San José, Costa Rica, 6 aprile 1986 – Una serie di omicidi commessi nell’area metropolitana della capitale inaugura quello che viene successivamente riconosciuto come il primo caso documentato di serial killer nella storia del Costa Rica. Le indagini attribuiscono allo stesso autore almeno diciannove omicidi commessi tra il 1986 e il 1996, ma la sua identità non viene mai accertata.
Il primo serial killer documentato del Costa Rica
Nella storia della criminalità costaricana pochi casi assumono un peso simbolico paragonabile a quello di El Psicópata. Con questo soprannome gli investigatori identificano un autore di omicidi seriali responsabile, secondo la ricostruzione ufficiale, di almeno diciannove delitti distribuiti nell’arco di circa dieci anni. Il nome entra nell’immaginario collettivo del Paese solo nel 1996, quando l’Organismo de Investigación Judicial (OIJ) collega una lunga serie di fascicoli rimasti irrisolti e riconosce l’esistenza di un unico responsabile dietro crimini apparentemente isolati.
L’indagine rappresenta una sfida senza precedenti per le autorità costaricane. Fino a quel momento il Paese non si è mai confrontato con un’indagine costruita attorno al concetto moderno di omicidio seriale. Le tecniche di criminal profiling sono ancora poco utilizzate, le banche dati investigative risultano limitate e il coordinamento tra i diversi fascicoli non sempre permette di individuare rapidamente analogie tra casi avvenuti in anni differenti.
Con il passare del tempo emerge però una serie di elementi ricorrenti. Le vittime vengono sorprese prevalentemente durante le ore notturne o in luoghi appartati. Molte sono giovani coppie che cercano privacy nelle aree periferiche comprese tra Cartago, Curridabat e Desamparados, una zona che la stampa costaricana arriva a definire “Triangolo della morte” per il numero di delitti attribuiti allo stesso autore.
Le vittime maschili vengono quasi sempre uccise immediatamente con colpi d’arma da fuoco diretti alla testa. Sui corpi delle donne, invece, l’assassino manifesta un livello di violenza nettamente superiore, provocando mutilazioni e lesioni che attirano fin da subito l’attenzione degli investigatori. Proprio questa differenza nel trattamento delle vittime costituisce uno degli elementi fondamentali sui quali viene costruito il profilo comportamentale del responsabile.
Nel corso degli anni gli specialisti ipotizzano che l’assassino sia un uomo di età compresa tra i trenta e i quarant’anni, con una profonda conoscenza del territorio e capace di muoversi senza destare sospetti. Alcune valutazioni investigative suggeriscono possibili collegamenti con l’ambiente militare o paramilitare, mentre altre prendono in considerazione un passato caratterizzato da gravi traumi relazionali. Nessuna di queste ipotesi, tuttavia, riesce a trasformarsi in una prova concreta.
Il massacro di Alajuelita che apre la lunga sequenza di delitti
La vicenda che viene successivamente riconosciuta come il primo episodio attribuibile a El Psicópata ha inizio il 6 aprile 1986 nei pressi della Cruz de Alajuelita, un’area montuosa situata a sud di San José e frequentata durante i fine settimana da numerose famiglie.
Quella mattina Rosario Zamora decide di partecipare a un’escursione insieme alla sorella e alle rispettive figlie. Il gruppo raggiunge il sentiero che conduce alla croce panoramica, ma durante il percorso Rosario accusa un malessere e sceglie di fermarsi insieme alla nipote Cristina, mentre gli altri proseguono lungo il tragitto.
Con il trascorrere delle ore la situazione assume contorni sempre più insoliti. Nessuno del gruppo fa ritorno nel punto in cui Rosario e Cristina sono rimaste ad attenderli. Le due iniziano quindi a cercare i familiari lungo il sentiero senza riuscire a trovare alcuna traccia della loro presenza. L’assenza di risposte trasforma progressivamente la preoccupazione in allarme.
