Carlos Robledo Puch: il giovane serial killer che ha sconvolto l’Argentina

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carlos robledo puch
Carlos Eduardo Robledo Puch, conosciuto come l'Angelo della Morte, è il più famoso serial killer argentino. Tra il 1971 e il 1972 commette undici omicidi e numerosi altri reati, dando vita a uno dei casi criminali più noti dell'America Latina e a una delle detenzioni più lunghe della storia argentina.

Scheda archivio

Nome caso / serial killer Carlos Eduardo Robledo Puch
Soprannome Angelo della morte, Angelo fortunato e Angelo nero
Tipologia Serial Killer
Periodo / date 15 marzo 1971 – 4 febbraio 1972
Luogo Provincia di Buenos Aires
Paese Argentina
Vittime
Accertate 11
Modus operandi

Rapine notturne in attività commerciali con utilizzo di armi da fuoco e uccisione sistematica di guardiani, proprietari e testimoni.

Tabella dei Contenuti

Buenos Aires, Argentina, 15 marzo 1971 – Una rapina in una discoteca si trasforma in un duplice omicidio e segna l’inizio della breve ma intensa carriera criminale di Carlos Eduardo Robledo Puch. Nell’arco di meno di un anno il giovane viene riconosciuto responsabile di undici omicidi e di numerosi altri reati, diventando uno dei serial killer più noti della storia argentina.

Un ragazzo qualunque nell’Argentina degli anni Settanta

La storia di Carlos Eduardo Robledo Puch occupa un posto particolare nella cronaca nera argentina. Non si tratta soltanto del numero degli omicidi attribuiti al giovane, né della rapidità con cui la sua escalation criminale si sviluppa tra il 1971 e il 1972. A colpire profondamente l’opinione pubblica è soprattutto il contrasto tra il volto dell’assassino e l’immagine che la società si aspetta di associare a un criminale tanto violento.

Quando i giornali iniziano a pubblicarne le fotografie di Carlos, molti lettori faticano a riconciliare quell’aspetto quasi adolescenziale con la sequenza di delitti che gli investigatori ricostruiscono. I capelli biondo-rossicci, gli occhi chiari e i lineamenti delicati gli valgono il soprannome di “El Ángel de la Muerte”, l’Angelo della Morte, destinato a identificare per sempre la sua figura nella memoria collettiva argentina. Altri quotidiani scelgono definizioni come “El Ángel Negro” o semplicemente “El Ángel”, alimentando un’immagine mediatica che accompagna il caso ben oltre la conclusione del processo.

Il contesto in cui la vicenda si sviluppa contribuisce ulteriormente alla sua risonanza. All’inizio degli anni Settanta l’Argentina attraversa una fase di forte instabilità politica e sociale. Il paese vive ancora sotto il governo militare instaurato dopo il colpo di Stato del 1966 e si avvia verso una nuova fase di profonde trasformazioni istituzionali. Le tensioni politiche, gli scioperi, le violenze di matrice ideologica e l’aumento della criminalità comune occupano quotidianamente le pagine dei giornali.

In questo scenario le rapine ai supermercati, alle concessionarie e ai negozi diventano un fenomeno sempre più frequente nell’area metropolitana di Buenos Aires. Le attività commerciali impiegano spesso un solo guardiano notturno e molte dispongono di sistemi di sicurezza ancora rudimentali. Per gruppi criminali inesperti ma determinati rappresentano obiettivi relativamente accessibili, soprattutto durante le ore notturne.

È proprio in questo ambiente che Carlos Eduardo Robledo Puch inizia il proprio percorso criminale.

Un’infanzia priva dei tratti tipici delle grandi biografie criminali

Carlos Eduardo Robledo Puch nasce il 22 gennaio 1952 nel quartiere di Vicente López, nella provincia di Buenos Aires. La sua famiglia appartiene alla piccola borghesia argentina e conduce una vita economicamente stabile. Il padre lavora come tecnico specializzato presso la General Motors, mentre la madre, di origine tedesca, si occupa della famiglia.

