Roma, 20 gennaio 1964 – Negli uffici della società Tricotex, a pochi passi da Via Veneto, viene rinvenuto il corpo senza vita dell’imprenditore egiziano Farouk Chourbagi. L’indagine conduce rapidamente ai coniugi Bebawi, dando origine a uno dei casi giudiziari più discussi dell’Italia degli anni Sessanta.
La Roma della Dolce Vita e l’ambiente in cui nasce il caso
Quando il caso Bebawi esplode sulle pagine dei quotidiani italiani, Roma vive uno dei momenti più rappresentativi della propria storia recente. La capitale è il simbolo della rinascita economica del dopoguerra, un luogo in cui industria, cinema, diplomazia e alta società si incontrano quotidianamente. Via Veneto rappresenta il cuore di questo mondo: alberghi di lusso, caffè eleganti, boutique esclusive e locali notturni frequentati da attori, aristocratici, imprenditori e giornalisti trasformano quella strada in un palcoscenico permanente osservato con curiosità anche dalla stampa internazionale.
L’espressione “Dolce Vita”, ormai entrata nel linguaggio comune dopo il successo del celebre film di Federico Fellini, identifica molto più di un periodo storico. Diventa il simbolo di una società che appare proiettata verso il benessere, il lusso e una crescente libertà di costume. Dietro quell’immagine scintillante, tuttavia, convivono rivalità economiche, relazioni sentimentali complesse e interessi privati che raramente raggiungono l’opinione pubblica.
In questo ambiente cosmopolita trova spazio anche una nutrita comunità di imprenditori stranieri, in particolare provenienti dal Medio Oriente. Molti uomini d’affari egiziani scelgono Roma come luogo in cui sviluppare relazioni commerciali, investire nel settore tessile o semplicemente trascorrere lunghi periodi alternando lavoro e vita mondana. Le frequentazioni internazionali sono una costante della capitale di quegli anni e contribuiscono a creare un contesto sociale in cui persone provenienti da Paesi diversi condividono gli stessi ambienti esclusivi.
Farouk Chourbagi appartiene proprio a questo mondo. Giovane, benestante e conosciuto negli ambienti della moda e dell’imprenditoria, conduce una vita caratterizzata da continui spostamenti, incontri e relazioni sentimentali. La sua presenza nei locali più esclusivi della capitale è nota, così come la sua propensione a coltivare numerose conoscenze femminili. È proprio una di queste relazioni a trasformarsi progressivamente nel fulcro di una vicenda destinata ad assumere rilevanza nazionale.
Quando il corpo dell’imprenditore viene scoperto negli uffici della Tricotex, l’attenzione dei media non si concentra soltanto sulla brutalità dell’omicidio. A colpire è soprattutto il contesto in cui il delitto matura: protagonisti facoltosi, alberghi di lusso, viaggi internazionali, passioni clandestine e una delle zone più celebri della capitale fanno sì che il caso venga rapidamente ribattezzato dalla stampa come “l’omicidio della Dolce Vita”. Una definizione destinata a rimanere nella memoria collettiva perché sintetizza efficacemente il contrasto tra l’immagine elegante della Roma degli anni Sessanta e la violenza che emerge improvvisamente dietro quella facciata.
L’interesse dell’opinione pubblica cresce rapidamente anche per un altro motivo. Sin dalle prime ore successive al ritrovamento del cadavere, gli investigatori individuano un possibile movente passionale e concentrano l’attenzione su una coppia di coniugi appartenente allo stesso ambiente sociale della vittima. Da quel momento il caso assume una dimensione che va oltre la semplice cronaca nera: ogni sviluppo dell’indagine viene seguito quotidianamente dai giornali, mentre il futuro processo si prepara a diventare uno dei più lunghi e dibattuti dell’epoca.
