Adelaide, Australia, 1° dicembre 1948 – Il corpo di un uomo sconosciuto viene rinvenuto sulla spiaggia di Somerton senza documenti, senza una causa di morte certa e senza alcun elemento che permetta di identificarlo. Da quel momento prende avvio un’indagine che prosegue per oltre settant’anni e, pur consentendo di attribuire un nome alla vittima, non riesce ancora a chiarire definitivamente le circostanze della sua morte, mantenendo il caso tra i più celebri casi irrisolti della storia della criminologia.
Il ritrovamento sulla spiaggia di Somerton
Nelle prime ore del mattino del 1° dicembre 1948 alcuni fantini notano il corpo di un uomo disteso sulla spiaggia di Somerton, un sobborgo costiero di Adelaide, nell’Australia Meridionale. La posizione del cadavere appare immediatamente insolita: l’uomo è appoggiato con la schiena contro il muro di contenimento che separa la spiaggia dalla passeggiata, la testa leggermente inclinata, le gambe distese con i piedi incrociati, il braccio sinistro adagiato lungo il corpo e quello destro piegato in una posizione che non suggerisce, almeno a un primo sguardo, l’esito di un’aggressione.
Le testimonianze raccolte nelle ore successive contribuiscono a rendere il quadro ancora più complesso. Già la sera precedente alcune persone dichiarano infatti di aver notato quell’uomo nello stesso punto della spiaggia. Alcuni raccontano di averlo visto sollevare lentamente un braccio per poi lasciarlo ricadere, interpretando quel movimento come il gesto distratto di una persona addormentata o in stato di ebbrezza. Nessuno immagina che possa trattarsi degli ultimi istanti di vita di un uomo ormai agonizzante o, addirittura, già morto.
Quando la polizia raggiunge Somerton Beach non individua segni evidenti di violenza. Sul corpo non sono presenti ferite da arma da fuoco, da taglio o lesioni riconducibili a un’aggressione fisica, mentre la disposizione degli abiti e l’assenza di tracce di colluttazione non offrono elementi utili per ricostruire quanto accaduto. Fin dalle prime fasi dell’indagine emerge quindi una delle principali difficoltà investigative del caso: comprendere non solo chi sia quella persona, ma anche in quale modo sia morta.
L’abbigliamento costituisce uno dei primi aspetti a richiamare l’attenzione degli investigatori. L’uomo indossa un completo elegante e di ottima qualità, composto da giacca, pantaloni, camicia, cravatta e cappotto, un insieme che suggerisce una persona attenta al proprio aspetto e probabilmente appartenente a una condizione sociale medio-alta. Più degli abiti stessi, però, colpisce un dettaglio destinato a diventare uno degli elementi più enigmatici dell’intera vicenda: tutte le etichette risultano accuratamente rimosse.
Nel 1948 questa circostanza rappresenta un’anomalia significativa. Le etichette costituiscono infatti uno dei primi strumenti a disposizione degli investigatori per risalire al luogo di acquisto di un indumento, alla sua provenienza o, in alcuni casi, perfino all’identità di chi lo indossa. La loro sistematica eliminazione appare difficilmente riconducibile a una semplice coincidenza e lascia aperte diverse possibilità: un tentativo deliberato di impedire l’identificazione della vittima, un’abitudine personale oppure una precauzione adottata da qualcun altro prima del ritrovamento del corpo.
Anche gli oggetti recuperati nelle tasche contribuiscono ad alimentare il mistero. L’uomo non possiede alcun documento d’identità, non ha con sé un portafoglio né denaro e non porta un cappello, accessorio che, per un uomo vestito in maniera così formale alla fine degli anni Quaranta, rappresenta quasi un elemento abituale dell’abbigliamento quotidiano.
Tra gli effetti personali vengono rinvenuti un pacchetto di sigarette Army Club contenente però sigarette Kensitas, un pacchetto di fiammiferi Bryant & May, un pettine di metallo di fabbricazione statunitense, un pacchetto di gomme da masticare Juicy Fruit, un biglietto dell’autobus già utilizzato e un biglietto ferroviario di seconda classe, mai utilizzato, per la tratta Adelaide-Henley Beach.
Considerati singolarmente, questi oggetti sembrano avere un valore investigativo limitato. Analizzati nel loro insieme, tuttavia, restituiscono l’immagine di una persona che si sposta ad Adelaide seguendo un itinerario preciso nelle ore che precedono la morte, lasciando dietro di sé una serie di tracce apparentemente ordinarie che, nonostante l’accurato lavoro degli investigatori, non consentono ancora oggi di ricostruire con certezza gli ultimi movimenti compiuti prima del ritrovamento del corpo.
