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Olya Galtsova: la ragazza che raccontò l’orrore di Spesivtsev

Olga Galtseva, conosciuta online anche come Olya Galtsova, viene trovata viva nell’appartamento di Alexander Spesivtsev nell’ottobre 1996. Gravemente ferita, ricostruisce la prigionia, la morte di Anastasia Burnaeva ed Evgenia Barashkina e il ruolo della famiglia Spesivtsev, lasciando una testimonianza centrale per comprendere gli ultimi delitti documentati del serial killer russo.

Di Samantha Lombardi 9 Settembre 2026 · 17 min di lettura

Novokuznetsk, Russia, 24 ottobre 1996 – Nell’appartamento 357 di Pionerskij Prospekt viene trovata viva la quindicenne Olga Galtseva, scomparsa da un mese insieme a due ragazze più giovani. Gravemente ferita, riesce a ricostruire la prigionia e gli ultimi delitti attribuiti ad Alexander Spesivtsev prima di morire in ospedale.

Olya Galtsova e Olga Galtseva: due forme dello stesso nome

Il nome con cui la ragazza diventa conosciuta fuori dalla Russia non coincide sempre con quello che compare nella documentazione originale del caso. Nelle fonti russe è indicata come Ольга Гальцева, forma normalmente traslitterata in Olga Galtseva, mentre Olya rappresenta il diminutivo di Olga. Nel tempo, soprattutto attraverso video, podcast e contenuti true crime pubblicati in altre lingue, si diffondono anche le varianti Olya Galtsova, Olia Galtsova e Olga Galtsova. Tutte indicano la stessa persona: Olga Vasilievna Galtseva, quindici anni nel 1996, una delle ultime vittime della serie di delitti attribuiti ad Alexander Spesivtsev.

La distinzione non è soltanto linguistica. La circolazione di traslitterazioni differenti contribuisce infatti a frammentare le informazioni disponibili sulla ragazza, al punto che chi cerca Olya Galtsova può incontrare ricostruzioni apparentemente separate da quelle dedicate a Olga Galtseva. Ricondurre le diverse forme allo stesso nome permette invece di ricomporre una documentazione che comprende le dichiarazioni rese dopo il ritrovamento, le testimonianze di persone che la conoscono, elementi medico-legali e materiale proveniente dal procedimento contro Spesivtsev e i componenti della sua famiglia.

La storia di Olga viene spesso raccontata partendo dall’appartamento 357, come se la sua identità cominciasse nel momento in cui entra nell’abitazione di Spesivtsev. Gli atti del procedimento, ripresi anche dalla stampa locale russa attraverso documentazione giudiziaria resa nuovamente accessibile negli ultimi anni, conservano invece alcuni elementi della sua vita precedente, utili a restituire alla ragazza una dimensione distinta dal ruolo che assume nell’indagine.

Chi è Olga Galtseva prima dell’incontro con Spesivtsev

Olga ha quindici anni, frequenta la scuola e vive a Novokuznetsk. Le testimonianze delle persone che la conoscono la descrivono come una ragazza socievole, disponibile e attenta agli altri, ben inserita nel proprio ambiente scolastico e capace di difendersi quando necessario. Pratica pallavolo e partecipa ad attività di escursionismo, dettagli ordinari che acquisiscono un significato particolare perché costituiscono alcune delle poche informazioni pubbliche che riguardano la sua vita indipendentemente dal crimine di cui diventa vittima.

Nel settembre 1996 Olga si trova ricoverata in un ospedale di Novokuznetsk per accertamenti medici. Durante la permanenza conosce due ragazze più giovani, Anastasia “Nastya” Burnaeva ed Evgenia “Zhenya” Barashkina, entrambe tredicenni. Le tre adolescenti trascorrono del tempo insieme e stabiliscono rapidamente un rapporto di amicizia all’interno del reparto.

