Il Mostro di Udine: il serial killer senza volto

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mostro di udine
Tra il 1971 e il 1989 una lunga serie di omicidi di donne scuote la provincia di Udine. Le analogie tra alcuni delitti alimentano l'ipotesi di un serial killer, ma le indagini non individuano mai un responsabile. Le moderne analisi del DNA riaprono interrogativi ancora oggi senza una risposta definitiva.

Scheda archivio

Nome caso / serial killer Il Mostro di Udine
Tipologia Serial Killer
Periodo / date 1971–1989
Luogo Udine
Paese Italia
Vittime
Accertate 4
Stimate 16
Modus operandi

Selezione di donne sole, prevalentemente prostitute; aggressione con arma da taglio; profonde lesioni al collo e alla gola; in alcuni casi incisione addominale ritenuta la possibile firma dell'autore; abbandono del corpo in zone isolate, spesso nelle ore notturne.

Tabella dei Contenuti

Udine, Italia, 1971-1989. Tra gli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta una lunga serie di omicidi di donne scuote il Friuli e alimenta l’ipotesi dell’esistenza di un unico assassino seriale. A distanza di decenni il caso resta in parte irrisolto e continua a rappresentare uno dei capitoli più complessi della cronaca nera italiana.

Un’indagine che attraversa quasi vent’anni

La storia del cosiddetto Mostro di Udine occupa un posto particolare nella cronaca nera italiana perché non nasce da un singolo delitto destinato a trasformarsi rapidamente in un caso mediatico, ma da una lunga sequenza di omicidi distribuiti nell’arco di quasi vent’anni. È soltanto con il passare del tempo che gli investigatori iniziano a interrogarsi sulla possibilità che alcuni di quei delitti, inizialmente trattati come episodi distinti, possano essere riconducibili alla stessa mano.

Tra il 1971 e il 1989 numerose donne vengono uccise nella provincia di Udine e nelle aree limitrofe. La maggior parte delle vittime esercita la prostituzione, un elemento che fin dall’inizio influenza profondamente il lavoro investigativo. In quegli anni il Friuli presenta infatti caratteristiche molto diverse da quelle odierne. La presenza di numerose caserme militari e di importanti arterie di collegamento favorisce un diffuso fenomeno della prostituzione su strada, con donne provenienti da contesti differenti che spesso conducono un’esistenza precaria e rimangono esposte a violenze, sfruttamento e criminalità.

Proprio questa realtà rende particolarmente complesso stabilire se gli omicidi abbiano un’origine comune oppure se siano il risultato di dinamiche completamente differenti. Alcune vittime potrebbero infatti essere rimaste coinvolte in episodi riconducibili allo sfruttamento della prostituzione o ad altri contesti criminali, mentre altre presentano caratteristiche che inducono gli investigatori a ipotizzare un diverso autore.

Per molti anni ogni delitto segue quindi un percorso investigativo autonomo. Soltanto dopo avere confrontato le modalità delle aggressioni, la scelta delle vittime, le ferite riscontrate sui corpi e le circostanze dei ritrovamenti, prende forma l’ipotesi che almeno una parte degli omicidi possa essere opera di un serial killer.

L’espressione “Mostro di Udine” nasce proprio in questo contesto. Non identifica una persona conosciuta né un soggetto formalmente accusato, ma rappresenta il nome con cui viene indicato un presunto assassino seriale cui vengono attribuiti diversi delitti avvenuti nell’arco di quasi due decenni. Ancora oggi, tuttavia, il numero esatto degli omicidi riconducibili allo stesso autore continua a essere oggetto di discussione.

Uno dei documenti investigativi più importanti è il rapporto trasmesso dai Carabinieri alla magistratura nel 1994. L’analisi non attribuisce automaticamente tutti gli omicidi a un unico responsabile, ma distingue i casi che presentano significative analogie da quelli nei quali gli elementi comuni risultano insufficienti per sostenere con certezza l’esistenza di un solo autore. Questa distinzione rappresenta ancora oggi uno degli aspetti più delicati dell’intera vicenda e invita a evitare semplificazioni che, negli anni, hanno spesso accompagnato il racconto del caso.