Un’autopsia senza una risposta definitiva
Il corpo viene sottoposto ad autopsia dal patologo John Burton Cleland, una delle figure più autorevoli della medicina legale australiana dell’epoca. Fin dai primi esami emerge un quadro che, invece di chiarire le circostanze della morte, contribuisce a rendere il caso ancora più complesso, introducendo una serie di anomalie che accompagneranno l’indagine per decenni.
L’uomo ha un’età stimata tra i quaranta e i quarantacinque anni, è alto circa un metro e ottanta e presenta capelli biondo-rossicci con leggere sfumature grigie sulle tempie, occhi nocciola e una corporatura atletica. Le spalle larghe, la vita stretta e la muscolatura particolarmente sviluppata delle gambe suggeriscono una persona abituata a mantenersi in buona forma fisica, mentre l’assenza di segni evidenti di malattie debilitanti non offre indicazioni utili a spiegare il decesso.
Anche alcuni dettagli anatomici attirano immediatamente l’attenzione degli investigatori. Mani e unghie non presentano callosità né alterazioni riconducibili a lavori manuali pesanti, mentre la conformazione delle dita dei piedi viene ritenuta da alcuni specialisti compatibile con quella osservata in ballerini o in persone abituate a praticare attività fisiche specifiche. A questo si aggiunge uno sviluppo particolarmente marcato dei polpacci, un elemento che, pur non avendo un valore diagnostico autonomo, contribuisce a delineare un profilo fisico piuttosto insolito.
Un’ulteriore caratteristica anatomica suscita interesse durante l’esame autoptico. Il padiglione auricolare presenta infatti una rara conformazione nella quale la cymba, la cavità superiore dell’orecchio, risulta più estesa del cavum, la cavità inferiore. All’epoca questa particolarità sembra avere un’importanza limitata, ma molti anni dopo acquisterà un ruolo significativo quando verrà confrontata con le caratteristiche fisiche di altri soggetti indirettamente collegati al caso.
L’esame interno restituisce un quadro altrettanto difficile da interpretare. Lo stomaco contiene tracce di un pasto consumato poche ore prima della morte, mentre diversi organi mostrano evidenti segni di congestione. Milza e fegato risultano ingrossati, lo stomaco presenta alterazioni compatibili con una marcata irritazione e il sangue appare insolitamente fluido. Pur trattandosi di elementi compatibili con differenti condizioni patologiche o tossicologiche, nessuno di essi consente di individuare con certezza la causa del decesso.
Proprio per questo motivo Cleland formula come principale ipotesi quella dell’assunzione di una sostanza tossica. Il patologo ritiene plausibile l’impiego di un veleno ad azione rapida, probabilmente appartenente alla categoria dei barbiturici o di altri composti che, alla fine degli anni Quaranta, risultano particolarmente difficili da individuare con le metodologie tossicologiche allora disponibili. Gli esami chimici eseguiti sui campioni biologici, tuttavia, non consentono di isolare alcun principio attivo, impedendo di trasformare quella che appare una solida intuizione medico-legale in una conclusione scientificamente dimostrabile.
L’assenza di una causa di morte accertata rappresenta uno dei principali ostacoli dell’intera indagine. Senza un riscontro oggettivo diventa infatti estremamente difficile stabilire se l’uomo sia vittima di un omicidio, di un suicidio oppure di un evento accidentale, lasciando aperte ipotesi investigative profondamente diverse tra loro.
Anche il luogo del ritrovamento contribuisce presto ad alimentare ulteriori interrogativi. Le scarpe risultano sorprendentemente pulite rispetto a quelle di una persona che avrebbe trascorso del tempo camminando sulla spiaggia o lungo percorsi sabbiosi e, allo stesso tempo, sul corpo non vengono rinvenute alcune delle manifestazioni che spesso accompagnano un avvelenamento particolarmente violento, come abbondante vomito o evidenti convulsioni.
L’insieme di questi elementi induce alcuni investigatori a prendere in considerazione una ricostruzione alternativa, secondo la quale l’uomo potrebbe essere morto in un luogo diverso da quello del ritrovamento e successivamente trasportato sulla spiaggia. In questa prospettiva, la posizione del corpo non rappresenterebbe il punto in cui avviene il decesso, ma il risultato di una collocazione studiata per simulare una morte naturale o, più semplicemente, per rendere più difficile la ricostruzione degli eventi.
