Roma, Italia, 9 maggio 1927 – La polizia arresta Gino Girolimoni come presunto autore dei delitti attribuiti al Mostro di Roma. Dopo mesi di detenzione e una vasta campagna di stampa, l’uomo viene assolto con formula piena, mentre il vero responsabile dei crimini non viene mai identificato in via definitiva.
Quando la paura ha bisogno di un colpevole
Nella primavera del 1927 Roma vive ormai da tre anni sotto la pressione di una delle più gravi emergenze criminali della sua storia. Una serie di aggressioni e omicidi ai danni di bambine ha alimentato un clima di paura diffuso, mentre la polizia fatica a individuare il responsabile. Le indagini procedono senza una direzione univoca, le testimonianze risultano spesso contraddittorie e la crescente attenzione dell’opinione pubblica rende ogni errore sempre più difficile da giustificare.
Il regime fascista considera quella lunga scia di delitti non soltanto un problema di ordine pubblico, ma anche una questione politica. L’incapacità dello Stato di assicurare rapidamente il colpevole rischia infatti di compromettere l’immagine di efficienza che il governo cerca di costruire. La pressione esercitata sugli investigatori aumenta progressivamente e la necessità di presentare un risultato concreto finisce per prevalere sulla prudenza investigativa.
È in questo contesto che emerge il nome di Gino Girolimoni.
Fotografo romano, scapolo, quarantenne e conosciuto per il carattere socievole, Girolimoni conduce una vita ordinaria. Non possiede precedenti per reati violenti né risultano elementi capaci di collegarlo direttamente agli omicidi. Alcuni testimoni affermano però di averlo visto più volte aggirarsi nei giardini pubblici o avvicinare delle bambine offrendo loro caramelle e dolciumi. Si tratta di dichiarazioni raccolte in momenti diversi, spesso discordanti tra loro e prive di riscontri oggettivi, ma sufficienti ad attirare l’attenzione della polizia.
Le descrizioni fornite dai testimoni durante le indagini sui delitti non coincidono in modo convincente con l’aspetto di Girolimoni. L’età del presunto aggressore varia sensibilmente da una deposizione all’altra, così come l’altezza, la corporatura, il colore degli abiti, la presenza dei baffi e altri particolari fisici. Nessuno di questi elementi viene però considerato decisivo per escluderlo dall’inchiesta. Al contrario, le incongruenze finiscono progressivamente in secondo piano, mentre prende forma l’idea che il fotografo possa essere il responsabile che Roma attende da anni.
Il 9 maggio 1927 la notizia dell’arresto viene diffusa con grande risalto dai quotidiani. Per gran parte dell’opinione pubblica il caso sembra ormai risolto. Ancora prima dell’apertura di un processo, Gino Girolimoni viene indicato come il “Mostro di Roma”. È l’inizio di una delle più note vicende di errore giudiziario della storia italiana, nella quale il peso della pressione politica, della narrazione mediatica e delle aspettative collettive finisce per condizionare profondamente il corso delle indagini.
Un processo celebrato prima ancora di entrare in aula
L’arresto di Gino Girolimoni produce l’effetto che le autorità sperano di ottenere: per molti cittadini il Mostro di Roma ha finalmente un volto. I giornali dedicano ampio spazio alla notizia e il fotografo viene immediatamente descritto come l’autore dei delitti che da anni terrorizzano la capitale. Ancora prima che le prove vengano esaminate in un’aula di tribunale, l’opinione pubblica sembra aver già pronunciato il proprio verdetto.
Il clima mediatico dell’epoca contribuisce in maniera determinante alla costruzione della sua immagine di colpevole. La cronaca privilegia gli elementi più suggestivi della sua personalità, mentre le numerose incongruenze emerse durante le indagini ricevono uno spazio molto più limitato. L’idea che il caso sia ormai chiuso prevale sulla necessità di verificare criticamente gli elementi raccolti dagli investigatori.
Le accuse mosse nei confronti di Girolimoni poggiano soprattutto su testimonianze indirette e su una serie di circostanze considerate sospette ma prive di un reale valore probatorio. Alcune persone dichiarano di averlo visto osservare delle bambine nei giardini pubblici, altre sostengono che fosse solito offrire loro dolciumi. Tuttavia, le deposizioni non risultano uniformi e spesso si contraddicono sia sulla fisionomia dell’uomo sia sui luoghi e sui momenti in cui sarebbe stato visto.
Anche i riscontri oggettivi sono estremamente deboli. Nessuna prova materiale collega Girolimoni ai luoghi degli omicidi, non emergono reperti riconducibili a lui e non viene individuato alcun elemento capace di dimostrare la sua presenza sulle scene dei delitti. Le descrizioni fornite dalle bambine sopravvissute alle aggressioni e dai numerosi testimoni continuano inoltre a presentare differenze significative rispetto al suo aspetto fisico. L’età attribuita al presunto aggressore cambia sensibilmente, così come l’altezza, la corporatura, il colore degli abiti e perfino la presenza o l’assenza dei baffi.