A differenza di molti altri protagonisti della cronaca nera, l’infanzia di Carlos non presenta elementi che, almeno sul piano documentale, possano essere ricondotti a un ambiente caratterizzato da violenze domestiche, gravi deprivazioni economiche o abusi sistematici. Cresce in una casa ordinata, frequenta la scuola e riceve un’educazione considerata rigorosa ma non oppressiva. I rapporti con i nonni risultano particolarmente stretti e la famiglia mantiene una regolare frequentazione della chiesa.

Questo aspetto assume un’importanza particolare anche nelle successive analisi criminologiche. Il caso Robledo Puch viene spesso citato come esempio di come la ricerca di una spiegazione lineare tra infanzia difficile e sviluppo della violenza seriale non sia sempre sufficiente a comprendere il comportamento di un individuo. Sebbene l’ambiente familiare rappresenti un fattore rilevante nello sviluppo della personalità, la letteratura scientifica mostra come non esista un modello unico capace di spiegare ogni percorso criminale.

Durante gli anni dell’adolescenza Carlos dimostra un’intelligenza nella media e coltiva interessi che sembrano inserirsi perfettamente nel contesto familiare. Studia pianoforte, si dedica alle lingue straniere e sviluppa una notevole passione per i motori e la meccanica. Trascorre molte ore osservando automobili, smontando componenti meccaniche e imparando il funzionamento dei veicoli, competenze che negli anni successivi si riveleranno utili durante le numerose rapine e i furti di automobili.

Per diverso tempo nulla lascia immaginare che quel ragazzo possa trasformarsi in uno dei criminali più conosciuti dell’Argentina.

I primi segnali di rottura emergono intorno ai quattordici anni. Inizia a collezionare piccoli episodi di indisciplina, manifesta un crescente disinteresse per la scuola e viene coinvolto in alcuni furti di modesta entità. All’inizio si tratta soprattutto di biciclette, autoradio, componenti meccaniche e oggetti facilmente rivendibili nel mercato clandestino.

L’attività criminale rappresenta inizialmente soprattutto una fonte di denaro. Carlos continua infatti a vivere con la famiglia e alterna i piccoli reati agli studi e ai lavori saltuari come apprendista meccanico. L’espulsione dall’istituto scolastico, maturata dopo il sospetto di un furto di denaro, interrompe però definitivamente il suo percorso educativo e contribuisce a consolidare la scelta della criminalità come principale mezzo di sostentamento.

Pur mantenendo un’apparenza relativamente ordinaria e continuando a frequentare l’ambiente familiare, il giovane trascorre sempre più tempo lontano da casa. In alcuni periodi si trasferisce perfino dai nonni, senza però interrompere le attività illecite che ormai gli garantiscono uno stile di vita ben superiore alle sue possibilità economiche.

La svolta decisiva arriva quando conosce Jorge Ibáñez.

L’incontro con Jorge Ibáñez e la nascita della coppia criminale

Jorge Ibáñez è più giovane di Carlos, ma possiede già una discreta esperienza nei piccoli reati. I due instaurano rapidamente un rapporto di stretta collaborazione e iniziano a trascorrere gran parte del loro tempo insieme.

All’inizio le loro attività rimangono limitate ai furti e alla ricettazione. Automobili, apparecchi elettronici, biciclette e qualsiasi bene facilmente rivendibile diventano il loro principale obiettivo. I proventi vengono utilizzati per mantenere uno stile di vita ben più costoso rispetto alle possibilità offerte dalle rispettive famiglie.

Con il passare dei mesi, tuttavia, il valore economico dei piccoli furti non basta più. I due comprendono che rapinare esercizi commerciali durante la notte consente di ottenere guadagni molto maggiori, soprattutto colpendo concessionarie automobilistiche, supermercati e grandi negozi.

È una scelta che modifica radicalmente la natura della loro attività criminale.

L’introduzione delle armi da fuoco nelle rapine rappresenta infatti il passaggio decisivo. Da quel momento la presenza di eventuali guardiani notturni non viene più considerata un ostacolo da evitare, ma un problema da eliminare.

Nella notte del 15 marzo 1971 questa evoluzione trova la sua manifestazione più drammatica. Quella che nasce come una semplice rapina si trasforma nel primo duplice omicidio attribuito a Carlos Eduardo Robledo Puch e segna l’inizio di una sequenza di delitti destinata a sconvolgere l’intera Argentina.

