Stati Uniti, 1999 – Brent E. Turvey pubblica Criminal Profiling: An Introduction to Behavioral Evidence Analysis e sistematizza un approccio al profiling fondato sull’analisi delle prove del singolo caso. La Behavioral Evidence Analysis sposta l’attenzione dalle tipologie criminali precostituite alla ricostruzione forense, alla vittimologia e ai comportamenti effettivamente documentati sulla scena.
Quando il profiling deve dimostrare come arriva alle proprie conclusioni
Per gran parte della sua storia, il criminal profiling vive una condizione ambigua. Da un lato promette qualcosa di estremamente utile per un’indagine: ricavare informazioni su un autore sconosciuto attraverso ciò che ha fatto. Dall’altro, non esiste un unico metodo condiviso per trasformare una scena del crimine in inferenze attendibili sulle caratteristiche di chi l’ha prodotta. Tecniche differenti utilizzano criteri differenti, alcune privilegiano l’esperienza dell’investigatore, altre le classificazioni costruite sui criminali conosciuti, altre ancora modelli statistici o interpretazioni psicologiche del comportamento. Il risultato è che sotto la stessa definizione di profiling possono convivere procedure profondamente diverse per presupposti, metodo e possibilità di verifica.
È all’interno di questa frattura che si colloca il lavoro di Brent E. Turvey. Il problema che affronta non consiste semplicemente nello stabilire quali caratteristiche possano essere attribuite a un offender sconosciuto, ma nel determinare su quali basi sia legittimo farlo. La differenza è sostanziale, perché sposta l’attenzione dal risultato del profilo al processo che lo produce. Un’affermazione può apparire plausibile, può coincidere con l’esperienza maturata in casi precedenti e può persino rivelarsi corretta, ma questo non significa necessariamente che sia stata raggiunta attraverso un procedimento affidabile.
Con la prima edizione di Criminal Profiling: An Introduction to Behavioral Evidence Analysis, pubblicata nel 1999 e successivamente ampliata e aggiornata attraverso più edizioni, Turvey propone un sistema che prende il nome di Behavioral Evidence Analysis, o BEA. L’obiettivo è costruire il profiling a partire dalle caratteristiche specifiche del caso esaminato, integrando prove fisiche, ricostruzione del crimine, caratteristiche della scena e vittimologia. Il principio che attraversa l’intero modello è che ogni inferenza sull’autore debba essere sostenuta dalle evidenze disponibili e che il percorso tra prova e conclusione debba poter essere ricostruito, discusso e, quando necessario, contestato.
Non si tratta quindi di rendere il profiler più capace di intuire chi si nasconde dietro un crimine. Si tratta, al contrario, di ridurre quanto più possibile lo spazio lasciato all’intuizione non verificabile.
Dal profiling induttivo all’analisi del singolo caso
Uno dei punti centrali della riflessione di Turvey riguarda la distinzione tra profiling induttivo e profiling deduttivo. Il primo costruisce inferenze sull’autore sconosciuto utilizzando informazioni derivate da gruppi di offender conosciuti, studi statistici, esperienze precedenti o categorie comportamentali. Se determinate caratteristiche compaiono con una certa frequenza tra persone che hanno commesso un particolare tipo di reato, quelle caratteristiche possono essere utilizzate per formulare ipotesi sull’autore di un nuovo caso apparentemente simile.
È un procedimento che presenta un vantaggio evidente: permette di utilizzare il patrimonio di conoscenze accumulato attraverso l’osservazione di altri criminali. Il problema emerge quando ciò che descrive una popolazione viene trasferito direttamente sul singolo individuo. Una caratteristica statisticamente frequente non diventa per questo una caratteristica necessariamente presente nell’autore che si sta cercando. La probabilità può indicare una possibilità investigativa, ma non costituisce da sola la prova che quella possibilità corrisponda al caso concreto.
La Behavioral Evidence Analysis cerca di invertire questa prospettiva. Il punto di partenza non è ciò che offender simili hanno fatto in passato, ma ciò che le evidenze permettono di ricostruire nel crimine in esame. Ogni episodio viene considerato nella propria specificità, attraverso le relazioni tra autore, vittima, ambiente, dinamica e tracce prodotte dall’evento. È un’impostazione idiografica: l’obiettivo è comprendere il singolo caso prima di inserirlo all’interno di una categoria.
Questo non significa che Turvey elimini la conoscenza criminologica, la ricerca empirica o l’esperienza professionale dal processo investigativo. Quelle conoscenze rimangono strumenti utili per formulare possibilità e riconoscere fenomeni. Cambia però il loro valore probatorio. Un dato generale può suggerire una domanda da porre alle evidenze, ma non può fornire automaticamente la risposta.