Il 24 settembre decidono di uscire temporaneamente dall’ospedale per cercare delle batterie destinate a un lettore musicale. Si dirigono verso alcuni chioschi della zona, compiendo un’azione che non presenta alcun elemento di particolare rischio e che, proprio per la sua normalità, diventa centrale nella ricostruzione successiva. Le tre ragazze non stanno cercando un incontro, non conoscono Alexander Spesivtsev e non hanno motivo di raggiungere la sua abitazione.

Durante il percorso vengono avvicinate da una donna anziana, minuta, che sostiene di avere problemi con la serratura della propria abitazione e chiede loro di aiutarla ad aprire la porta. La donna è Lyudmila Spesivtseva, madre di Alexander.

La richiesta appare credibile e non presenta, agli occhi delle ragazze, caratteristiche tali da suggerire un pericolo immediato. Le adolescenti accettano quindi di seguirla. Proprio la disponibilità ad aiutare una persona apparentemente in difficoltà, caratteristica che le persone vicine a Olga riconoscono anche nelle testimonianze successive, diventa il mezzo attraverso il quale lei, Anastasia ed Evgenia arrivano davanti all’appartamento 357.

24 settembre 1996: l’ingresso nell’appartamento 357

L’edificio si trova in Pionerskij Prospekt, nel centro di Novokuznetsk, e non presenta all’esterno elementi che distinguano l’abitazione dalle altre di un comune stabile residenziale di nove piani. Quando le ragazze raggiungono l’appartamento, comprendono però rapidamente che la situazione è diversa da quella descritta dalla donna che le ha condotte fino alla porta.

All’interno si trova Alexander Spesivtsev, accompagnato da un grosso cane. Alle ragazze l’uomo si presenta con il nome di Andrei. La presenza dell’animale contribuisce a impedire loro di allontanarsi e, una volta entrate, le adolescenti chiedono di essere lasciate andare. La richiesta non viene accolta.

La ricostruzione di ciò che accade nelle ore successive deriva in larga parte dalle dichiarazioni che Olga riesce a rendere agli investigatori dopo il ritrovamento. Anastasia tenta di reagire. Approfittando di un momento in cui Spesivtsev si sposta tra le stanze, propone alle altre ragazze di colpirlo con una bottiglia; quando l’uomo ritorna, Nastya cerca effettivamente di aggredirlo, ma il colpo non lo neutralizza. Spesivtsev reagisce contro di lei e la tredicenne viene uccisa.

Per Olga ed Evgenia comincia a quel punto una prigionia che prosegue per settimane. Le ragazze non possono lasciare l’abitazione, vengono controllate e legate e sono sottoposte a violenze fisiche, sessuali e psicologiche. Spesivtsev utilizza ciò che accade ad Anastasia anche come strumento di coercizione nei confronti delle altre due adolescenti, mostrando loro concretamente quali possono essere le conseguenze di qualsiasi tentativo di resistenza.

L’appartamento diventa quindi non soltanto il luogo nel quale vengono trattenute, ma uno spazio completamente controllato dall’aggressore, nel quale la possibilità di chiedere aiuto o raggiungere l’esterno è sostanzialmente annullata.

Un mese di prigionia e il controllo sulle due ragazze

Le dichiarazioni rese da Olga permettono agli investigatori di ricostruire aspetti che la sola analisi della scena del crimine non sarebbe in grado di spiegare. Spesivtsev sottopone le ragazze a ripetute aggressioni, le costringe ad assistere e a partecipare al trattamento del corpo di Anastasia e utilizza continuamente la minaccia della morte per controllarne il comportamento.

Gli elementi più estremi della sua testimonianza riguardano lo smembramento dei corpi e gli episodi di cannibalismo. Olga riferisce che Spesivtsev prepara cibo utilizzando resti umani e costringe le prigioniere a consumarlo, oltre a darne al cane. Il dato non rappresenta un elemento accessorio della vicenda, né assume rilievo soltanto per la sua eccezionalità: contribuisce invece a definire il tipo di coercizione esercitato nell’appartamento e costituisce una parte della ricostruzione delle condotte attribuite all’uomo.