La mattina successiva un proprietario terriero della zona effettua una scoperta destinata a segnare profondamente la storia criminale del Costa Rica. In un’area agricola vengono rinvenuti sette corpi senza vita. Cinque cadaveri si trovano allineati sotto una pianta di banano, mentre altri due vengono scoperti poco distanti, nei pressi di una coltivazione di chayote.
Gli accertamenti medico-legali stabiliscono che tutte le vittime vengono uccise con colpi d’arma da fuoco esplosi alla testa. Le analisi balistiche individuano come arma del delitto un mitra M3 calibro .45, elemento che negli anni successivi assumerà un’importanza determinante per collegare diversi episodi apparentemente indipendenti.
Le autopsie rivelano inoltre che tre delle ragazze subiscono violenze sessuali prima o durante la dinamica omicidiaria, particolare che porta gli investigatori a valutare fin dall’inizio la possibilità che il movente non sia esclusivamente predatorio.
L’indagine si concentra inizialmente su due sospettati, José Luis Monge Sandí e Arnoldo Mora Portilla. Entrambi vengono arrestati e processati, ma il procedimento non produce elementi sufficienti per sostenere l’accusa in giudizio. Nel 1992 i due vengono assolti per insufficienza di prove e scarcerati.
Per diversi anni il massacro della Cruz de Alajuelita rimane un caso isolato, privo di un responsabile identificato. Soltanto nel corso della seconda metà degli anni Novanta, quando gli investigatori iniziano a confrontare sistematicamente i reperti balistici, il modus operandi e le caratteristiche delle vittime di numerosi omicidi irrisolti, quel fascicolo viene inserito nella lunga sequenza di delitti attribuita a El Psicópata.
Questa ricostruzione modifica profondamente la lettura dell’intera vicenda investigativa. Quello che inizialmente appare come un eccidio autonomo diventa il punto di partenza di una serie di omicidi destinata a protrarsi per un decennio e a rappresentare uno dei casi irrisolti più complessi nella storia giudiziaria del Costa Rica.
L’escalation degli omicidi e la nascita di un preciso schema criminale
Dopo il massacro della Cruz de Alajuelita trascorrono soltanto pochi mesi prima che il responsabile torni a colpire. Il 12 dicembre 1986 vengono rinvenuti, nel Parque de la Amistad di Curridabat, i corpi di Roberto Castro Mora, ventisette anni, e Francis Salazar Suárez, diciannove anni. I due giovani vengono raggiunti da colpi d’arma da fuoco alla testa, una modalità che richiama immediatamente quanto osservato nel massacro di aprile. Sul corpo della ragazza gli investigatori riscontrano inoltre gravi mutilazioni, elemento destinato a ripresentarsi in numerosi episodi successivi.
L’11 febbraio 1987, nello stesso parco, viene scoperta una nuova coppia di vittime. Juan Guillermo Nájera, ventitré anni, e Damaris Rodríguez Martínez, ventuno anni, vengono assassinati con modalità pressoché identiche. Anche in questo caso l’uomo viene ucciso rapidamente con colpi esplosi alla testa, mentre sul corpo della giovane donna sono presenti profonde ferite inferte dopo la morte, concentrate nell’area genitale.
La ripetizione di caratteristiche così specifiche inizia ad attirare l’attenzione degli investigatori. Sebbene in quel momento non si parli ancora apertamente di un serial killer, diventa sempre più difficile considerare quei delitti come episodi indipendenti. L’arma utilizzata, la scelta delle vittime e la particolare violenza esercitata sui corpi femminili delineano infatti una firma comportamentale sufficientemente riconoscibile.
Pochi mesi più tardi emerge però un episodio destinato a creare incertezza. Il 14 giugno 1987 viene assassinata Ligia Camacho Bermúdez. La donna si trova nella propria abitazione e sta leggendo nella camera da letto quando qualcuno spara dall’esterno attraverso una finestra, colpendola mortalmente.