La vicenda Bebawi finisce così per rappresentare uno dei procedimenti giudiziari simbolo degli anni Sessanta italiani. Non soltanto per la complessità delle indagini o per il numero di udienze che caratterizzeranno il processo, ma anche perché mette in luce le contraddizioni di un periodo storico spesso ricordato esclusivamente per il suo volto più brillante. Dietro il fascino della Roma della Dolce Vita emerge infatti una storia fatta di gelosia, accuse reciproche, interessi personali e un omicidio destinato a lasciare interrogativi irrisolti per decenni.
Chi sono Farouk Chourbagi e i coniugi Bebawi
Per comprendere il caso Bebawi è necessario analizzare il rapporto che lega i tre protagonisti della vicenda. L’indagine, infatti, non prende forma attorno a un contesto criminale organizzato o a interessi economici particolarmente complessi, ma si sviluppa all’interno di una relazione personale che, con il passare del tempo, assume caratteristiche sempre più conflittuali. Al centro della storia si trovano il giovane imprenditore egiziano Farouk Chourbagi e i coniugi Youssef e Gabrielle Bebawi, conosciuta da tutti con il nome di Claire.
Farouk Chourbagi ha soltanto ventisette anni quando viene ucciso. Appartiene a una famiglia benestante egiziana e dirige la Tricotex, società operante nel settore tessile con sede a Roma. Pur essendo molto giovane, conduce una vita agiata che lo porta a frequentare gli ambienti più esclusivi della capitale. È spesso presente nei locali di Via Veneto, conosce numerosi imprenditori e diplomatici stranieri e coltiva rapporti con il mondo della moda, un settore che in quegli anni vive una fase di forte espansione.
Le cronache dell’epoca lo descrivono come un uomo elegante, mondano e amante della vita notturna. La sua vita privata è caratterizzata da numerose relazioni sentimentali, circostanza che contribuisce a costruire attorno alla sua figura l’immagine del giovane playboy internazionale. Tuttavia, tra le diverse frequentazioni, una assume ben presto un’importanza particolare: quella con Claire Bebawi.
Gabrielle Bebawi, chiamata abitualmente Claire, è una donna di origine egiziana sposata con Youssef Bebawi, industriale appartenente a una famiglia economicamente molto influente. I due risiedono stabilmente a Losanna, in Svizzera, insieme ai figli, ma viaggiano frequentemente tra diversi Paesi europei per motivi personali e professionali. Roma rappresenta una delle tappe abituali dei loro spostamenti e proprio nella capitale italiana Claire continua a incontrare Farouk Chourbagi anche dopo il matrimonio.
La relazione tra Claire e Farouk non sembra essere un episodio occasionale. Dalle ricostruzioni investigative emerge infatti un legame che prosegue nel tempo e che continua nonostante la donna sia sposata. Gli incontri avvengono prevalentemente a Roma, approfittando dei frequenti soggiorni italiani della coppia Bebawi. Questo rapporto extraconiugale diventa progressivamente fonte di tensione e, secondo gli investigatori, costituisce uno degli elementi centrali per comprendere il movente dell’omicidio.
Anche il comportamento della vittima nei giorni immediatamente precedenti al delitto richiama l’attenzione della polizia. Una delle segretarie della Tricotex racconta che Farouk appare particolarmente scosso dopo una conversazione telefonica avvenuta pochi giorni prima della sua morte. Pur non conoscendone il contenuto, la testimonianza suggerisce l’esistenza di una situazione personale che preoccupa profondamente il giovane imprenditore.
Gli investigatori iniziano quindi a ricostruire gli ultimi contatti della vittima, concentrandosi proprio sul rapporto con Claire Bebawi. Le verifiche consentono di accertare che la donna e il marito si trovano effettivamente a Roma nelle stesse ore in cui si ritiene venga commesso il delitto. Questa coincidenza temporale, unita alla relazione sentimentale tra Claire e Farouk, indirizza fin dall’inizio le indagini verso i coniugi Bebawi.