Durante la prigionia Olga riferisce inoltre la presenza di Lyudmila Spesivtseva. La posizione della donna assume un peso particolare perché è proprio lei, nella ricostruzione della ragazza, ad avvicinare le tre adolescenti il 24 settembre e a condurle fino alla casa del figlio con il pretesto della serratura difettosa. La documentazione giudiziaria relativa alla madre di Spesivtsev ricostruisce successivamente anche il suo coinvolgimento nell’occultamento dei resti delle vittime. Nel procedimento degli anni Novanta Lyudmila viene riconosciuta colpevole di complicità in tre omicidi e riceve una condanna a tredici anni di reclusione.

Più complessa è la posizione di Nadezhda Spesivtseva, sorella maggiore di Alexander. Olga dichiara di vederla nell’appartamento e le ricostruzioni relative al caso collocano Nadezhda nella casa quando le tre ragazze vi arrivano. La donna fornisce tuttavia una versione differente sulla frequenza delle proprie visite e sul periodo in cui si trova effettivamente nell’abitazione. Gli investigatori tentano di accertarne le responsabilità e Nadezhda trascorre anche un periodo in custodia, ma il procedimento non porta a una condanna per gli omicidi. La differenza rispetto alla posizione della madre è quindi sostanziale: per Lyudmila viene accertata giudiziariamente una responsabilità, mentre per Nadezhda gli elementi raccolti non conducono all’applicazione di una pena.

Verso la metà di ottobre le condizioni di Evgenia peggiorano dopo una nuova aggressione. Olga riferisce che il 18 ottobre la tredicenne non respira più e che tenta a lungo di rianimarla praticandole la respirazione artificiale. Il tentativo non riesce e Zhenya muore nell’appartamento.

Dopo la morte dell’amica, Olga rimane l’unica delle tre ragazze ancora viva.

24 ottobre 1996: la scoperta dell’appartamento

La liberazione di Olga non deriva dall’identificazione di Spesivtsev attraverso un’indagine sulle sparizioni, ma da un problema relativo all’impianto di riscaldamento del palazzo. Nell’ottobre 1996 alcuni residenti segnalano anomalie nella temperatura dei termosifoni e i tecnici incaricati dei controlli verificano progressivamente gli appartamenti dell’edificio.

L’abitazione numero 357 rimane l’unica alla quale non riescono ad accedere. Il 20 ottobre iniziano i tentativi di contattare l’occupante e nei giorni successivi i tecnici tornano più volte senza riuscire a entrare. Il 24 ottobre si presentano nuovamente, questa volta accompagnati da un agente di quartiere.

Dall’interno un uomo risponde ma sostiene di non poter aprire. A quel punto la porta viene forzata. Una volta entrati, gli uomini percepiscono immediatamente la presenza di materiale in decomposizione e iniziano a controllare le stanze. Da una camera chiusa provengono dei suoni; quando la porta viene aperta, sul pavimento si trova Olga Galtseva, ancora viva e in condizioni disperate.

All’interno dell’appartamento vengono contemporaneamente individuati resti umani e numerosi oggetti che trasformano l’abitazione in una scena del crimine complessa. Nel bagno viene rinvenuta parte di un corpo; le successive operazioni di repertazione portano alla raccolta di ulteriori resti e di una quantità considerevole di materiale che richiede mesi di catalogazione e analisi.

Spesivtsev riesce nel frattempo ad allontanarsi dall’edificio passando attraverso il tetto e sfugge al primo intervento delle autorità. Viene rintracciato poco dopo. La priorità immediata, tuttavia, riguarda Olga, che viene trasferita in ospedale e sottoposta a interventi medici nel tentativo di stabilizzarne le condizioni.

Le valutazioni medico-legali descrivono una situazione estremamente grave. La ragazza presenta una profonda ferita all’addome, traumi al torace con interessamento degli organi interni, trauma cranico, ustioni, fratture e numerose ecchimosi e abrasioni. La documentazione ripresa dagli atti indica almeno ventinove azioni traumatiche riconoscibili attraverso le lesioni. Nell’organismo viene inoltre rilevata amitriptilina, principio attivo di un farmaco antidepressivo che compare anche nelle dichiarazioni relative alle sostanze utilizzate da Spesivtsev sulle vittime.