La distinzione diventa particolarmente importante quando il profilo contiene caratteristiche molto specifiche. Attribuire all’autore un’età, una professione, una condizione relazionale, una diagnosi psicologica o una determinata storia personale soltanto perché quelle caratteristiche ricorrono in altri offender significa trasformare una correlazione generale in una conclusione individuale. Per la BEA, il passaggio è metodologicamente ingiustificato se il caso non contiene elementi che lo sostengono.
La scena del crimine come risultato di comportamenti
Nell’approccio di Turvey la scena del crimine non viene interpretata come una rappresentazione diretta della personalità dell’autore. Viene considerata innanzitutto come il risultato materiale di una sequenza di eventi. Ogni traccia può essere conseguenza di un’azione, ogni azione avviene all’interno di determinate condizioni e ogni comportamento assume significato soltanto se collocato nella dinamica complessiva del fatto.
Per questo la ricostruzione del crimine occupa una posizione centrale nella Behavioral Evidence Analysis. Prima di chiedersi che cosa una determinata azione possa rivelare sull’offender è necessario stabilire, per quanto possibile, che cosa sia effettivamente accaduto. L’ordine degli eventi, la posizione delle persone coinvolte, gli spostamenti, le lesioni, gli strumenti impiegati, le modalità di accesso e di uscita, le tracce lasciate o rimosse e le alterazioni della scena contribuiscono a delimitare il comportamento che può essere attribuito all’autore.
La distinzione è importante perché lo stesso elemento può assumere significati differenti a seconda della sequenza nella quale compare. Una lesione può derivare dalla necessità di controllare la vittima, da una colluttazione, da un comportamento successivo alla morte oppure da circostanze che non hanno alcuna funzione psicologica particolare. Lo spostamento di un corpo può rispondere alla necessità di occultarlo, alla volontà di ritardarne il ritrovamento, all’esigenza di liberare un luogo oppure a una modificazione intenzionale della scena.
Attribuire immediatamente un significato psicologico a questi elementi rischia di confondere ciò che viene osservato con l’interpretazione che ne viene data. La BEA impone invece di mantenere separati i diversi livelli del ragionamento: prima ciò che le evidenze documentano, poi ciò che la ricostruzione permette di sostenere e soltanto successivamente le inferenze comportamentali che possono essere formulate.
Il profiler non osserva quindi una scena per riconoscervi un tipo di criminale. Cerca di comprendere quali azioni siano necessarie o compatibili con ciò che è stato trovato e quali caratteristiche dell’autore possano essere ragionevolmente dedotte da quelle azioni.
La vittimologia come parte della ricostruzione
La vittima assume nella Behavioral Evidence Analysis un ruolo che va oltre la semplice descrizione anagrafica o sociale. La vittimologia forense serve a ricostruire il percorso che conduce all’incontro con l’autore e a comprendere quali opportunità, vulnerabilità, circostanze o relazioni possano avere contribuito alla commissione del reato.
Studiare la vittima significa analizzare le sue attività, le abitudini, gli spostamenti, le relazioni, gli ambienti frequentati e le condizioni nelle quali può essere entrata in contatto con l’offender. L’obiettivo non è attribuirle una responsabilità per ciò che le accade, ma stabilire quali possibilità fossero concretamente disponibili per l’autore.
La distinzione tra una vittima selezionata intenzionalmente e una vittima incontrata per opportunità, per esempio, può modificare profondamente l’interpretazione del comportamento. Nel primo caso alcune caratteristiche della persona possono avere avuto un ruolo nella scelta; nel secondo possono essere state semplicemente presenti senza aver determinato l’azione dell’aggressore. Confondere le due situazioni significa attribuire una preferenza all’offender che le evidenze potrebbero non dimostrare.
La vittimologia permette inoltre di valutare il livello di conoscenza necessario per raggiungere la vittima, le possibilità di accesso, la familiarità con determinati ambienti e le condizioni che possono aver facilitato il controllo. Anche in questo caso, tuttavia, l’analisi non procede attraverso automatismi. Un elemento viene considerato significativo soltanto quando il suo rapporto con la dinamica del reato può essere argomentato.
Il comportamento dell’autore viene così interpretato all’interno di una relazione. La scena non appartiene esclusivamente a chi commette il reato: è il prodotto dell’interazione tra persone, ambiente e circostanze. Ignorare uno di questi elementi può produrre un’immagine dell’offender più coerente sul piano narrativo, ma meno aderente a ciò che è realmente accaduto.
Modus operandi, firma e significato del comportamento
La distinzione tra modus operandi e comportamenti che possono assumere un significato più personale occupa da tempo un posto importante nell’analisi criminale, ma nell’approccio di Turvey viene ricondotta alla funzione concreta delle azioni osservate. Il modus operandi comprende ciò che l’autore fa per commettere il reato, controllare la vittima, raggiungere il proprio obiettivo ed evitare conseguenze indesiderate. Non rappresenta necessariamente una caratteristica stabile.