La rapida escalation: dalle rapine agli omicidi seriali

La notte del 15 marzo 1971 segna un punto di non ritorno nella carriera criminale di Carlos Eduardo Robledo Puch e Jorge Ibáñez. I due decidono di colpire la discoteca Enamor con l’obiettivo di impossessarsi dell’incasso. L’operazione, almeno nelle intenzioni iniziali, rientra nello schema delle numerose rapine che il gruppo ha già portato a termine nei mesi precedenti.

All’interno del locale si trovano però il proprietario e il guardiano notturno. Invece di cercare di immobilizzarli o di fuggire, Robledo Puch apre il fuoco con una pistola Ruby calibro 32, uccidendoli entrambi. Dopo aver prelevato circa 350.000 pesos, i due lasciano la discoteca senza mostrare particolare preoccupazione per il duplice omicidio appena commesso.

Le indagini evidenziano fin da subito un elemento destinato a ripetersi in quasi tutti i delitti successivi: le vittime non vengono uccise come conseguenza di una colluttazione o di una reazione imprevista. L’eliminazione dei testimoni diventa parte integrante della rapina. La violenza non appare quindi una risposta impulsiva a una situazione fuori controllo, ma uno strumento utilizzato per facilitare la fuga e ridurre il rischio di identificazione.

Questa caratteristica distingue rapidamente il gruppo da altri autori di rapine attivi nella provincia di Buenos Aires. Mentre molti criminali evitano l’omicidio perché consapevoli dell’inasprimento delle indagini che ne consegue, Robledo Puch sembra attribuire un’importanza sempre minore alla vita delle persone che incontra durante le incursioni notturne.

L’assenza di esitazione nell’utilizzo delle armi convince gli investigatori che dietro i delitti si nasconde un autore estremamente pericoloso, capace di uccidere con freddezza anche quando le vittime non oppongono alcuna resistenza.

Poco meno di due mesi dopo, nelle prime ore del mattino, Robledo Puch e Ibáñez prendono di mira un negozio di ricambi Mercedes-Benz a Vicente López. All’interno dell’edificio trovano il proprietario, la moglie e il loro bambino piccolo.

La presenza della famiglia non modifica il comportamento dei due criminali. Robledo Puch spara immediatamente all’uomo, uccidendolo sul posto, quindi colpisce la donna, che rimane gravemente ferita. Secondo la ricostruzione processuale, Ibáñez tenta un’aggressione sessuale nei confronti della vittima, ma vi rinuncia. Convinti che la donna non possa sopravvivere, i due raccolgono circa 400.000 pesos e si preparano alla fuga.

Prima di lasciare il negozio, Robledo Puch esplode alcuni colpi d’arma da fuoco anche contro la culla del bambino. Il piccolo rimane miracolosamente illeso, mentre la madre, nonostante le gravissime ferite riportate, riesce a sopravvivere. La sua testimonianza diventa uno degli elementi più importanti dell’accusa durante il processo.

La sopravvivenza della donna rappresenta una circostanza eccezionale all’interno della serie di delitti attribuiti alla coppia. La maggior parte delle persone che incrociano il loro cammino durante le rapine non ha infatti la possibilità di raccontare quanto accaduto.

Un modus operandi sempre più violento

Nel corso della primavera del 1971 la frequenza degli attacchi aumenta sensibilmente. Il 21 maggio Robledo Puch e Ibáñez fanno irruzione in un supermercato durante la notte. Anche questa volta il guardiano notturno viene ucciso senza che emerga alcun tentativo di reazione da parte della vittima.

Il bottino supera i cinque milioni di pesos, una cifra considerevole per l’epoca. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, i due rimangono all’interno del supermercato anche dopo l’omicidio, consumando alcune bottiglie di whisky sottratte dagli scaffali prima di allontanarsi.

L’episodio assume un particolare rilievo processuale perché viene interpretato come un ulteriore indicatore della totale assenza di preoccupazione nei confronti delle conseguenze dei propri atti. L’omicidio non determina alcuna fuga precipitosa né alcun tentativo di cancellare le tracce. Al contrario, i due sembrano comportarsi come se il delitto costituisse ormai un elemento ordinario della loro attività criminale.

Con il trascorrere delle settimane il livello della violenza continua a crescere.