La testimonianza resa in ospedale

Nonostante le condizioni cliniche, Olga rimane cosciente e riesce a parlare con gli investigatori. Il suo interrogatorio occupa diverse pagine e viene condotto mentre la ragazza si trova ricoverata. Una ricostruzione della stampa locale russa pubblicata nel 2026, basata su estratti del fascicolo penale e su documentazione giudiziaria, indica nove pagine di dichiarazioni raccolte nelle ore successive alla liberazione.

Olga racconta l’incontro con Lyudmila, il percorso fino all’appartamento, la presenza di Alexander, il nome falso Andrei, la morte di Anastasia, la prigionia propria e di Evgenia, le violenze, ciò che viene imposto alle ragazze e la morte della seconda amica. Descrive inoltre le persone che entrano nell’abitazione e permette agli investigatori di mettere a confronto ciò che riferisce con quanto viene materialmente rinvenuto durante l’ispezione.

Il valore della sua deposizione non consiste quindi nell’aver semplicemente indicato Spesivtsev come aggressore. Quando Olga viene trovata, l’appartamento contiene già elementi sufficienti a determinare l’apertura di una vasta indagine e Spesivtsev è già il soggetto ricercato. La testimonianza permette invece di ricostruire la dinamica interna degli ultimi delitti, di stabilire come le tre ragazze arrivano nella casa e di comprendere il ruolo svolto dalle altre persone presenti nell’ambiente familiare dell’uomo.

Particolarmente importante è ciò che Olga riferisce su Lyudmila Spesivtseva. La madre di Alexander non compare nella sua narrazione come una figura periferica che scopre soltanto in seguito ciò che accade nell’appartamento: è la persona che avvicina le ragazze e le conduce fisicamente fino alla porta. Questo elemento si integra con il materiale raccolto nell’indagine sul successivo occultamento dei resti e contribuisce alla ricostruzione giudiziaria che porta alla condanna della donna.

La deposizione di Olga non può tuttavia essere estesa automaticamente a tutti i delitti attribuiti a Spesivtsev. La ragazza entra nell’appartamento il 24 settembre e può testimoniare direttamente soltanto ciò che osserva da quel momento. Il suo racconto assume quindi un valore specifico per Anastasia Burnaeva, Evgenia Barashkina e per la propria prigionia, mentre l’identificazione delle altre vittime richiede un percorso investigativo indipendente che prosegue per decenni.

La morte di Olga Galtseva

I medici tentano di salvarla, ma le lesioni sono troppo estese. Olga muore in ospedale pochi giorni dopo il ritrovamento senza riuscire a lasciare la struttura sanitaria nella quale viene ricoverata il 24 ottobre.

Le ricostruzioni pubbliche non coincidono completamente sulla causa clinica immediata né sul numero esatto di giorni trascorsi tra la liberazione e la morte. La documentazione del procedimento ripresa nel 2026 dalla stampa locale russa indica una sindrome da distress respiratorio collegata al grave shock dell’organismo provocato dalle lesioni. Altre ricostruzioni riportano invece peritonite ed edema polmonare e collocano la morte tre giorni dopo l’ingresso in ospedale.

In assenza della cartella clinica primaria integralmente disponibile, la formulazione più corretta rimane quella che distingue i dati certi dalle divergenze successive: Olga viene trovata viva il 24 ottobre 1996, viene ricoverata con lesioni gravissime e muore poco tempo dopo per le conseguenze delle violenze subite. L’incertezza riguarda l’indicazione clinica specifica e la data esatta della morte, non il rapporto tra le lesioni riportate durante la prigionia e il decesso.

Tra gli oggetti che vengono restituiti alla madre ci sono anche gli orecchini appartenenti a Olga. La testimonianza materna conservata negli atti riferisce che la ragazza li tiene stretti nel pugno dopo il ricovero e li lascia soltanto quando i medici devono procedere con l’intervento chirurgico. Gli orecchini risultano deformati e uno presenta macchie brunastre.