L’ipotesi investigativa che prende forma nelle prime fasi dell’inchiesta è relativamente semplice. La relazione clandestina potrebbe aver generato un confronto definitivo tra i protagonisti della vicenda, trasformando un incontro chiarificatore in un episodio di estrema violenza. Gli inquirenti, tuttavia, comprendono presto che il caso presenta caratteristiche ben più complesse. Non si trovano infatti davanti a un sospettato che cerca di costruire un alibi, bensì a una coppia nella quale ciascun coniuge attribuisce all’altro la responsabilità dell’omicidio.
È proprio questa dinamica a rendere il caso Bebawi diverso da molti altri delitti passionali dell’epoca. Sin dall’inizio non emerge un’unica versione dei fatti, ma due ricostruzioni completamente incompatibili tra loro. Entrambe collocano i protagonisti sulla scena del crimine e riconoscono la presenza dell’altro nell’ufficio della Tricotex, ma ciascuna attribuisce il gesto materiale dell’omicidio al proprio coniuge. Da questo momento in avanti, tutta l’attività investigativa e il successivo procedimento giudiziario ruotano attorno a una domanda destinata a rimanere senza una risposta definitiva: chi, tra Youssef e Claire Bebawi, preme realmente il grilletto contro Farouk Chourbagi?
Il ritrovamento del corpo e le prime indagini
La mattina di lunedì 20 gennaio 1964 la normale attività della Tricotex viene improvvisamente interrotta da una scoperta destinata a segnare la cronaca giudiziaria italiana. A entrare negli uffici della società è una delle segretarie, Karin, che si reca sul posto come ogni giorno per iniziare il proprio turno di lavoro. Pochi istanti dopo si trova davanti a una scena che lascia immediatamente intuire la gravità di quanto accaduto.
Il corpo di Farouk Chourbagi giace all’interno dell’ufficio in una pozza di sangue. Il giovane imprenditore è stato raggiunto da numerosi colpi di pistola esplosi con un’arma calibro 7,65. Gli accertamenti balistici consentono di stabilire che l’assassino svuota praticamente l’intero caricatore contro la vittima, un elemento che gli investigatori interpretano fin dalle prime fasi come indice di una violenza non casuale, ma particolarmente intensa. Non si tratta di un singolo colpo esploso durante una colluttazione improvvisa, bensì di un’azione portata a termine con estrema determinazione.
A rendere ancora più inquietante la scena è un particolare destinato a colpire profondamente sia gli investigatori sia l’opinione pubblica. Dopo aver sparato, l’autore dell’omicidio versa dell’acido sul volto della vittima, provocandone gravi lesioni. L’utilizzo del vetriolo introduce immediatamente un ulteriore elemento di complessità. Gli inquirenti si interrogano infatti sul significato di quel gesto: potrebbe rappresentare un tentativo di rendere difficoltoso il riconoscimento del cadavere, ma anche un atto compiuto per esprimere un forte risentimento personale nei confronti della vittima. Fin dalle prime ore nessuna delle due ipotesi viene esclusa.
Gli specialisti della Polizia Scientifica eseguono i rilievi all’interno degli uffici della Tricotex, ricostruendo la posizione del corpo e repertando gli elementi utili all’indagine. Dall’esame della scena emerge che Farouk Chourbagi non sembra essere stato vittima di una rapina. Gli uffici non presentano segni evidenti di effrazione o di un rovistamento sistematico e non risultano sottratti beni tali da giustificare un movente esclusivamente economico. Anche questo particolare rafforza progressivamente la convinzione che il delitto abbia un’origine personale.
La ricostruzione temporale diventa uno dei primi obiettivi dell’inchiesta. Gli investigatori cercano di stabilire quando Farouk viene visto vivo per l’ultima volta e chi abbia avuto contatti con lui nelle ore precedenti al ritrovamento del corpo. Le testimonianze raccolte consentono di restringere progressivamente l’arco temporale entro il quale il delitto può essere stato commesso.
