Vincenzo Verzeni: il vampiro della bergamasca

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Vincenzo Verzeni è considerato il primo serial killer italiano studiato in modo sistematico dalla criminologia. I suoi due omicidi accertati, le numerose aggressioni e le perizie psichiatriche dell'epoca trasformano il suo processo in un caso destinato a segnare la storia della giustizia e degli studi sul comportamento criminale.

Scheda archivio

Nome caso / serial killer Vincenzo Verzeni
Soprannome Vampiro della Bergamasca, Strangolatore delle donne, Vampiro di Bottanuco
Tipologia Serial Killer
Periodo / date 1870–1873
Luogo Bottanuco e comuni limitrofi, provincia di Bergamo
Paese Italia
Vittime
Accertate 2
Modus operandi

Aggredisce donne sole nelle campagne, le strangola, le morde e in alcuni casi ne mutila i corpi dopo la morte.

Tabella dei Contenuti

Bottanuco, Regno d’Italia, 8 dicembre 1870 – Una giovane viene trovata uccisa nelle campagne del Bergamasco con evidenti segni di violenza sul corpo. Due anni più tardi un secondo delitto permette di individuare il responsabile: Vincenzo Verzeni, destinato a diventare uno dei primi assassini seriali italiani oggetto di un’approfondita analisi criminologica.

Il contesto di un caso destinato a segnare la criminologia italiana

La figura di Vincenzo Verzeni occupa un posto particolare nella storia della cronaca nera italiana. Pur essendo responsabile di due omicidi accertati e di numerose aggressioni documentate, il suo nome continua a essere ricordato soprattutto per il modo in cui i delitti vengono studiati dalla medicina e dalla criminologia dell’epoca. Il procedimento giudiziario, le perizie psichiatriche e le successive analisi contribuiscono infatti a trasformare il suo caso in uno dei primi esempi italiani di studio sistematico di un assassino seriale.

La vicenda si sviluppa nella campagna bergamasca nei primi anni successivi all’Unità d’Italia, in un contesto prevalentemente agricolo caratterizzato da piccoli centri abitati, rapporti sociali molto chiusi e un controllo del territorio ancora limitato. In questo scenario le aggressioni ai danni di giovani donne suscitano un crescente clima di preoccupazione, soprattutto perché appaiono prive di un movente economico o personale facilmente individuabile.

Fin dall’inizio emerge un elemento destinato a rendere il caso diverso da molti altri del periodo. Le violenze non sembrano finalizzate alla rapina né riconducibili a vendette o conflitti tra conoscenti. Le modalità delle aggressioni evidenziano invece un impulso omicida strettamente collegato al piacere provato dall’aggressore durante l’atto violento, un aspetto che attirerà l’interesse degli studiosi per decenni.

L’infanzia e l’ambiente familiare

Vincenzo Verzeni nasce a Bottanuco, in provincia di Bergamo, l’11 aprile 1849, all’interno di una famiglia di contadini. Le ricostruzioni biografiche descrivono un ambiente domestico segnato da forti tensioni, nel quale convivono povertà, rigidità educativa e frequenti episodi di violenza.

Il padre viene descritto come un uomo incline all’alcol e ai comportamenti aggressivi, mentre la madre soffre di epilessia ed esercita un’influenza profondamente religiosa sulla famiglia. A questo quadro si aggiungono continui contrasti legati alle difficoltà economiche, che alimentano un clima di costante conflittualità domestica.

Pur evitando interpretazioni deterministiche, gli studiosi ritengono che questo ambiente rappresenti uno dei numerosi fattori che contribuiscono alla formazione della personalità di Verzeni. Nessun elemento, preso singolarmente, è sufficiente a spiegare i delitti che commetterà negli anni successivi, ma l’insieme delle esperienze vissute durante l’infanzia costituisce un contesto importante per comprendere l’evoluzione del suo comportamento.

All’esterno, tuttavia, il giovane offre un’immagine molto diversa. Chi lo conosce lo descrive come un ragazzo silenzioso, riservato, poco incline alla socializzazione e apparentemente rispettoso delle regole della comunità. Questa apparente normalità finirà per rendere ancora più difficile individuare il responsabile delle future aggressioni.

