Yiya Murano: il caso dell’Avvelenatrice di Monserrat

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yiya murano
Yiya Murano, nota come l'Avvelenatrice di Monserrat, viene condannata per tre omicidi commessi mediante cianuro nella Buenos Aires del 1979. Il caso diventa uno dei procedimenti penali più celebri dell'Argentina, evidenziando il ruolo delle prove tossicologiche, del movente economico e dell'analisi investigativa nella ricostruzione dei fatti.

Scheda archivio

Nome caso / serial killer Yiya Murano (Avvelenatrice di Monserrat)
Tipologia Serial Killer
Periodo / date 1979
Luogo Buenos Aires
Paese Argentina
Vittime
Accertate 3
Modus operandi

Avvelenamento mediante somministrazione di cianuro in alimenti e bevande offerti alle vittime.

Tabella dei Contenuti

Buenos Aires, Argentina, 1979 – Tre donne muoiono nel giro di poche settimane dopo aver consumato alimenti contaminati con cianuro. Le indagini collegano progressivamente i decessi a María Bernardina de las Mercedes Bolla Aponte de Murano, conosciuta come Yiya Murano, dando origine a uno dei casi di omicidio seriale più noti della storia giudiziaria argentina.

Una figura rispettabile nel quartiere di Monserrat

Quando il nome di Yiya Murano compare nelle cronache argentine, l’immagine che molti conoscenti descrivono appare inizialmente incompatibile con quella di un’assassina. Donna elegante, ben inserita nella vita sociale del quartiere di Monserrat, nel centro di Buenos Aires, Murano conduce un’esistenza che, almeno in superficie, non lascia emergere elementi tali da far prevedere un coinvolgimento in una serie di omicidi.

Dietro questa normalità apparente si sviluppa però una situazione economica sempre più complessa. Nel corso degli anni Settanta Yiya Murano instaura infatti una rete informale di prestiti privati con conoscenti, amiche e altre persone appartenenti al proprio ambiente sociale. Si tratta di un sistema fondato soprattutto sulla fiducia personale: alcune donne le affidano somme di denaro in cambio della promessa di una restituzione con interessi o comunque entro termini concordati.

Con il trascorrere del tempo il meccanismo diventa sempre più difficile da sostenere. Le richieste di restituzione aumentano e Murano si trova nella necessità di reperire liquidità che non sembra più possedere. L’equilibrio della rete finanziaria costruita negli anni inizia così a incrinarsi, trasformando rapporti di amicizia e conoscenza in potenziali fonti di pressione.

Le testimonianze raccolte nel corso dell’inchiesta delineano una donna capace di mantenere un atteggiamento controllato anche nei momenti di maggiore difficoltà. La sua immagine pubblica continua a trasmettere sicurezza e affidabilità, caratteristiche che contribuiscono a ritardare i sospetti quando iniziano a verificarsi le prime morti.

Uno degli aspetti più significativi del caso consiste proprio nello scarto tra percezione sociale e realtà investigativa. Nessuna delle vittime sembra infatti considerare Murano una persona pericolosa. Al contrario, i rapporti personali consolidati nel tempo rendono naturale accettare inviti, incontri e doni provenienti da lei, elemento che assumerà un’importanza decisiva nella ricostruzione dei fatti.

Le morti che attirano l’attenzione degli investigatori

Nel 1979 tre donne legate, con modalità differenti, a Yiya Murano muoiono nel giro di poche settimane. Le vittime sono Nilda Gamba, Leila Formisano de Ayala e Carmen Zulema Del Giorgio de Venturini. In tutti e tre i casi le indagini accertano successivamente la presenza di cianuro, sostanza che provoca un rapido collasso dell’organismo e che, soprattutto nelle fasi iniziali dell’inchiesta, rende complessa l’individuazione immediata dell’origine dolosa dei decessi.

