Sotto la Superficie

Garlasco: cosa emerge dalle nuove verifiche del 2026 nei laboratori del RIS

Nel 2026 nuove verifiche sul caso Garlasco riportano l’attenzione su eluiti smaltiti, corse elettroforetiche negative, documenti mai depositati e mail interne del RIS. Elementi diversi che non riscrivono automaticamente il processo, ma impongono di ricostruire come dati, reperti e valutazioni vengono prodotti, conservati e trasmessi negli anni precedenti dalle indagini.

Di Samantha Lombardi 6 Ottobre 2026 · 19 min di lettura

Le verifiche condotte nell’ambito della nuova indagine sull’omicidio di Chiara Poggi riportano alla luce documenti, dati scientifici e materiali prodotti durante le prime fasi investigative. Eluiti smaltiti, analisi genetiche discordanti, una valutazione psicologica mai depositata e comunicazioni interne del RIS di Parma impongono oggi una nuova ricostruzione del percorso tecnico seguito negli anni.

Le verifiche del 2026 sulle vecchie indagini

La nuova fase dell’inchiesta sul delitto di Garlasco non riguarda soltanto gli elementi raccolti recentemente nei confronti di Andrea Sempio. Nel corso del 2026 l’attenzione degli investigatori si sposta progressivamente anche sul materiale prodotto durante le indagini originarie, sulla documentazione conservata negli archivi del RIS di Parma e sulle modalità attraverso le quali alcuni risultati tecnici vengono analizzati, trasmessi e inseriti nel procedimento.

Il passaggio assume particolare importanza perché il caso attraversa quasi vent’anni di accertamenti, processi, consulenze e verifiche. La condanna definitiva di Alberto Stasi interviene nel dicembre 2015, ma negli anni successivi il fascicolo continua a essere oggetto di iniziative difensive e nuove analisi. Nel 2016 la difesa del condannato avvia ulteriori approfondimenti che portano, alla fine dello stesso anno, all’apertura della prima indagine su Andrea Sempio. Quella fase viene successivamente archiviata, mentre nel 2025 una nuova inchiesta torna a concentrarsi sullo stesso soggetto e conduce a ulteriori accertamenti genetici, dattiloscopici e documentali.

È all’interno di questo percorso che nel 2026 emergono elementi differenti per natura e significato, ma accomunati da un dato: non riguardano soltanto ciò che viene scoperto oggi, bensì il modo in cui alcune attività vengono svolte, documentate o conservate negli anni precedenti. La nuova indagine finisce così per assumere anche una funzione retrospettiva, perché permette di riesaminare non soltanto le prove, ma la storia tecnica delle prove stesse.

Questo non significa che ogni elemento emerso nel 2026 dimostri automaticamente un errore, un’omissione o una manipolazione. I diversi episodi devono essere distinti tra loro e valutati secondo il loro specifico contesto. Ciò che cambia è la possibilità di ricostruire con maggiore precisione quali dati vengono prodotti, quali materiali restano disponibili, quali documenti entrano nel fascicolo e quali rimangono invece negli archivi tecnici.

Gli eluiti smaltiti nel settembre 2016

Uno dei temi più rilevanti riguarda gli eluiti, cioè le soluzioni liquide ottenute durante le procedure di estrazione del DNA dai reperti biologici. La distinzione tra reperto originario ed eluito diventa centrale perché il RIS considera questi ultimi intermedi di lavorazione, mentre il reperto giudiziario resta il materiale dal quale l’estratto viene ricavato.

Dalla documentazione riesaminata emerge che gli eluiti relativi al caso Garlasco vengono conservati per anni all’interno di un freezer dedicato presso il RIS di Parma. Tra questi figurano estratti provenienti dall’intonaco indicato come “33dattilo”, dal reperto denominato “97F” e dai prelievi effettuati sui frammenti ungueali di Chiara Poggi.

La loro eliminazione viene collocata nella seconda metà di settembre 2016. La ricostruzione non consente di individuare un singolo giorno, ma la documentazione fotografica permette di seguire alcune fasi della procedura: il freezer viene rimosso dalla sua sede operativa il 15 settembre, mentre immagini del 20 e del 30 settembre documentano operazioni collegate allo smaltimento.