Particolare rilievo assume la deposizione del portiere dello stabile, che riferisce di aver visto Chourbagi ancora vivo nel tardo pomeriggio di sabato 18 gennaio. Dopo quel momento nessuno sembra avere più contatti certi con l’imprenditore. Considerando che il corpo viene scoperto soltanto nella mattinata del lunedì, gli investigatori individuano proprio tra il pomeriggio di sabato e le ore successive la finestra temporale più probabile nella quale si colloca l’omicidio.
Nel frattempo vengono analizzati anche gli ultimi impegni della vittima. Gli inquirenti verificano telefonate, appuntamenti e persone che potrebbero aver incontrato Farouk nei giorni immediatamente precedenti. È in questa fase che acquista particolare importanza la testimonianza della segretaria, la quale ricorda come il giovane imprenditore fosse apparso profondamente turbato dopo una conversazione telefonica avvenuta pochi giorni prima. Pur non conoscendone il contenuto, quel dettaglio suggerisce che Chourbagi stesse affrontando una situazione personale particolarmente delicata.
L’attenzione degli investigatori si concentra così sulla vita privata della vittima. Le numerose relazioni sentimentali di Farouk vengono esaminate una dopo l’altra, ma ben presto emerge un elemento che differenzia Claire Bebawi da tutte le altre donne frequentate dall’imprenditore. Non si tratta semplicemente di un’amante, ma della moglie di un uomo che si trova a Roma proprio nelle stesse ore in cui l’omicidio viene collocato.
Da questo momento l’indagine cambia rapidamente direzione. Le verifiche sui movimenti dei coniugi Bebawi iniziano a occupare un ruolo centrale nell’inchiesta e la possibilità che il delitto sia maturato all’interno di un complesso intreccio sentimentale diventa la pista investigativa sulla quale si concentrano gli sforzi della polizia. Quella che inizialmente appare come una delle tante ipotesi prende progressivamente consistenza grazie alla ricostruzione degli spostamenti della coppia, destinata a diventare uno degli aspetti più importanti dell’intero procedimento giudiziario.
Le indagini si concentrano sui coniugi Bebawi
Con il procedere degli accertamenti, gli investigatori iniziano a ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di Claire e Youssef Bebawi nelle ore immediatamente precedenti alla morte di Farouk Chourbagi. È una ricostruzione complessa, basata su testimonianze, registrazioni alberghiere, documenti di viaggio e controlli effettuati lungo il percorso seguito dalla coppia. Più il quadro si completa, più appare evidente come la loro presenza a Roma non possa essere considerata una semplice coincidenza.
I coniugi Bebawi arrivano nella capitale dalla Svizzera nel pomeriggio di sabato 18 gennaio 1964. Il soggiorno è estremamente breve e sembra avere caratteristiche insolite. Dopo essersi sistemati in albergo, rimangono a Roma soltanto poche ore. In serata ripartono infatti con un treno diretto a Napoli, da dove intendono raggiungere Brindisi per imbarcarsi su un traghetto diretto in Grecia. L’itinerario prevede poi un volo verso Beirut.
Il programma di viaggio appare, fin dalle prime verifiche, particolarmente serrato. Gli investigatori iniziano quindi a chiedersi quale sia il reale motivo della presenza della coppia nella capitale e, soprattutto, perché il soggiorno romano sia limitato a un intervallo di tempo così ristretto.
Parallelamente viene ricostruita la cronologia degli ultimi movimenti di Farouk Chourbagi. L’imprenditore viene visto vivo nel tardo pomeriggio di sabato e, secondo gli elementi raccolti durante l’indagine, proprio nelle ore successive si colloca con maggiore probabilità l’omicidio. La coincidenza temporale tra la permanenza dei coniugi Bebawi a Roma e la finestra temporale del delitto diventa così uno dei principali elementi investigativi.
A rafforzare ulteriormente i sospetti emerge un dettaglio destinato ad assumere un peso considerevole nel procedimento. Gli inquirenti accertano infatti che Claire Bebawi, poco prima del viaggio in Italia, acquista in Svizzera un flacone di vetriolo. L’informazione richiama immediatamente l’attenzione degli investigatori perché il volto della vittima viene sfigurato proprio con dell’acido. Sebbene questo elemento, da solo, non sia sufficiente a dimostrare la responsabilità della donna, rappresenta un indizio che viene inserito all’interno del più ampio mosaico investigativo.
