Detroit, Stati Uniti, 3 luglio 1929 – Sei membri della famiglia Evangelista vengono trovati assassinati nella loro abitazione di Saint Aubin Street. Il caso dà origine a una delle indagini più complesse della storia criminale della città e, a distanza di quasi un secolo, rimane ufficialmente irrisolto.
Detroit tra immigrazione, superstizione e trasformazione sociale
Alla fine degli anni Venti Detroit rappresenta una delle città simbolo della crescita industriale degli Stati Uniti. L’espansione dell’industria automobilistica richiama migliaia di lavoratori provenienti da tutto il Paese e dall’Europa, trasformando rapidamente il volto della città. Quartieri operai e nuove aree residenziali si sviluppano a ritmo serrato, mentre comunità di immigrati cercano di costruire una nuova esistenza conservando tradizioni, lingua e credenze della terra d’origine.
Tra queste comunità assume un ruolo importante quella italiana, composta da famiglie provenienti soprattutto dal Mezzogiorno. Molti emigrati cercano fortuna lavorando nelle fabbriche, nell’edilizia o nel commercio, ma continuano a mantenere un forte legame con pratiche religiose popolari, devozioni locali e credenze che, agli occhi della società americana dell’epoca, appaiono spesso difficili da comprendere.
È proprio in questo contesto che prende forma una delle vicende più controverse della cronaca nera statunitense. Il massacro della famiglia Evangelista non diventa solamente un caso di omicidio multiplo, ma finisce per intrecciarsi con il clima culturale dell’epoca, alimentando un racconto nel quale realtà, superstizione, occultismo e paura finiscono per sovrapporsi.
La notorietà del caso cresce rapidamente anche perché gli investigatori si trovano davanti a una scena del crimine estremamente insolita, nella quale numerosi elementi sembrano richiamare pratiche esoteriche. Nel corso degli anni questa caratteristica contribuirà ad alimentare interpretazioni spesso sensazionalistiche, ma dietro la leggenda rimane soprattutto un duplice interrogativo: chi uccide l’intera famiglia Evangelista e perché nessuno riesce mai a identificarne il responsabile?
Chi è Bennie Evangelist
Bennie Evangelist nasce a Napoli nel 1885 con il nome di Beniamino Evangelista. Nel 1904, appena diciannovenne, decide di emigrare negli Stati Uniti seguendo un percorso comune a migliaia di italiani che cercano nuove opportunità economiche oltreoceano.
Come molti immigrati dell’epoca, modifica il proprio nome in una versione più facilmente pronunciabile dagli americani, diventando Bennie Evangelist. Inizialmente raggiunge il fratello Antonio a Philadelphia, ma la permanenza dura poco. Secondo i racconti successivi, tra i due nasce una profonda frattura quando Bennie inizia ad affermare di avere esperienze mistiche e visioni legate a conoscenze occulte.
Antonio prende progressivamente le distanze dal fratello e Bennie si trasferisce a York, in Pennsylvania, dove trova lavoro nella costruzione delle ferrovie. È durante questo periodo che sviluppa in maniera sempre più marcata il proprio interesse per l’esoterismo.
Col passare degli anni arriva a convincersi di essere stato scelto per una particolare missione spirituale. Scrive un’opera composta da quattro volumi intitolata The Oldest History of the World: Discovered by Occult Science, nella quale mescola interpretazioni religiose, convinzioni personali e riferimenti a discipline esoteriche. Attraverso questi scritti si presenta come profeta, guida spirituale e guaritore capace di intervenire sui problemi delle persone mediante rituali, canti e preparazioni erboristiche.
È difficile stabilire quanto Bennie creda realmente ai propri poteri e quanto, invece, utilizzi queste convinzioni per costruire un’attività redditizia. Le testimonianze dell’epoca descrivono un uomo estremamente carismatico, capace di conquistare la fiducia di numerosi clienti che si rivolgono a lui per problemi economici, sentimentali o di salute.
La sua figura rimane quindi sospesa tra due interpretazioni opposte. Per alcuni è un autentico mistico convinto delle proprie capacità; per altri è un abile manipolatore che sfrutta la credulità altrui. Qualunque sia la verità, Bennie Evangelist riesce progressivamente a costruirsi una reputazione che lo rende una figura conosciuta all’interno della comunità italiana di Detroit.