Nel mese di giugno la coppia ruba un’automobile e rapisce una ragazza di sedici anni. Dopo averla costretta a salire sul veicolo, la vittima viene condotta in una zona isolata. Qui subisce una violenza sessuale da parte di Ibáñez e viene successivamente colpita da cinque proiettili esplosi da Robledo Puch.

Appena undici giorni dopo i due ripetono uno schema praticamente identico. Rubano un’altra automobile, sequestrano una giovane donna di ventitré anni e la trasportano lontano dal centro abitato. Anche in questo caso la rapina iniziale lascia rapidamente spazio a un’escalation di violenza che si conclude con l’omicidio della vittima, raggiunta da sette colpi d’arma da fuoco.

Questi due delitti introducono un elemento nuovo rispetto alle precedenti rapine. L’obiettivo non è più soltanto impossessarsi di denaro o di beni materiali, ma esercitare un controllo assoluto sulle vittime, prolungando l’aggressione ben oltre il tempo strettamente necessario per portare a termine il reato patrimoniale.

Nel complesso, la successione degli omicidi evidenzia una progressiva riduzione degli intervalli temporali tra un delitto e l’altro. Nel giro di pochi mesi Robledo Puch e Ibáñez passano dai piccoli furti a una serie di rapine aggravate da omicidi multipli, dimostrando una crescente sicurezza operativa e una capacità sempre maggiore di muoversi sul territorio senza attirare immediatamente l’attenzione delle forze dell’ordine.

La morte di Jorge Ibáñez e l’arrivo di Héctor Somoza

Il 5 agosto 1971 la collaborazione tra Carlos Eduardo Robledo Puch e Jorge Ibáñez termina improvvisamente.

I due viaggiano a bordo di un’automobile quando rimangono coinvolti in un grave incidente stradale. Alla guida del veicolo si trova Robledo Puch, che riesce a uscire praticamente illeso dall’abitacolo, mentre Ibáñez riporta ferite mortali.

L’episodio interrompe quella che, fino a quel momento, è stata una delle collaborazioni criminali più sanguinose della cronaca argentina recente. La morte del complice avrebbe potuto rappresentare la fine della sequenza di delitti.

Accade invece l’opposto.

Nel giro di poche settimane Robledo Puch entra in contatto con Héctor Somoza, un nuovo complice disposto a partecipare alle rapine notturne. Il cambio di partner non produce alcuna modifica significativa nel modus operandi. Le incursioni continuano a concentrarsi su supermercati, concessionarie automobilistiche e attività commerciali dotate di casseforti o consistenti somme di denaro.

Il 15 novembre 1971 i due fanno irruzione in un supermercato della periferia di Buenos Aires utilizzando una pistola Astra calibro 32 rubata pochi giorni prima in un’armeria. Durante l’azione vengono esplosi numerosi colpi d’arma da fuoco all’interno del locale.

Nei giorni successivi seguono altre due rapine in concessionarie automobilistiche. In entrambe le occasioni i guardiani notturni vengono uccisi prima ancora che possano opporre qualsiasi forma di resistenza.

Alla fine del 1971 il bilancio della lunga serie di incursioni è ormai drammatico. Gli investigatori si trovano davanti a una scia di omicidi apparentemente scollegati, distribuiti in diverse località della provincia di Buenos Aires, ma accomunati da modalità operative sempre più riconoscibili.

Senza saperlo, Carlos Eduardo Robledo Puch si avvia però verso l’ultimo delitto della sua carriera criminale, quello che finirà per determinare la sua identificazione e il suo arresto.

L’ultimo delitto e l’errore che mette fine alla fuga

Nei primi mesi del 1972 Carlos Eduardo Robledo Puch e Héctor Somoza continuano a muoversi secondo uno schema ormai consolidato. Le rapine notturne si susseguono con intervalli sempre più brevi e gli investigatori faticano ancora a collegare tutti gli episodi a un unico gruppo criminale. Sebbene le modalità operative presentino numerosi elementi comuni, la mobilità della coppia e la scarsità delle testimonianze rallentano l’identificazione dei responsabili.

La notte del 3 febbraio 1972 rappresenta però il punto di svolta dell’intera vicenda.

I due decidono di introdursi in un negozio di ferramenta con l’intenzione di svuotarne la cassaforte. Come già accaduto in numerose occasioni precedenti, il guardiano notturno diventa il primo ostacolo da eliminare. Robledo Puch gli spara appena entra nell’edificio, uccidendolo sul posto senza lasciargli alcuna possibilità di reagire.