A quel punto la Procura ritiene che vi siano elementi sufficienti per procedere nei confronti della coppia. Nel frattempo, però, Claire e Youssef hanno già lasciato il territorio italiano e stanno proseguendo il viaggio previsto verso il Medio Oriente. Le autorità italiane attivano quindi i canali di cooperazione internazionale, chiedendo il supporto dell’Interpol per rintracciare i due coniugi.
L’intervento arriva rapidamente. I Bebawi vengono individuati ad Atene prima di poter proseguire il viaggio e vengono fermati dalle autorità greche in esecuzione della richiesta italiana. Dopo le procedure previste per l’estradizione, entrambi vengono trasferiti a Roma per essere interrogati dagli investigatori.
È in questo momento che il caso assume una direzione del tutto inattesa.
Fino a quel momento gli investigatori ritengono di trovarsi davanti a una coppia che, con ogni probabilità, tenterà di costruire un alibi comune o di negare qualsiasi coinvolgimento nell’omicidio. Accade invece l’esatto contrario. Sin dai primi interrogatori, marito e moglie abbandonano qualsiasi strategia difensiva condivisa e iniziano ad accusarsi reciprocamente dell’assassinio di Farouk Chourbagi.
Youssef Bebawi racconta agli inquirenti che, nel pomeriggio del 18 gennaio, accompagna la moglie davanti all’edificio della Tricotex affinché possa incontrare l’ex amante per un confronto definitivo. Secondo la sua versione, Claire rientra poco dopo visibilmente agitata, confessandogli di aver sparato a Farouk. L’uomo sostiene inoltre di aver visto nelle mani della moglie sia la pistola utilizzata per il delitto sia il flacone ormai vuoto contenente il vetriolo.
Claire Bebawi fornisce invece una ricostruzione completamente diversa. Ammette di essere salita nell’ufficio dell’imprenditore, ma racconta che, durante il colloquio, sarebbe sopraggiunto improvvisamente il marito armato di pistola. Dopo un acceso confronto tra i due uomini, Youssef avrebbe aperto il fuoco contro Farouk, uccidendolo, per poi versare personalmente l’acido sul volto della vittima prima di lasciare l’edificio.
Le due versioni presentano un elemento comune di fondamentale importanza: entrambe collocano i coniugi sulla scena del crimine e confermano che il delitto si consuma all’interno dell’ufficio della Tricotex. Divergono però completamente nell’individuazione dell’autore materiale degli spari.
Per gli investigatori si apre così uno scenario estremamente complesso. Nessuno dei due cerca realmente di negare la presenza sul luogo dell’omicidio; ciascuno, però, attribuisce all’altro ogni responsabilità, trasformando gli interrogatori in un continuo scambio di accuse. Da quel momento in avanti, l’inchiesta non deve più stabilire se i coniugi Bebawi siano coinvolti nel delitto, ma quale dei due abbia materialmente ucciso Farouk Chourbagi o se, come sosterrà successivamente l’accusa, entrambi abbiano partecipato a un unico piano criminoso.
Un processo destinato a segnare la storia giudiziaria italiana
Quando le indagini preliminari si concludono, il caso Bebawi è già diventato uno dei più seguiti dalla stampa italiana. I quotidiani seguono ogni sviluppo dell’inchiesta, pubblicano ricostruzioni, interviste e indiscrezioni, mentre l’opinione pubblica si divide tra chi ritiene responsabile Claire Bebawi e chi, al contrario, considera Youssef il vero autore materiale dell’omicidio. L’enorme attenzione mediatica contribuisce a trasformare il futuro dibattimento in uno degli eventi giudiziari più attesi della seconda metà degli anni Sessanta.
