Dmitry Baksheev e Natalia Baksheeva: il caso dei cannibali di Krasnodar

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Cannibali di Krasnodar
Nel 2017 a Krasnodar, in Russia, l’arresto di Dmitry e Natalia Baksheev apre un’indagine per omicidio e presunto cannibalismo. Tra prove materiali, confessioni non verificate e amplificazione mediatica, il caso dei “cannibali di Krasnodar” resta sospeso tra realtà giudiziaria e costruzione simbolica del male.

Scheda archivio

Nome caso / serial killer Dmitry Baksheev e Natalia Baksheeva
Soprannome The Krasnodar Cannibals, The family of cannibals
Tipologia Serial Killer
Periodo / date 2017 – 2019
Luogo Krasnodar
Paese Russia
Vittime
Accertate 1
Modus operandi

Adescamento di vittime attraverso contatti personali e siti di incontri, omicidio con arma da taglio, smembramento del corpo, occultamento dei resti e presunte pratiche di cannibalismo.

Tabella dei Contenuti

Krasnodar, Russia, settembre 2017 – Il ritrovamento di un telefono cellulare conduce gli investigatori a Dmitry Baksheev e Natalia Baksheeva, accusati dell’omicidio di Elena Vakhrusheva e coinvolti in un caso che richiama l’attenzione internazionale per le accuse di cannibalismo. Le indagini distinguono fin dall’inizio tra gli elementi accertati e le numerose ipotesi diffuse durante il procedimento.

Il contesto in cui si sviluppa il caso

Krasnodar è una città della Russia meridionale che, nel 2017, diventa il centro di un’indagine destinata ad attirare l’attenzione nazionale e internazionale. Lontana dai principali poli politici del Paese, presenta un tessuto urbano composto da quartieri residenziali, strutture militari dismesse, dormitori e aree periferiche. È in questo contesto che vivono Dmitry Baksheev e Natalia Baksheeva, la coppia che verrà successivamente indicata dai media come i “cannibali di Krasnodar”.

Dmitry Baksheev nasce in Siberia il 28 gennaio 1982. Cresce come orfano e viene dato in adozione, ma il percorso familiare si interrompe precocemente: viene allontanato dalla famiglia affidataria prima della maggiore età. Questo dato, pur non costituendo di per sé un fattore causale, contribuisce a delineare un profilo di marginalità precoce e di assenza di radicamento stabile.

Natalia Baksheeva, nata Shaporenko, nasce nel 1975. Lavora per anni come infermiera nel dipartimento d’igiene della Krasnodar Higher Military Aviation School. Il rapporto di lavoro si interrompe a causa di problemi legati all’alcol, elemento che emerge anche successivamente nelle testimonianze raccolte durante le indagini.

La differenza d’età tra i due è di circa sette anni. Nonostante questo, si sposano rapidamente e dal 2012 vivono insieme in una stanza di un dormitorio scolastico, ereditata da Natalia dopo un precedente matrimonio.

Una coppia caratterizzata dall’isolamento

La coppia conduce uno stile di vita fortemente isolato. I contatti con l’esterno sono limitati e i rapporti con il vicinato rimangono superficiali. Dalle ricostruzioni disponibili non emergono frequentazioni stabili né una rete di relazioni in grado di offrire un punto di osservazione costante sulla loro quotidianità a Krasnodar.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Dmitry e Natalia condividono un abuso abituale di alcol e una vita priva di riferimenti lavorativi e sociali stabili. È in questo contesto che, secondo le loro stesse dichiarazioni, maturano fantasie violente e pratiche che comprendono l’uccisione e il consumo di carne umana.

È importante distinguere, fin da questo punto, tra ciò che viene accertato giudiziariamente e ciò che deriva dalle dichiarazioni degli imputati o dalle ricostruzioni giornalistiche. Il caso dei cannibali di Krasnodar è infatti caratterizzato da una marcata distanza tra le prove raccolte durante le indagini e la narrazione che si sviluppa successivamente sui media.