Un offender può modificare il proprio comportamento perché acquisisce esperienza, perché commette errori, perché incontra una vittima diversa o perché le circostanze lo costringono ad adattarsi. Può abbandonare una tecnica che si rivela inefficace oppure introdurre precauzioni che in precedenza non riteneva necessarie. Il modus operandi può quindi evolvere e la sua variazione non esclude automaticamente che due episodi siano attribuibili alla stessa persona.
Allo stesso tempo, la somiglianza tra due scene non dimostra da sola l’esistenza di un unico autore. Comportamenti apparentemente peculiari possono avere una funzione pratica condivisa da offender differenti, oppure essere determinati dalle caratteristiche del luogo e della vittima. Il problema del collegamento tra casi non può quindi essere risolto attraverso la semplice presenza di elementi visivamente simili.
Anche la cosiddetta firma richiede cautela. Un comportamento che appare non necessario alla commissione materiale del reato può assumere particolare rilevanza, ma deve essere valutato nel contesto dell’intera dinamica. Il rischio è attribuire significati psicologici a gesti che possono avere spiegazioni differenti o interpretare come espressione stabile dell’autore ciò che nasce invece da condizioni contingenti.
La BEA non elimina queste categorie, ma pretende che vengano utilizzate come strumenti analitici e non come etichette capaci di spiegare da sole il comportamento.
Il profiler e il rischio di costruire il criminale prima di trovarlo
Uno degli aspetti più rilevanti dell’impostazione di Turvey riguarda indirettamente un problema che attraversa qualsiasi indagine: il bias. Un profilo può essere utile per orientare l’attenzione investigativa, ma proprio questa capacità di orientamento può trasformarsi in un rischio quando le caratteristiche attribuite all’autore non sono adeguatamente sostenute dalle prove.
Una volta costruita un’immagine plausibile del criminale, gli elementi successivi possono essere interpretati in funzione di quella rappresentazione. I sospettati che vi corrispondono sembrano più interessanti; quelli che se ne discostano possono apparire meno compatibili. Informazioni coerenti con l’ipotesi ricevono maggiore attenzione, mentre quelle contrarie rischiano di essere ridimensionate. Il profilo, nato per aiutare l’indagine, può così contribuire alla formazione di una visione selettiva delle evidenze.
La Behavioral Evidence Analysis cerca di ridurre questo rischio obbligando l’analista a rendere esplicito il rapporto tra inferenza e prova. Se si sostiene che l’autore possiede una determinata capacità, occorre indicare quali elementi dimostrano che quella capacità sia stata necessaria. Se si ipotizza una conoscenza dell’ambiente, bisogna spiegare quali caratteristiche della dinamica rendono quella conoscenza più plausibile rispetto alle alternative. Se le evidenze consentono più interpretazioni, questa incertezza non dovrebbe essere nascosta dietro una conclusione più netta di quanto i dati permettano.
Il principio è particolarmente importante perché un profilo dettagliato può apparire più convincente di uno prudente. Ma la quantità delle caratteristiche attribuite all’offender non misura la qualità dell’analisi. Ogni dettaglio aggiunto senza un adeguato fondamento aumenta il numero delle affermazioni che possono essere sbagliate e, soprattutto, può restringere artificialmente il campo investigativo.
In questa prospettiva, riconoscere che le prove non permettono di stabilire qualcosa non rappresenta un fallimento del profiler. Rappresenta parte del metodo.
Dal talento individuale alla verifica del ragionamento
La proposta di Turvey modifica anche la figura professionale del profiler. Nella rappresentazione più popolare, l’efficacia del profiling dipende spesso dalle capacità personali dell’analista: esperienza, sensibilità, intuito, capacità di comprendere la psicologia criminale. È una concezione affascinante, ma difficile da sottoporre a verifica, perché il valore della conclusione finisce per dipendere dall’autorità di chi la formula.
La Behavioral Evidence Analysis cerca di spostare l’autorità dalla persona al procedimento. Il ragionamento deve essere documentato in modo che un altro analista possa esaminarlo, individuare eventuali errori, contestare un’interpretazione o proporre una spiegazione alternativa. La conclusione non viene considerata valida perché appartiene a un profiler esperto, ma perché il percorso che conduce dalle evidenze all’inferenza risulta sufficientemente fondato.
Questo assume un peso ancora maggiore quando l’analisi supera il contesto strettamente investigativo ed entra in quello forense. Un’opinione utilizzata in un procedimento giudiziario deve poter essere esaminata criticamente. Le evidenze devono essere distinguibili dalle interpretazioni, le fonti del ragionamento devono essere riconoscibili e i limiti dell’analisi devono essere dichiarati.
