I misteriosi omicidi di Alleghe: una serie di delitti irresolti nelle Dolomiti

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Omicidi di Alleghe
Tra il 1933 e il 1946 Alleghe è teatro di morti archiviate come suicidi e rapine. Solo anni dopo emerge un sistema di omertà familiare e collettiva che ha nascosto una catena di omicidi. Un caso che mostra come il silenzio possa durare decenni.

Scheda archivio

Nome caso / serial killer Delitti di Alleghe
Tipologia Caso risolto
Periodo / date 1933–1946
Luogo Alleghe (Belluno)
Paese Italia
Vittime
Accertate 4

Tabella dei Contenuti

Alleghe, Belluno, Italia, 9 maggio 1933 – 4 febbraio 1964 – Una serie di morti viene inizialmente interpretata come episodi distinti e privi di collegamenti. Solo molti anni dopo la riapertura delle indagini consente di ricostruire un quadro unitario: un controverso contesto familiare, destinato a trasformare il caso di Alleghe in uno dei più noti della cronaca nera italiana.

Un paese isolato tra le Dolomiti

Negli anni Trenta del Novecento Alleghe è un piccolo centro montano della provincia di Belluno, raccolto attorno all’omonimo lago e caratterizzato da una comunità nella quale i rapporti personali si intrecciano con le attività economiche e con una forte dimensione familiare. La vita del paese ruota intorno al turismo, all’agricoltura e alle poche attività commerciali locali. In un contesto tanto ristretto, la reputazione rappresenta un elemento centrale della convivenza sociale e le vicende private tendono a rimanere all’interno della comunità.

È proprio in questo ambiente che prende forma una delle pagine più controverse della cronaca nera italiana. Tra il 1933 e il 1946 quattro persone perdono la vita in circostanze che, almeno inizialmente, vengono considerate tra loro indipendenti. Due giovani donne vengono trovate morte a distanza di pochi mesi l’una dall’altra e le rispettive morti sono archiviate come suicidi. Tredici anni dopo una coppia di commercianti viene assassinata durante quello che appare come un tentativo di rapina.

Per molto tempo nessuno collega questi episodi. Soltanto all’inizio degli anni Cinquanta, grazie all’attività giornalistica di Sergio Saviane e alla successiva riapertura delle indagini da parte dell’Arma dei Carabinieri, emerge la possibilità che dietro quei fatti esista un’unica vicenda criminale. Il procedimento che segue conduce a uno dei processi più noti dell’Italia del dopoguerra e trasforma Alleghe nel simbolo di un caso in cui il silenzio della comunità e gli errori investigativi iniziali ritardano per oltre vent’anni l’accertamento delle responsabilità.

La morte di Emma De Ventura

La mattina del 9 maggio 1933, all’interno dell’Albergo Centrale di Alleghe, viene trovato il corpo senza vita di Emma De Ventura, giovane cameriera impiegata nella struttura gestita dalla famiglia Da Tos. Secondo le ricostruzioni dell’epoca è Adelina Da Tos, figlia dei proprietari dell’albergo, a dare l’allarme dopo aver scoperto il cadavere riverso in una pozza di sangue, nella stanza numero sei.

Fin dai primi momenti la morte della giovane viene interpretata come un suicidio. La spiegazione che prende rapidamente forma attribuisce il gesto a motivi personali e sentimentali, una ricostruzione che trova il sostegno di alcune delle figure di riferimento del paese, come il parroco del paese e il medico condotto, e che viene accolta anche dagli accertamenti svolti nell’immediatezza dei fatti.

Con il passare degli anni, tuttavia, diversi elementi emersi negli atti del procedimento inducono gli investigatori a riesaminare quella conclusione. La dinamica presenta infatti alcune incongruenze che, secondo la successiva ricostruzione processuale, avrebbero meritato approfondimenti già nel 1933.

Tra gli aspetti più discussi vi è la modalità con cui il presunto suicidio avrebbe avuto luogo. La giovane avrebbe ingerito della tintura di iodio e, successivamente, si sarebbe procurata una profonda ferita alla gola con un rasoio. Nel corso della successiva riapertura delle indagini vengono però richiamati particolari che appaiono difficilmente conciliabili con questa sequenza. La bottiglietta contenente la tintura di iodio risulta chiusa e riposta ordinatamente, mentre il rasoio viene rinvenuto sul comodino e non in prossimità del corpo.