Dopo l’omicidio, i due recuperano le chiavi trovate nelle tasche della vittima e cercano di aprire la cassaforte. Il tentativo fallisce. Nessuna delle chiavi permette di accedere al denaro custodito all’interno e la tensione tra i due complici cresce rapidamente.

Secondo la ricostruzione accolta nel procedimento giudiziario, durante la discussione Robledo Puch estrae improvvisamente la pistola e spara anche a Héctor Somoza, uccidendolo all’interno dello stesso edificio.

L’omicidio del complice costituisce un elemento significativo per comprendere la dinamica della sua violenza. A differenza dei delitti precedenti, in cui le vittime sono estranee alle attività criminali, questa volta a morire è la persona con cui Robledo Puch condivide le rapine da diversi mesi. La decisione di eliminarlo appare improvvisa, ma rivela ancora una volta la facilità con cui il giovane ricorre all’arma da fuoco di fronte a qualsiasi ostacolo o conflitto.

Consapevole che il corpo del complice potrebbe consentire agli investigatori di ricostruire la sua identità, Robledo Puch tenta di impedirne il riconoscimento. Utilizza una fiamma ossidrica presente nel negozio per sfigurare il volto di Somoza, provocando gravi lesioni al cadavere. Successivamente impiega lo stesso strumento per forzare la cassaforte, riuscendo infine a impossessarsi del denaro custodito al suo interno.

Prima di lasciare il luogo del delitto, tuttavia, commette un errore destinato a porre fine alla sua lunga serie di crimini.

Durante le fasi concitate successive all’omicidio perde infatti la propria carta d’identità, che rimane nella tasca dei pantaloni di Héctor Somoza. Quando gli investigatori raggiungono il negozio e identificano il cadavere del complice, rinvengono anche il documento intestato a Carlos Eduardo Robledo Puch.

Per la prima volta le indagini dispongono di un nome preciso.

Nelle ore successive gli investigatori raggiungono rapidamente l’abitazione del giovane, che viene arrestato senza opporre particolare resistenza. La sua fuga, durata meno di un anno ma costellata da una lunga serie di omicidi e rapine, termina così il 4 febbraio 1972, appena un giorno dopo l’ultimo delitto.

Al momento dell’arresto Carlos Eduardo Robledo Puch ha soltanto vent’anni.

Le indagini e un processo destinato a fare storia

L’arresto consente agli investigatori di ricostruire progressivamente una sequenza criminale che fino a quel momento appare frammentaria. Numerose rapine e diversi omicidi, inizialmente trattati come episodi distinti, vengono collegati attraverso prove balistiche, testimonianze e riscontri raccolti durante le perquisizioni.

Gli accertamenti confermano che le stesse armi vengono impiegate in più delitti e che molte automobili utilizzate durante le rapine risultano rubate pochi giorni prima delle azioni criminose. Anche il modus operandi presenta caratteristiche ricorrenti: incursioni esclusivamente notturne, utilizzo sistematico delle armi da fuoco, eliminazione dei guardiani o dei proprietari presenti nei locali e fuga con il denaro o con gli oggetti di maggior valore.

L’entità dei reati attribuiti al giovane impressiona fin dalle prime fasi dell’inchiesta. Oltre agli undici omicidi accertati, emergono numerose rapine a mano armata, furti di automobili, ricettazione, violenze sessuali e altri episodi che contribuiscono a delineare una carriera criminale eccezionalmente intensa, concentrata nell’arco di meno di dodici mesi.

La complessità dell’indagine e l’elevato numero di capi d’imputazione determinano un procedimento particolarmente lungo. L’istruttoria richiede anni di lavoro, durante i quali vengono ascoltati superstiti, testimoni, investigatori e numerosi consulenti tecnici. Soltanto al termine di questo percorso il caso arriva davanti al tribunale.

Nel 1980 la giustizia argentina pronuncia la sentenza destinata a entrare nella storia giudiziaria del Paese.