Il profiling viene così ricondotto a un problema più ampio delle scienze forensi: non basta produrre una conclusione. È necessario mostrare come quella conclusione sia stata ottenuta.
L’approccio non elimina la soggettività. La ricostruzione e l’interpretazione continuano a essere svolte da esseri umani e rimangono esposte a errori, conoscenze incomplete e bias cognitivi. La trasparenza, tuttavia, rende possibile qualcosa che l’intuizione personale difficilmente consente: la revisione del ragionamento.
I limiti della Behavioral Evidence Analysis
La BEA non trasforma il criminal profiling in uno strumento infallibile e la sua impostazione evidence-based non risolve automaticamente i problemi che accompagnano l’interpretazione del comportamento. Una scena può essere incompleta, contaminata o modificata. Le tracce possono essere state raccolte male o interpretate in modo errato. La sequenza degli eventi può non essere ricostruibile con sufficiente precisione e uno stesso comportamento può risultare compatibile con spiegazioni differenti.
Esiste inoltre una difficoltà intrinseca nel passaggio tra comportamento osservato e caratteristica dell’autore. Stabilire che una persona compie una determinata azione non significa necessariamente conoscere la ragione per cui la compie, e inferire capacità, motivazioni o caratteristiche personali richiede inevitabilmente un livello di interpretazione. Il rischio non scompare perché il metodo parte dalle prove.
La forza dell’approccio di Turvey non risiede quindi nella promessa di eliminare l’errore, ma nella richiesta di renderne visibili le possibili origini. Se una conclusione dipende da un’interpretazione controversa della scena, quella dipendenza deve emergere. Se esistono spiegazioni alternative, devono essere considerate. Se una caratteristica dell’offender non può essere sostenuta oltre un certo livello, il profilo deve fermarsi prima.
È una posizione meno spettacolare rispetto all’idea di un profiler capace di entrare nella mente del criminale, ma metodologicamente più difficile da rispettare. Richiede infatti di rinunciare a conclusioni che possono sembrare plausibili quando le prove non consentono di sostenerle.
Ciò che resta del profiling quando scompare il mito
Il contributo di Brent Turvey al criminal profiling non consiste nell’avere inventato la possibilità di dedurre caratteristiche dell’autore attraverso il comportamento né nell’avere trasformato il profiling in una disciplina priva di controversie. Il suo ruolo si colloca soprattutto nel tentativo di definire un metodo nel quale l’analisi comportamentale venga subordinata alle evidenze e nel quale le conclusioni siano valutate attraverso il procedimento che le produce.
La Behavioral Evidence Analysis modifica così la domanda fondamentale. Non basta chiedersi quale tipo di persona possa avere commesso un determinato crimine. Occorre prima stabilire che cosa sia possibile ricostruire, quali comportamenti siano effettivamente documentati, quale funzione possano avere avuto e quali caratteristiche dell’autore siano realmente necessarie per spiegarli.
È una differenza che può sembrare minima, perché entrambe le prospettive conducono alla costruzione di ipotesi sull’offender. In realtà cambia il punto nel quale l’indagine accetta di collocare l’incertezza. Nel profiling fondato prevalentemente sulle tipologie, il caso viene confrontato con ciò che si conosce di altri criminali e il modello aiuta a riempire gli spazi mancanti. Nella BEA quegli spazi rimangono vuoti finché le evidenze non permettono di restringerli.
Il profiler perde così una parte del fascino che gli viene attribuito dalla cultura popolare, ma acquista un obbligo molto più importante: rendere conto delle proprie conclusioni. Non deve dimostrare di conoscere il criminale prima degli investigatori. Deve mostrare quali informazioni possano essere ricavate dal comportamento senza oltrepassare ciò che il caso consente di sostenere.
È forse in questo passaggio che il lavoro di Turvey assume il suo significato più ampio. Il profiling non diventa più rigoroso perché produce descrizioni più dettagliate dell’autore, ma perché accetta che alcune descrizioni non possano essere prodotte affatto. Una scena del crimine può suggerire molto, poco o quasi nulla su chi l’ha creata, e nessun metodo può ricavare dalle prove informazioni che nelle prove non esistono.
La Behavioral Evidence Analysis parte precisamente da questo limite. Non cerca di eliminarlo, ma di renderlo parte dell’analisi. E trasforma così una delle domande più seducenti dell’investigazione, chi è la persona che ha commesso questo crimine, in una domanda più difficile e metodologicamente più utile: che cosa possiamo realmente affermare su di lei sulla base di ciò che ha lasciato dietro di sé?