Anche alcune testimonianze raccolte negli anni successivi contribuiscono a mettere in discussione la versione iniziale. Diverse persone riferiscono infatti che Emma De Ventura, nelle ore precedenti alla morte, non manifesta comportamenti tali da far presumere un imminente gesto suicidario. Questi elementi, considerati singolarmente, non bastano a modificare l’esito dell’indagine del 1933; osservati nel contesto della successiva inchiesta, assumono invece un significato differente.

Nonostante le perplessità che emergeranno molti anni dopo, il caso viene rapidamente archiviato come suicidio e non vengono svolti ulteriori accertamenti investigativi. Per la giustizia dell’epoca la vicenda di Emma De Ventura si chiude il 9 maggio 1933, mentre Alleghe torna rapidamente alla propria quotidianità, senza che quella morte produca conseguenze apparenti. Saranno necessari quasi vent’anni perché il suo nome torni al centro di un’indagine destinata a cambiare radicalmente la lettura dell’intera vicenda.

Il matrimonio tra Aldo Da Tos e Caterina Finazzer

A pochi mesi dalla morte di Emma De Ventura, la famiglia Da Tos torna al centro di un’altra vicenda destinata, solo molti anni dopo, a entrare nella ricostruzione complessiva del caso. Il 30 ottobre 1933 Aldo Da Tos, figlio dei proprietari dell’Albergo Centrale, sposa Caterina Finazzer, appartenente a una famiglia benestante della zona. All’esterno il matrimonio appare come un normale evento della vita del paese, ma diversi elementi emersi nel corso delle successive indagini inducono gli investigatori a guardare con maggiore attenzione a quanto accade nelle settimane immediatamente successive alle nozze.

Secondo le testimonianze raccolte negli anni successivi, Caterina manifesta fin dall’inizio un forte disagio nei confronti del marito. Alcuni familiari riferiscono che la giovane avrebbe espresso il desiderio di lasciare l’abitazione coniugale e di fare ritorno presso la propria famiglia. Si tratta di dichiarazioni acquisite molto tempo dopo i fatti e valutate nell’ambito della complessiva ricostruzione processuale, ma contribuiscono a delineare un quadro diverso da quello che emerge nel 1933.

Anche il viaggio di nozze presenta alcuni aspetti insoliti. La coppia programma un soggiorno con tappe a Roma e Venezia, ma il viaggio si interrompe prima del previsto e i due rientrano ad Alleghe con diversi giorni di anticipo. Le ragioni del rientro non vengono chiarite in modo definitivo, ma questo episodio assume un rilievo particolare quando viene riletto alla luce degli eventi successivi.

Nei giorni che seguono il ritorno in paese, Caterina cerca un contatto con la propria famiglia. Secondo quanto ricostruito nel corso delle indagini, chiede alla madre di raggiungerla per poter lasciare Alleghe e interrompere la convivenza con il marito. L’incontro, tuttavia, non avviene mai e la situazione non subisce alcun cambiamento.

La mattina del 4 dicembre 1933 il corpo di Caterina Finazzer viene rinvenuto nelle acque del lago di Alleghe. Anche in questa occasione la spiegazione accolta nell’immediatezza è quella del suicidio. La morte della giovane viene attribuita a un presunto stato depressivo e il procedimento si conclude rapidamente senza che vengano sviluppati ulteriori approfondimenti investigativi.

Con la riapertura delle indagini, oltre vent’anni dopo, anche questo episodio viene riesaminato. Gli investigatori richiamano l’attenzione su alcuni elementi emersi dagli atti dell’epoca, tra cui la presenza di segni sul collo della vittima. Al momento del primo esame tali lesioni vengono interpretate come alterazioni dovute ai primi fenomeni post mortem e alla permanenza del corpo nell’acqua. La successiva ricostruzione investigativa, invece, considera quei rilievi compatibili con un’ipotesi diversa da quella del suicidio.