Pur non trovando mai conferme definitive, questa ipotesi accompagna il caso dell’Uomo di Somerton per decenni e contribuisce a consolidare l’idea che dietro la morte dello sconosciuto possa celarsi un’azione accuratamente pianificata, nella quale numerosi dettagli sembrano destinati più a disorientare gli investigatori che ad aiutarli a ricostruire la verità.
L’identità impossibile della vittima
Nei giorni successivi al ritrovamento le autorità australiane avviano una delle più vaste operazioni di identificazione mai realizzate nel Paese fino a quel momento. L’assenza di documenti, di effetti personali riconducibili a un’identità precisa e di una causa di morte certa costringe infatti gli investigatori a percorrere ogni possibile strada nella speranza di attribuire un nome all’uomo trovato sulla spiaggia di Somerton.
Le impronte digitali vengono inviate a tutte le forze di polizia australiane e, successivamente, trasmesse anche alle autorità estere. Parallelamente vengono distribuite fotografie del volto, della dentatura e degli abiti della vittima, nella convinzione che qualcuno possa riconoscerne l’aspetto o collegarlo a una persona scomparsa. Nel giro di poco tempo la vicenda supera i confini dell’Australia e richiama l’attenzione anche delle autorità britanniche, compresa Scotland Yard, assumendo una dimensione internazionale proprio perché nessun archivio consultato sembra contenere informazioni compatibili con quell’uomo.
Alle autorità arrivano numerose segnalazioni da parte di cittadini che ritengono di aver riconosciuto la vittima o di poter fornire elementi utili alle indagini. Ogni indicazione viene verificata con attenzione, ma nessuna conduce a un’identificazione positiva. Con il trascorrere dei giorni diventa sempre più evidente che il principale ostacolo dell’inchiesta non è soltanto stabilire come quell’uomo sia morto, ma comprendere chi fosse realmente.
Ad alimentare lo sconcerto degli investigatori contribuisce anche un’altra circostanza. Non emerge infatti alcuna denuncia di scomparsa compatibile con le caratteristiche della vittima, un’assenza che appare difficilmente spiegabile considerando l’età dell’uomo, il suo aspetto curato e l’abbigliamento elegante. Le autorità ritengono poco plausibile che una persona con quelle caratteristiche possa scomparire senza che familiari, amici o conoscenti ne denuncino la sparizione.
Proprio per preservare la possibilità di un futuro riconoscimento, il 10 dicembre 1948 viene presa una decisione del tutto eccezionale: il corpo viene imbalsamato anziché essere immediatamente sepolto. Secondo quanto riferito dalle autorità dell’epoca, la scelta nasce dalla convinzione che l’identificazione possa ancora avvenire nonostante il passare dei giorni e che sia quindi necessario conservare il cadavere nelle migliori condizioni possibili.
Quella decisione, assunta quando nessuno può ancora immaginare l’evoluzione delle tecniche investigative dei decenni successivi, si rivelerà fondamentale. L’imbalsamazione consente infatti di preservare il corpo per eventuali esami futuri e rappresenta uno degli elementi che, molti anni dopo, renderanno concretamente possibile la riapertura del caso attraverso gli strumenti della moderna genetica forense.
La valigia della stazione e la pista degli ultimi spostamenti
Per diverse settimane l’indagine sembra procedere senza risultati concreti. L’assenza di un’identità e di una causa di morte accertata impedisce agli investigatori di sviluppare una linea investigativa realmente solida, costringendoli a muoversi tra ipotesi prive di riscontri oggettivi. La situazione cambia il 14 gennaio 1949, quando emerge un elemento destinato a modificare profondamente la ricostruzione delle ultime ore di vita dello sconosciuto.
Nel deposito bagagli della stazione ferroviaria di Adelaide viene infatti individuata una valigia marrone consegnata il 30 novembre 1948, poche ore prima del ritrovamento del corpo sulla spiaggia di Somerton. Anche in questo caso gli investigatori si trovano di fronte a un dettaglio già osservato sugli abiti della vittima: tutte le etichette identificative risultano accuratamente rimosse, una coincidenza che rafforza l’ipotesi di un tentativo deliberato di rendere impossibile l’identificazione dell’uomo.
Il contenuto della valigia non consente di attribuire un nome al proprietario, ma offre numerosi elementi utili per delinearne il profilo e ricostruirne gli ultimi spostamenti. All’interno vengono rinvenuti indumenti, articoli da toilette, strumenti per la rasatura e altri effetti personali compatibili con quelli di una persona in viaggio, oggetti che, pur non risolvendo il mistero, permettono agli investigatori di collegare progressivamente tra loro diversi particolari della vicenda.