L’incontro con Aurelio Angelino e il trasferimento a Detroit
Durante gli anni trascorsi a York, Bennie stringe una profonda amicizia con Aurelio Angelino, anch’egli emigrato da Napoli. I due condividono il lavoro sulla ferrovia, le stesse origini e soprattutto un crescente interesse per pratiche spirituali e discipline esoteriche.
L’amicizia assume però una piega drammatica nel 1919.
Angelino aggredisce la propria famiglia armato di ascia con l’intento di sterminarla. Nell’attacco uccide due dei suoi figli, mentre gli altri componenti della famiglia riescono a sopravvivere. Arrestato immediatamente, viene dichiarato infermo di mente e internato in un ospedale psichiatrico criminale della Pennsylvania.
L’episodio colpisce profondamente Bennie Evangelist. Non è possibile stabilire quale impatto abbia realmente avuto sulla sua vita personale, ma poco tempo dopo decide di lasciare definitivamente la Pennsylvania per trasferirsi a Detroit.
Nella città del Michigan inizia una nuova fase della propria esistenza.
Lavora inizialmente come falegname, poi investe con successo nel mercato immobiliare acquistando e rivendendo proprietà. Grazie a queste attività costruisce una situazione economica decisamente più solida rispetto a quella dei primi anni trascorsi negli Stati Uniti.
Parallelamente continua però a coltivare la propria attività di guaritore spirituale.
Vende erbe medicinali, amuleti, preparati che definisce rimedi mistici e offre consulenze a pagamento a persone convinte di essere vittime di maledizioni o problemi spirituali. Alcune testimonianze riferiscono che organizza rituali durante i quali utilizza canti, simboli religiosi reinterpretati e, in alcuni casi, sacrifici di animali.
Le cronache dell’epoca tendono spesso a descrivere queste pratiche utilizzando termini come “magia nera” o “voodoo”. Tuttavia, gli elementi realmente documentati non consentono di stabilire con precisione quale fosse il sistema di credenze seguito da Bennie Evangelist. Più probabilmente egli combina pratiche popolari italiane, riferimenti religiosi, superstizioni e convinzioni personali in un insieme eterogeneo destinato a impressionare i clienti e a rafforzare la propria immagine di uomo dotato di poteri straordinari.
Nel frattempo conosce Santina Zanopia, immigrata italiana originaria di Roma. I due si sposano il 29 giugno 1921 e costruiscono una famiglia destinata a crescere con la nascita dei figli.
L’apparente stabilità economica consente agli Evangelista di acquistare una spaziosa abitazione al 3587 di Saint Aubin Street, in un quartiere residenziale di Detroit. All’esterno la casa appare simile a molte altre della zona, ma al suo interno Bennie realizza un ambiente che contribuisce ad alimentare la sua fama.
Nel seminterrato allestisce infatti quella che definisce la Great Celestial Planet Exhibition, una grande installazione composta da pianeti realizzati in cartapesta, strutture in legno e fili metallici, con un sole centrale dotato di un occhio illuminato elettricamente. L’esposizione rappresenta una sorta di universo simbolico utilizzato durante gli incontri con i clienti e diventa uno degli elementi più curiosi associati alla sua figura.
Accanto a questa installazione si trova una stanza destinata alle pratiche spirituali. Al suo interno sono presenti un altare rudimentale, coltelli, recipienti, bottiglie ed erbe utilizzate durante i rituali.
Proprio queste attività contribuiscono a costruire attorno a Bennie Evangelist una reputazione controversa. Se da una parte molti clienti continuano a rivolgersi a lui convinti della sua efficacia, dall’altra cresce anche il numero delle persone che ritengono di essere state truffate o ingannate.
Negli anni precedenti al massacro, Bennie accumula così un numero sempre maggiore di nemici, elemento che diventerà uno dei punti centrali delle future indagini.
La notte del 2 luglio 1929
Tra la sera del 2 luglio e le prime ore del 3 luglio 1929, all’interno della villetta situata al 3587 di Saint Aubin Street si consuma uno dei più violenti omicidi multipli della storia di Detroit. Nessuno assiste direttamente all’aggressione e nessun vicino riferisce di avere percepito rumori tali da far immaginare ciò che sta accadendo all’interno dell’abitazione. Questo elemento rappresenta già uno dei primi interrogativi dell’indagine: sebbene la casa sorga in un quartiere abitato, nessuna testimonianza consente infatti di ricostruire gli ultimi movimenti della famiglia Evangelista né di stabilire con precisione a che ora l’assassino entri nell’edificio.