Nessuno di questi elementi produce effetti immediati nel 1933. Come già accaduto per la morte di Emma De Ventura, anche il procedimento relativo a Caterina Finazzer viene archiviato senza ulteriori sviluppi. Soltanto molti anni dopo gli investigatori iniziano a valutare la possibilità che le due morti, avvenute a pochi mesi di distanza e all’interno dello stesso contesto familiare, non siano episodi indipendenti ma rappresentino i primi tasselli di una vicenda molto più ampia.

Il duplice omicidio dei coniugi Del Monego

Per oltre dodici anni le morti di Emma De Ventura e Caterina Finazzer restano archiviate come suicidi e non vengono più oggetto di particolari approfondimenti investigativi. L’Italia attraversa gli anni della guerra e della successiva ricostruzione, mentre ad Alleghe la vita del paese riprende apparentemente senza che quei due episodi vengano messi in relazione tra loro.

La situazione cambia nella notte tra il 18 e il 19 novembre 1946, quando un nuovo fatto di sangue interrompe definitivamente quella apparente normalità.

Le vittime sono Luigi Del Monego e la moglie Italia, commercianti molto conosciuti nel paese. Dopo aver chiuso il loro negozio, i due percorrono il vicolo denominato La Voi per fare ritorno alla propria abitazione. Durante il tragitto vengono raggiunti da diversi colpi di arma da fuoco e muoiono sul posto.

I loro corpi vengono rinvenuti la mattina successiva. L’incasso della giornata non viene trovato e alla donna risultano sottratti anche gli orecchini che indossava. La scena induce gli investigatori a formulare un’ipotesi apparentemente lineare: si tratterebbe di un duplice omicidio commesso durante una rapina.

Le indagini si concentrano inizialmente su Luigi Verocai, un evaso che in quel periodo si trova in stato di latitanza. La sua posizione viene esaminata con attenzione, ma gli elementi raccolti non risultano sufficienti a sostenere l’accusa. Verocai viene successivamente prosciolto e il procedimento si conclude senza l’individuazione di un responsabile.

Anche questo delitto, dunque, sembra destinato a rimanere senza soluzione.

A distanza di anni, tuttavia, la ricostruzione investigativa cambia radicalmente prospettiva. Secondo quanto emergerà nel corso della riapertura delle indagini, il movente della rapina non rappresenterebbe la reale causa dell’omicidio. L’asportazione del denaro e dei gioielli sarebbe stata funzionale a simulare un delitto di natura predatoria e ad allontanare l’attenzione da un diverso contesto.

Questa interpretazione prende forma soltanto molti anni dopo, quando gli investigatori iniziano a riesaminare congiuntamente le morti del 1933 e il duplice omicidio del 1946. Per la prima volta viene presa in considerazione la possibilità che i coniugi Del Monego siano stati uccisi non per il denaro che trasportavano, ma perché ritenuti depositari di informazioni considerate pericolose dagli autori dei delitti.

È proprio questo cambio di prospettiva a trasformare il caso di Alleghe. Tre procedimenti fino a quel momento indipendenti iniziano progressivamente a convergere in un’unica direzione investigativa, aprendo la strada alla riapertura dell’intera vicenda e a una ricostruzione completamente diversa rispetto a quella accolta negli anni Trenta e Quaranta.

L’intuizione di Sergio Saviane

La svolta non nasce inizialmente all’interno di un ufficio investigativo, ma dall’osservazione di un giornalista che conosce bene la realtà di Alleghe.

Nel 1946, poco dopo la notizia dell’uccisione dei coniugi Del Monego, Sergio Saviane, allora giovane cronista originario del Bellunese, legge le informazioni diffuse sulla vicenda e ricorda le due morti avvenute tredici anni prima all’interno della famiglia Da Tos. Gli episodi sono formalmente distinti e non esiste alcun procedimento che li colleghi, ma la successione degli eventi suscita in lui interrogativi destinati ad accompagnarlo per diversi anni.

Trasferitosi successivamente a Roma per proseguire la propria attività giornalistica, Saviane continua a raccogliere informazioni sul caso. Parla con persone che conoscono Alleghe, confronta testimonianze e valuta la possibilità che dietro quei fatti possa esistere una storia più complessa rispetto a quella ricostruita ufficialmente.