Il particolare non aggiunge elementi alla responsabilità penale di Spesivtsev e non modifica la ricostruzione dell’indagine, ma conserva un valore documentario diverso: collega direttamente la ragazza trovata nell’appartamento alla sua vita precedente al 24 settembre, quando entra in ospedale indossando quegli stessi oggetti.

Dalle prove degli anni Novanta alle nuove indagini del 2024

Il caso Spesivtsev presenta per molti anni una distanza considerevole tra il numero di vittime ipotizzato nelle indagini e quello che gli investigatori riescono a dimostrare attraverso prove utilizzabili nel procedimento. Nell’appartamento e in altri luoghi collegati all’indagine vengono recuperati numerosi resti umani, ma le possibilità tecniche della seconda metà degli anni Novanta non permettono di attribuire con precisione ogni reperto a una persona determinata.

L’identificazione attraverso analisi genetiche richiede inoltre risorse e tecnologie che all’epoca non sono facilmente disponibili. Di conseguenza, una parte dei resti viene conservata senza che sia possibile arrivare immediatamente a una ricostruzione individuale completa. Per anni questo limite alimenta anche una considerevole confusione pubblica sul numero delle vittime, con cifre molto differenti che circolano nelle ricostruzioni giornalistiche e nei contenuti dedicati al serial killer.

Il quadro giudiziario cambia nel 2024, quando il procedimento relativo a una serie di omicidi del 1996 viene nuovamente esaminato. Gli investigatori sottopongono i reperti conservati a centinaia di nuove analisi, comprese indagini molecolari e genetiche eseguite con strumenti non disponibili al momento del primo procedimento.

Gli esami consentono di stabilire che i resti presi in considerazione appartengono a quindici persone differenti, undici delle quali minorenni. Il Tribunale regionale di Kemerovo, il 21 maggio 2024, accerta la responsabilità di Spesivtsev per altri quindici omicidi commessi tra marzo e settembre 1996, oltre a un tentato omicidio relativo a un ragazzo che riesce a fuggire dall’appartamento.

Anche questo elemento modifica la conoscenza del caso. Il ragazzo, dodicenne nel 1996, viene individuato molti anni dopo e riferisce di essere stato attirato nell’abitazione, di aver assistito a violenze e di essere riuscito a scappare. La sua testimonianza si affianca alle nuove analisi scientifiche e contribuisce alla riapertura investigativa dei fatti rimasti senza una definizione giudiziaria completa per quasi tre decenni.

La valutazione psichiatrica di Spesivtsev rimane centrale anche nel nuovo procedimento. Il tribunale riconosce nuovamente la presenza della patologia psichiatrica già accertata e dispone l’applicazione di misure mediche coercitive in una struttura specializzata. Il risultato del 2024 non consiste quindi in una pena detentiva ordinaria, ma in un nuovo provvedimento giudiziario che stabilisce la responsabilità per ulteriori omicidi e mantiene il regime di trattamento psichiatrico obbligatorio.

Il ruolo reale della testimonianza di Olya Galtsova

La successiva estensione della responsabilità giudiziariamente accertata di Spesivtsev permette di valutare con maggiore precisione anche il ruolo di Olga. Definirla semplicemente “la ragazza che fa arrestare Spesivtsev” produce una ricostruzione efficace dal punto di vista narrativo ma inesatta sotto il profilo storico e investigativo.

La scoperta dell’appartamento avviene indipendentemente dalle sue dichiarazioni, in seguito all’intervento dei tecnici del riscaldamento e dell’agente di quartiere. Quando Olga comincia a parlare con gli investigatori, la scena del crimine è già stata individuata e Spesivtsev è già ricercato. Allo stesso modo, le quindici ulteriori vittime riconosciute nel procedimento del 2024 non vengono identificate grazie alla sua testimonianza, ma attraverso una nuova attività investigativa che comprende riesame dei reperti, analisi genetiche, verifica delle denunce di scomparsa e nuove testimonianze.

