindici e i trentadue anni e quasi tutte risultano scomparse nell’arco temporale compreso tra il 2003 e il 2005. Molte frequentano la cosiddetta War Zone di Albuquerque, quartiere caratterizzato da elevati livelli di criminalità, prostituzione e traffico di sostanze stupefacenti. Proprio questo elemento induce gli investigatori a ipotizzare che l’autore degli omicidi selezioni deliberatamente donne considerate particolarmente vulnerabili, nella convinzione che le loro sparizioni possano passare più facilmente inosservate.
Un’indagine senza prove decisive
Con l’identificazione delle vittime, gli investigatori possono finalmente iniziare a ricostruire i loro ultimi movimenti, ma il lavoro si rivela immediatamente più difficile del previsto. Se da un lato emerge un quadro relativamente chiaro delle persone scomparse, dall’altro mancano quasi del tutto gli elementi materiali che possano condurre all’autore degli omicidi.
Il luogo del ritrovamento rappresenta infatti un sito di occultamento e non la scena primaria dei delitti. Le undici donne vengono trasportate nel deserto dopo la morte e sepolte in fosse poco profonde, circostanza che priva gli investigatori di gran parte delle tracce normalmente presenti sul luogo di un omicidio. L’esposizione agli agenti atmosferici, il lungo intervallo trascorso prima del ritrovamento e le condizioni del terreno compromettono ulteriormente la conservazione delle prove biologiche.
Gli esperti di medicina legale riescono a stabilire che tutte le donne sono vittime di violenza omicida, ma non possono determinare con certezza le modalità delle uccisioni. Sugli scheletri non compaiono lesioni riconducibili ad armi da fuoco, armi da taglio o violenti traumi ossei. L’assenza di tali elementi induce gli investigatori a prendere in considerazione metodi di uccisione che lasciano poche o nessuna traccia sullo scheletro, come lo strangolamento o il soffocamento, senza tuttavia poter formulare conclusioni definitive.
Anche dal punto di vista forense il sito restituisce risultati limitati. Non vengono recuperati indumenti, documenti o effetti personali appartenenti alle vittime e le fosse non conservano elementi biologici sufficienti per isolare un profilo genetico attribuibile all’autore degli omicidi. Le indagini devono quindi svilupparsi prevalentemente attraverso la ricostruzione delle vite delle vittime, dei loro contatti e dei luoghi che frequentano abitualmente.
Fin dalle prime settimane gli investigatori osservano alcune costanti significative. Quasi tutte le donne risultano coinvolte, in misura diversa, nella prostituzione di strada e nel consumo di sostanze stupefacenti. Molte operano lungo East Central Avenue, un’arteria di Albuquerque che attraversa il quartiere comunemente conosciuto come War Zone, una zona che per anni concentra attività criminali, traffico di droga e sfruttamento della prostituzione.
Gli investigatori sottolineano però un aspetto importante: queste caratteristiche non devono trasformarsi in un elemento di giudizio nei confronti delle vittime. Al contrario, rappresentano il motivo per cui l’autore potrebbe averle scelte. Donne che vivono ai margini della società, spesso prive di una rete familiare stabile o coinvolte in situazioni di dipendenza, rischiano infatti di scomparire senza attirare immediatamente l’attenzione delle autorità. Alcune famiglie denunciano la scomparsa con notevole ritardo proprio perché i contatti con le figlie sono già sporadici da tempo, mentre in altri casi la denuncia viene inizialmente considerata come un allontanamento volontario.
Con il procedere delle indagini prende forma l’ipotesi che tutti gli omicidi siano opera della stessa persona. La concentrazione dei corpi nello stesso luogo, il periodo in cui le donne scompaiono e le analogie nelle modalità di occultamento suggeriscono un unico responsabile o, al massimo, un gruppo estremamente ristretto di persone. La stampa inizia così a parlare del “Collezionista di ossa di West Mesa”, un soprannome destinato a rimanere legato al caso, pur non essendo mai utilizzato ufficialmente dagli investigatori.
Le immagini satellitari e il possibile cimitero scelto dall’assassino
Tra gli strumenti utilizzati durante le indagini vi è anche l’analisi delle immagini satellitari storiche della West Mesa. L’obiettivo è comprendere quando il terreno viene alterato e se sia possibile individuare movimenti compatibili con la sepoltura dei corpi.
Il confronto tra le fotografie scattate in anni diversi consente agli investigatori di osservare l’evoluzione dell’area. Nelle immagini precedenti al 2004 il terreno appare sostanzialmente incontaminato. Successivamente iniziano invece a comparire tracce di pneumatici che si staccano dalla strada principale e raggiungono proprio la zona in cui, anni dopo, verranno rinvenuti i resti delle undici donne.
Le fotografie successive mostrano le stesse tracce ancora più marcate e, in alcuni punti, aree di terreno apparentemente smosse. Sebbene queste osservazioni non costituiscano una prova diretta, rafforzano l’ipotesi che qualcuno raggiunga ripetutamente quel luogo per seppellire i corpi.