Nel 1952 decide di tornare nel paese per svolgere una vera e propria inchiesta giornalistica. L’accoglienza che riceve conferma immediatamente quanto sia difficile affrontare l’argomento. Molti abitanti evitano di parlare, altri rispondono in modo evasivo, mentre alcuni lasciano intendere che determinate vicende siano note da tempo ma che nessuno abbia interesse ad affrontarle apertamente.

Nonostante le difficoltà, Saviane prosegue il proprio lavoro e raccoglie numerosi elementi che lo convincono dell’esistenza di un collegamento tra le diverse morti.

Il risultato dell’inchiesta è l’articolo “La Montelepre del Nord”, pubblicato su Il Lavoro Illustrato nel 1952. Pur senza formulare accuse dirette nei confronti di singole persone, il servizio propone una lettura completamente diversa della vicenda, suggerendo che dietro gli episodi verificatisi ad Alleghe possa agire un unico contesto criminale.

L’articolo provoca un’immediata eco nazionale e rompe il silenzio che per quasi vent’anni aveva circondato il caso. I componenti della famiglia Da Tos reagiscono presentando una querela per diffamazione nei confronti del giornalista. Il procedimento si conclude con la condanna di Saviane a otto mesi di reclusione con sospensione condizionale della pena.

Sul piano personale il giornalista subisce quindi una sconfitta giudiziaria. Sul piano investigativo, invece, la sua inchiesta produce un effetto destinato a cambiare definitivamente il corso della vicenda. Le domande sollevate dalla pubblicazione contribuiscono infatti a riportare l’attenzione degli investigatori su fatti ormai considerati chiusi da molti anni, creando le condizioni per la riapertura dell’intero caso.

La riapertura delle indagini

L’eco suscitata dall’inchiesta di Sergio Saviane non determina automaticamente una svolta giudiziaria, ma contribuisce a riportare l’attenzione su fatti che, fino a quel momento, vengono considerati definitivamente chiusi. Le incongruenze emerse nel corso degli anni e il crescente interesse intorno al caso inducono l’Arma dei Carabinieri a riesaminare l’intera vicenda con un approccio diverso rispetto alle indagini svolte negli anni Trenta e Quaranta.

Tra i protagonisti di questa nuova fase vi sono il maresciallo Domenico Uda e il brigadiere Ezio Cesca, ai quali viene affidato il compito di verificare se esistano elementi sufficienti per collegare i diversi episodi avvenuti ad Alleghe.

Consapevoli delle difficoltà di operare in una comunità molto chiusa, dove molti abitanti si conoscono da sempre e il ricordo degli avvenimenti è ancora accompagnato da reticenze e timori, gli investigatori adottano una strategia particolarmente prudente. Invece di limitarsi alla rilettura dei fascicoli processuali, decidono di tornare direttamente sul territorio per raccogliere nuove informazioni.

Secondo le ricostruzioni storiche del caso, Ezio Cesca si trasferisce temporaneamente ad Alleghe sotto copertura, trovando impiego come operaio. L’obiettivo non è quello di svolgere interrogatori formali, ma di inserirsi gradualmente nella vita quotidiana del paese, frequentando gli stessi luoghi degli abitanti e ascoltando conversazioni che difficilmente sarebbero emerse durante un’audizione ufficiale.

Questa scelta investigativa si rivela determinante. Con il passare delle settimane iniziano infatti ad affiorare racconti, ricordi e confidenze che permettono agli investigatori di mettere in discussione le conclusioni raggiunte molti anni prima.

Tra i nomi che emergono con maggiore frequenza vi è quello di Giuseppe Gasperin, considerato una persona in grado di conoscere particolari mai chiariti del duplice omicidio dei coniugi Del Monego.

Nel corso dell’attività investigativa Cesca riesce a conquistarne la fiducia. Dai colloqui emerge un elemento destinato ad assumere un ruolo decisivo: Gasperin indica agli investigatori una possibile testimone dei fatti, Corona Valt, residente proprio nel vicolo La Voi, dove nel novembre del 1946 vengono uccisi Luigi e Italia Del Monego.

La donna riferisce di avere osservato, nella notte del delitto, la presenza di tre persone nel vicolo e riconosce una di esse nello stesso Giuseppe Gasperin. Pur trattandosi di una testimonianza raccolta molti anni dopo i fatti, le sue dichiarazioni offrono agli investigatori un nuovo punto di partenza e consentono di approfondire una pista fino a quel momento rimasta inesplorata.