Nonostante queste evidenti criticità, Girolimoni rimane detenuto per circa quattro mesi nel carcere di Regina Coeli, gran parte dei quali trascorsi in isolamento. Durante gli interrogatori continua a proclamarsi innocente e respinge ogni accusa, senza mai modificare la propria versione dei fatti. Gli investigatori cercano una confessione che non arriva, mentre l’impianto accusatorio continua a fondarsi più sulla convinzione che sia stato individuato il colpevole che su un insieme coerente di prove.
Nel frattempo la sua reputazione viene completamente annientata. Il cognome Girolimoni diventa sinonimo di mostro, di maniaco e di assassino di bambini. Quella trasformazione avviene con una rapidità impressionante e rende evidente quanto la forza della narrazione pubblica possa incidere sulla percezione della colpevolezza di un individuo. Anche qualora fosse arrivata un’assoluzione, cancellare quell’etichetta sarebbe diventato quasi impossibile.
Proprio mentre il procedimento sembra ormai avviato verso una conclusione scontata, un funzionario del Ministero dell’Interno decide però di rileggere l’intera vicenda partendo da una domanda che fino a quel momento pochi si sono posti: e se l’uomo arrestato fosse semplicemente innocente? Quel funzionario si chiama Giuseppe Dosi e il suo intervento cambia radicalmente il corso della storia.
Giuseppe Dosi e la pista che conduce a Ralph Lyonel Brydges
Mentre Gino Girolimoni rimane detenuto a Regina Coeli, la vicenda richiama l’attenzione del commissario Giuseppe Dosi, funzionario del Ministero dell’Interno destinato negli anni successivi a diventare una delle figure più autorevoli della polizia italiana. Pur non facendo parte del gruppo investigativo incaricato del caso, Dosi rimane colpito dalle numerose incongruenze emerse durante l’inchiesta e decide di approfondire autonomamente la documentazione disponibile.
Il suo approccio si distingue fin dall’inizio da quello seguito fino a quel momento. Invece di cercare ulteriori elementi per confermare la colpevolezza dell’uomo già arrestato, ripercorre l’intera sequenza dei delitti, confronta nuovamente le deposizioni dei testimoni e analizza con attenzione i verbali raccolti negli anni precedenti. Questo lavoro mette in evidenza un dato difficilmente ignorabile: le descrizioni dell’aggressore risultano incompatibili, sotto numerosi aspetti, con l’aspetto fisico di Girolimoni. Le differenze riguardano l’età apparente, la corporatura, i baffi, l’abbigliamento e perfino alcuni tratti del volto.
Proprio mentre Dosi rivaluta criticamente il materiale investigativo, dalla Questura di Capri arriva una segnalazione destinata a modificare il corso delle indagini. Ralph Lyonel Brydges, un reverendo anglicano inglese di settantun anni residente in Italia da alcuni anni, viene arrestato con l’accusa di aver aggredito sessualmente una bambina di nove anni nei giardini del Grand Hotel Quisisana. Una testimone lo sorprende mentre emerge da dietro alcuni cespugli subito dopo la violenza e ne permette l’identificazione.
Per Dosi quella notizia rappresenta molto più di un episodio isolato. Inizia così a raccogliere informazioni sul passato del religioso e scopre che Brydges è già stato denunciato in diversi Paesi per comportamenti sessualmente inappropriati nei confronti di bambine. Durante il periodo trascorso negli Stati Uniti, prima della Prima guerra mondiale, viene più volte segnalato alle autorità per molestie su minori e successivamente lascia il Paese. Anche in altre nazioni in cui presta servizio come ministro di culto emergono accuse analoghe, senza però che si arrivi mai a una condanna definitiva. I continui trasferimenti sembrano impedirne un reale approfondimento giudiziario.
L’analisi cronologica rafforza ulteriormente i sospetti. La permanenza di Brydges a Roma coincide infatti con gli anni in cui il Mostro di Roma colpisce la capitale. Inoltre, alcuni elementi raccolti durante le indagini assumono una nuova possibile interpretazione. Accanto al corpo della piccola Rosina Pelli viene rinvenuto un asciugamano con le iniziali “R. L.”, compatibili con quelle di Ralph Lyonel. Vicino al luogo del ritrovamento di Armanda Leonardi vengono invece recuperati i resti bruciacchiati di una pubblicazione in lingua inglese, particolare che richiama l’abitudine del reverendo di ricevere cataloghi e periodici provenienti dal Regno Unito.
Emergono poi ulteriori testimonianze. Alcune madri riferiscono comportamenti ritenuti inappropriati del religioso nei confronti delle bambine che frequentano la chiesa anglicana di via Romagna, mentre un testimone afferma di aver visto un uomo molto somigliante a Brydges aggirarsi in una delle zone dove, il giorno seguente, viene ritrovato il corpo di una delle vittime. Lo stesso testimone, chiamato successivamente a riconoscere Girolimoni, esclude che si tratti della persona osservata.