Il contributo di Olga è diverso e non richiede amplificazioni per assumere rilevanza. È l’unica delle tre ragazze entrate nell’appartamento il 24 settembre che viene trovata ancora viva e può spiegare direttamente ciò che accade all’interno della casa durante quel mese. Può descrivere il meccanismo utilizzato per attirarle, la condotta di Lyudmila, l’identità dell’uomo che si presenta come Andrei, la morte di Anastasia, la prigionia, la morte di Evgenia e le modalità con cui Spesivtsev esercita il controllo sulle proprie vittime.

Gli investigatori dispongono così di una testimonianza che può essere confrontata con i reperti dell’appartamento e con le dichiarazioni degli indagati. La scena del crimine mostra ciò che rimane materialmente delle condotte commesse; Olga permette di ricostruire la successione di una parte di quelle condotte e di attribuire significato a elementi che, isolati dal racconto di una testimone diretta, risultano molto più difficili da interpretare.

Il fatto che muoia poco dopo rende inoltre la sua deposizione un documento irripetibile. Non esistono interrogatori successivi nei quali sia possibile chiederle chiarimenti o verificare nuovi dettagli emersi nel corso delle indagini. Ciò che riesce a raccontare nelle ore trascorse in ospedale rimane quindi l’unica testimonianza diretta che Olga può lasciare sul mese trascorso nell’appartamento 357.

Oltre il nome di Spesivtsev

La memoria pubblica dei serial killer tende spesso a organizzarsi attorno al nome dell’autore dei crimini. Il responsabile diventa il punto attraverso il quale vengono indicizzati gli articoli, prodotti i documentari, costruite le ricostruzioni e ricordato l’intero caso, mentre le vittime vengono progressivamente ridotte a un numero complessivo oppure a una sequenza di nomi inserita nella biografia dell’assassino.

Olga Galtseva occupa una posizione particolare all’interno di questo meccanismo perché compare frequentemente come “ultima vittima” o come “unica vittima trovata viva” nell’appartamento di Spesivtsev. Entrambe le definizioni permettono di collocarla correttamente nella cronologia del caso, ma non esauriscono ciò che la documentazione rende possibile ricostruire.

Prima del 24 settembre Olga ha quindici anni, frequenta la scuola, pratica pallavolo e partecipa ad attività di escursionismo. Le persone che la conoscono la descrivono come disponibile verso gli altri e ben inserita tra i compagni. Si trova in ospedale per accertamenti, conosce due ragazze più giovani e con loro esce per cercare delle batterie. Accetta di aiutare una donna anziana che sostiene di non riuscire ad aprire la porta di casa.

Un mese dopo viene trovata ancora viva nell’appartamento 357.

Le condizioni sono disperate e i medici non riescono a salvarla, ma nel tempo che rimane Olga ricostruisce quanto accade a lei, ad Anastasia Burnaeva e a Evgenia Barashkina. Il suo racconto consente di collegare persone, azioni e reperti, contribuisce a chiarire il ruolo di Lyudmila Spesivtseva e conserva dall’interno la sequenza degli ultimi delitti scoperti nell’abitazione.

Le indagini successive ampliano enormemente il quadro e nel 2024 consentono di dimostrare altri quindici omicidi attraverso strumenti scientifici che nel 1996 non sono disponibili. La testimonianza di Olga non sostituisce quel lavoro e non deve essere trasformata in qualcosa che non è. Il suo significato rimane nella precisione del ruolo che effettivamente svolge: è la voce di una vittima che riesce a descrivere dall’interno un luogo del quale, senza di lei, resterebbero soprattutto reperti materiali e versioni fornite dagli stessi soggetti coinvolti.

Per questo Olya Galtsova, o più precisamente Olga Galtseva, non costituisce soltanto un capitolo della storia di Alexander Spesivtsev. La documentazione del caso permette di separare almeno in parte il suo nome da quello dell’uomo che la uccide e di ricostruire una persona che esiste prima dell’appartamento 357, che attraversa quel luogo come vittima e testimone e che, nelle ore successive alla liberazione, lascia agli investigatori una delle testimonianze più importanti sugli ultimi crimini scoperti a Novokuznetsk nell’ottobre 1996.

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