Tra i reperti assume un’importanza particolare un rocchetto di filo cerato arancione prodotto dalla Barbour. Si tratta di un materiale che, all’epoca, non viene commercializzato in Australia e che risulta identico a quello utilizzato per riparare i pantaloni indossati dalla vittima al momento del ritrovamento. La perfetta corrispondenza tra il filo presente nella valigia e quello impiegato sulla riparazione rappresenta uno dei primi collegamenti materiali diretti tra il bagaglio e il corpo rinvenuto sulla spiaggia, contribuendo a rafforzare la convinzione che entrambi appartengano alla stessa persona.
Anche la valigia stessa richiama l’attenzione degli investigatori. Per caratteristiche costruttive sembra infatti essere stata prodotta negli Stati Uniti, o comunque secondo standard manifatturieri poco comuni nel mercato australiano dell’epoca. Questo particolare, unito alla presenza del pettine di fabbricazione statunitense trovato nelle tasche della vittima, porta la polizia a prendere in considerazione l’ipotesi che l’uomo abbia soggiornato negli Stati Uniti oppure abbia avuto rapporti con persone provenienti da quel Paese, pur in assenza di elementi che consentano di confermare tale ricostruzione.
L’analisi dei registri ferroviari e degli orari dei mezzi pubblici permette nel frattempo di elaborare una possibile sequenza degli ultimi spostamenti compiuti dallo sconosciuto. Secondo la ricostruzione degli investigatori, l’uomo raggiunge Adelaide durante la notte con un treno proveniente da Melbourne, Sydney oppure Port Augusta, deposita la valigia al guardaroba della stazione, utilizza i bagni pubblici per lavarsi e radersi e acquista successivamente un biglietto ferroviario di seconda classe diretto a Henley Beach.
Quel biglietto, tuttavia, viene ritrovato ancora inutilizzato nelle sue tasche. L’elemento suggerisce che il viaggio programmato non venga mai effettuato e che, per ragioni rimaste sconosciute, l’uomo scelga invece di utilizzare un autobus, come dimostra il biglietto già obliterato rinvenuto tra gli effetti personali. Le ragioni di questo improvviso cambiamento di programma non vengono mai chiarite e continuano ancora oggi a rappresentare uno dei numerosi interrogativi lasciati aperti dall’indagine.
È proprio l’apparente normalità di questi spostamenti a rendere il caso particolarmente difficile da interpretare. Nulla lascia pensare a una fuga precipitosa, a un inseguimento o a una situazione di emergenza; al contrario, ogni azione sembra inserirsi in un itinerario seguito con calma e senza esitazioni. È questa impressione di assoluta ordinarietà, più ancora dei singoli reperti rinvenuti, a rendere ancora più difficile comprendere cosa accada realmente nelle ultime ore di vita dell’Uomo di Somerton.
Il frammento “Tamám Shud” e il libro che alimenta il mistero
La svolta più celebre dell’intera vicenda arriva alcuni mesi dopo il ritrovamento del corpo, quando un nuovo e più accurato esame degli abiti porta alla scoperta di un particolare fino a quel momento rimasto inosservato. All’interno dei pantaloni è infatti cucita una piccola tasca nascosta, tanto discreta da essere sfuggita alle precedenti ispezioni. Al suo interno gli investigatori recuperano un minuscolo frammento di carta, accuratamente arrotolato, sul quale compaiono due sole parole: “Tamám Shud”.
L’espressione, derivata dalla lingua persiana, significa “finito”, “terminato” oppure “compiuto” ed è tradizionalmente utilizzata come formula conclusiva nelle ultime pagine del Rubʿayyāt del poeta persiano Omar Khayyām. La presenza di quel frammento modifica profondamente la prospettiva investigativa, perché introduce un elemento apparentemente estraneo alla vicenda ma sufficientemente specifico da poter rappresentare una traccia concreta. Da quel momento il caso dell’Uomo di Somerton smette di essere soltanto quello di una vittima senza identità e assume i contorni di un’indagine nella quale anche il più piccolo dettaglio potrebbe avere un significato preciso.
Gli investigatori comprendono rapidamente che il ritaglio deve provenire dall’ultima pagina di una copia del Rubʿayyāt e avviano una ricerca estesa a tutta l’Australia per individuare un’edizione compatibile con quella da cui il frammento sembra essere stato strappato. Per settimane, tuttavia, ogni tentativo si rivela infruttuoso e nessun volume corrisponde alle caratteristiche richieste.