Gli investigatori ritengono plausibile che l’autore conosca molto bene quella parte della West Mesa. All’epoca dei fatti l’area è isolata, poco frequentata e sufficientemente distante dalle principali vie di comunicazione da consentire operazioni notturne senza attirare l’attenzione. Per diversi anni il deserto rappresenta quindi un luogo ideale per occultare i cadaveri.
Questa situazione cambia radicalmente nel 2006, quando iniziano i lavori di urbanizzazione destinati alla costruzione di un nuovo complesso residenziale. Il continuo passaggio di mezzi pesanti e operai rende progressivamente impossibile utilizzare quella zona come luogo di sepoltura senza correre il rischio di essere scoperti.
Per molti investigatori questo elemento assume un significato particolare. Le sparizioni attribuite al caso West Mesa si interrompono proprio nello stesso periodo in cui il cantiere modifica profondamente l’area. Pur non potendo dimostrare un rapporto di causa ed effetto, la coincidenza temporale alimenta l’ipotesi che l’autore sia costretto ad abbandonare quel sito di occultamento oppure a interrompere definitivamente la propria attività criminale.
Le immagini satellitari mostrano inoltre che alcune tracce di pneumatici sembrano dirigersi verso una roulotte situata a breve distanza dal luogo delle sepolture. Questo particolare non identifica automaticamente un responsabile, ma indirizza gli investigatori verso uno dei nomi che, negli anni successivi, attirerà maggiormente la loro attenzione.
I principali sospettati e le piste investigative
Nonostante l’enorme lavoro svolto dagli investigatori, nessuna prova permette di individuare con certezza il responsabile degli omicidi. Nel corso degli anni emergono tuttavia diversi nomi che vengono approfonditi nell’ambito delle indagini, pur senza arrivare a un’incriminazione.
Uno dei primi è Fred Reynolds, figura ben conosciuta nell’ambiente della prostituzione di Albuquerque. Reynolds gestisce per anni un’attività di escort ed è arrestato in numerose occasioni per reati collegati allo sfruttamento della prostituzione. Muore per cause naturali nel gennaio 2009, poche settimane prima del ritrovamento delle fosse comuni. Le verifiche effettuate dagli investigatori non consentono però di collegarlo materialmente agli omicidi e la sua posizione viene progressivamente ridimensionata.
Maggiore attenzione viene dedicata a Lorenzo Montoya, che vive in una roulotte situata a circa tre chilometri dal luogo in cui vengono rinvenuti i resti. Montoya ha numerosi precedenti per reati sessuali, violenza domestica, prostituzione e rapimento. Nel dicembre 2006 uccide una giovane prostituta nella propria abitazione, ma viene immediatamente colpito a morte dal protettore della ragazza, intervenuto durante l’aggressione.
La morte di Montoya impedisce qualsiasi ulteriore approfondimento diretto, ma gli investigatori osservano alcuni elementi che mantengono vivo l’interesse nei suoi confronti. Frequenta abitualmente prostitute della stessa area in cui operano molte delle vittime, vive a breve distanza dal luogo di sepoltura e la cessazione delle sparizioni coincide temporalmente con la sua morte e con la trasformazione urbanistica della West Mesa. Si tratta tuttavia di circostanze indiziarie che, in assenza di prove materiali, non consentono di attribuirgli gli omicidi.
Nel corso degli anni viene esaminata anche la posizione di Ron Erwin, dopo un’operazione di polizia condotta nel Missouri. Gli investigatori verificano alcuni possibili collegamenti temporali con le scomparse delle vittime, ma gli approfondimenti non producono elementi sufficienti a sostenere un coinvolgimento diretto e la pista viene abbandonata.
Joseph Blea e gli sviluppi successivi dell’inchiesta
Negli anni successivi emerge un altro nome destinato a occupare un ruolo centrale nelle indagini: Joseph Blea. A differenza di altri soggetti esaminati dagli investigatori, il suo profilo presenta diversi elementi che attirano l’attenzione delle forze dell’ordine.
A segnalare Blea è la sua ex moglie, che riferisce agli investigatori come l’uomo frequenti abitualmente prostitute nella zona di Albuquerque. La testimonianza, da sola, non costituisce una prova, ma induce la polizia ad approfondire il suo passato e le sue attività.
Nel corso delle ricerche viene recuperata, in prossimità di una delle fosse comuni, una targhetta identificativa utilizzata nel settore del giardinaggio. Gli investigatori riescono a risalire al tipo di pianta a cui appartiene e scoprono che Blea gestisce un’attività di manutenzione del verde. Alcuni accertamenti mostrano inoltre che l’uomo acquista piante dello stesso tipo proprio nel periodo compreso tra il 2003 e il 2005, gli anni in cui scompaiono la maggior parte delle vittime.
Anche in questo caso, tuttavia, gli elementi raccolti rimangono di natura indiziaria. La presenza della targhetta non dimostra che Blea sia stato sul luogo delle sepolture né consente di stabilire quando quell’oggetto vi sia arrivato. Gli investigatori proseguono comunque gli approfondimenti sul suo conto.