I delitti attribuiti al Mostro di Udine

La ricostruzione degli omicidi costituisce uno degli aspetti più complessi dell’intera indagine. Nel corso degli anni il numero delle vittime attribuite al cosiddetto Mostro di Udine varia infatti a seconda delle ricostruzioni giornalistiche e delle valutazioni investigative, arrivando in alcuni casi a comprendere sedici donne uccise tra il 1971 e il 1989. Non tutti questi delitti, però, presentano gli stessi elementi di collegamento e proprio per questo motivo gli investigatori mantengono un approccio prudente nell’attribuzione dei singoli episodi.

La prima vittima generalmente associata alla lunga sequenza di omicidi è Irene Belletti. Il suo corpo viene rinvenuto il 21 settembre 1971 all’interno dell’automobile nei pressi della stazione ferroviaria di Udine. La donna viene colpita con numerosi fendenti distribuiti in diverse parti del corpo. In quel momento nessuno immagina che quel delitto possa rappresentare l’inizio di una vicenda destinata a protrarsi per quasi vent’anni. L’omicidio viene trattato come un caso isolato e soltanto molti anni più tardi entrerà a far parte delle ricostruzioni sul presunto serial killer.

Con il passare degli anni altri omicidi mostrano elementi che attirano progressivamente l’attenzione degli investigatori. Le vittime appartengono prevalentemente allo stesso contesto sociale e vengono ritrovate in aree periferiche o poco frequentate. In diversi casi la violenza esercitata sul corpo appare particolarmente intensa e coinvolge soprattutto il collo, la gola e l’addome.

Tra gli aspetti che maggiormente colpiscono gli investigatori vi è la presenza, in alcuni casi, di una profonda incisione sull’addome. Secondo le valutazioni effettuate all’epoca, il taglio ricorda quello praticato durante un intervento di parto cesareo e lascia ipotizzare che l’autore possa possedere una certa familiarità con strumenti chirurgici o con l’anatomia umana. È importante sottolineare che questo elemento non compare in tutti gli omicidi attribuiti al Mostro di Udine e rappresenta uno dei motivi per cui gli investigatori distinguono tra i casi maggiormente compatibili e quelli più controversi.

Accanto alle prostitute compaiono anche vittime che non appartengono a quel mondo, circostanza che rende ancora più difficile individuare un criterio univoco nella scelta delle donne da colpire.

Tra queste figura Wilma Ghin, il cui corpo carbonizzato viene rinvenuto nel marzo del 1980 in una discarica di Gradisca. Per il suo omicidio viene inizialmente indagato un giovane pugliese, successivamente scagionato. La dinamica del delitto e le modalità di occultamento del cadavere alimentano dubbi sulla sua effettiva riconducibilità al presunto serial killer, motivo per cui il caso continua a occupare una posizione discussa all’interno dell’intera ricostruzione investigativa.

L’ultima vittima generalmente collegata al Mostro di Udine è invece Marina Lepre, quarantenne, madre di una bambina e lavoratrice. Il suo omicidio, avvenuto il 26 febbraio 1989, rappresenta uno spartiacque nelle indagini.

Il corpo della donna viene rinvenuto nel greto del torrente Torre, nella zona di San Bernardo di Godia. Gli investigatori osservano numerose analogie con altri delitti già esaminati: gli abiti risultano strappati, la gola presenta profonde lesioni e sull’addome compare una ferita che richiama quelle riscontrate in altri casi ritenuti compatibili.

Fin dai primi momenti, però, emerge anche un elemento destinato ad assumere particolare importanza. I familiari di Marina Lepre contestano con decisione alcune ricostruzioni diffuse nelle prime ore successive al ritrovamento del corpo, chiarendo che la donna non esercita la prostituzione. Questa circostanza costringe gli investigatori a riconsiderare almeno in parte la vittimologia fino a quel momento ipotizzata e apre nuovi interrogativi sui criteri utilizzati dall’eventuale assassino nella scelta delle proprie vittime.

Proprio l’omicidio di Marina Lepre imprime una svolta alle indagini. Durante un successivo sopralluogo effettuato nei pressi della scena del crimine, i Carabinieri si imbattono infatti in una persona che attirerà immediatamente l’attenzione degli investigatori e diventerà, negli anni successivi, il principale sospettato dell’intera vicenda.

Il modus operandi e gli elementi ricorrenti

Uno degli aspetti che più contribuisce alla nascita dell’ipotesi di un unico autore riguarda la presenza di alcuni elementi ricorrenti osservati nel corso delle indagini. Nessuno di questi, considerato singolarmente, è sufficiente a dimostrare che tutti gli omicidi siano opera della stessa persona. Tuttavia, l’insieme delle analogie convince progressivamente gli investigatori ad approfondire la possibilità di trovarsi di fronte a un serial killer.

