Casi eclatanti

Denis Bergamini: dalla morte sulla Statale 106 al processo per omicidio

La morte di Denis Bergamini viene inizialmente interpretata come suicidio. Decenni di indagini, nuove perizie e la riesumazione del corpo conducono invece a un processo per omicidio. Nel 2024 Isabella Internò viene condannata in primo grado a sedici anni. Nel 2026 il giudizio d’appello è ancora in corso davanti alla Corte.

Di Samantha Lombardi 28 Settembre 2026 · 12 min di lettura

Roseto Capo Spulico, Italia, 18 novembre 1989 – Il calciatore del Cosenza Donato “Denis” Bergamini muore lungo la Statale 106 Ionica, dove il suo corpo viene investito da un autocarro. La morte, inizialmente ricondotta a un suicidio, viene successivamente qualificata come omicidio trasformando il caso in uno dei più eclatanti degli ultimi tempi; nel 2026 il procedimento giudiziario è ancora in corso.

Denis Bergamini e gli anni al Cosenza

Donato Bergamini, conosciuto da tutti come Denis, nasce il 18 settembre 1962 ad Argenta, in provincia di Ferrara. La sua carriera calcistica prende forma nei campionati minori dell’Emilia-Romagna, prima con l’Imola e poi con il Russi, fino al trasferimento al Cosenza nel 1985. In Calabria il centrocampista diventa progressivamente uno degli elementi riconoscibili della squadra e partecipa alla promozione in Serie B ottenuta al termine della stagione 1987-1988. Il Cosenza torna così nella seconda serie nazionale dopo ventiquattro anni e Bergamini prosegue il proprio percorso professionale in una squadra che, nella stagione successiva, arriva vicino alla promozione in Serie A. La sua posizione personale e professionale assume in seguito un peso anche nella valutazione della morte, perché l’ipotesi suicidaria viene confrontata nel corso delle successive indagini con le condizioni di vita del calciatore, i suoi progetti e i comportamenti osservati nelle ore precedenti al decesso.

Nella vita privata Bergamini intrattiene una relazione con Isabella Internò. Il rapporto attraversa una fase complessa e, nella ricostruzione che molti anni dopo viene accolta dalla Corte d’assise di Cosenza, la fine della relazione assume un ruolo centrale nella genesi del delitto. Questo punto rimane tuttavia uno degli aspetti maggiormente contestati dalla difesa di Internò, che continua a negare non soltanto qualsiasi responsabilità della donna, ma la stessa natura omicidiaria della morte. La distinzione è essenziale: il processo non riguarda più soltanto l’interpretazione di una dinamica stradale, ma due ricostruzioni incompatibili dello stesso evento.

Il 18 novembre 1989

Il 18 novembre 1989 Bergamini si trova in Calabria. In serata il suo corpo finisce sotto un autocarro lungo la Statale 106 Ionica, nel territorio di Roseto Capo Spulico, a oltre cento chilometri da Cosenza. Alla guida del mezzo si trova Raffaele Pisano. Sul luogo è presente anche Isabella Internò. Bergamini ha ventisette anni.

La spiegazione che prende forma nelle prime fasi attribuisce la morte a un gesto volontario. Bergamini si sarebbe gettato improvvisamente sotto il camion in transito. Internò sostiene questa dinamica e Pisano riferisce a sua volta che l’uomo si lancia deliberatamente sotto il mezzo. È una ricostruzione destinata a condizionare profondamente la prima lettura del caso e che entrambi mantengono anche negli anni successivi.

Gli accertamenti iniziali presentano però limiti che diventano particolarmente rilevanti quando, decenni più tardi, la morte viene riesaminata. Sul luogo non viene sviluppato un apparato investigativo paragonabile a quello che sarebbe necessario per una possibile scena di omicidio. Anche l’autopsia originaria interviene circa cinquanta giorni dopo la morte. Il medico legale Francesco Maria Avato continua successivamente a sostenere che l’asfissia riscontrata sia conseguenza dell’emorragia prodotta dallo schiacciamento e che Bergamini sia quindi ancora vivo nel momento in cui il camion lo sormonta. Le analisi effettuate molti anni dopo conducono invece altri specialisti a una lettura differente. Questo contrasto medico-legale diventa uno dei nuclei del futuro processo.