Nessuno di questi elementi costituisce, singolarmente, una prova definitiva della responsabilità di Brydges nei delitti del Mostro di Roma. Considerati nel loro insieme, tuttavia, delineano un quadro investigativo decisamente più coerente di quello costruito contro Girolimoni. Per Giuseppe Dosi diventa sempre più evidente che le indagini devono essere indirizzate verso questa nuova pista, anche se ciò significa mettere in discussione il lavoro già svolto dalla polizia e ammettere che l’uomo arrestato potrebbe essere completamente estraneo agli omicidi.
L’assoluzione di Girolimoni e un nome che non viene più cancellato
L’attività investigativa di Giuseppe Dosi contribuisce progressivamente a mettere in crisi l’impianto accusatorio costruito nei confronti di Gino Girolimoni. Insieme ad altri magistrati riesce a dimostrare come gli elementi raccolti contro il fotografo siano privi della solidità necessaria per sostenere un’accusa di omicidio e violenza sessuale. Le testimonianze risultano contraddittorie, i riscontri materiali sono inesistenti e nessuna prova collega concretamente l’imputato ai luoghi dei delitti.
Nel febbraio del 1928 il quadro accusatorio appare ormai compromesso. Pochi giorni dopo, l’8 marzo, il Tribunale di Roma proscioglie Gino Girolimoni con formula piena, riconoscendo che non esistono elementi idonei a dimostrare il suo coinvolgimento nei crimini del Mostro di Roma. La decisione restituisce all’uomo la libertà, ma non riesce a restituirgli la reputazione perduta.
L’assoluzione riceve infatti un’attenzione mediatica incomparabilmente inferiore rispetto all’arresto. Se la notizia della cattura aveva occupato le prime pagine dei quotidiani, quella del proscioglimento viene relegata in spazi molto meno visibili. Nell’immaginario collettivo il nome di Girolimoni continua così a rimanere associato ai delitti, dando origine a un fenomeno che ancora oggi rappresenta uno degli esempi più evidenti di come una narrazione pubblica possa sopravvivere ai fatti accertati in sede giudiziaria.
Parallelamente, Giuseppe Dosi tenta di portare avanti gli approfondimenti su Ralph Lyonel Brydges. Nel 1928 riesce a farlo fermare e interrogare dopo il suo rientro in Italia, sottoponendolo anche a una perquisizione. Tra il materiale rinvenuto emergono appunti, fazzoletti di lino simili a quelli utilizzati negli omicidi e ritagli di giornale relativi ad altri delitti di bambini avvenuti in Paesi in cui il reverendo aveva soggiornato. L’insieme di questi elementi rafforza i sospetti del commissario, ma non è sufficiente a sostenere un’accusa definitiva.
Le indagini si scontrano inoltre con un contesto politico e diplomatico particolarmente delicato. Brydges gode di importanti appoggi istituzionali e religiosi, mentre le pressioni esercitate affinché il caso venga ridimensionato rendono sempre più difficile procedere nei suoi confronti. Dopo alcuni mesi di detenzione il reverendo viene rimesso in libertà e lascia nuovamente l’Italia. Il procedimento istruttorio si conclude senza una condanna e i delitti del Mostro di Roma rimangono ufficialmente irrisolti.
Per Giuseppe Dosi, l’insistenza nel perseguire una pista investigativa diversa da quella ufficiale ha conseguenze pesanti. Negli anni successivi viene progressivamente emarginato dal regime fascista, arrestato e internato per oltre un anno in un manicomio criminale. Soltanto dopo la caduta del fascismo viene reintegrato nella Polizia, arrivando a ricoprire incarichi di primo piano e lasciando una ricostruzione dettagliata della vicenda che permette di comprendere le profonde criticità dell’inchiesta.
Per Gino Girolimoni, invece, il proscioglimento non coincide mai con una vera riabilitazione. La sua attività di fotografo è ormai compromessa e la diffidenza dell’opinione pubblica gli impedisce di ricostruire la propria esistenza. Costretto a svolgere lavori modesti per sopravvivere, trascorre il resto della vita lontano dai riflettori, portando sulle spalle il peso di un’accusa dalla quale è stato assolto ma che non smette mai di accompagnarlo. Muore a Roma il 20 novembre 1961, in condizioni economiche precarie, mentre ai suoi funerali partecipano soltanto pochi amici, tra i quali lo stesso Giuseppe Dosi.
La vicenda di Gino Girolimoni continua ancora oggi a rappresentare uno dei più significativi errori giudiziari della storia italiana. Il suo nome, trasformato per decenni in sinonimo di “mostro”, ricorda quanto possa essere difficile restituire dignità a una persona quando un’indagine, la pressione politica e il giudizio dell’opinione pubblica finiscono per sovrapporsi. Allo stesso tempo, il caso del Mostro di Roma resta ufficialmente irrisolto e la figura di Ralph Lyonel Brydges continua a occupare un posto centrale nel dibattito storico, senza che le prove raccolte abbiano mai consentito di accertarne giudiziariamente la responsabilità.