Tutto comincia da un telefono cellulare

L’indagine sui cannibali di Krasnodar prende avvio nell’ottobre 2017 in modo del tutto casuale. Dmitry Baksheev smarrisce il proprio telefono cellulare in strada. Il dispositivo viene rinvenuto da alcuni operai edili impegnati in lavori di ristrutturazione e consegnato alla polizia di Krasnodar come oggetto smarrito.

Nel tentativo di identificarne il proprietario, gli agenti seguono la normale procedura prevista in questi casi, esaminando i contatti salvati, gli account attivi, le fotografie presenti nella memoria e gli altri dati riconducibili a un’identità specifica. È durante questo controllo preliminare che emergono immagini fotografiche inequivocabili, tra cui diversi scatti che ritraggono lo stesso uomo accanto a resti umani smembrati.

Alcune fotografie mostrano chiaramente il volto dell’uomo, altre lo ritraggono in ambienti domestici. L’analisi dei dati contenuti nel telefono — numeri memorizzati, profili collegati e metadati delle immagini — consente agli investigatori di identificarlo come Dmitry Baksheev.

Una fotografia in particolare richiama l’attenzione degli investigatori di Krasnodar: Dmitry sorride davanti all’obiettivo mentre, alle sue spalle, all’interno di un secchio, sono visibili parti del corpo smembrato di una donna. A quel punto la polizia procede alla sua convocazione per acquisire chiarimenti.

Messo di fronte alle immagini estratte dal telefono, Dmitry non riesce a fornire una spiegazione coerente. Quando gli investigatori gli comunicano l’intenzione di procedere immediatamente con una perquisizione della sua abitazione, appare consapevole che l’indagine è ormai entrata in una fase decisiva.

La perquisizione e i primi riscontri materiali

Durante la perquisizione dell’abitazione di Krasnodar, gli investigatori rinvengono diversi elementi che rafforzano i sospetti. Nel frigorifero sono presenti sacchi contenenti carne porzionata e conservata. La coppia sostiene inizialmente che si tratti di carne animale destinata al consumo domestico.

Le analisi successive accertano che almeno una parte dei resti sequestrati è di origine umana. Questo elemento rappresenta uno dei principali riscontri materiali raccolti nel corso delle indagini e contribuisce a sostenere l’ipotesi investigativa secondo cui la coppia avrebbe praticato atti di cannibalismo in relazione all’omicidio oggetto del procedimento.

Nel corso della perquisizione vengono inoltre sequestrati numerosi telefoni cellulari. Alcuni risultano non più funzionanti, altri contengono fotografie e video. La presenza di dispositivi appartenenti a terzi induce gli investigatori a valutare la possibilità che il numero delle vittime possa essere superiore rispetto a quello inizialmente accertato, ma questa ipotesi non trova una conferma probatoria sufficiente né si traduce in ulteriori contestazioni formalizzate nel procedimento.

Le immagini e la costruzione del “mito”

Tra il materiale sequestrato emerge una fotografia datata 28 dicembre 1999. L’immagine mostra una testa femminile disposta su un piatto, decorata con limone, olive e mandarini. La scena presenta una forte componente simbolica e contribuisce in modo significativo alla costruzione dell’immagine pubblica dei cosiddetti “cannibali di Krasnodar”.

Secondo gli investigatori, la donna raffigurata potrebbe essere Elena B., collega di Natalia scomparsa anni prima dall’Accademia militare. Tuttavia, questa ipotesi non trova una conferma definitiva nell’ambito del procedimento e non si traduce in una contestazione autonoma.