Una morte interpretata come suicidio

La ricostruzione del suicidio si consolida sul piano giudiziario, ma non elimina i dubbi. La famiglia Bergamini non accetta quella spiegazione e continua a chiedere che vengano riesaminate le circostanze della morte. Nel corso degli anni emergono interrogativi sulla compatibilità tra il racconto del presunto investimento volontario, le condizioni del corpo e la dinamica fisica dell’interazione con l’autocarro.

Il punto diventa progressivamente più preciso: non si tratta di stabilire soltanto perché Bergamini avrebbe dovuto togliersi la vita, ma se sia materialmente possibile che le lesioni osservate derivino dalla dinamica descritta dai testimoni. È su questo terreno che il caso cambia natura. L’analisi delle tracce, delle fotografie, delle lesioni e della posizione del corpo permette di affrontare una domanda tecnica diversa da quella che domina inizialmente le indagini: Bergamini arriva vivo davanti al camion oppure il mezzo investe un corpo che si trova già disteso sulla carreggiata?

Le inchieste attraversano negli anni aperture e archiviazioni. Nel dicembre 2015 vengono archiviate le posizioni di Isabella Internò e Raffaele Pisano, allora indagati rispettivamente per concorso in omicidio e favoreggiamento. Il provvedimento, tuttavia, non rappresenta l’ultimo passaggio della vicenda. Il materiale raccolto dalla famiglia e dai suoi legali conduce a una nuova valutazione investigativa.

La riapertura dell’inchiesta

Nel 2017 la Procura di Castrovillari chiede una nuova riapertura delle indagini. Al centro dell’iniziativa si trovano anche elementi che mettono in discussione l’orario e la dinamica della morte. Il giudice autorizza nuovi accertamenti e dispone la riesumazione della salma di Bergamini, sepolta nel cimitero di Boccaleone di Argenta.

La riesumazione rappresenta il passaggio decisivo. A distanza di quasi ventotto anni diventa possibile sottoporre i resti a nuove analisi medico-legali attraverso strumenti e metodologie non utilizzati negli accertamenti originari. I nuovi esami conducono a una conclusione radicalmente diversa rispetto alla ricostruzione del suicidio: la morte risulta compatibile con un’asfissia meccanica precedente al passaggio dell’autocarro.

Gli specialisti individuano elementi ritenuti compatibili con una compressione esercitata attraverso un mezzo morbido, capace di provocare asfissia senza necessariamente lasciare sul collo le lesioni tipiche di altri metodi di strangolamento. Nel successivo processo l’accusa sostiene che possa essere stato utilizzato un oggetto come una sciarpa o un sacchetto. Si tratta della ricostruzione accusatoria recepita nella sostanza dalla sentenza di primo grado, non dell’identificazione certa dello specifico strumento utilizzato.

Un altro elemento riguarda la glicoforina, proteina presente nei globuli rossi utilizzata negli accertamenti sulla vitalità delle lesioni. Gli esami evidenziano una positività a livello della laringe che viene interpretata dai consulenti favorevoli alla tesi dell’omicidio come elemento compatibile con un’azione compressiva avvenuta quando Bergamini è ancora vivo. Sul significato di questi dati si sviluppa tuttavia un confronto tra gli esperti, perché il medico legale della prima autopsia continua a collegare l’asfissia agli effetti dello schiacciamento prodotto dal camion.

La dinamica del camion viene riesaminata

Anche la ricostruzione fisica dell’investimento assume un peso crescente. Le fotografie disponibili vengono sottoposte a nuove analisi e il Reparto investigazioni scientifiche ricostruisce la posizione del corpo rispetto all’autocarro. L’esame porta a ritenere che Bergamini si trovi disteso in posizione supina sull’asfalto quando viene raggiunto dal mezzo.

Il corpo viene interessato dalla ruota anteriore destra, bloccata dalla frenata, e trascinato per alcuni metri. Gli accertamenti non individuano la dinamica di un impatto frontale coerente con un uomo che si lancia davanti al camion. Nel processo viene illustrata una valutazione secondo cui la probabilità della dinamica del “tuffo” sotto il mezzo risulta estremamente ridotta.