La situazione cambia quando un uomo si presenta spontaneamente alla polizia raccontando un episodio che, fino a quel momento, aveva considerato del tutto insignificante. Alcune settimane prima del ritrovamento del corpo trova infatti sul sedile posteriore della propria automobile una rarissima copia del Rubʿayyāt, apparentemente dimenticata da qualcuno mentre il veicolo è parcheggiato nei pressi della spiaggia di Glenelg. Non attribuisce alcuna importanza a quel ritrovamento e conserva il volume senza denunciarlo, ma la pubblicazione sui giornali della fotografia del frammento con la scritta “Tamám Shud” lo convince che possa esistere un collegamento con il misterioso caso di Somerton.
Le successive verifiche confermano che il pezzetto di carta recuperato nella tasca nascosta dei pantaloni proviene proprio da quel libro, trasformando il volume in uno dei reperti più importanti dell’intera indagine. L’attenzione degli investigatori si concentra quindi sulle annotazioni presenti nella quarta di copertina, dove compare una sequenza di lettere maiuscole distribuite su cinque righe, una delle quali risulta barrata. La particolarità della scrittura induce la polizia a ipotizzare che possa trattarsi di un messaggio cifrato o, quantomeno, di un appunto redatto secondo una logica non immediatamente comprensibile.
Nel corso dei decenni quella sequenza diventa oggetto di numerosi studi e tentativi di decifrazione. Linguisti, matematici, esperti di crittografia e analisti dei servizi di intelligence analizzano ripetutamente quelle lettere nella speranza di individuarne la struttura o il significato, senza però giungere a una soluzione condivisa. Alcuni ritengono che si tratti di un semplice promemoria personale privo di particolare rilevanza, mentre altri vi riconoscono le caratteristiche di un codice utilizzato per trasmettere informazioni riservate. Nessuna delle interpretazioni proposte riesce tuttavia a trovare una conferma definitiva e, ancora oggi, il cosiddetto “codice di Somerton” continua a rappresentare uno degli aspetti più enigmatici dell’intera vicenda.
Jessica Thomson, Alfred Boxall e le ipotesi sullo spionaggio
Sul retro della stessa copia del Rubʿayyāt compare anche un numero telefonico, un dettaglio destinato ad aprire una nuova e importante fase dell’indagine. Il numero appartiene a Jessica Thomson, conosciuta anche con il soprannome di “Jestyn”, un’ex infermiera residente a Glenelg, a poche centinaia di metri dal punto in cui viene rinvenuto il corpo dell’Uomo di Somerton.
L’interrogatorio della donna attira immediatamente l’attenzione degli investigatori. Jessica racconta di aver posseduto in passato una copia del Rubʿayyāt, ricevuta in dono durante la Seconda guerra mondiale da Alfred Boxall, ufficiale dell’Esercito australiano conosciuto mentre presta servizio presso il Royal North Shore Hospital di Sydney. Secondo la sua versione, però, quel volume non è più in suo possesso da tempo e non è quindi in grado di fornire spiegazioni sul possibile collegamento con il libro ritrovato dagli investigatori.
Durante l’incontro la polizia le mostra il calco in gesso realizzato sul volto dell’uomo di Somerton. Jessica afferma di non aver mai visto quella persona, ma alcuni dei presenti riferiscono che la donna appare visibilmente turbata durante il confronto, tanto da rendere necessario interrompere temporaneamente il colloquio. Pur non costituendo una prova di alcun tipo, quella reazione contribuisce ad alimentare il sospetto che possa conoscere più di quanto scelga di rivelare agli investigatori.
Le dichiarazioni di Jessica portano inizialmente a prendere in considerazione una possibilità che, almeno in un primo momento, sembra convincente: l’uomo trovato sulla spiaggia potrebbe essere proprio Alfred Boxall. Le verifiche successive, tuttavia, smentiscono rapidamente questa ipotesi. La polizia rintraccia infatti Boxall vivo, in perfetta salute e ancora in possesso della propria copia del Rubʿayyāt, completa dell’ultima pagina contenente le parole “Tamám Shud”. Il confronto tra il suo volume e quello collegato al caso esclude definitivamente ogni possibilità di identificare la vittima con l’ufficiale australiano, riportando ancora una volta l’indagine al punto di partenza.