Durante la perquisizione nell’appartamento di Krasnodar vengono inoltre rinvenuti barattoli contenenti frammenti di pelle umana e conserve di carne la cui origine non risulta immediatamente identificabile. In alcuni telefoni sequestrati sono presenti video che mostrano tecniche di conservazione e preparazione della carne. Nel loro insieme, questi elementi rafforzano l’ipotesi che pratiche di cannibalismo possano essersi protratte nel tempo, ma non consentono di stabilire con certezza il numero delle eventuali vittime coinvolte.

Il nodo delle presunte trenta vittime

Durante gli interrogatori, Dmitry e Natalia dichiarano di aver ucciso e consumato oltre trenta persone, sostenendo che il primo omicidio risalga al 1999. Queste affermazioni vengono rapidamente riprese dai mezzi di informazione, contribuendo alla diffusione internazionale dell’espressione “cannibali di Krasnodar”.

Con il progredire dell’istruttoria emerge però un elemento fondamentale: le confessioni non trovano un riscontro sufficiente nelle prove materiali raccolte dagli investigatori. Le autorità russe riescono infatti a collegare direttamente la coppia a un numero molto più limitato di episodi rispetto a quanto dichiarato dagli imputati.

Nel corso degli interrogatori Dmitry indica sette possibili vittime, mentre Natalia, osservando fotografie di persone scomparse, ne riconosce dodici. Tuttavia, tali dichiarazioni non costituiscono di per sé una prova. In assenza di resti identificabili, profili genetici compatibili o altri elementi oggettivi di conferma, la maggior parte di questi casi rimane priva di un accertamento giudiziario.

È proprio questa distanza tra confessioni, ipotesi investigative e prove disponibili a rendere particolarmente complessa la ricostruzione del caso. La narrazione che si diffonde nell’opinione pubblica attribuisce alla coppia decine di omicidi a Krasnodar, mentre il procedimento penale riesce ad accertare soltanto una parte estremamente limitata dei fatti inizialmente prospettati.

Le modalità di adescamento

Secondo quanto emerge dalle indagini, Dmitry e Natalia utilizzano siti di incontri online per entrare in contatto con alcune delle persone che frequentano successivamente. L’uso di piattaforme digitali consente alla coppia di instaurare rapporti con individui spesso sconosciuti al proprio contesto sociale, riducendo la possibilità che eventuali scomparse vengano immediatamente ricondotte ai loro contatti.

Gli investigatori prendono in considerazione questa modalità di adescamento come uno degli elementi che potrebbero aver favorito l’azione della coppia nel tempo. In particolare, molte delle persone con cui entrano in contatto risultano adulte e conducono vite autonome, una condizione che può ritardare la denuncia della loro scomparsa e complicare le successive attività di ricerca.

Tuttavia, anche sotto questo profilo, le prove raccolte non consentono di ricostruire con precisione l’eventuale numero delle persone effettivamente incontrate dai cannibali di Krasnodar attraverso queste piattaforme né di stabilire un collegamento diretto tra ogni contatto e gli omicidi ipotizzati. La ricostruzione investigativa rimane quindi limitata agli elementi concretamente verificabili.

Il caso dei cannibali di Krasnodar evidenzia anche come l’utilizzo di strumenti digitali possa rendere più complessa l’identificazione dei rapporti tra vittime e responsabili, soprattutto quando le conoscenze avvengono al di fuori delle reti familiari o lavorative. Allo stesso tempo, la successiva diffusione delle informazioni attraverso i media contribuisce ad amplificare la percezione pubblica del caso, alimentando una narrazione spesso più ampia rispetto ai fatti accertati nel procedimento.

L’omicidio di Elena Vakhrusheva

L’unico omicidio ricostruito in modo completo e contestato nel procedimento riguarda Elena Vakhrusheva, collega di Natalia Baksheeva. L’8 settembre 2017 la donna trascorre parte della giornata insieme alla coppia consumando bevande alcoliche. Nel corso dell’incontro nasce una discussione che, secondo la ricostruzione degli investigatori, è alimentata da motivi di gelosia.