Le prime manifestazioni della violenza

Le prime condotte aggressive attribuite a Verzeni precedono di alcuni anni gli omicidi accertati. Già nel 1867 viene indicato come autore di un’aggressione nei confronti di una cugina, che riesce a sottrarsi all’attacco dopo aver reagito alle sue avances violente. L’episodio, pur non avendo conseguenze giudiziarie rilevanti, rappresenta uno dei primi segnali di un comportamento destinato a intensificarsi.

Negli anni successivi si susseguono altre aggressioni ai danni di donne che lavorano nei campi o percorrono da sole le strade di campagna. Nel 1869 una contadina riesce a fuggire dopo essere stata assalita da uno sconosciuto, senza riuscire però a identificarlo con certezza. Nello stesso periodo Margherita Esposito resiste a un’aggressione e durante la colluttazione ferisce l’assalitore al volto, circostanza che consente alle autorità di indirizzare i sospetti verso Verzeni.

Sempre nel 1869 Angela Previtali denuncia di essere stata sequestrata e trattenuta per alcune ore in una zona isolata prima di essere improvvisamente liberata. Il motivo di questa decisione non viene mai chiarito con certezza, ma l’episodio dimostra come l’uomo alterni comportamenti estremamente violenti a momenti in cui interrompe l’aggressione senza portarla fino alle estreme conseguenze.

Questa progressione delle condotte rappresenta uno degli aspetti più significativi dell’intera vicenda. Prima degli omicidi emergono infatti numerosi episodi che mostrano un’escalation della violenza, elemento che oggi viene spesso analizzato negli studi dedicati ai serial killer. Le aggressioni diventano progressivamente più frequenti e più gravi, fino a culminare nel primo delitto destinato a sconvolgere la provincia di Bergamo.

L’omicidio di Giovanna Motta e l’inizio della caccia all’assassino

L’8 dicembre 1870 la quattordicenne Giovanna Motta lascia la propria abitazione per raggiungere alcuni parenti a Suisio. La ragazza non arriva mai a destinazione e la sua scomparsa mobilita gli abitanti della zona. Dopo quattro giorni di ricerche il corpo viene rinvenuto nelle campagne tra Bottanuco e Suisio.

L’esame del cadavere rivela una violenza inconsueta anche per gli standard dell’epoca. La giovane presenta evidenti segni di strangolamento, numerosi morsi al collo e al corpo, oltre a gravi mutilazioni. Alcune lesioni appaiono inflitte dopo la morte, particolare che colpisce profondamente gli investigatori perché lascia intuire che l’aggressione non sia motivata soltanto dall’intenzione di uccidere.

Le autorità si trovano davanti a un delitto difficile da interpretare. Non emerge alcun movente economico, non risultano rapporti personali tra la vittima e il suo aggressore e non vengono raccolti elementi sufficienti per individuare un sospettato. In assenza di prove concrete, il caso rimane irrisolto, mentre nella popolazione cresce il timore che l’assassino possa colpire nuovamente.

Con il senno di poi, proprio questo primo omicidio permette agli studiosi di riconoscere alcuni elementi che caratterizzeranno anche il delitto successivo: la scelta di vittime isolate, lo strangolamento come modalità principale di aggressione, i morsi inferti sul corpo e le mutilazioni eseguite dopo la morte. Si tratta di caratteristiche che suggeriscono una componente compulsiva della violenza, destinata a diventare uno degli aspetti più studiati dell’intera vicenda.

Nel frattempo Verzeni continua ad aggredire altre donne. Alcune riescono a salvarsi opponendo resistenza o richiamando l’attenzione di persone vicine. Le loro testimonianze, considerate singolarmente, non consentono ancora di costruire un quadro investigativo completo, ma con il tempo assumeranno un’importanza decisiva.

L’omicidio di Elisabetta Pagnoncelli

Circa due anni dopo, il 26 agosto 1872, la violenza si manifesta nuovamente. La vittima è Elisabetta Pagnoncelli, giovane contadina che viene sorpresa mentre percorre una strada di campagna nei pressi di Bottanuco.

Anche in questo caso l’aggressione segue uno schema molto simile a quello osservato nel delitto di Giovanna Motta. La donna viene immobilizzata, strangolata e successivamente morsa in più parti del corpo. Sul cadavere vengono rilevate mutilazioni che richiamano quelle riscontrate nel primo omicidio, confermando agli investigatori di trovarsi probabilmente davanti allo stesso autore.