Nel 2015 Joseph Blea viene riconosciuto colpevole di numerosi reati commessi ai danni di diverse donne, tra cui rapimenti e aggressioni sessuali, ricevendo una condanna a trentasei anni di reclusione. La sua pericolosità criminale appare quindi accertata in sede giudiziaria, ma nessuna delle prove raccolte durante il processo riguarda gli omicidi di West Mesa.
Per questo motivo Blea continua a essere considerato uno dei principali sospettati nella ricostruzione investigativa del caso, senza che venga mai formalmente incriminato per le undici morti.
L’assenza di un imputato rappresenta uno degli aspetti più frustranti dell’intera vicenda. Nel 2010 le autorità annunciano una ricompensa di 100.000 dollari per chiunque fornisca informazioni utili all’identificazione del responsabile o dei responsabili degli omicidi. Nonostante numerose segnalazioni, nessuna conduce a un risultato concreto.
Con il trascorrere degli anni il gruppo investigativo viene progressivamente ridimensionato. Alcuni detective vengono assegnati ad altre indagini, mentre il fascicolo rimane formalmente aperto e continua a essere riesaminato ogni volta che emergono nuove informazioni, nuovi strumenti di analisi forense o possibili collegamenti con altri casi di donne scomparse.
Perché il caso West Mesa rimane irrisolto
Il caso del Collezionista di ossa di West Mesa evidenzia alcune delle maggiori difficoltà che possono caratterizzare un’indagine per omicidio seriale quando il ritrovamento delle vittime avviene molti anni dopo la loro morte.
Il tempo trascorso tra le scomparse e il recupero dei resti compromette irrimediabilmente una parte significativa delle prove biologiche. L’azione degli agenti atmosferici, gli sbalzi di temperatura tipici dell’ambiente desertico e il deterioramento naturale dei corpi impediscono agli specialisti di ricostruire con precisione le modalità degli omicidi e di recuperare elementi utili all’identificazione dell’assassino.
Anche il luogo scelto per occultare i corpi contribuisce a rendere particolarmente complessa l’inchiesta. La West Mesa, nei primi anni Duemila, è un’area isolata e scarsamente frequentata, nella quale è possibile raggiungere le fosse in automobile senza attirare facilmente l’attenzione. Quando iniziano i lavori di urbanizzazione, il sito viene progressivamente modificato e molte delle tracce presenti sul terreno risultano ormai alterate o distrutte.
A complicare ulteriormente il lavoro degli investigatori vi è il profilo delle vittime. Molte conducono una vita segnata dalla dipendenza da sostanze stupefacenti, dalla prostituzione o da una condizione di estrema precarietà economica e sociale. Questo elemento non diminuisce in alcun modo la gravità dei fatti, ma rende più difficile ricostruire con precisione gli ultimi contatti, individuare eventuali testimoni affidabili e stabilire una cronologia completa dei loro spostamenti.
Nel corso degli anni numerosi osservatori hanno evidenziato come il caso abbia contribuito ad aprire una riflessione più ampia sul modo in cui vengono affrontate le scomparse di persone appartenenti a contesti particolarmente vulnerabili. La vicenda di West Mesa mostra infatti quanto il rischio di invisibilità possa incidere anche sul piano investigativo, soprattutto quando le vittime conducono esistenze caratterizzate da marginalità sociale, dipendenze o sfruttamento.
Nonostante le difficoltà, il lavoro svolto dagli antropologi forensi e dagli investigatori permette almeno di restituire un’identità alla quasi totalità delle donne rinvenute nella fossa comune. Restituire un nome alle vittime rappresenta un passaggio fondamentale sia per le famiglie sia per l’indagine stessa, perché consente di ricostruire parte delle loro storie e di sottrarle all’anonimato nel quale l’autore degli omicidi aveva cercato di relegarle.
Un cimitero nel deserto che continua a interrogare gli investigatori
A più di quindici anni dal ritrovamento dei resti, il caso West Mesa continua a rappresentare uno dei più importanti fascicoli irrisolti nella storia criminale del New Mexico. Le autorità non hanno mai archiviato formalmente l’inchiesta e il materiale raccolto rimane a disposizione degli investigatori per eventuali nuove verifiche.
Nel corso degli anni l’evoluzione delle tecniche di analisi del DNA, della genetica forense e degli strumenti investigativi ha consentito di riaprire numerosi casi rimasti irrisolti per decenni. Anche per West Mesa esiste la possibilità che future tecnologie o nuove testimonianze permettano di rivalutare elementi oggi considerati insufficienti.
Fino a questo momento, tuttavia, nessuno dei principali sospettati è stato formalmente accusato degli omicidi e nessuna ricostruzione ha raggiunto il livello probatorio necessario per sostenere un procedimento penale.
Il cosiddetto Collezionista di ossa di West Mesa rimane quindi un’identità sconosciuta. Ciò che resta accertato è l’esistenza di undici donne uccise e sepolte nel deserto tra il 2003 e il 2005, di un’indagine che ha richiesto anni di lavoro e di famiglie che attendono ancora una risposta definitiva su chi abbia trasformato un tratto apparentemente anonimo della West Mesa in una delle più grandi fosse comuni della cronaca criminale statunitense.