Secondo l’impianto accusatorio accolto dal tribunale, Natalia convince Dmitry a uccidere la donna. L’uomo conduce Elena nei pressi di un edificio abbandonato vicino all’abitazione della coppia a Krasnodar e la colpisce con due coltellate al torace, provocandone la morte.

Dopo l’omicidio, Dmitry e Natalia procedono allo smembramento del corpo. Una parte dei resti viene conservata all’interno dell’abitazione, mentre altri vengono dispersi nelle aree circostanti nel tentativo di ostacolare il ritrovamento e l’identificazione della vittima.

È su questo episodio che si fonda il nucleo principale dell’accusa. Gli elementi raccolti durante le indagini, le analisi sui resti umani e il materiale sequestrato nel corso della perquisizione costituiscono il principale supporto probatorio del procedimento penale.

Il processo e le condanne

Inizialmente il procedimento penale viene avviato in relazione all’omicidio di Elena Vakhrusheva. Con il progredire delle indagini, la posizione dei due imputati viene definita sulla base dei rispettivi ruoli nella pianificazione e nell’esecuzione del delitto.

Natalia Baksheeva viene riconosciuta colpevole di istigazione all’omicidio. Nel febbraio 2019 il tribunale la condanna a dieci anni di colonia penale, ai quali si aggiunge un ulteriore anno e sei mesi di detenzione. Il successivo ricorso non modifica l’esito del procedimento e la condanna viene confermata.

Dmitry Baksheev viene invece condannato il 28 giugno 2019 a dodici anni e due mesi di reclusione in un istituto penitenziario di massima sicurezza. Il tribunale dispone inoltre nei suoi confronti un programma di supervisione psichiatrica obbligatoria.

Le sentenze chiudono il procedimento relativo all’omicidio accertato di Elena Vakhrusheva, ma non estendono l’accertamento giudiziario alle numerose vittime ipotizzate durante le indagini. Proprio questa differenza tra quanto viene provato in tribunale e quanto rimane sul piano investigativo contribuisce a rendere il caso dei cannibali di Krasnodar uno dei più discussi della cronaca criminale russa.

La morte di Dmitry Baksheev

Il 16 febbraio 2020 Dmitry Baksheev muore durante la detenzione. Le autorità indicano come causa del decesso le complicazioni legate a un diabete non adeguatamente trattato. Con la sua morte si interrompe ogni ulteriore possibilità di raccogliere chiarimenti direttamente da uno dei principali protagonisti del caso.

Il procedimento penale si conclude con l’accertamento dell’omicidio di Elena Vakhrusheva e con le condanne dei due imputati. Rimangono invece prive di una conferma giudiziaria le dichiarazioni relative ai numerosi omicidi che la coppia sostiene di aver commesso nel corso degli anni. Le confessioni, pur avendo alimentato l’interesse investigativo, non trovano un riscontro probatorio sufficiente per essere trasformate in ulteriori contestazioni.

Il caso dei cannibali di Krasnodar continua così a rappresentare un esempio significativo della distanza che può esistere tra la ricostruzione investigativa, il procedimento giudiziario e la narrazione mediatica. Da un lato vi sono gli elementi concretamente accertati attraverso prove materiali, accertamenti tecnici e sentenze definitive; dall’altro rimangono dichiarazioni, ipotesi e ricostruzioni che, pur contribuendo alla notorietà internazionale del caso, non raggiungono il livello di certezza richiesto in sede processuale.

Proprio questa distinzione costituisce uno degli aspetti più rilevanti della vicenda. Al di là dell’impatto mediatico suscitato dalle accuse di cannibalismo e dal numero di vittime inizialmente ipotizzato, il caso invita a distinguere costantemente tra ciò che viene documentato dalle prove e ciò che resta confinato nell’ambito delle ipotesi investigative o delle confessioni prive di adeguati riscontri. È su questa differenza che si fonda la ricostruzione storica e giudiziaria della vicenda.

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