A differenza degli altri delitti, l’omicidio avviene in un contesto urbano e non in una zona isolata frequentata da coppie. Anche la dinamica appare diversa, tanto che inizialmente gli investigatori valutano la possibilità che si tratti di un episodio privo di collegamenti con gli altri casi.
È l’analisi balistica a modificare nuovamente il quadro investigativo. Gli esperti stabiliscono infatti che l’arma utilizzata è la stessa mitragliatrice M3 calibro .45 già individuata nei delitti precedenti. Il collegamento tecnico risulta sufficientemente forte da convincere gli investigatori a includere anche questo omicidio nella serie attribuita a El Psicópata, pur riconoscendo che rappresenta una significativa eccezione rispetto allo schema abituale.
Durante i rilievi vengono raccolte anche alcune impronte digitali. Gli accertamenti eseguiti sulle banche dati disponibili non consentono però di attribuirle ad alcun soggetto già identificato dalle autorità, trasformando quella che avrebbe potuto essere una svolta investigativa in un vicolo cieco.
Il modus operandi che permette di collegare i delitti
L’episodio che contribuisce maggiormente alla definizione del profilo criminale di El Psicópata si verifica il 21 agosto 1988. Victor Julio Hernández, diciotto anni, e Aracelly Astúa, quindici anni, stanno facendo ritorno da una festa quando vengono intercettati nei pressi di San Vicente de la Unión, nella provincia di Cartago.
Secondo la ricostruzione investigativa, l’assassino costringe la coppia ad abbandonare la strada principale e a percorrere alcuni metri all’interno di una piantagione di caffè. Una volta raggiunta una zona sufficientemente isolata, spara quasi immediatamente contro Victor Julio Hernández, uccidendolo con due colpi di arma da fuoco.
Solo dopo aver eliminato il giovane concentra tutta la propria attenzione sulla ragazza.
Sul corpo di Aracelly gli investigatori documentano un livello di violenza nettamente superiore rispetto a quello riservato alle vittime maschili. Oltre all’omicidio vengono riscontrate profonde lesioni da arma da taglio al seno, ai glutei e ai genitali. In sede autoptica emerge inoltre l’asportazione di alcuni tessuti anatomici, successivamente rinvenuti nelle immediate vicinanze del cadavere.
La brutalità dell’azione induce alcuni investigatori a formulare ipotesi legate a possibili rituali o pratiche esoteriche. Si tratta tuttavia di interpretazioni che non trovano mai un reale riscontro probatorio e che vengono progressivamente abbandonate nel corso delle indagini.
Molto più rilevante si rivela invece l’analisi comportamentale sviluppata dagli specialisti incaricati di costruire il profilo dell’assassino.
Dall’esame comparativo dei diversi delitti emerge infatti uno schema estremamente coerente. El Psicópata sceglie prevalentemente giovani coppie appartate durante le ore serali o notturne. Il primo obiettivo è quasi sempre l’uomo, eliminato rapidamente con colpi diretti alla testa per neutralizzare qualsiasi possibilità di reazione. Solo dopo essersi assicurato che la vittima maschile non costituisca più una minaccia, il killer concentra la propria aggressività sulla donna.
Questo schema ricorrente porta gli investigatori a ritenere che l’obiettivo principale dell’assassino non sia la coppia nel suo insieme, ma la figura femminile. L’uomo rappresenta soprattutto un ostacolo da rimuovere prima di poter mettere in atto le fantasie violente che caratterizzano la fase successiva dell’aggressione.
L’insieme delle mutilazioni, della distribuzione delle ferite e della ripetitività dei comportamenti convince gli specialisti che non ci si trovi di fronte a omicidi impulsivi o casuali. Al contrario, ogni delitto sembra seguire uno schema già sperimentato, segno di una progressiva ritualizzazione della violenza.