L’elemento destinato a collegare i tre episodi emerge progressivamente attraverso il lavoro investigativo. Prima della morte, ciascuna delle donne entra infatti in contatto con Yiya Murano e consuma alimenti o bevande ricevuti nell’ambito di incontri apparentemente ordinari. Tra questi assumono particolare rilievo pasticcini e tè, destinati a diventare uno degli elementi più ricordati dell’intera vicenda.

Le morti non avvengono contemporaneamente e, considerate singolarmente, non sembrano inizialmente delineare un disegno criminale unitario. Soltanto il confronto sistematico tra le circostanze dei diversi decessi permette agli investigatori di individuare analogie sempre più significative, orientando l’indagine verso un’unica possibile responsabile.

Anche il rapporto economico tra Murano e le vittime assume progressivamente un peso determinante. Le tre donne risultano infatti coinvolte, in misura diversa, nelle operazioni finanziarie private gestite dall’imputata e alcune di loro stanno cercando di recuperare le somme prestate. Questo elemento introduce un possibile movente economico che, insieme alle risultanze tossicologiche, diventa uno dei cardini dell’accusa sviluppata nel corso del procedimento penale.

Le indagini e il collegamento tra i tre decessi

L’accertamento della natura dolosa delle morti rappresenta il punto di svolta dell’intera vicenda. Nei primi momenti ciascun decesso viene esaminato come un episodio autonomo, senza che emerga immediatamente un collegamento evidente tra le tre donne. La rapidità con cui il cianuro provoca l’arresto delle funzioni vitali rende infatti indispensabili accurate analisi tossicologiche per individuare con certezza la sostanza responsabile.

Con l’avanzare degli accertamenti gli investigatori iniziano però a confrontare le circostanze che precedono ogni morte. Le tre vittime appartengono allo stesso ambiente di conoscenze e risultano accomunate da rapporti personali e finanziari con Yiya Murano. L’attenzione si concentra quindi non soltanto sulla causa dei decessi, ma anche sulle relazioni che legano le donne tra loro e sulle frequentazioni avute nei giorni precedenti.

L’indagine evidenzia che tutte avevano affidato somme di denaro a Murano nell’ambito del sistema di prestiti privati da lei gestito. Alcune stavano sollecitando la restituzione del capitale, altre avevano espresso crescente preoccupazione per i ritardi accumulati. La coincidenza tra le difficoltà economiche dell’imputata e la morte delle creditrici assume progressivamente un peso investigativo sempre maggiore.

Parallelamente vengono ricostruiti gli ultimi contatti avuti dalle vittime. Testimonianze e riscontri consentono di stabilire che, poco prima di accusare i malori, le tre donne avevano ricevuto alimenti o bevande direttamente o indirettamente riconducibili a Yiya Murano. Sebbene le modalità dei singoli incontri non siano perfettamente sovrapponibili, emerge un elemento ricorrente: il consumo di prodotti alimentari apparentemente innocui che, secondo l’accusa, contengono il veleno.

L’attenzione mediatica inizia ad aumentare proprio quando gli investigatori comprendono che non si trovano di fronte a tre episodi isolati, ma a una possibile sequenza di omicidi accomunati dallo stesso metodo e dallo stesso possibile movente. Da quel momento l’inchiesta assume una dimensione completamente diversa e Murano diventa il principale soggetto d’interesse.

Il cianuro come strumento omicidiario

Tra gli aspetti più rilevanti del caso vi è la scelta del cianuro come mezzo per uccidere. Si tratta di una sostanza altamente tossica che interferisce con i processi di respirazione cellulare, impedendo ai tessuti di utilizzare l’ossigeno disponibile nel sangue. L’effetto è estremamente rapido e può condurre alla morte nel giro di pochi minuti, a seconda della quantità ingerita.

Dal punto di vista investigativo, il ricorso al veleno presenta caratteristiche molto diverse rispetto alle forme di violenza diretta. L’autore dell’omicidio non ha necessariamente bisogno di trovarsi accanto alla vittima nel momento del decesso e può confidare sul fatto che il malore venga inizialmente interpretato come un evento naturale o accidentale.