Con il trascorrere degli anni emergono però altri elementi destinati ad alimentare il dibattito. Jessica vive con Prosper Thomson e cresce un bambino, Robin, nato poco prima del ritrovamento del corpo. Alcuni osservatori rilevano che il bambino presenta la stessa rara conformazione del padiglione auricolare descritta durante l’autopsia dell’Uomo di Somerton, una caratteristica anatomica piuttosto insolita che, insieme ad alcune somiglianze fisiche evidenziate negli anni successivi, induce numerosi ricercatori indipendenti a ipotizzare un possibile legame biologico tra Robin e lo sconosciuto. Si tratta, tuttavia, di una teoria che all’epoca non trova alcuna conferma oggettiva e che rimane priva di prove in grado di dimostrarla.
Parallelamente prende forma un’altra interpretazione, destinata a diventare la più nota nella cultura popolare e a influenzare per decenni la percezione pubblica del caso. Il ritrovamento del corpo avviene infatti in un momento storico particolarmente delicato, nel quale l’Australia rappresenta uno dei principali snodi strategici del nascente confronto tra il blocco occidentale e quello sovietico. Adelaide ospita installazioni militari sensibili, programmi di ricerca e attività strettamente collegate alla cooperazione con il Regno Unito e gli Stati Uniti, un contesto che favorisce inevitabilmente la nascita di numerose ipotesi alternative.
In questo scenario, la presenza di un uomo privo di identità, morto senza una causa accertata, con tutte le etichette degli abiti rimosse, in possesso di un presunto codice cifrato e collegato, almeno indirettamente, a una donna che conosce la lingua russa, finisce per alimentare le teorie sullo spionaggio internazionale. Nessuna indagine ufficiale riesce tuttavia a dimostrare il coinvolgimento di servizi segreti o l’esistenza di operazioni clandestine riconducibili al caso. Per questo motivo la pista dello spionaggio continua ancora oggi a essere considerata una delle ipotesi più affascinanti della vicenda, ma rimane fondata prevalentemente su una serie di coincidenze che non hanno mai trovato un riscontro documentale definitivo.
Dalla riesumazione alle analisi genetiche: un’indagine che attraversa i decenni
Il 14 giugno 1949 l’uomo senza nome viene sepolto nel West Terrace Cemetery di Adelaide. Sulla lapide compare un’iscrizione destinata a diventare uno dei simboli dell’intera vicenda: “Here lies the unknown man”, una semplice frase che sintetizza il principale interrogativo rimasto irrisolto per oltre settant’anni, ovvero l’identità della vittima rinvenuta sulla spiaggia di Somerton.
Prima della sepoltura le autorità adottano però una decisione destinata a rivelarsi fondamentale molti decenni più tardi. Vengono infatti conservati il calco in gesso del volto, alcuni capelli e altri reperti biologici, nella speranza che future tecnologie possano consentire ciò che gli strumenti investigativi disponibili nel 1948 non sono in grado di ottenere. Si tratta di una scelta insolita per l’epoca, che testimonia come gli investigatori non abbiano mai considerato definitivamente chiuso il caso.
Con il passare degli anni, tuttavia, una parte significativa del materiale investigativo va irrimediabilmente perduta. La valigia recuperata nella stazione ferroviaria viene distrutta nel 1986, mentre la rarissima copia del Rubʿayyāt sulla quale sono annotate le misteriose lettere scompare dagli archivi senza essere più recuperata. Anche diversi documenti relativi alle prime fasi dell’inchiesta risultano incompleti o mancanti, una circostanza che rende sempre più difficile ricostruire con precisione il lavoro svolto dagli investigatori negli anni immediatamente successivi al ritrovamento del corpo.
Nonostante queste perdite, il caso continua a suscitare l’interesse di studiosi, criminologi e ricercatori indipendenti, convinti che le nuove metodologie scientifiche possano offrire risposte rimaste irraggiungibili per oltre mezzo secolo. In questa prospettiva, nel 2009 il professore Derek Abbott, docente dell’Università di Adelaide, avvia un progetto di ricerca multidisciplinare finalizzato a riesaminare l’intera vicenda attraverso gli strumenti della scienza contemporanea. Insieme ad altri ricercatori analizza nuovamente tutta la documentazione disponibile, tenta di interpretare il presunto codice annotato sul Rubʿayyāt e propone ufficialmente la riesumazione della salma con l’obiettivo di ottenere un profilo genetico della vittima.