Il RIS sostiene che gli eluiti non costituiscano reperti giudiziari autonomi e che, proprio per questa ragione, la loro eliminazione non richieda una specifica autorizzazione dell’autorità giudiziaria. La posizione viene oggi riesaminata dalla Procura, che acquisisce la documentazione relativa alla gestione dei materiali per comprendere esattamente quale sia stato il percorso seguito.

La cronologia introduce però un elemento ulteriore. Il 30 settembre 2016 la difesa di Alberto Stasi affida formalmente a una società investigativa privata l’incarico di svolgere nuove indagini sul caso. Nei giorni e nelle settimane successive l’attività si concentra progressivamente su Andrea Sempio, attraverso la rilettura degli atti, gli accertamenti sulle sue dichiarazioni e, successivamente, la ricerca di materiale biologico utile a ottenere un profilo genetico.

Non è possibile stabilire, sulla base degli elementi disponibili, che l’avvio di quelle attività preceda lo smaltimento degli eluiti. Le due sequenze temporali si collocano però a distanza estremamente ravvicinata: la procedura di eliminazione avviene nella seconda metà di settembre, mentre l’incarico investigativo viene formalizzato alla fine dello stesso mese. La prima attività documentata di osservazione diretta su Sempio risale invece al 26 ottobre.

Il dato richiede quindi cautela. La coincidenza cronologica non dimostra alcun collegamento tra lo smaltimento e le successive indagini difensive, ma consente di comprendere quanto rapidamente il caso torni a essere oggetto di nuove verifiche proprio mentre una parte degli estratti genetici conservati viene eliminata.

Le corse elettroforetiche negative sui pedali della bicicletta

Un secondo elemento riguarda le analisi biologiche eseguite nel 2007 sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi. I dati grezzi recuperati e riesaminati durante la nuova fase investigativa mostrano l’esistenza di due corse elettroforetiche del 20 settembre 2007 che non producono un risultato genetico utile, dopo precedenti analisi dalle quali viene ricavato un profilo attribuito a Chiara Poggi.

Il punto non consiste semplicemente nella presenza di risultati differenti. Le analisi genetiche possono produrre esiti diversi per molte ragioni, tra cui quantità del campione, degradazione, condizioni tecniche e caratteristiche del materiale. Ciò che assume rilievo nel 2026 è il fatto che questi risultati negativi emergono dai raw data conservati nei sistemi del RIS e non risultano nella documentazione processuale esaminata dagli attuali inquirenti.

La questione coinvolge quindi due piani distinti. Il primo è scientifico: occorre comprendere quale significato attribuire alla discordanza tra i diversi risultati e se questa incida sulla lettura originaria dell’analisi. Il secondo è documentale: bisogna ricostruire in che modo quei risultati vengono gestiti e se vengono comunicati ai soggetti che partecipano al procedimento.

Uno dei consulenti della difesa Stasi dell’epoca afferma nel 2026 di non aver ricevuto quei tracciati negativi e sostiene che, se fossero stati conosciuti, la discrepanza avrebbe richiesto ulteriori approfondimenti. La posizione viene contestata da chi ritiene che il risultato positivo precedente conservi comunque il proprio valore e che gli esiti successivi non siano automaticamente incompatibili con esso.

Anche in questo caso, quindi, la nuova verifica non produce da sola una risposta definitiva. Introduce però un problema metodologico preciso: quando un’analisi genera risultati discordanti, la ricostruzione del percorso scientifico dipende anche dalla conservazione e dalla disponibilità dei dati grezzi.

È proprio grazie alla sopravvivenza di quei file che nel 2026 diventa possibile osservare accertamenti che, a quasi vent’anni di distanza, assumono un significato nuovo all’interno del caso.

La valutazione psicologica mai depositata

Tra i documenti acquisiti nel settembre 2026 compare anche una valutazione psicologica relativa ad Alberto Stasi. Il testo si sviluppa in tredici pagine articolate in diciassette punti e presenta nell’intestazione il nome della psicologa e criminologa Alessandra Bramante.

Il documento utilizza come materiale di riferimento alcuni verbali resi da Stasi nell’agosto 2007 e contiene considerazioni sulla sua personalità e sul comportamento mostrato durante le dichiarazioni. Non presenta però una data né una firma autografa e non risulta inserito nel fascicolo processuale originario.

La Procura acquisisce il documento presso il RIS di Parma durante gli approfondimenti condotti nel 2026. L’aspetto più rilevante emerge quando la professionista indicata nell’intestazione nega di aver redatto un profilo personologico su Stasi e precisa che le proprie relazioni vengono normalmente datate e firmate.