Le analogie tra i due delitti rappresentano uno dei primi esempi italiani di collegamento tra omicidi attraverso l’analisi delle modalità esecutive. Sebbene la moderna nozione di modus operandi non sia ancora formalizzata, gli investigatori comprendono che l’assassino manifesta una precisa ripetizione dei comportamenti violenti.

Parallelamente continuano a emergere denunce relative ad aggressioni non mortali. Maria Galli e Maria Previtali riferiscono di essere state assalite da un uomo che tenta di strangolarle e di morderle al collo prima che riescano a sottrarsi alla violenza. Questi episodi, inizialmente considerati fatti isolati, iniziano a essere letti come parte di un’unica sequenza criminale.

L’accumularsi delle testimonianze restringe progressivamente il numero dei sospettati. Diversi racconti convergono sulla figura di Vincenzo Verzeni, già conosciuto in paese per alcuni precedenti episodi di violenza nei confronti di donne. Gli elementi raccolti diventano infine sufficienti per procedere al suo arresto nel 1873.

L’arresto e le confessioni

Dopo l’arresto, le indagini assumono una direzione completamente diversa. Nel corso degli interrogatori Verzeni non si limita ad ammettere i due omicidi e le aggressioni, ma descrive anche le sensazioni che prova durante gli attacchi, offrendo agli inquirenti elementi del tutto insoliti per la cultura giuridica dell’epoca.

Le sue dichiarazioni mostrano come il piacere non derivi dall’eliminazione della vittima in sé, ma dall’intera dinamica dell’aggressione. Lo strangolamento, i morsi e il contatto con il sangue vengono descritti come esperienze capaci di procurargli una forte eccitazione. Questa componente distingue profondamente il suo comportamento da quello degli assassini mossi da interesse economico, vendetta o conflitti personali.

Davanti alla corte pronuncia una confessione destinata a diventare una delle più note della criminologia italiana, affermando di aver ucciso le donne e di aver tentato di strangolarne altre perché quell’atto gli procurava un intenso piacere. Racconta inoltre di avere morso le vittime e di averne succhiato il sangue, dichiarazioni che contribuiscono alla nascita del soprannome di “Vampiro della Bergamasca”, destinato a diffondersi nella stampa e nelle ricostruzioni successive.

Le confessioni, unite alle prove raccolte e alle testimonianze delle sopravvissute, consolidano definitivamente l’impianto accusatorio. Il processo, tuttavia, non si concentra soltanto sulla responsabilità dell’imputato, ma apre anche un acceso dibattito sulle sue condizioni mentali e sulla possibilità che i delitti siano il risultato di una patologia psichiatrica. Sarà proprio questo aspetto a rendere il caso di Vincenzo Verzeni uno dei più importanti nella storia della criminologia italiana.

Il processo e le valutazioni psichiatriche

Il procedimento giudiziario nei confronti di Vincenzo Verzeni richiama l’attenzione non soltanto per la gravità dei delitti, ma anche per le questioni legate alla sua capacità di intendere e di volere. Durante il processo emerge infatti la necessità di stabilire se l’imputato sia pienamente responsabile delle proprie azioni oppure se sia affetto da una forma di infermità mentale tale da escluderne l’imputabilità.

Tra gli studiosi chiamati a esaminare il caso vi è Cesare Lombroso, figura destinata a esercitare una profonda influenza sulla criminologia italiana della seconda metà dell’Ottocento. L’analisi di Verzeni rappresenta uno dei casi più celebri affrontati dal medico veronese e contribuisce ad alimentare il dibattito sulle relazioni tra malattia mentale, devianza e comportamento criminale.

Lombroso interpreta le confessioni dell’imputato e le caratteristiche dei delitti come manifestazioni di una grave alterazione della sfera sessuale, descrivendolo come un individuo dominato da impulsi sadici e da un’intensa eccitazione provocata dalla violenza fisica e dal sangue delle vittime. Le sue osservazioni entreranno successivamente a far parte delle opere dedicate all’antropologia criminale, anche se molte delle conclusioni formulate nell’Ottocento saranno in seguito ridimensionate o superate dall’evoluzione della psichiatria e della criminologia moderne.