La richiesta incontra inizialmente numerose difficoltà. Oltre ai complessi aspetti burocratici e giuridici, emergono infatti resistenze legate sia al rispetto della sepoltura sia al timore che, dopo oltre sessant’anni, il DNA possa non essere più utilizzabile per analisi affidabili. Il dibattito si protrae a lungo e contribuisce a mantenere alta l’attenzione pubblica su un caso che continua a suscitare interesse ben oltre i confini dell’Australia.
Nel frattempo emergono nuove testimonianze destinate a riaccendere ulteriormente il dibattito. Nel 2013 Kate Thomson, figlia di Jessica Thomson e Prosper Thomson, dichiara pubblicamente che la madre le avrebbe confidato di conoscere l’identità dell’Uomo di Somerton e di avere mentito durante gli interrogatori sostenuti con la polizia nel 1949. Secondo il suo racconto, Jessica avrebbe inoltre lasciato intendere che tale identità fosse nota anche a livelli superiori delle autorità australiane.
Kate riferisce inoltre che la madre simpatizza per ambienti vicini al comunismo e conosce la lingua russa, circostanze che vengono rapidamente associate alle vecchie ipotesi di spionaggio elaborate durante la Guerra Fredda. Si tratta, tuttavia, di dichiarazioni che non trovano alcun riscontro documentale e che, pur contribuendo ad alimentare nuove speculazioni, non forniscono elementi concreti in grado di modificare il quadro investigativo.
All’interno della stessa famiglia emergono, peraltro, interpretazioni profondamente diverse. La moglie di Robin Thomson si dichiara infatti convinta che il marito sia il figlio biologico dell’Uomo di Somerton e sostiene pubblicamente la necessità di riesumare la salma per consentire un confronto genetico. Il contrasto tra le diverse posizioni testimonia quanto la vicenda continui a influenzare, ancora a distanza di molti decenni, la memoria e la percezione delle persone indirettamente coinvolte.
Dopo anni di richieste, approfondimenti scientifici e dibattiti, nel 2019 il procuratore generale dell’Australia Meridionale autorizza finalmente la riesumazione della salma. L’operazione viene eseguita nel maggio 2021 seguendo procedure particolarmente rigorose, con l’obiettivo di recuperare il miglior materiale genetico possibile e offrire, grazie alle moderne tecniche di analisi del DNA, una nuova opportunità di risolvere uno dei più celebri misteri della storia criminale australiana.
L’identificazione proposta dalla genetica e ciò che resta ancora aperto
Le analisi del DNA rappresentano il più importante sviluppo investigativo dell’intera vicenda e segnano il momento in cui un caso rimasto sostanzialmente immutato per oltre settant’anni viene finalmente affrontato con strumenti scientifici che non esistono all’epoca delle indagini originarie.
Nel 2022 Derek Abbott e la genealogista Colleen Fitzpatrick rendono pubblici i risultati di una lunga ricerca basata sulla genealogia genetica, la stessa metodologia che negli ultimi anni consente di identificare numerose vittime sconosciute e di riaprire casi rimasti irrisolti per decenni. Incrociando il profilo genetico ricavato dai capelli conservati della vittima con ampi database genealogici, i ricercatori ricostruiscono un articolato albero familiare che conduce all’identificazione dell’Uomo di Somerton in Carl Charles Webb, ingegnere elettrico nato a Melbourne nel 1905.
Secondo la ricostruzione genealogica, Webb vive per molti anni nello Stato di Victoria, sposa Dorothy Robertson e, dopo la separazione dalla moglie, le sue tracce diventano progressivamente più difficili da seguire. Nessun elemento documentato consente tuttavia di stabilire con certezza per quale motivo si trovi ad Adelaide nei giorni immediatamente precedenti alla morte né quali siano gli spostamenti che lo conducono fino alla spiaggia di Somerton.
L’identificazione di Carl Charles Webb rappresenta il più significativo progresso compiuto nell’indagine dalla scoperta del corpo nel 1948. La ricostruzione genealogica viene ampiamente accettata dalla comunità scientifica e dagli studiosi che da anni si occupano del caso, restituendo finalmente un nome all’uomo rimasto sconosciuto per oltre sette decenni. Pur rimanendo alcuni aspetti documentali ancora oggetto di approfondimento, oggi Webb è generalmente considerato la vittima rinvenuta sulla spiaggia di Somerton il 1° dicembre 1948.
L’attribuzione di un’identità, tuttavia, non coincide con la soluzione definitiva dell’intera vicenda. Se il principale interrogativo relativo al nome della vittima può considerarsi sostanzialmente risolto, rimangono infatti aperte molte delle domande che hanno accompagnato il caso fin dall’inizio delle indagini.