Il processo si apre nel 1966 davanti alla Corte d’Assise di Roma, a circa due anni dall’uccisione di Farouk Chourbagi. Fin dalle prime udienze appare evidente come il procedimento presenti caratteristiche eccezionali. L’afflusso di giornalisti è costante, l’aula è spesso gremita di curiosi e ogni testimonianza viene riportata dettagliatamente dalla stampa nazionale. Il caso non interessa soltanto per la violenza del delitto, ma anche per il profilo sociale dei protagonisti, per il contesto della cosiddetta Dolce Vita romana e per l’apparente impossibilità di individuare con certezza chi abbia esploso i colpi mortali.
A rendere ancora più prestigioso il procedimento contribuisce la presenza di alcuni tra i più autorevoli penalisti italiani dell’epoca. La difesa di Claire Bebawi viene assunta da Giovanni Leone, giurista destinato alcuni anni dopo a diventare Presidente della Repubblica. Youssef Bebawi è invece assistito da Giuliano Vassalli, figura destinata a ricoprire in seguito l’incarico di Ministro della Giustizia. Accanto a loro opera anche il noto avvocato Giuseppe Sotgiu. La presenza di professionisti di tale rilievo conferisce al processo una dimensione che supera i confini della normale cronaca giudiziaria.
Nel corso del dibattimento vengono ascoltati oltre cento testimoni e la fase istruttoria si prolunga per ben centquaranta udienze. La mole di prove raccolte è considerevole, ma nessuna riesce a risolvere il nodo centrale dell’intera vicenda: stabilire quale dei due imputati abbia materialmente sparato contro Farouk Chourbagi.
L’atteggiamento processuale dei coniugi Bebawi contribuisce ulteriormente a rendere il procedimento particolarmente complesso. Le rispettive versioni dei fatti rimangono sostanzialmente immutate rispetto agli interrogatori svolti durante le indagini. Claire continua a sostenere che sia stato il marito a uccidere l’ex amante, mentre Youssef ribadisce che l’autrice degli spari sia la moglie. Nessuno dei due modifica la propria posizione e nessuno dei due offre elementi che consentano di sciogliere definitivamente la contraddizione.
Le udienze sono caratterizzate anche da frequenti momenti di tensione. Le cronache dell’epoca raccontano di accesi confronti verbali tra i due imputati, di reciproche accuse formulate davanti alla Corte e di numerosi episodi nei quali Claire Bebawi manifesta un forte coinvolgimento emotivo, arrivando in alcune occasioni ad accusare malori durante il dibattimento. Pur trattandosi di episodi che attirano inevitabilmente l’attenzione della stampa, il collegio giudicante concentra il proprio lavoro soprattutto sulla valutazione degli elementi probatori raccolti durante l’istruttoria.
Tra le testimonianze più seguite figura quella di Patrizia De Blanc, all’epoca personaggio televisivo molto conosciuto e indicata come una delle donne sentimentalmente vicine a Farouk Chourbagi. La sua deposizione suscita un notevole interesse mediatico, contribuendo ad alimentare ulteriormente l’eco del processo. Tuttavia, anche le dichiarazioni dei testimoni più attesi non riescono a chiarire in maniera definitiva la dinamica dell’omicidio.
Con il trascorrere delle udienze emerge con sempre maggiore evidenza il vero problema processuale. La Corte si trova infatti davanti a tre ricostruzioni profondamente diverse tra loro.
La prima è quella sostenuta da Youssef Bebawi, secondo il quale Claire uccide Farouk durante un incontro privato e gli confessa immediatamente il delitto.
La seconda è quella fornita da Claire Bebawi, che attribuisce invece ogni responsabilità al marito, descrivendolo come l’uomo che irrompe improvvisamente nell’ufficio della Tricotex e apre il fuoco contro l’imprenditore.
La terza ricostruzione è quella elaborata dalla pubblica accusa. Secondo il Pubblico Ministero, non è necessario individuare quale dei due abbia premuto materialmente il grilletto, poiché entrambi avrebbero partecipato consapevolmente a un unico progetto criminoso. L’omicidio, secondo questa impostazione, non rappresenta l’iniziativa isolata di uno dei coniugi, ma l’esecuzione di un piano condiviso nel quale ciascuno svolge un ruolo determinante.