Da quel momento la questione cambia natura. Non si tratta più soltanto di capire perché una valutazione psicologica non entra nel fascicolo, ma di ricostruire l’origine stessa del documento, chi lo produce materialmente, con quale incarico, attraverso quali passaggi e per quale finalità.

La sua esistenza non dimostra che quelle considerazioni abbiano influenzato direttamente le decisioni investigative o processuali. Allo stato degli accertamenti, questo collegamento non può essere dato per acquisito. Il documento mostra però che negli archivi tecnici rimane materiale che non compare nella documentazione processuale e la cui provenienza necessita oggi di chiarimenti.

Il problema assume particolare importanza perché una valutazione personologica non costituisce un dato scientifico equivalente a una traccia biologica o a un’impronta. È un’elaborazione interpretativa e, proprio per questo, l’identità dell’autore, il mandato ricevuto e le modalità di produzione diventano elementi essenziali per stabilirne significato e valore.

Le mail interne del RIS sulle impronte di scarpa

Il 6 ottobre 2026 emerge un ulteriore nucleo documentale: una serie di comunicazioni interne del RIS relative alla relazione sulle impronte di scarpa repertate nell’abitazione di Chiara Poggi.

Tra le mail mostrate compare uno scambio dell’agosto 2008 tra Luciano Garofano e Aldo Mattei. Nel messaggio viene commentata una bozza tecnica e vengono suggerite modifiche nella formulazione del testo, con l’obiettivo di renderlo più semplice e diretto per la successiva lettura giudiziaria. All’interno dello stesso scambio compare anche un riferimento alla possibilità di approfondire l’unicità del disegno della suola e di formulare, con cautela, una valutazione sulla misura.

Il giorno successivo viene trasmessa una versione rielaborata nella quale compare una valutazione di compatibilità tra le tracce e la misura di scarpa di Alberto Stasi, collegata anche all’incompletezza delle impronte.

Il significato di queste comunicazioni deve essere separato dalla loro semplice esistenza. Le mail dimostrano che la formulazione della relazione tecnica viene discussa internamente e sottoposta a revisione prima della versione definitiva. Questo, isolatamente, non prova che i risultati scientifici vengano falsificati o modificati.

La questione investigativa riguarda piuttosto il rapporto tra dato tecnico e interpretazione. Una relazione scientifica non è composta soltanto da misurazioni, ma contiene inevitabilmente anche una parte valutativa nella quale i risultati vengono tradotti in conclusioni comprensibili per l’autorità giudiziaria. Se il linguaggio utilizzato viene modificato, diventa quindi necessario comprendere se cambia soltanto la forma espositiva oppure anche il grado di certezza attribuito alle conclusioni.

Le comunicazioni riemerse nel 2026 permettono oggi di osservare questo processo dall’interno. Proprio per questo assumono interesse nell’ambito della ricostruzione complessiva delle attività svolte dal RIS nel caso Garlasco.

L’Obti test negativo sui pedali

Le verifiche compiute nel 2026 sulla documentazione conservata negli archivi del RIS di Parma aggiungono ulteriori elementi alla ricostruzione degli accertamenti eseguiti nel settembre 2007 sui pedali della bicicletta Umberto Dei di Alberto Stasi. Dopo l’emersione delle due corse elettroforetiche del 20 settembre, entrambe prive di un profilo genetico utilizzabile sul campione che il giorno precedente restituisce il DNA attribuito a Chiara Poggi, viene individuata anche documentazione tecnica che consente di ricostruire altri passaggi delle analisi effettuate in quei giorni.

Tra i materiali acquisiti dalla Procura di Pavia compare un appunto manoscritto datato 20 settembre 2007 e riconducibile all’allora capitano del RIS Alberto Marino. Il documento descrive l’esame dei due pedali dopo il loro smontaggio e annota la presenza di alcune tracce brune. Sul pedale con vite destrorsa vengono individuate almeno due tracce che reagiscono positivamente al Combur test; una reazione analoga viene registrata su una traccia presente sul pedale con vite sinistrorsa.

Il Combur test costituisce però un esame preliminare. Una reazione positiva segnala la possibile presenza di materiale compatibile con sangue, ma non consente da sola di stabilire definitivamente la natura della sostanza osservata. Proprio sull’ultima delle tracce descritte nell’appunto viene quindi effettuato un ulteriore accertamento, indicato nella documentazione come Obti test.