La vittimologia rappresenta il primo elemento di collegamento. La maggior parte delle donne uccise esercita la prostituzione, una circostanza che rende le vittime particolarmente vulnerabili. Molte lavorano in strada durante le ore serali o notturne, accettano di salire a bordo di automobili guidate da sconosciuti e spesso si trovano in luoghi isolati dove eventuali aggressioni possono consumarsi senza testimoni. Questa condizione offre all’assassino l’opportunità di scegliere le proprie vittime riducendo il rischio di essere notato.

Accanto alla vittimologia emergono analogie anche nelle modalità delle aggressioni. Diversi corpi presentano profonde ferite al collo e alla gola, lesioni che in numerosi casi risultano essere la causa della morte. L’elevato numero di colpi inferti suggerisce un’aggressione particolarmente violenta e concentrata sulla vittima, mentre in alcuni episodi vengono rilevate mutilazioni o ferite aggiuntive che sembrano andare oltre quanto strettamente necessario per provocare il decesso.

L’elemento che più alimenta l’interesse degli investigatori è però rappresentato dalle incisioni addominali riscontrate su alcune vittime. In quattro casi viene descritta una lunga ferita che richiama quella praticata durante un intervento di parto cesareo. Questa particolare lesione porta gli inquirenti a ipotizzare che l’autore possa avere conoscenze di anatomia o familiarità con strumenti chirurgici, anche se nessun elemento consentirà mai di dimostrare con certezza questa ricostruzione.

L’ipotesi di una preparazione medica rimane quindi una possibilità investigativa e non una conclusione accertata. Nel corso degli anni essa contribuisce tuttavia a indirizzare parte delle indagini verso soggetti che, per formazione o professione, possiedono competenze in ambito sanitario.

Anche il momento scelto per colpire diventa oggetto di analisi. Diverse ricostruzioni investigative evidenziano come numerosi delitti si verifichino durante i fine settimana e in condizioni meteorologiche caratterizzate dalla pioggia. L’osservazione di questa ricorrenza alimenta l’idea che l’assassino preferisca agire quando il maltempo rende più difficile la presenza di persone nelle strade e favorisce la cancellazione di eventuali tracce.

Nel tempo questo particolare assume quasi un valore simbolico nella narrazione del Mostro di Udine. È però opportuno distinguere tra ciò che emerge dalle analisi investigative e ciò che appartiene alle successive ricostruzioni giornalistiche. La pioggia compare con frequenza in diversi episodi, ma non costituisce, da sola, una prova dell’esistenza di un unico autore.

Anche i luoghi di ritrovamento dei corpi mostrano alcune analogie. Le vittime vengono spesso abbandonate in aree periferiche, lungo strade secondarie, nei pressi di corsi d’acqua o in zone poco frequentate. Si tratta di ambienti che consentono all’assassino di allontanarsi rapidamente e che, soprattutto negli anni Settanta e Ottanta, risultano scarsamente controllati durante le ore notturne.

L’insieme di questi elementi costruisce un quadro investigativo complesso, nel quale analogie e differenze convivono senza mai consentire una ricostruzione definitiva. È proprio questa incertezza a rendere il caso del Mostro di Udine uno dei più discussi della cronaca nera italiana: gli indizi sembrano convergere verso un’unica figura, ma nessuno di essi riesce, da solo, a trasformarsi in una prova.

Il sospettato che non arriva mai a processo

L’omicidio di Marina Lepre rappresenta il momento in cui l’indagine sembra avvicinarsi più concretamente a un possibile responsabile.

Dopo il ritrovamento del corpo, i Carabinieri decidono di effettuare un nuovo sopralluogo nella zona di San Bernardo di Godia. L’obiettivo è verificare se, a distanza di poche ore dal primo intervento, possano emergere elementi rimasti inosservati durante i rilievi iniziali.

Nel corso della perlustrazione i militari sentono provenire da una zona vicina alcune grida e lamenti. Avvicinandosi individuano un uomo di circa sessant’anni che appare in evidente stato confusionale e continua a invocare il perdono di Dio. La sua presenza in quel luogo, così vicino alla scena del delitto, attira immediatamente l’attenzione degli investigatori.