Dopo un dibattimento straordinariamente lungo e una camera di consiglio durata circa trenta ore, la Corte d’Assise di primo grado pronuncia una decisione destinata a sorprendere molti osservatori. Ritenendo insufficienti gli elementi per superare ogni ragionevole dubbio sulla responsabilità individuale dei due imputati, dispone l’assoluzione di Claire e Youssef Bebawi e ne ordina l’immediata scarcerazione.
La sentenza sembra rappresentare il punto finale di una vicenda nella quale le accuse reciproche hanno reso impossibile individuare con certezza l’autore materiale dell’omicidio. In realtà, il procedimento è tutt’altro che concluso. Il Pubblico Ministero impugna infatti la decisione, aprendo la strada a un nuovo giudizio destinato a modificare radicalmente l’esito dell’intera vicenda giudiziaria.
La condanna definitiva e una pena che non viene mai scontata
L’assoluzione pronunciata al termine del processo di primo grado non chiude il caso Bebawi. La Procura impugna infatti la sentenza, sostenendo che gli elementi raccolti durante il dibattimento consentano di attribuire la responsabilità dell’omicidio a entrambi gli imputati. Il procedimento approda così davanti alla Corte d’Appello, chiamata a riesaminare integralmente il materiale probatorio e le conclusioni raggiunte nel primo giudizio.
Il nuovo processo porta a una valutazione profondamente diversa dei fatti. I giudici d’appello ritengono che il comportamento tenuto da Claire e Youssef Bebawi, le rispettive dichiarazioni e l’insieme degli indizi raccolti nel corso dell’indagine delineino un quadro di responsabilità condivisa. Pur permanendo l’impossibilità di stabilire con assoluta certezza quale dei due abbia materialmente esploso i colpi mortali, la Corte considera dimostrato che entrambi abbiano preso parte all’azione criminosa.
Nel 1968 arriva quindi una sentenza destinata a ribaltare completamente l’esito del primo grado. Claire e Youssef Bebawi vengono condannati ciascuno a ventidue anni di reclusione per l’omicidio di Farouk Chourbagi. La decisione accoglie sostanzialmente l’impostazione sostenuta dalla pubblica accusa, secondo la quale il delitto rappresenta il risultato di un unico disegno criminoso condiviso dai due coniugi, indipendentemente da chi abbia premuto il grilletto.
La vicenda processuale non si conclude neppure con la pronuncia della Corte d’Appello. La difesa propone ricorso e il fascicolo arriva davanti alla Corte di Cassazione, chiamata a verificare la correttezza giuridica della decisione. Dopo l’esame del procedimento, nel 1974 la Suprema Corte conferma definitivamente la condanna pronunciata in appello, rendendo irrevocabile la responsabilità penale dei coniugi Bebawi.
Dal punto di vista processuale il caso può quindi considerarsi concluso. Esiste una sentenza definitiva, esiste una pena stabilita dall’autorità giudiziaria e i due imputati risultano condannati in via irrevocabile. Tuttavia, proprio nel momento in cui la giustizia italiana definisce formalmente la vicenda, emerge un problema destinato a impedire l’esecuzione della condanna.
Nel frattempo, infatti, la coppia si è ormai definitivamente separata. Claire Bebawi rientra in Egitto, mentre Youssef si stabilisce nuovamente in Svizzera insieme ai figli della coppia. Entrambi si trovano quindi al di fuori del territorio italiano proprio quando la sentenza diventa definitiva.
A questo punto entra in gioco un aspetto strettamente giuridico che si rivela decisivo per l’intera vicenda. In quegli anni l’Italia non dispone di trattati di estradizione con l’Egitto né con la Svizzera applicabili alla situazione dei due condannati. Di conseguenza, pur essendo titolare di una sentenza irrevocabile, lo Stato italiano non può ottenere la consegna dei Bebawi affinché scontino la pena inflitta.