È proprio tra il 1988 e il 1989 che gli investigatori iniziano a comprendere come il responsabile non stia semplicemente uccidendo per eliminare testimoni o compiere rapine, ma stia seguendo un modello criminale estremamente personale, destinato a ripetersi quasi immutato nel corso degli anni successivi.
Il ritorno del killer e la nascita dell’indagine su El Psicópata
Il 20 aprile 1989 la serie di delitti prosegue con un altro duplice omicidio. Marta Miriam Navarro Carpio ed Edwin Mata Madrigal vengono aggrediti in un’area isolata nei pressi della fattoria Agrinca, a San Diego de Tres Ríos.
La ricostruzione elaborata dagli investigatori indica che l’assassino raggiunge la coppia a bordo di un’automobile. Senza lasciare spazio a una reazione, spara attraverso il lunotto posteriore del veicolo colpendo Edwin Mata Madrigal alla testa. Dopo avere eliminato l’uomo trascina Marta Miriam Navarro Carpio fuori dall’automobile, la conduce all’interno della proprietà agricola e la uccide. Il corpo viene successivamente abbandonato nei pressi del fiume Tiribí.
Anche in questo caso gli esami autoptici evidenziano mutilazioni compatibili con quelle già osservate sulle precedenti vittime femminili. La ripetizione dello stesso schema convince definitivamente gli investigatori che tutti quei delitti appartengano a un’unica sequenza criminale.
Dopo l’omicidio di Marta ed Edwin la serie sembra interrompersi improvvisamente. Per quasi sei anni non vengono registrati episodi chiaramente riconducibili allo stesso autore e gli investigatori iniziano a interrogarsi sulle possibili cause di quella lunga interruzione.
Tra le ipotesi formulate vi sono un trasferimento all’estero, un periodo di detenzione per altri reati, gravi problemi di salute o persino la morte del responsabile. Nessuna di queste possibilità trova però conferma e il fascicolo rimane aperto.
Il 12 marzo 1995 viene rinvenuto il corpo di Marjorie Padilla. Pur trattandosi di una vittima isolata e non di una coppia, diversi elementi del delitto inducono gli investigatori a ipotizzare un collegamento con gli omicidi degli anni precedenti.
L’ultimo episodio ufficialmente attribuito a El Psicópata avviene il 26 ottobre 1996 a Patarrá de Desamparados, a sud di San José.
Mauricio Cordero López, venticinque anni, e Ileana Álvarez Blandón, ventitré anni, vengono sorpresi mentre si trovano all’interno della loro automobile. Lo sconosciuto li costringe a scendere dal veicolo e a camminare per alcune centinaia di metri verso una zona isolata.
La dinamica ricalca fedelmente quella osservata negli omicidi precedenti. L’uomo viene ucciso immediatamente con colpi alla testa, mentre sulla donna vengono riscontrate le stesse mutilazioni che ormai caratterizzano la firma del serial killer.
È proprio dopo quest’ultimo duplice omicidio che gli investigatori iniziano a esaminare con metodo l’intera sequenza di delitti commessi dal 1986 in avanti. Attraverso il confronto dei reperti balistici, delle modalità di esecuzione e delle caratteristiche delle vittime, l’Organismo de Investigación Judicial conclude che almeno diciannove omicidi sono riconducibili allo stesso autore.
Nel novembre del 1996 il direttore dell’OIJ riconosce pubblicamente che gli elementi disponibili sono ancora insufficienti per identificare un sospettato. L’unico filo conduttore realmente consolidato rimane il modus operandi, unito all’utilizzo ricorrente della mitragliatrice M3 calibro .45.
Poco dopo anche il vicedirettore dell’OIJ, Gerardo Lescarer, ammette pubblicamente che le indagini hanno risentito di numerose difficoltà e che la struttura investigativa costaricana non possiede ancora l’esperienza necessaria per affrontare un caso di omicidi seriali di quella complessità.