L’uomo viene identificato e sottoposto agli accertamenti previsti dall’indagine. Emergono così alcuni aspetti della sua biografia destinati a suscitare particolare interesse. Ha conseguito una laurea in medicina con indirizzo ginecologico, ma non arriva mai a esercitare la professione. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, problemi di natura psichiatrica condizionano profondamente la sua vita, tanto da rendere necessario il costante controllo da parte dei familiari.

Proprio il percorso universitario del sospettato sembra adattarsi, almeno in teoria, a una delle ipotesi formulate dagli investigatori riguardo alle particolari incisioni riscontrate su alcune vittime. L’eventuale conoscenza dell’anatomia umana e delle tecniche chirurgiche potrebbe infatti spiegare la precisione di alcune lesioni osservate durante gli esami autoptici. Anche in questo caso, tuttavia, si tratta di una valutazione investigativa che non troverà mai una conferma processuale.

Nel corso delle indagini emerge un ulteriore elemento destinato ad alimentare i sospetti. Durante un’intercettazione telefonica, il fratello dell’uomo racconta a un’amica di avere talvolta chiuso il familiare nella propria stanza per impedirgli di uscire nelle notti di pioggia, temendo che potesse fare del male a qualcuno o mettere a rischio la propria incolumità. Il contenuto della conversazione richiama uno degli elementi ricorrenti osservati negli omicidi e contribuisce a rafforzare l’interesse degli investigatori nei confronti del sospettato.

Nonostante questi indizi, l’inchiesta non riesce a raccogliere prove sufficienti per formulare un’accusa. Nessun reperto collega direttamente l’uomo alle scene del crimine e gli accertamenti effettuati non consentono di superare il livello del sospetto.

Un altro elemento contribuisce a interrompere definitivamente quel filone investigativo. Mentre è ancora sottoposto ad accertamenti, il principale sospettato muore per cause naturali. La sua morte impedisce qualsiasi ulteriore approfondimento diretto e lascia numerosi interrogativi privi di risposta. Anche la sua identità rimane riservata e il suo nome non viene mai reso pubblico.

Negli anni successivi il caso sembra progressivamente destinato ad affievolirsi, ma un particolare emerso proprio dall’omicidio di Marina Lepre riporta l’attenzione degli investigatori su una possibile traccia rimasta inesplorata.

Quando il corpo della donna viene rinvenuto, una delle sue mani stringe l’anello metallico di un mazzo di chiavi. Per lungo tempo quel reperto rimane privo di una spiegazione convincente. Soltanto molti anni dopo, la figlia di Marina decide di verificare personalmente se una di quelle chiavi appartenga all’abitazione in cui la madre viveva. Nessuna delle serrature risulta compatibile.

Nasce così l’ipotesi che quella chiave possa appartenere all’assassino o comunque a una persona entrata in contatto con la vittima nelle fasi immediatamente precedenti al delitto. Quando gli investigatori cercano di effettuare ulteriori verifiche, emerge però che nell’abitazione dell’ex principale sospettato le serrature sono state sostituite da tempo, rendendo impossibile qualsiasi confronto utile.

Anche questa pista, come molte altre sviluppatesi nel corso di quasi vent’anni di indagini, si interrompe senza riuscire a fornire la risposta definitiva che investigatori e familiari delle vittime cercano da decenni.

Le nuove analisi genetiche e ciò che resta aperto

Per molti anni il fascicolo relativo al Mostro di Udine sembra destinato a rimanere uno dei numerosi casi irrisolti della cronaca nera italiana. L’assenza di un imputato, la morte del principale sospettato e il progressivo trascorrere del tempo rendono sempre più difficile immaginare un’evoluzione dell’inchiesta. Tuttavia, lo sviluppo delle tecniche di genetica forense apre nuovi scenari che, a distanza di decenni dagli omicidi, riportano il caso all’attenzione della magistratura.

Nel marzo 2019 l’avvocato Federica Tosel, legale dei familiari di Maria Luisa Bernardo e Maria Carla Bellone, presenta una richiesta di riapertura delle indagini. L’iniziativa nasce durante la realizzazione di una docu-serie dedicata al caso, quando emerge l’esistenza di alcuni reperti conservati negli archivi giudiziari e mai sottoposti ad analisi genetiche complete. Al momento della loro acquisizione, infatti, le tecnologie disponibili non consentono di ottenere risultati affidabili da campioni biologici così datati.