Si crea così una situazione particolarmente singolare. Da un lato esiste una decisione definitiva della magistratura che riconosce la responsabilità penale di entrambi i coniugi; dall’altro, l’assenza degli strumenti giuridici necessari rende impossibile dare concreta esecuzione alla condanna.
Il caso Bebawi diventa così anche un esempio dei limiti che, negli anni Sessanta e Settanta, caratterizzano la cooperazione giudiziaria internazionale. Oggi gli strumenti di collaborazione tra gli Stati sono molto più articolati e numerosi rispetto a quel periodo, ma all’epoca le procedure di estradizione dipendono quasi esclusivamente dagli accordi bilaterali esistenti tra i singoli Paesi. In assenza di tali convenzioni, anche una sentenza definitiva può rimanere priva di effetti concreti sotto il profilo dell’esecuzione della pena.
La vicenda lascia quindi una situazione che appare paradossale. L’ordinamento giudiziario italiano individua i responsabili dell’omicidio di Farouk Chourbagi e ne sancisce definitivamente la colpevolezza, ma nessuno dei due condannati entra in carcere per espiare la pena inflitta. La distanza tra accertamento giudiziario ed effettiva esecuzione della sentenza contribuisce ad alimentare il dibattito pubblico attorno al caso e rafforza la percezione di una storia rimasta, almeno sotto questo profilo, incompiuta.
Perché il caso Bebawi continua a essere ricordato
A oltre sessant’anni dai fatti, il caso Bebawi continua a occupare un posto particolare nella storia della cronaca giudiziaria italiana. Non è soltanto uno dei delitti più celebri della Roma degli anni Sessanta, ma rappresenta anche un procedimento che riunisce numerosi elementi destinati a imprimersi nella memoria collettiva: il contesto della Dolce Vita, una relazione sentimentale clandestina, protagonisti appartenenti a un ambiente internazionale, un lungo processo e una condanna definitiva che non trova mai concreta esecuzione.
L’espressione “omicidio della Dolce Vita” non nasce esclusivamente per indicare il luogo in cui si consuma il delitto. Diventa il simbolo del contrasto tra l’immagine di una capitale elegante, cosmopolita e mondana e una vicenda che porta alla luce passioni, gelosie e violenza all’interno dello stesso ambiente che fino a quel momento rappresenta il volto più brillante dell’Italia del boom economico.
Dal punto di vista giudiziario, il procedimento Bebawi continua a essere studiato anche per la particolare impostazione seguita dalla magistratura. Pur non essendo mai stato possibile accertare quale dei due imputati abbia materialmente sparato contro Farouk Chourbagi, i giudici ritengono dimostrata la partecipazione di entrambi a un unico progetto criminoso. La responsabilità penale viene quindi affermata sulla base della ricostruzione complessiva dei fatti e del contributo fornito da ciascun imputato all’azione delittuosa, superando la necessità di individuare con assoluta certezza l’autore materiale degli spari.
La vicenda evidenzia inoltre come il funzionamento della giustizia non dipenda soltanto dall’accertamento della responsabilità penale, ma anche dagli strumenti di cooperazione tra gli Stati. Il mancato rientro dei due condannati in Italia e l’impossibilità di eseguire la pena mostrano infatti uno dei limiti più evidenti del sistema internazionale dell’epoca, destinato a evolversi profondamente negli anni successivi.
Il caso Bebawi rimane così una delle pagine più note della cronaca nera italiana del Novecento. Non solo per la brutalità dell’omicidio di Farouk Chourbagi, ma anche perché racchiude alcuni dei temi che continuano ancora oggi a caratterizzare i grandi processi mediatici: la pressione dell’opinione pubblica, il peso delle strategie difensive, il rapporto tra verità processuale e ricostruzione storica dei fatti e le difficoltà che possono emergere nell’esecuzione delle decisioni giudiziarie.