Il passaggio è centrale perché separa due momenti che nella ricostruzione originaria coincidono: la morte di Bergamini e il transito dell’autocarro. Nella ricostruzione accolta in primo grado, il camion non rappresenta più la causa primaria del decesso. Diventa invece l’elemento utilizzato per costruire una scena destinata ad apparire come un suicidio stradale.

La difesa contesta questa interpretazione e continua a sostenere la compatibilità degli elementi disponibili con il suicidio. Anche Pisano mantiene nel processo la propria versione originaria, affermando di avere visto Bergamini gettarsi deliberatamente sotto il camion. Il procedimento mette quindi a confronto non soltanto interpretazioni medico-legali differenti, ma testimonianze conservate per decenni e una ricostruzione scientifica sviluppata molto tempo dopo i fatti.

Isabella Internò e il rinvio a giudizio

La nuova inchiesta concentra progressivamente l’attenzione su Isabella Internò. Il 20 settembre 2021 il giudice dell’udienza preliminare di Castrovillari dispone il rinvio a giudizio con l’accusa di concorso nell’omicidio di Bergamini, aggravato dalla premeditazione e dai motivi futili.

Per l’accusa, la relazione sentimentale e la sua interruzione costituiscono il contesto nel quale matura il delitto. Nel corso del procedimento viene ricostruito anche un aborto affrontato dalla giovane durante la relazione e il successivo rifiuto di Bergamini di sposarla. La Procura interpreta questi elementi come componenti di un movente passionale e attribuisce a Internò un ruolo attivo nell’organizzazione e nell’esecuzione dell’omicidio insieme a persone rimaste non identificate. La difesa respinge integralmente questa ricostruzione, nega l’esistenza di un movente omicidiario e sostiene che le prove non consentano di trasformare il suicidio in un delitto.

La distinzione tra ciò che viene contestato dall’accusa e ciò che viene successivamente ritenuto provato dalla Corte assume particolare importanza. Nel processo non emerge infatti l’identità certa di tutti i soggetti che avrebbero partecipato materialmente all’azione. La responsabilità attribuita a Internò viene costruita attraverso un insieme di elementi indiziari che la Corte d’assise considera reciprocamente convergenti.

La sentenza del 1° ottobre 2024

Il 1° ottobre 2024 la Corte d’assise di Cosenza pronuncia la sentenza di primo grado. Isabella Internò viene condannata a sedici anni di reclusione per l’omicidio di Denis Bergamini in concorso con persone non identificate. L’accusa chiede ventitré anni. La Corte riconosce le attenuanti generiche come prevalenti sulle aggravanti e non accoglie integralmente l’impostazione sanzionatoria proposta dalla Procura.

Le motivazioni depositate nel dicembre successivo definiscono con maggiore precisione la ricostruzione accolta dai giudici. Bergamini non muore investito volontariamente dal camion. Viene prima reso incapace di difendersi, viene ucciso attraverso asfissia meccanica e successivamente il suo corpo viene collocato sulla strada, dove passa l’autocarro guidato da Pisano. La Corte attribuisce a Internò un ruolo attivo nell’omicidio e considera il suicidio una messinscena.

La sentenza non identifica però tutti gli autori materiali. La formula del concorso con ignoti conserva quindi una parte ancora incompleta della ricostruzione: stabilisce in primo grado la responsabilità penale dell’imputata, ma non ricostruisce integralmente il gruppo che avrebbe partecipato all’azione né assegna un nome a tutti i soggetti coinvolti.

Internò continua a dichiararsi innocente. La sentenza del 2024, inoltre, non diventa definitiva, perché il procedimento prosegue attraverso le impugnazioni. La vicenda giudiziaria di Bergamini non può quindi essere descritta, allo stato attuale, come definitivamente chiusa.

Dalla Cassazione al processo d’appello

Anche la Procura contesta una parte della decisione di primo grado. Nel febbraio 2025 presenta ricorso contro il trattamento sanzionatorio, concentrandosi sulla concessione delle attenuanti generiche dichiarate prevalenti rispetto alle aggravanti. La questione arriva alla Corte di cassazione, che nel maggio 2025 stabilisce che debba essere esaminata dalla Corte d’assise d’appello di Catanzaro.