La scoperta avviene soltanto la mattina successiva. Intorno alle 10:30 Vincent Elias, che deve incontrare Bennie Evangelist per discutere una compravendita immobiliare, raggiunge l’abitazione. Non ottenendo risposta, entra nella casa e si trova davanti a una scena che appare immediatamente incompatibile con una morte accidentale. È lui ad avvisare la polizia, dando inizio a un’indagine destinata a rimanere irrisolta.
Quando gli investigatori varcano la soglia dell’abitazione comprendono subito di trovarsi davanti a un delitto di proporzioni eccezionali. Le vittime sono sei: Bennie Evangelist, la moglie Santina Zanopia e i quattro figli della coppia, Mario, di appena diciotto mesi, Angelina, Margaret e Jeanne. L’intera famiglia viene sterminata nel corso della stessa notte, circostanza che porta gli investigatori a ipotizzare fin dalle prime ore che l’obiettivo dell’aggressore non sia una singola persona, ma l’annientamento dell’intero nucleo familiare.
Il corpo di Bennie Evangelist viene trovato nel suo studio, seduto dietro la scrivania con le mani raccolte sul grembo in una posizione che ricorda quella della preghiera. La testa, recisa dal corpo, si trova sul pavimento accanto a tre fotografie incorniciate raffiguranti un bambino all’interno di una bara. Gli accertamenti successivi permettono di identificare quel bambino come un figlio della coppia morto alcuni anni prima. La collocazione delle fotografie appare deliberata e induce gli investigatori a chiedersi se l’assassino abbia voluto lasciare un messaggio simbolico oppure costruire una scena destinata a suggestionare chi l’avrebbe scoperta. Nessun elemento raccolto durante l’inchiesta consente però di attribuire un significato preciso a quella disposizione, che rimane uno degli aspetti più enigmatici dell’intero caso.
Al piano superiore il quadro investigativo non diventa meno drammatico. Santina Evangelist viene trovata nel proprio letto accanto al figlio più piccolo, mentre nelle camere vicine giacciono i corpi degli altri tre bambini. Tutti presentano ferite gravissime, compatibili con un’aggressione portata con estrema violenza. La distribuzione dei corpi all’interno della casa suggerisce che le vittime vengano colpite nei luoghi in cui si trovano durante la notte, senza riuscire a organizzare alcuna forma di fuga o di resistenza efficace. Anche questo particolare assume un peso nell’analisi degli investigatori, poiché lascia ipotizzare che l’assassino abbia agito rapidamente, sfruttando il fatto che la famiglia stesse dormendo oppure cogliendo le vittime completamente impreparate.
Nel complesso, la scena del crimine restituisce l’immagine di un’aggressione particolarmente cruenta, ma non caotica. Alcuni elementi sembrano infatti indicare che, almeno dopo gli omicidi, l’autore abbia avuto il tempo necessario per spostarsi all’interno dell’abitazione e modificare la disposizione di alcuni oggetti. È proprio questa apparente assenza di fretta a far nascere il dubbio che chi entra nella casa conosca bene l’ambiente o, quantomeno, sia sufficientemente sicuro di non essere disturbato durante l’azione.
La scena del crimine e gli elementi che orientano l’indagine
Le prime attività investigative non si concentrano esclusivamente sui corpi delle vittime, ma anche sugli ambienti che Bennie Evangelist utilizza per la propria attività di guaritore spirituale. Il seminterrato dell’abitazione richiama immediatamente l’attenzione degli investigatori, che vi trovano la cosiddetta Great Celestial Planet Exhibition, una grande installazione composta da pianeti realizzati in cartapesta e legno, dominata da un sole al cui centro è collocato un occhio illuminato elettricamente. Accanto a questa struttura si trova la stanza destinata ai rituali, dove sono presenti coltelli, recipienti, bottiglie, erbe e un altare rudimentale utilizzato durante gli incontri con i clienti.
Il ritrovamento di questo materiale contribuisce a indirizzare fin dalle prime ore il modo in cui il caso viene raccontato dalla stampa. L’interesse di Bennie Evangelist per l’esoterismo viene rapidamente trasformato nel presunto movente dell’intera vicenda, favorendo la diffusione dell’espressione “omicidi occulti”. In realtà gli investigatori non riescono mai a dimostrare che il massacro abbia un’origine rituale. Le pratiche spirituali di Evangelist rappresentano certamente un elemento importante per comprendere il contesto in cui vive e lavora, ma non costituiscono, da sole, una prova della natura del delitto.