L’indagine, che inizialmente riguarda soltanto il duplice omicidio del 1946, comincia progressivamente ad allargarsi anche alle morti di Emma De Ventura e Caterina Finazzer. Per la prima volta gli investigatori prendono in considerazione l’ipotesi che tutti quegli episodi possano appartenere a un unico contesto criminale.

Le confessioni e gli arresti

Le nuove testimonianze raccolte nel corso dell’inchiesta conducono Giuseppe Gasperin davanti agli investigatori. Durante gli interrogatori l’uomo rende dichiarazioni che modificano profondamente il quadro dell’indagine e indicano i nomi delle persone che, secondo la sua ricostruzione, sono coinvolte nei delitti.

Le sue confessioni aprono la strada a una serie di arresti destinati a segnare la svolta definitiva del caso.

Nel 1958 vengono arrestati Aldo Da Tos, Pietro De Biasio, marito di Adelina Da Tos, e successivamente la stessa Adelina Da Tos. Le accuse riguardano, a vario titolo, gli omicidi che fino a quel momento erano stati considerati episodi distinti e privi di collegamenti.

La riapertura dell’inchiesta consente inoltre di riesaminare tutte le prove raccolte nei procedimenti originari. Verbali, testimonianze e accertamenti vengono riletti alla luce delle nuove dichiarazioni, evidenziando una serie di incongruenze che, considerate singolarmente negli anni Trenta e Quaranta, non avevano determinato ulteriori approfondimenti ma che ora assumono un significato differente.

Secondo l’impianto accusatorio costruito dagli investigatori, le morti di Emma De Ventura, Caterina Finazzer e dei coniugi Del Monego non costituiscono episodi autonomi, bensì la conseguenza di una medesima vicenda familiare sviluppatasi nel corso di oltre un decennio.

La ricostruzione proposta dall’accusa individua come elemento centrale la necessità di impedire che determinate informazioni, ritenute compromettenti, diventassero di dominio pubblico. È proprio su questa ipotesi che si fonda il procedimento destinato ad approdare davanti alla Corte d’Assise di Belluno.

L’inchiesta riaperta oltre vent’anni dopo i primi fatti dimostra come la rilettura critica degli atti, unita alla raccolta di nuove testimonianze, possa modificare radicalmente l’interpretazione di eventi ormai considerati definitivamente risolti. Nel caso di Alleghe, il lavoro investigativo non si limita infatti a individuare nuovi sospettati, ma ricostruisce un collegamento tra delitti che per oltre due decenni erano stati trattati come vicende completamente separate.

Il processo e la ricostruzione giudiziaria

Il procedimento prende avvio davanti alla Corte d’Assise di Belluno nel 1959 e si sviluppa attraverso un lungo dibattimento, nel corso del quale vengono riesaminati fatti avvenuti nell’arco di oltre vent’anni. Le udienze sono complessivamente trentatré e consentono di confrontare le risultanze delle indagini originarie con gli elementi raccolti durante la riapertura dell’inchiesta.

Nel corso del processo, l’accusa sostiene che le morti di Emma De Ventura, Caterina Finazzer e dei coniugi Del Monego siano riconducibili a un’unica vicenda maturata all’interno della famiglia Da Tos. L’impianto accusatorio individua l’origine degli eventi in una questione familiare risalente agli anni precedenti.

Secondo la ricostruzione accolta dalla Corte, Elvira Riva, prima di sposare Fiore Da Tos, ha un figlio nato fuori dal matrimonio, Umberto Giovanni Riva, che viene affidato ad altre persone. Una volta adulto e venuto a conoscenza delle proprie origini, l’uomo si presenta ad Alleghe per rivendicare il riconoscimento della propria posizione familiare e dei conseguenti diritti ereditari.

La sentenza ritiene provato che Umberto Giovanni Riva venga ucciso e che il suo corpo venga occultato all’interno dell’Albergo Centrale. La sua scomparsa rappresenta, secondo la ricostruzione giudiziaria, l’evento dal quale si sviluppano i delitti successivi.