Nel tentativo di ottenere nuove informazioni vengono interrogati diversi sospettati, senza risultati concreti. L’indagine riceve anche il supporto dell’FBI, che contribuisce soprattutto all’analisi del comportamento dell’assassino e alla costruzione del suo profilo psicologico. Anche questa collaborazione, tuttavia, non permette di individuare il responsabile.
Il 26 novembre 1996 l’OIJ decide persino di offrire una ricompensa economica a chiunque sia in grado di fornire informazioni utili all’identificazione del killer. Vengono messi a disposizione una linea telefonica dedicata e un indirizzo postale per raccogliere segnalazioni anonime, ma l’iniziativa non produce alcun elemento decisivo.
Nel corso degli anni vengono elaborate diverse interpretazioni del profilo dell’assassino. Una parte degli investigatori ritiene che la componente sessuale rappresenti il principale motore degli omicidi, ipotizzando che il killer agisca per soddisfare fantasie violente strettamente legate alle mutilazioni inflitte alle vittime.
Altri specialisti, tra cui il criminologo Fernando Garzona Meseguer, propongono invece una lettura differente. Secondo questa interpretazione, gli atti sessuali e le mutilazioni costituiscono soprattutto strumenti di dominio e umiliazione, mentre il movente principale va ricercato in un profondo odio nei confronti della figura femminile, probabilmente maturato durante le prime fasi della vita dell’autore.
Nel 2002 emerge una nuova pista investigativa. L’attenzione degli investigatori si concentra su un ex guerrigliero di origine nicaraguense che in passato lavora nella polizia metropolitana di San José e che viene ucciso nel 1998. Alcuni elementi, tra cui il possesso di un coltello potenzialmente compatibile con quello utilizzato in alcuni delitti e la disponibilità di veicoli che avrebbero potuto agevolarne gli spostamenti, inducono gli investigatori a prenderlo seriamente in considerazione.
La verifica di questa ipotesi non produce però prove sufficienti per attribuirgli gli omicidi. Nessun elemento balistico, biologico o testimoniale permette infatti di stabilire un collegamento certo con la lunga serie di delitti attribuiti a El Psicópata.
Parallelamente continuano a circolare teorie prive di riscontri investigativi secondo cui il responsabile apparterrebbe a una delle famiglie più influenti del Costa Rica e avrebbe beneficiato di protezioni istituzionali. Si tratta di ipotesi che trovano ampia diffusione nell’opinione pubblica ma che non vengono mai supportate da elementi oggettivi raccolti nel corso delle indagini.
Un caso che continua a rappresentare uno dei grandi misteri del Costa Rica
A distanza di decenni, El Psicópata continua a occupare un posto centrale nella storia criminale del Costa Rica. Non soltanto per il numero delle vittime attribuitegli, ma anche perché il caso segna il primo confronto delle autorità del Paese con un’indagine strutturata attorno al concetto di omicidio seriale.
L’inchiesta mette in evidenza i limiti investigativi dell’epoca. L’assenza di banche dati integrate, le ridotte possibilità offerte dalle analisi forensi disponibili negli anni Ottanta e la difficoltà nel collegare rapidamente episodi verificatisi in luoghi e momenti differenti contribuiscono a rallentare l’identificazione di uno schema comune.
Con il passare degli anni il procedimento penale si estingue. La normativa costaricana prevede infatti la prescrizione dell’azione penale per reati di questo tipo decorso il termine previsto dalla legge, rendendo impossibile l’avvio di un nuovo processo anche qualora emergesse oggi un sospettato identificabile. La ricostruzione storica e investigativa del caso mantiene comunque un valore rilevante, poiché permette di comprendere l’evoluzione delle tecniche investigative e del criminal profiling in Costa Rica.
L’identità di El Psicópata rimane quindi sconosciuta. Dietro quel soprannome continua a celarsi una persona che, secondo la ricostruzione ufficiale, riesce a sottrarsi all’identificazione per tutta la durata delle indagini, lasciando irrisolto uno dei più complessi casi di omicidio seriale dell’America Centrale.