Tra gli oggetti rinvenuti nella casa ve ne sono alcuni che attirano particolarmente l’attenzione. Gli investigatori trovano infatti diversi indumenti intimi femminili, conservati separatamente e accompagnati dal nome delle rispettive proprietarie. All’epoca questo particolare viene immediatamente associato a pratiche voodoo e a presunti rituali magici. Oggi una simile interpretazione deve essere considerata con maggiore prudenza. Non esistono infatti elementi che consentano di attribuire con certezza a Bennie Evangelist l’appartenenza a una specifica tradizione esoterica; è più plausibile che utilizzi oggetti personali dei propri clienti durante le sedute spirituali, secondo un insieme di credenze costruito mescolando religiosità popolare, superstizioni e convinzioni personali. La presenza di quegli indumenti, quindi, racconta soprattutto il tipo di attività svolta da Evangelist, senza offrire indicazioni concrete sull’identità dell’assassino.
Se gli elementi presenti nella casa alimentano numerose ipotesi, la gestione della scena del crimine finisce invece per compromettere una parte importante delle prove. Nel 1929 le procedure di isolamento dell’area non sono ancora paragonabili agli standard investigativi moderni e, nelle ore successive al ritrovamento dei corpi, giornalisti, fotografi e curiosi riescono ad avvicinarsi all’abitazione, entrando in alcuni casi anche al suo interno. La contaminazione della scena rende inevitabilmente più difficile distinguere le tracce lasciate dall’autore del delitto da quelle prodotte dopo la scoperta dei cadaveri.
Nonostante queste criticità, gli investigatori riescono a repertare almeno un elemento ritenuto promettente: un’impronta digitale insanguinata sulla maniglia della porta d’ingresso. Considerando le tecniche disponibili all’epoca, quella traccia rappresenta probabilmente la migliore possibilità di identificare il responsabile della strage. Tuttavia, i confronti effettuati con le persone controllate nel corso dell’indagine non producono alcuna corrispondenza e anche questo indizio, che inizialmente sembra poter indirizzare l’inchiesta, finisce per trasformarsi in un vicolo cieco.
Un’indagine ostacolata fin dalle prime ore
Alle difficoltà legate alla scena del crimine si aggiungono ben presto quelle derivanti dal contesto sociale in cui vive la famiglia Evangelista. Bennie ha costruito nel tempo una fitta rete di rapporti con la comunità italiana di Detroit, sia attraverso l’attività immobiliare sia grazie alle consulenze spirituali che svolge nella propria abitazione. Questo significa che molte persone lo conoscono, ma non necessariamente sono disposte a collaborare con la polizia.
Gli investigatori si scontrano infatti con una diffusa reticenza da parte di clienti, vicini e conoscenti. Alcuni temono di essere coinvolti in un procedimento giudiziario, altri preferiscono non parlare delle pratiche esoteriche frequentate da Evangelist, mentre altri ancora mostrano una generale sfiducia nei confronti delle autorità. Il risultato è un quadro investigativo frammentario, nel quale numerose informazioni rimangono affidate a voci di quartiere piuttosto che a testimonianze formalizzate.
Questa situazione rende particolarmente difficile ricostruire gli ultimi giorni di vita di Bennie Evangelist e, soprattutto, individuare chi possa avere un concreto interesse a uccidere lui e l’intera famiglia. Gli investigatori comprendono rapidamente che il numero delle persone entrate in contatto con la vittima nel corso degli anni è molto elevato e che, tra clienti soddisfatti, persone convinte di essere state truffate e soggetti che ritengono di avere subito un torto, i possibili moventi risultano numerosi quanto difficili da verificare. È proprio da questa combinazione di prove limitate, testimonianze incomplete e numerosi potenziali sospettati che prende forma una delle indagini più complesse e frustranti nella storia della polizia di Detroit.
Le piste investigative tra estorsione, vendetta e rapporti personali
La scarsità di prove materiali costringe gli investigatori a costruire l’indagine partendo soprattutto dalle relazioni personali di Bennie Evangelist e dalle numerose persone entrate in contatto con lui negli anni precedenti al massacro. L’attività immobiliare e quella di guaritore spirituale gli consentono infatti di conoscere centinaia di persone appartenenti agli ambienti più diversi della comunità di Detroit. Allo stesso tempo, però, proprio questa rete di rapporti rende estremamente difficile distinguere chi abbia avuto con lui un semplice rapporto commerciale da chi possa invece avere maturato un reale motivo di risentimento.