Non è ancora possibile stabilire con certezza la causa della morte. Nessun esame riesce infatti a dimostrare in modo definitivo l’impiego di uno specifico veleno, così come non emergono prove capaci di confermare un’aggressione o di attribuire eventuali responsabilità a terze persone. Allo stesso modo resta privo di una spiegazione condivisa il significato del frammento con la scritta “Tamám Shud”, del quale non è possibile stabilire se rappresenti un semplice riferimento letterario, un messaggio personale, un gesto simbolico oppure un elemento lasciato intenzionalmente per confondere gli investigatori.
Anche la sequenza di lettere annotata sul retro del Rubʿayyāt continua a sfuggire a ogni interpretazione definitiva. Dopo oltre settant’anni di studi e tentativi di decifrazione, nessun esperto è infatti riuscito a proporre una soluzione verificabile e universalmente accettata, lasciando aperta una delle questioni più discusse dell’intera vicenda.
Lo stesso vale per il ruolo di Jessica Thomson. Non esistono prove che la colleghino direttamente alla morte dell’Uomo di Somerton né elementi in grado di confermare una relazione sentimentale tra i due. Allo stesso tempo, alcune incongruenze emerse nelle sue dichiarazioni e le testimonianze raccolte molti anni dopo continuano ad alimentare un dibattito che, ancora oggi, accompagna ogni nuova analisi dedicata a uno dei casi più enigmatici della storia criminale australiana.
Perché il caso dell’Uomo di Somerton continua a essere studiato
Il caso dell’Uomo di Somerton occupa un posto particolare nella storia della criminologia perché rappresenta uno degli esempi più significativi di come l’evoluzione delle tecniche investigative possa modificare profondamente la comprensione di un’indagine anche a distanza di molti decenni. La vicenda attraversa infatti due epoche profondamente diverse: quella delle indagini tradizionali, basate quasi esclusivamente su testimonianze, confronti fotografici, impronte digitali e ricostruzioni documentali, e quella della genetica forense, capace di restituire risposte che per oltre settant’anni sembrano irraggiungibili.
Per lungo tempo ogni tentativo di identificazione si scontra con lo stesso ostacolo. Nonostante l’imponente lavoro svolto dagli investigatori, nessuna testimonianza, nessun archivio e nessun confronto dattiloscopico riescono ad attribuire un nome all’uomo trovato sulla spiaggia di Somerton. È proprio questa assenza di identità a impedire lo sviluppo di un’indagine realmente risolutiva, dimostrando come, in molti casi, conoscere chi sia una vittima rappresenti il primo passo indispensabile per comprendere anche le circostanze della sua morte.
L’applicazione della genealogia genetica modifica radicalmente questo scenario. Grazie alle moderne analisi del DNA diventa infatti possibile identificare con elevata probabilità la vittima in Carl Charles Webb, restituendo finalmente un nome a un uomo rimasto sconosciuto per oltre sette decenni. Si tratta di un risultato che rappresenta uno dei più importanti successi ottenuti dalla genetica forense nell’ambito dei casi storici e che conferma il valore delle moderne metodologie scientifiche nel riesaminare indagini considerate ormai prive di ulteriori sviluppi.
L’identificazione della vittima, tuttavia, non coincide con la completa soluzione del caso. Conoscere il nome dell’uomo trovato sulla spiaggia non significa infatti poter ricostruire con certezza le circostanze della sua morte, stabilire se vi siano responsabilità di terzi o attribuire un significato definitivo agli elementi che continuano ad alimentare il dibattito, dal frammento con la scritta Tamám Shud alla sequenza di lettere annotata sul Rubʿayyāt, fino al reale ruolo svolto da Jessica Thomson nella vicenda.
È proprio questo equilibrio tra risultati scientifici concreti e interrogativi ancora irrisolti a mantenere vivo l’interesse nei confronti del caso. L’Uomo di Somerton continua infatti a essere citato nei manuali di criminologia, negli studi di medicina legale e nelle ricerche dedicate alla genealogia genetica non soltanto per il mistero che lo circonda, ma anche perché dimostra come un’indagine possa evolvere nel tempo insieme agli strumenti della scienza. La sua storia ricorda che la tecnologia può restituire un’identità a una vittima rimasta sconosciuta per generazioni, ma evidenzia anche come la verità investigativa possa restare, almeno in parte, incompleta anche quando il principale interrogativo sembra aver finalmente trovato una risposta.