Nel caso Murano, questa modalità di azione contribuisce a ritardare l’individuazione di un disegno criminoso unitario. Soltanto le analisi tossicologiche e il confronto sistematico tra i diversi episodi permettono di individuare il cianuro quale elemento comune ai tre decessi.

Le ricostruzioni processuali indicano che il veleno viene somministrato attraverso alimenti e bevande offerti alle vittime in un contesto di apparente normalità. Proprio questa apparente quotidianità rappresenta uno degli elementi che rendono il caso particolarmente significativo sotto il profilo criminologico. Non vengono utilizzate minacce, aggressioni o strumenti riconducibili alla violenza fisica immediata; l’azione si inserisce invece in rapporti di fiducia già consolidati.

L’impiego del cianuro rende inoltre complessa la raccolta delle prove materiali. Una volta accertata la presenza della sostanza negli organismi delle vittime, gli investigatori devono dimostrare non soltanto l’origine dolosa dell’avvelenamento, ma anche il collegamento tra il veleno e la persona accusata di averlo somministrato. Per questo motivo il procedimento penale si fonda sulla convergenza di molteplici elementi: risultati scientifici, testimonianze, rapporti economici e ricostruzione degli incontri avvenuti prima dei decessi.

L’arresto di Yiya Murano e il primo processo

Alla luce degli elementi raccolti, Yiya Murano viene arrestata con l’accusa di avere provocato la morte delle tre donne mediante avvelenamento. Fin dalle prime fasi del procedimento la donna respinge ogni addebito e sostiene la propria estraneità ai fatti, posizione che manterrà per tutta la vicenda giudiziaria.

Il processo si sviluppa attorno a una questione centrale: stabilire se l’insieme degli indizi raccolti sia sufficiente a dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio la responsabilità dell’imputata. L’accusa insiste sul movente economico, sulla coincidenza dei rapporti finanziari con le vittime e sulla ricostruzione degli incontri che precedono i decessi. La difesa, invece, mette in discussione la capacità delle prove di dimostrare un collegamento diretto tra Murano e la materiale somministrazione del cianuro.

Il dibattimento richiama grande attenzione nell’opinione pubblica argentina. La figura della donna elegante e ben inserita nella società contrasta con quella delineata dall’accusa, alimentando un intenso dibattito mediatico sul caso e sulle prove disponibili.

Nel primo grado di giudizio il tribunale ritiene che gli elementi raccolti non consentano di affermare con sufficiente certezza la responsabilità penale dell’imputata. Per questa ragione Yiya Murano viene assolta per insufficienza di prove.

L’assoluzione, tuttavia, non chiude definitivamente il procedimento. Il pubblico ministero impugna la decisione e il caso prosegue nei successivi gradi di giudizio, aprendo una nuova fase destinata a modificare profondamente l’esito dell’intera vicenda.

L’appello, la condanna definitiva e gli anni di detenzione

L’assoluzione pronunciata in primo grado non pone fine al procedimento. La procura impugna la decisione sostenendo che il quadro probatorio, valutato nel suo insieme, dimostri l’esistenza di un preciso progetto criminoso. Il processo prosegue quindi davanti alla Corte d’Appello, chiamata a riesaminare sia gli elementi scientifici sia le prove testimoniali raccolte nel corso delle indagini.

Nel nuovo giudizio i magistrati attribuiscono particolare rilievo alla convergenza dei diversi elementi emersi durante l’inchiesta. Nessuna prova, considerata isolatamente, viene ritenuta sufficiente a dimostrare la responsabilità dell’imputata; è invece la loro valutazione complessiva a delineare, secondo la Corte, un quadro coerente. Le relazioni economiche con le vittime, la successione ravvicinata dei decessi, la presenza del cianuro e la ricostruzione degli incontri che precedono le morti vengono interpretati come parti di un’unica vicenda criminale.

Nel 1985 la Corte d’Appello ribalta quindi la sentenza di primo grado e condanna Yiya Murano all’ergastolo per l’omicidio di Nilda Gamba, Leila Formisano de Ayala e Carmen Zulema Del Giorgio de Venturini.