Una delle prime ipotesi prende forma grazie ad alcune lettere rinvenute all’interno dell’abitazione. Tra la corrispondenza conservata da Bennie Evangelist compaiono infatti diversi messaggi minatori, il più recente dei quali risale a circa sei mesi prima degli omicidi e contiene un avvertimento inequivocabile: «Questa è la tua ultima possibilità». La presenza di queste lettere porta gli investigatori a valutare l’eventualità che Evangelist sia vittima di un tentativo di estorsione culminato, dopo il mancato pagamento, nell’assassinio dell’intera famiglia.
L’attenzione si concentra inevitabilmente sulla cosiddetta Mano Nera, organizzazione criminale che tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento utilizza minacce e richieste di denaro ai danni soprattutto degli immigrati italiani residenti negli Stati Uniti. In quegli anni il semplice riferimento al nome dell’organizzazione è sufficiente a incutere timore, tanto che molti estorsori lo utilizzano anche senza avere reali collegamenti con la criminalità organizzata.
Analizzando il contenuto delle lettere, tuttavia, gli investigatori iniziano a nutrire dubbi sulla loro autenticità. Il linguaggio appare poco sofisticato e le modalità con cui vengono formulate le richieste sembrano incompatibili con quelle normalmente attribuite alla Mano Nera. Di conseguenza, pur non escludendo completamente un collegamento con ambienti criminali, questa pista perde progressivamente consistenza e rimane priva di elementi capaci di collegare concretamente le minacce al massacro.
Un secondo filone investigativo nasce invece da un dato oggettivo: la sera precedente agli omicidi Bennie Evangelist riceve la visita di Umberto Tecchio, accompagnato da Angelo Depoli. I due uomini si presentano per versare il saldo relativo all’acquisto di un immobile e risultano quindi tra le ultime persone ad avere visto Evangelist ancora in vita. In qualunque indagine questo elemento sarebbe sufficiente a richiamare l’attenzione degli investigatori, ma nel caso di Tecchio esistono ulteriori circostanze che rendono necessario un approfondimento.
Pochi mesi prima, infatti, l’uomo è coinvolto nell’uccisione del proprio cognato durante una violenta lite. Sebbene le vicende giudiziarie di quell’episodio non consentano di attribuirgli una responsabilità definitiva per il massacro della famiglia Evangelista, il precedente basta a farne uno dei principali sospettati. La successiva perquisizione della pensione in cui vive sembra inizialmente rafforzare questa ipotesi, poiché nel fienile vengono rinvenuti un’ascia, un coltello ricurvo e un paio di stivali da lavoro. Considerando la natura delle ferite riportate dalle vittime, gli investigatori ritengono doveroso verificare se quegli oggetti possano avere un collegamento con il delitto.
Gli accertamenti, però, non producono il risultato sperato. Tecchio e Depoli dichiarano che, dopo avere concluso il pagamento dell’immobile, lasciano l’abitazione di Evangelist senza assistere ad alcun episodio anomalo e trascorrono il resto della serata in alcuni locali cittadini. Le verifiche effettuate dalla polizia non consentono di dimostrare il contrario e, soprattutto, nessun elemento materiale collega le armi sequestrate alla scena del crimine. Anche il confronto con l’impronta digitale insanguinata rinvenuta sulla porta d’ingresso non fornisce alcuna corrispondenza. Ancora una volta, quindi, l’indagine si trova di fronte a una situazione ricorrente: una pista apparentemente promettente che si arresta per mancanza di prove.
Nel corso dell’inchiesta emerge anche il nome di un ex inquilino di Bennie Evangelist, indicato come possibile responsabile dalla sua ex moglie. Gli investigatori verificano rapidamente anche questa segnalazione, ma gli accertamenti escludono qualsiasi coinvolgimento. L’uomo risulta infatti già deceduto e le impronte disponibili non coincidono con quella repertata sulla scena del crimine. Anche questo sospetto viene quindi archiviato senza ulteriori sviluppi.
L’ombra di Aurelio Angelino
Tra le numerose ipotesi formulate dagli investigatori, quella che riguarda Aurelio Angelino continua ancora oggi a essere una delle più discusse. Non tanto perché esistano prove che ne dimostrino il coinvolgimento, quanto perché il suo passato presenta alcune inquietanti analogie con il massacro della famiglia Evangelista.