La Procura dispone quindi nuovi accertamenti affidati ai Carabinieri del RIS di Parma. L’obiettivo non consiste nel confermare ipotesi investigative formulate decenni prima, ma nel verificare se i reperti custoditi possano ancora contenere materiale genetico utile all’identificazione dell’autore o di persone entrate in contatto con le vittime.

Le analisi riguardano diversi reperti recuperati sulle scene di alcuni omicidi, tra cui un profilattico usato, alcuni capelli e un mozzicone di sigaretta. Grazie alle moderne metodologie di laboratorio, gli specialisti riescono a isolare profili genetici utilizzabili, un risultato che rappresenta un passaggio significativo in un’indagine caratterizzata per anni dall’assenza di elementi scientifici comparabili con gli standard attuali.

L’ottenimento di un profilo genetico, tuttavia, non equivale automaticamente all’identificazione dell’assassino. Il DNA costituisce uno strumento investigativo estremamente potente, ma acquista valore solo quando può essere confrontato con quello di un soggetto noto oppure con profili già presenti nelle banche dati. In assenza di una corrispondenza, il dato genetico rimane un elemento potenzialmente utile, ma insufficiente a individuare un responsabile.

Proprio questo rappresenta uno dei principali ostacoli che ancora caratterizzano il caso del Mostro di Udine. Molti dei soggetti inizialmente attenzionati dagli investigatori non sono più in vita, mentre altri non sono mai stati sottoposti a prelievi biologici che possano consentire confronti diretti. In alcuni casi diventa possibile ricorrere a comparazioni con familiari biologici o ad altre metodologie investigative, ma il trascorrere di oltre quarant’anni dai primi delitti rende inevitabilmente più complesso ogni ulteriore approfondimento.

Le nuove analisi consentono comunque di escludere definitivamente l’idea che il fascicolo sia rimasto immutato nel tempo. Al contrario, il caso continua a essere oggetto di verifiche ogni volta che l’evoluzione delle tecniche forensi offre strumenti in grado di rileggere reperti raccolti molti anni prima. Si tratta di un approccio ormai consolidato anche in altre indagini storiche italiane, nelle quali il progresso scientifico permette di rivalutare prove considerate per lungo tempo inutilizzabili.

Nonostante questi sviluppi, nessuno degli accertamenti eseguiti finora consente di attribuire con certezza gli omicidi a una persona specifica. L’ipotesi del serial killer rimane quella investigativamente più nota, ma continua a convivere con un elemento di fondo che accompagna il caso fin dalle sue origini: non esiste una sentenza che stabilisca quali delitti siano effettivamente riconducibili allo stesso autore e quali, invece, appartengano a vicende criminali autonome.

Questa distinzione assume un’importanza fondamentale. Nel corso degli anni l’espressione “Mostro di Udine” è diventata una definizione giornalistica capace di racchiudere una lunga sequenza di omicidi, ma il lavoro investigativo mantiene un approccio molto più prudente. Le analogie tra alcuni delitti risultano significative, mentre altri episodi continuano a presentare caratteristiche che rendono difficile un’attribuzione unitaria. È proprio questa incertezza a spiegare perché, ancora oggi, il numero delle vittime associate al presunto serial killer vari a seconda delle ricostruzioni.

A oltre cinquant’anni dal primo omicidio e a più di trent’anni dall’ultimo delitto generalmente attribuito al Mostro di Udine, il caso continua quindi a occupare un posto particolare nella storia della criminalità italiana. Non soltanto per la violenza degli omicidi o per la loro durata nel tempo, ma anche perché rappresenta uno degli esempi più evidenti di quanto sia complesso ricostruire retrospettivamente una possibile attività seriale quando le indagini si sviluppano in un arco temporale così ampio e con strumenti investigativi profondamente diversi da quelli disponibili oggi.

Le domande rimaste aperte sono ancora numerose. Se davvero un unico assassino agisce per quasi vent’anni nel territorio friulano, la sua identità non viene mai accertata. Se invece alcuni delitti appartengono a vicende criminali differenti, resta da comprendere quali episodi possano essere realmente collegati e quali abbiano soltanto mostrato analogie apparenti. Finché questi interrogativi non troveranno una risposta supportata da elementi probatori solidi, il Mostro di Udine continuerà a rappresentare uno dei più complessi casi irrisolti della cronaca nera italiana.

 

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