La decisione rappresenta uno dei più rilevanti ribaltamenti processuali della giustizia argentina di quegli anni. Il caso assume un’importanza che va oltre il singolo procedimento penale, alimentando un ampio dibattito sull’utilizzo della prova indiziaria nei processi per omicidio e sul ruolo delle evidenze scientifiche nella ricostruzione dei fatti.

Murano continua a proclamarsi innocente anche dopo la condanna definitiva. Nel corso degli anni successivi rilascia numerose dichiarazioni nelle quali respinge ogni responsabilità, sostenendo di essere stata vittima di un errore giudiziario. Le sue affermazioni, tuttavia, non modificano l’esito del procedimento, che rimane definitivamente accertato sul piano processuale.

Durante la detenzione beneficia delle disposizioni normative allora vigenti in Argentina sul computo della pena, che consentono una riduzione del periodo effettivamente trascorso in carcere. Dopo circa sedici anni viene quindi rimessa in libertà.

La scarcerazione suscita nuove polemiche nell’opinione pubblica. Pur essendo stata condannata all’ergastolo, Murano lascia il carcere in applicazione delle norme previste dall’ordinamento penale argentino dell’epoca, circostanza che alimenta un acceso confronto sul rapporto tra pena inflitta e pena concretamente eseguita.

Negli anni successivi conduce una vita lontana dal sistema giudiziario e continua, fino alla morte avvenuta nel 2014, a negare di avere avvelenato le tre donne.

Un caso che lascia un segno nella criminologia argentina

Il caso Yiya Murano continua a essere studiato non soltanto per la gravità dei fatti, ma anche per le sue implicazioni investigative e criminologiche. La vicenda dimostra come una serie di decessi apparentemente indipendenti possa essere ricondotta a un unico disegno criminoso soltanto attraverso il progressivo confronto delle prove raccolte.

Uno degli aspetti più significativi riguarda il rapporto fiduciario tra autore e vittime. Murano non agisce nei confronti di persone sconosciute, ma di donne con le quali intrattiene rapporti personali consolidati e, soprattutto, relazioni economiche costruite nel tempo. La fiducia rappresenta quindi un elemento essenziale della dinamica del caso, poiché consente la somministrazione del veleno senza destare sospetti immediati.

Anche il movente economico assume un ruolo centrale nell’interpretazione giudiziaria della vicenda. Le tre vittime risultano accomunate dall’avere affidato denaro all’imputata o dall’avere maturato pretese creditorie nei suoi confronti. Secondo la ricostruzione accolta dai giudici, l’eliminazione delle creditrici costituisce il mezzo attraverso il quale Murano tenta di sottrarsi alle crescenti pressioni derivanti dalla propria situazione finanziaria.

Dal punto di vista investigativo, il procedimento evidenzia inoltre l’importanza della collaborazione tra medicina legale, tossicologia e attività di polizia giudiziaria. Senza gli accertamenti scientifici sulla presenza del cianuro e senza la successiva ricostruzione dei rapporti tra le vittime, i tre decessi avrebbero potuto continuare a essere considerati episodi privi di collegamento.

La vicenda mette infine in luce una caratteristica ricorrente nelle indagini sugli omicidi mediante avvelenamento: l’assenza di una scena del crimine immediatamente riconoscibile. Diversamente dagli omicidi commessi con armi da fuoco o da taglio, il veleno lascia spesso un quadro iniziale compatibile con un malore improvviso, rendendo fondamentale il lavoro successivo degli specialisti chiamati a ricostruire le cause della morte.

A distanza di decenni il caso dell’Avvelenatrice di Monserrat continua a occupare un posto rilevante nella storia della cronaca nera argentina. La combinazione tra un apparente contesto di normalità, un movente economico maturato all’interno di rapporti fiduciari e un metodo omicidiario fondato sull’avvelenamento ne fa ancora oggi uno dei procedimenti più studiati dagli storici della criminalità e dagli studiosi delle tecniche investigative.

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