Angelino conosce Bennie fin dagli anni trascorsi insieme in Pennsylvania. I due condividono il lavoro sulla ferrovia, le origini napoletane e un forte interesse per pratiche spirituali ed esoteriche. Il loro rapporto si interrompe bruscamente nel 1919, quando Angelino aggredisce la propria famiglia armato di ascia, uccidendo due dei suoi figli. Dichiarato infermo di mente, viene internato in un ospedale psichiatrico criminale, dal quale riesce però a evadere nel 1923.
Da quel momento il suo destino diventa un’incognita.
Quando gli investigatori di Detroit ricostruiscono il passato di Bennie Evangelist, scoprono che nessuno è più in grado di stabilire dove Angelino si trovi dopo l’evasione. L’assenza di informazioni apre inevitabilmente la strada a una nuova ipotesi investigativa: è possibile che abbia raggiunto Detroit e cercato il vecchio amico? E, soprattutto, potrebbe avere nutrito nei suoi confronti un rancore tale da trasformarsi in un movente omicida?
La teoria presenta alcuni elementi che, almeno sul piano logico, meritano di essere verificati. Angelino conosce Evangelist, è consapevole delle sue attività legate all’occultismo e, almeno in teoria, potrebbe individuarne facilmente l’abitazione. Inoltre il precedente omicidio commesso con un’ascia richiama inevitabilmente l’attenzione degli investigatori, anche se questo elemento, da solo, non può essere considerato una prova.
Proprio qui emerge uno dei limiti principali dell’intera ipotesi. Non esiste alcun documento che collochi Angelino a Detroit nel luglio del 1929, né alcun testimone riferisce di averlo visto nei pressi della casa di Saint Aubin Street. Nessuna impronta, nessun reperto e nessuna testimonianza consentono di collegarlo materialmente alla scena del crimine. La pista rimane quindi confinata nel campo delle possibilità teoriche e, pur continuando a esercitare un forte fascino narrativo, non trova mai conferme investigative.
Un caso che attraversa quasi un secolo
Con il trascorrere dei mesi l’inchiesta perde progressivamente slancio e nessuna delle piste percorse dagli investigatori riesce a individuare un responsabile. Il massacro della famiglia Evangelista entra così nell’elenco dei grandi casi irrisolti della cronaca nera americana, diventando uno degli episodi più emblematici delle difficoltà investigative del primo Novecento.
Nel corso degli anni la vicenda viene spesso raccontata privilegiando gli aspetti più misteriosi della storia. L’interesse di Bennie Evangelist per l’occultismo, la particolare disposizione dei corpi, la presenza della stanza dedicata ai rituali e le numerose ipotesi formulate durante l’inchiesta contribuiscono infatti alla nascita di un’aura quasi leggendaria attorno al caso. A questo si aggiungono, nei decenni successivi, racconti popolari che descrivono la vecchia abitazione come un luogo infestato e riferiscono di presunte apparizioni o fenomeni inspiegabili.
Questi elementi fanno ormai parte del folklore sviluppatosi intorno al massacro, ma non trovano alcun riscontro nelle indagini ufficiali. L’unico dato storicamente accertato è che sei persone vengono assassinate nella loro casa e che, nonostante gli sforzi investigativi, nessuna prova permette di identificare con certezza il responsabile.
La demolizione dell’abitazione di Saint Aubin Street non pone fine all’interesse per il caso. Ancora oggi il massacro della famiglia Evangelista continua a essere oggetto di studi, pubblicazioni e documentari che cercano di ricostruire gli eventi di quella notte e di valutare, con gli strumenti storiografici e investigativi moderni, le ipotesi formulate nel 1929. Tuttavia, l’assenza di nuove prove rende improbabile una soluzione definitiva.
A quasi un secolo dagli omicidi, il caso Evangelista rappresenta soprattutto il limite con cui ogni indagine deve confrontarsi quando le prove sono poche, la scena del crimine viene compromessa e il tempo cancella progressivamente testimoni, documenti e possibilità di verifica. È proprio questa combinazione di fattori, più ancora degli elementi legati all’occultismo che hanno alimentato la sua fama, a spiegare perché il massacro della famiglia Evangelista continui a occupare un posto tanto rilevante nella storia della cronaca nera statunitense.