Il nuovo giudizio assume quindi una caratteristica particolare. Da un lato la difesa contesta alla radice la ricostruzione del delitto e chiede l’assoluzione di Internò; dall’altro l’accusa sostiene non soltanto la responsabilità dell’imputata, ma anche la necessità di un trattamento sanzionatorio più severo.

Nel gennaio 2026 la Corte d’assise d’appello rigetta le richieste difensive che comporterebbero la riapertura dell’istruttoria dibattimentale. Il processo prosegue sulla base del materiale già acquisito.

Il 26 maggio 2026 l’accusa torna a chiedere ventitré anni di reclusione. Il pubblico ministero sostiene la natura volontaria e premeditata dell’omicidio e chiede una diversa valutazione del rapporto tra aggravanti e attenuanti rispetto alla sentenza pronunciata nel 2024.

La difesa mantiene una posizione opposta. Nelle discussioni del luglio 2026 sostiene che non sia avvenuto alcun omicidio, richiama le testimonianze raccolte nelle ore che precedono la morte e contesta la solidità scientifica della ricostruzione accusatoria. Chiede quindi l’assoluzione di Isabella Internò. La decisione, inizialmente prevista per luglio, viene rinviata. Il processo deve tornare davanti alla Corte il 17 novembre 2026, quando è attesa la sentenza d’appello.

Un caso ancora giudiziariamente aperto

A quasi trentasette anni dalla morte di Denis Bergamini, il quadro giudiziario è profondamente diverso da quello che si forma nel novembre 1989. L’ipotesi del suicidio che domina le prime indagini viene progressivamente sottoposta a nuovi accertamenti, fino alla riesumazione del corpo e alla costruzione di una diversa ricostruzione medico-legale. Il processo di primo grado recepisce questa seconda lettura e stabilisce che Bergamini viene ucciso prima del passaggio del camion, riconoscendo Isabella Internò responsabile dell’omicidio in concorso con soggetti non identificati.

Questo risultato non coincide tuttavia con una verità giudiziaria definitiva. Nel settembre 2026 esiste una condanna di primo grado, ma il giudizio d’appello è ancora pendente. La difesa continua a chiedere l’assoluzione e a sostenere la tesi del suicidio; l’accusa chiede invece la conferma della responsabilità e l’aumento della pena da sedici a ventitré anni. La prossima decisione è attesa il 17 novembre 2026.

Rimane inoltre un ulteriore livello irrisolto. La ricostruzione accolta dalla Corte d’assise prevede la partecipazione di altre persone, ma la sentenza del 2024 condanna soltanto Internò. La morte di Bergamini presenta quindi una situazione giudiziaria particolare: la natura omicidiaria viene riconosciuta in primo grado e una responsabilità individuale viene affermata, mentre il procedimento non è ancora definitivo e l’identità degli eventuali altri partecipanti non risulta accertata giudiziariamente.

La storia processuale del caso mostra soprattutto quanto le prime ore di un’indagine possano incidere sugli sviluppi successivi. Gli accertamenti eseguiti decenni dopo devono lavorare su un corpo riesumato, fotografie dell’epoca, testimonianze ormai lontane nel tempo e dati raccolti con criteri differenti da quelli applicati nelle indagini contemporanee. Proprio il confronto tra la prima autopsia e gli esami del 2017 diventa uno degli elementi centrali del procedimento, insieme alla ricostruzione scientifica del passaggio dell’autocarro.

Il caso Bergamini, al 28 settembre 2026, non è dunque un cold case privo di una risposta giudiziaria, ma neppure un procedimento definitivamente risolto. Esiste una sentenza di condanna che modifica radicalmente la lettura originaria della morte e stabilisce in primo grado che Denis Bergamini viene ucciso; resta però aperto il giudizio d’appello dal quale dipende la conferma, la modifica o il superamento di quella decisione. È questo lo stato processuale con cui, oggi, la vicenda deve essere letta.

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