Il risultato annotato è negativo.

Questo passaggio modifica la lettura complessiva degli accertamenti senza consentire, tuttavia, di sintetizzarlo semplicemente nell’affermazione secondo cui sui pedali non vi sarebbe sangue. Il dato documentato è più circoscritto: almeno una delle tracce brune che produce una reazione positiva al test preliminare viene sottoposta all’Obti test e restituisce esito negativo. Il risultato assume particolare interesse perché non risulta riportato nella relazione tecnica depositata all’epoca e perché viene ottenuto nello stesso giorno in cui vengono eseguite le due corse elettroforetiche che non confermano il profilo genetico evidenziato il 19 settembre.

I differenti risultati devono essere mantenuti distinti. Il test relativo alla possibile natura ematica della traccia e l’analisi genetica rispondono infatti a domande diverse: il primo riguarda la natura del materiale esaminato, mentre la seconda cerca di ottenere e identificare un profilo DNA. Un Obti negativo non cancella automaticamente un risultato genetico ottenuto in precedenza, così come il rinvenimento di DNA non dimostra necessariamente che quel materiale genetico provenga da sangue. È proprio la sovrapposizione di questi piani a rendere particolarmente delicata la nuova ricostruzione degli accertamenti sui pedali.

Il campione “bu_p_bis” e la componente di DNA maschile

A questo elemento si aggiunge un secondo documento rintracciato nel corso delle acquisizioni effettuate nel 2026. L’11 settembre la Procura di Pavia acquisisce presso il RIS di Parma un foglio di lavoro datato 26 settembre 2007 relativo a un campione identificato con la sigla “bu_p_bis”. La sigla si inserisce nella serie dei prelievi collegati alle operazioni di ispezione dei pedali, che proseguono anche dopo il 24 settembre, giorno in cui viene depositata la relazione tecnica dell’epoca.

Il foglio contiene uno schema di quantificazione del DNA nel quale il campione “bu_p_bis” presenta una componente indicata come DNA umano e una componente indicata come DNA maschile. Nella documentazione emergono valori di quantificazione distinti per le due componenti. Il foglio di lavoro, tuttavia, non risulta rinvenibile nelle relazioni tecniche o nei verbali che compongono la documentazione già conosciuta del procedimento.

La presenza di una componente genetica maschile richiede particolare cautela interpretativa. Il dato, allo stato delle informazioni disponibili, non corrisponde all’identificazione di un profilo genetico individuale e non permette di attribuire quel materiale ad Alberto Stasi, Andrea Sempio o a qualsiasi altro soggetto. La quantificazione segnala esclusivamente che nel campione viene rilevata una componente di DNA riconducibile al sesso maschile. Per trasformare una quantità di materiale genetico in un’identificazione sarebbe necessario disporre di un profilo sufficientemente informativo e successivamente confrontarlo con campioni di riferimento.

Non è inoltre possibile sovrapporre automaticamente il campione “bu_p_bis” al materiale esaminato nei giorni precedenti. Le operazioni sui pedali generano diversi prelievi contrassegnati da sigle simili e i consulenti della Procura ricostruiscono un’attività di campionamento che continua oltre il deposito della relazione del 24 settembre. Il punto rilevante diventa quindi non soltanto quale materiale venga individuato, ma anche a quale specifico prelievo appartenga, quando venga raccolto, quali analisi vengano effettuate e quale documentazione venga successivamente trasmessa nel fascicolo.

Una sequenza di accertamenti più complessa

Le nuove acquisizioni rendono così più articolata la cronologia degli esami. Il 19 settembre il campione denominato “bu_p” restituisce un profilo attribuito a Chiara Poggi. Il giorno successivo vengono effettuate due nuove corse elettroforetiche che non restituiscono un risultato analogo. Nella stessa data viene documentato anche l’Obti test negativo effettuato su una delle tracce brune individuate sul pedale. Nei giorni successivi le ispezioni e i campionamenti proseguono e il 26 settembre compare il campione “bu_p_bis”, per il quale viene registrata anche una componente di DNA maschile.

È questa successione, più che ciascun risultato considerato isolatamente, a diventare oggetto delle nuove valutazioni. I consulenti incaricati dalla Procura non ritengono infatti che le corse negative del 20 settembre annullino automaticamente il profilo ottenuto il giorno precedente. Il risultato che attribuisce a Chiara Poggi il DNA rilevato nel primo campione continua a essere considerato tecnicamente attendibile. Viene però riconosciuto che la discordanza con gli esiti successivi avrebbe richiesto un approfondimento specifico, del quale nella documentazione finora esaminata non risulta traccia.