Un aspetto particolarmente significativo è che, pur riconoscendo la presenza di importanti anomalie psicopatologiche, le valutazioni dell’epoca non conducono a un pieno riconoscimento dell’infermità mentale. Il dibattito tra responsabilità penale e malattia psichiatrica rimane quindi aperto per tutta la durata del processo.

Alla fine Verzeni viene riconosciuto colpevole dei due omicidi e dei numerosi tentativi di aggressione. La pena capitale viene evitata per un solo voto della giuria e la condanna definitiva consiste nell’ergastolo, da scontare nel manicomio criminale della Pia Casa della Senavra di Milano con lavori forzati.

Un caso che anticipa gli studi moderni sui serial killer

Con le conoscenze odierne, la figura di Vincenzo Verzeni viene analizzata in maniera diversa rispetto a quanto avviene nel XIX secolo. Molte interpretazioni elaborate dalla scuola lombrosiana sono oggi considerate storicamente importanti ma scientificamente superate. Rimane però indiscutibile il valore documentale del caso.

Le modalità delle aggressioni mostrano infatti caratteristiche che la criminologia contemporanea associa frequentemente agli omicidi seriali a motivazione sessuale. La scelta di vittime vulnerabili, l’assenza di un movente economico, la ripetizione dello stesso schema aggressivo, la ricerca di eccitazione durante lo strangolamento, i morsi inflitti alle vittime e le mutilazioni successive alla morte delineano un comportamento che va oltre il semplice omicidio impulsivo.

Anche la progressione della violenza appare significativa. Prima dei delitti si osserva una lunga sequenza di aggressioni non mortali, durante le quali Verzeni sperimenta modalità di controllo sempre più invasive nei confronti delle vittime. Questo percorso di escalation costituisce oggi uno degli elementi maggiormente analizzati dagli studiosi del comportamento criminale.

Le sue stesse confessioni assumono un valore particolare perché permettono di comprendere la componente soggettiva della violenza. L’imputato descrive infatti il piacere provato durante l’aggressione con una lucidità inconsueta per l’epoca, fornendo materiale che ancora oggi viene frequentemente citato negli studi storici dedicati alla nascita della criminologia.

Pur essendo improprio applicare in modo automatico le moderne categorie diagnostiche a un caso ottocentesco, la vicenda di Verzeni continua a essere oggetto di interesse proprio perché documenta uno dei primi tentativi di interpretare scientificamente la mente di un assassino seriale.

La morte e l’eredità del caso Verzeni

Per molti decenni la sorte finale di Vincenzo Verzeni rimane avvolta nell’incertezza. Una delle versioni più diffuse sostiene che si sia tolto la vita nel 1874 all’interno del manicomio criminale della Senavra, notizia ripresa da numerose pubblicazioni successive senza ulteriori verifiche documentali.

Le ricerche archivistiche condotte in epoca più recente restituiscono però un quadro differente. L’atto di morte conservato presso il Comune di Bottanuco certifica infatti che Verzeni muore il 31 dicembre 1918 nel paese natale, dove fa ritorno dopo la commutazione della pena. Questo documento viene oggi considerato la fonte più attendibile per ricostruire gli ultimi anni della sua vita e consente di correggere una ricostruzione rimasta a lungo radicata nella letteratura sul caso.

A oltre un secolo di distanza, Vincenzo Verzeni continua a occupare un posto particolare nella storia della cronaca nera italiana. Non tanto per il numero delle vittime, inferiore rispetto ad altri serial killer, quanto perché il suo procedimento giudiziario rappresenta uno dei primi casi nei quali l’attenzione degli investigatori e dei medici si concentra non solo sui delitti, ma anche sui meccanismi psicologici che li rendono possibili.

L’insieme delle testimonianze, delle confessioni, delle perizie e della documentazione processuale rende ancora oggi il caso uno dei meglio documentati dell’Italia ottocentesca. Proprio questa abbondanza di materiale permette di osservare l’evoluzione delle conoscenze criminologiche, evidenziando al tempo stesso quanto la comprensione della violenza seriale sia cambiata nel corso di oltre centocinquant’anni.

 

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