Sempre secondo l’impianto accolto dalla Corte, Emma De Ventura scopre casualmente il cadavere occultato nell’albergo e, per questo motivo, viene uccisa. La sua morte viene quindi simulata come suicidio, spiegazione che nel 1933 viene accolta senza ulteriori approfondimenti.

La ricostruzione giudiziaria individua una motivazione analoga anche per la morte di Caterina Finazzer. La giovane, secondo l’accusa, entra progressivamente a conoscenza di quanto accaduto e manifesta l’intenzione di allontanarsi dal marito e dalla famiglia Da Tos. Anche in questo caso, la morte viene successivamente presentata come un gesto volontario.

Infine, per quanto riguarda il duplice omicidio del 18 novembre 1946, la Corte accoglie la tesi secondo cui Luigi e Italia Del Monego non vengono assassinati per impossessarsi dell’incasso del negozio. L’asportazione del denaro e dei gioielli viene interpretata come un espediente volto a simulare una rapina. Secondo la ricostruzione processuale, i coniugi rappresentano infatti un potenziale rischio perché avrebbero assistito, anni prima, al trasporto del corpo di Caterina Finazzer verso il lago di Alleghe.

L’8 giugno 1960 la Corte d’Assise di Belluno emette la sentenza di primo grado. Aldo Da Tos, Adelina Da Tos e Pietro De Biasio vengono condannati all’ergastolo. Giuseppe Gasperin, la cui collaborazione viene ritenuta determinante per la ricostruzione dei fatti, viene condannato a trent’anni di reclusione, con una riduzione della pena in considerazione del contributo fornito alle indagini.

Per l’omicidio di Emma De Ventura non viene pronunciata alcuna condanna, poiché il reato risulta ormai estinto per prescrizione.

Gli appelli e il significato del caso Alleghe

Il procedimento prosegue nei successivi gradi di giudizio. Nel 1964, durante il processo d’appello celebrato a Venezia, Aldo Da Tos, Adelina Da Tos e Pietro De Biasio rendono dichiarazioni confessorie sul proprio coinvolgimento nella vicenda. Le confessioni si inseriscono in un quadro probatorio già delineato dalle indagini e vengono valutate insieme agli altri elementi acquisiti nel corso del processo.

Il 4 febbraio 1964 la Corte di Cassazione conferma definitivamente le condanne, rendendo irrevocabile la decisione pronunciata nei precedenti gradi di giudizio.

Aldo Da Tos e Pietro De Biasio trascorrono il resto della loro vita in carcere, dove muoiono negli anni successivi. Adelina Da Tos, invece, ottiene la grazia nel 1981, concessa dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini, dopo avere scontato una parte della pena.

Il caso di Alleghe continua a occupare un posto particolare nella storia della cronaca nera italiana non soltanto per il numero dei delitti ricostruiti nel procedimento, ma soprattutto per il modo in cui le indagini si sviluppano nel tempo. Per oltre vent’anni morti classificate come suicidi, un duplice omicidio attribuito a una rapina e la scomparsa di una persona rimangono privi di un collegamento investigativo comune.

La vicenda mostra quanto il contesto sociale possa incidere sul lavoro investigativo, soprattutto all’interno di comunità molto ristrette, nelle quali i rapporti personali, il timore di esporsi e la fiducia nelle prime conclusioni raggiunte possono rallentare l’emersione di elementi utili all’accertamento dei fatti.

Allo stesso tempo, il caso evidenzia il valore della revisione critica delle indagini. La riapertura del procedimento non nasce infatti dalla scoperta di una singola prova decisiva, ma dalla capacità di rileggere episodi apparentemente indipendenti come parti di un’unica vicenda. L’attività investigativa svolta negli anni Cinquanta, unita al contributo dell’inchiesta giornalistica di Sergio Saviane e alle successive testimonianze raccolte dai Carabinieri, consente di costruire un quadro probatorio completamente diverso rispetto a quello delineato nei procedimenti originari.

A distanza di decenni, il caso Alleghe rimane uno dei più significativi esempi italiani di cold case ricostruito attraverso la rivalutazione degli atti, delle testimonianze e del contesto nel quale i fatti maturano. Più che la storia di singoli delitti, rappresenta il percorso con cui un’indagine può cambiare direzione quando ogni elemento viene riesaminato senza dare per definitive le conclusioni raggiunte in passato.

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