L’emersione dell’Obti negativo e del foglio di lavoro relativo al “bu_p_bis” amplia ulteriormente questo problema metodologico. La questione non riguarda soltanto la presenza o l’assenza di un determinato profilo genetico, ma la possibilità di ricostruire integralmente il percorso analitico seguito dal RIS, comprendendo quali test vengano eseguiti, quali risultati producano, come vengano interpretati e quali informazioni confluiscano effettivamente nelle relazioni destinate agli inquirenti e successivamente alle parti processuali.

La documentazione recuperata nel 2026 non consente quindi di affermare che il DNA di Chiara Poggi sui pedali sia inesistente o che il precedente accertamento sia definitivamente smentito. Allo stesso modo, la presenza di DNA maschile nel campione “bu_p_bis” non individua un nuovo soggetto sulla bicicletta. Ciò che emerge è invece una sequenza analitica più complessa rispetto a quella conosciuta durante il processo, nella quale risultati differenti e ulteriori fogli di lavoro richiedono oggi di essere letti insieme e ricostruiti nella loro corretta successione.

La documentazione che non confluisce nelle relazioni originarie

Il nodo assume particolare rilevanza perché parte della documentazione relativa agli accertamenti sui pedali non risulta confluita nelle relazioni tecniche disponibili nel procedimento originario. È questo il punto che accomuna l’appunto contenente l’Obti test negativo, le corse elettroforetiche del 20 settembre e il successivo foglio di lavoro relativo al campione “bu_p_bis”: elementi prodotti nell’ambito delle attività di laboratorio che emergono nuovamente nel 2026 attraverso il recupero dei materiali conservati negli archivi del RIS.

Il dato non consente, da solo, di stabilire per quale ragione determinate informazioni non vengano riportate nella documentazione successivamente depositata, né permette di attribuire automaticamente a questa circostanza un significato intenzionale. Consente però di ricostruire con maggiore precisione la sequenza degli accertamenti compiuti sui pedali e di confrontare ciò che viene materialmente prodotto durante le analisi con ciò che entra effettivamente nel fascicolo processuale.

Nel quadro delle nuove verifiche, i pedali della bicicletta diventano quindi uno dei punti attraverso i quali viene riesaminata la completezza della documentazione scientifica del 2007. Il problema non riguarda soltanto il significato dei singoli risultati, ma la possibilità di ricostruire integralmente il percorso che conduce dal reperto al dato di laboratorio e dal dato alla relazione tecnica.

Un problema di conservazione, trasmissione e interpretazione

Il caso dei pedali si inserisce però in un quadro più ampio. Eluiti smaltiti, dati grezzi conservati, documenti non depositati e comunicazioni interne appartengono a categorie profondamente diverse e non possono essere riuniti sotto una definizione generica di “prove nascoste” senza perdere la specificità di ciascun elemento.

Gli eluiti riguardano la conservazione materiale dei prodotti derivati dalle analisi genetiche. Le corse elettroforetiche negative e gli altri raw data riguardano invece informazioni scientifiche che continuano a esistere negli archivi digitali anche quando non compaiono nelle relazioni finali. La valutazione psicologica pone un problema differente, legato alla provenienza, all’attribuzione e al ruolo assunto nel procedimento. Le comunicazioni interne del RIS sulle impronte mostrano infine il processo attraverso il quale un dato tecnico viene discusso, interpretato e trasformato in una formulazione destinata agli atti.

Il denominatore comune non è quindi l’esistenza di una categoria omogenea di materiale omesso, ma la possibilità di ricostruire il percorso attraverso il quale le informazioni vengono prodotte, conservate, selezionate e trasmesse. Le verifiche del 2026 permettono di osservare non soltanto il risultato finale delle indagini, ma anche alcuni dei passaggi intermedi che conducono alla formazione di quel risultato.

Questo aspetto assume particolare importanza in un procedimento complesso come quello di Garlasco, nel quale una parte rilevante della ricostruzione giudiziaria deriva dall’interazione tra elementi scientifici, valutazioni tecniche e interpretazioni investigative. Quando nuovi documenti consentono di ricostruire più dettagliatamente quella catena, anche elementi già conosciuti possono essere riletti all’interno di un contesto differente.

La rilettura, tuttavia, non equivale automaticamente a una smentita delle conclusioni processuali precedenti. Alberto Stasi rimane condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi, mentre Andrea Sempio è al centro di una nuova indagine distinta. Gli elementi emersi nel 2026 devono quindi essere valutati all’interno dei rispettivi procedimenti e secondo le regole previste per ciascun accertamento.

Ciò che le nuove verifiche possono realmente cambiare

Il significato degli sviluppi del 2026 non consiste, almeno allo stato attuale, nell’esistenza di una singola prova capace di riscrivere da sola il caso. Ciò che cambia è la quantità di informazioni disponibili sulla storia delle indagini e sulle modalità con cui alcune attività vengono svolte.

La possibilità di recuperare raw data non inseriti nella documentazione ordinariamente consultata, di rintracciare comunicazioni interne, di ricostruire la sorte degli estratti biologici e di individuare documenti mai depositati permette agli investigatori di interrogare nuovamente il materiale prodotto negli anni precedenti.

In questa prospettiva, la nuova indagine non guarda soltanto al 13 agosto 2007. Guarda anche al 2007 delle analisi scientifiche, al 2008 delle relazioni tecniche, al 2016 dello smaltimento degli eluiti e delle nuove attività difensive, fino alle acquisizioni documentali del 2026.

È proprio questa stratificazione temporale a rendere particolarmente complessa la fase attuale. Il caso non viene riesaminato attraverso una scena del crimine ancora intatta, ma attraverso materiali che hanno attraversato laboratori, procedimenti giudiziari, archivi e sistemi informatici per quasi vent’anni.

Alcuni elementi non esistono più. Altri sopravvivono sotto forma di dati grezzi. Altri ancora emergono da documenti rimasti per anni negli archivi tecnici. Ogni categoria richiede un metodo di lettura diverso e nessuna può essere automaticamente trasformata in una prova di colpevolezza, innocenza o irregolarità.

Le verifiche del 2026 mostrano però quanto sia decisiva, nelle indagini di lunga durata, la possibilità di ricostruire non soltanto ciò che viene analizzato, ma anche come viene analizzato, conservato e trasmesso.

La storia investigativa diventa parte dell’indagine

A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, una parte delle domande che attraversano il caso Garlasco non riguarda più soltanto ciò che accade nella villetta di via Pascoli il 13 agosto 2007. Riguarda anche ciò che accade dopo: nei laboratori, negli uffici investigativi, nelle consulenze e nei passaggi documentali che accompagnano il procedimento.

Gli sviluppi del 2026 trasformano così la storia delle indagini in un oggetto di indagine a sua volta. La Procura non si limita a recuperare nuovi elementi, ma ricostruisce il percorso seguito da quelli già esistenti, cercando di comprendere quali materiali vengono conservati, quali risultati vengono prodotti, quali informazioni vengono trasmesse e quali restano invece fuori dal fascicolo processuale.

Il quadro rimane aperto. Le verifiche sugli eluiti devono chiarire la correttezza delle procedure di smaltimento; i dati genetici dei pedali devono essere interpretati all’interno dell’intera sequenza analitica; l’origine della valutazione psicologica necessita ancora di una ricostruzione precisa; le mail interne del RIS devono essere valutate nel loro contesto tecnico e investigativo.

Nessuno di questi elementi, isolatamente, consente di anticipare l’esito delle nuove indagini o di modificare automaticamente una sentenza definitiva. Insieme, però, mostrano che il caso Garlasco continua a produrre interrogativi non soltanto sulle responsabilità dell’omicidio, ma anche sul modo in cui le informazioni scientifiche e investigative attraversano il tempo.

È questo uno degli aspetti più significativi della fase attuale: nel 2026 il problema non è soltanto trovare qualcosa di nuovo, ma comprendere meglio ciò che esiste già e ricostruire con precisione la storia attraverso la quale quel materiale arriva fino agli investigatori di oggi.

Menti Criminali
Panoramica privacy

Questo sito web utilizza i cookie in modo da poterti offrire la migliore esperienza utente possibile. Le informazioni sui cookie vengono memorizzate nel tuo browser e svolgono funzioni come riconoscerti quando torni sul nostro sito web e aiutare il nostro team a capire quali sezioni del sito web ritieni più interessanti e utili.