Carlos Eduardo Robledo Puch viene riconosciuto colpevole di undici omicidi, un tentato omicidio, diciassette rapine, numerosi furti e di altri gravi reati commessi nel corso della sua attività criminale. Il tribunale gli infligge la pena dell’ergastolo con l’applicazione della misura accessoria della reclusione a tempo indeterminato, una delle sanzioni più severe previste dall’ordinamento argentino dell’epoca.

La sentenza sottolinea la straordinaria pericolosità sociale dell’imputato e la sistematicità con cui i delitti vengono commessi. Non emerge infatti alcun elemento che permetta di interpretare gli omicidi come episodi isolati o accidentali. Al contrario, la Corte evidenzia come la violenza costituisca una componente stabile del comportamento criminale di Robledo Puch durante l’intero periodo preso in esame.

Un caso che continua a interrogare la criminologia

Fin dalla conclusione del processo, la figura di Carlos Eduardo Robledo Puch diventa oggetto di numerosi studi criminologici e psichiatrici. Il motivo principale risiede nella difficoltà di ricondurre il suo percorso criminale a uno schema interpretativo semplice.

Molti serial killer presentano biografie segnate da abusi, gravi violenze familiari o contesti di estrema marginalità sociale. Nel caso di Robledo Puch questi elementi non emergono con la stessa evidenza. Gli specialisti sono quindi costretti a confrontarsi con un soggetto cresciuto in una famiglia stabile, economicamente agiata e priva, almeno secondo la documentazione disponibile, di episodi di particolare gravità.

Anche il comportamento mostrato durante gli interrogatori contribuisce ad alimentare il dibattito. Robledo Puch appare spesso freddo, distaccato e poco incline a manifestare emozioni nei confronti delle vittime. Le sue dichiarazioni vengono analizzate per decenni da criminologi e psichiatri, senza però giungere a una spiegazione univoca delle motivazioni profonde che lo conducono a una simile escalation di violenza.

Proprio questa apparente normalità della sua storia personale, unita alla brutalità dei reati commessi, continua ancora oggi a rendere il suo caso uno dei più studiati nella criminologia argentina contemporanea.

Oltre mezzo secolo di carcere: la lunga detenzione di Carlos Eduardo Robledo Puch

Dopo la condanna, Carlos Eduardo Robledo Puch viene trasferito in diversi istituti penitenziari argentini prima di essere detenuto nel carcere di massima sicurezza di Sierra Chica, nella provincia di Buenos Aires. Inizia così una detenzione destinata a protrarsi per decenni e a trasformarlo nel detenuto più longevo della storia penitenziaria argentina.

Con il trascorrere degli anni la sua figura continua a suscitare interesse non soltanto per i delitti commessi, ma anche per le implicazioni giuridiche della sua permanenza in carcere. La pena inflitta dal tribunale comprende infatti l’ergastolo accompagnato dalla reclusione accessoria a tempo indeterminato, una misura che rende particolarmente complesso l’accesso ai benefici previsti dall’ordinamento.

Nel luglio del 2000 Robledo Puch raggiunge formalmente i requisiti temporali per richiedere la libertà condizionale. La possibilità teorica di ottenere la scarcerazione apre un acceso dibattito all’interno dell’opinione pubblica argentina. Da un lato vi è chi richiama il principio rieducativo della pena e il diritto del detenuto a essere valutato secondo quanto previsto dalla legge; dall’altro prevale la convinzione che il rischio di una sua liberazione sia incompatibile con la gravità dei reati commessi.

Nel corso degli anni le richieste di libertà condizionale vengono esaminate più volte dalle autorità giudiziarie, ma vengono sistematicamente respinte. Le decisioni dei tribunali si fondano soprattutto sulle valutazioni relative alla persistente pericolosità sociale del detenuto e sull’assenza di elementi sufficienti a ritenere concluso il percorso di recupero richiesto dalla normativa.

La permanenza in carcere si prolunga così ben oltre i limiti normalmente associati all’ergastolo nei sistemi penitenziari occidentali, trasformando Robledo Puch in un caso giuridico oltre che criminologico.

Con l’avanzare dell’età peggiorano anche le sue condizioni di salute. Nel maggio 2016 le autorità autorizzano il suo temporaneo trasferimento fuori dal carcere per consentirgli di sottoporsi ad alcuni accertamenti medici specialistici. Si tratta della sua prima uscita dall’istituto penitenziario dopo oltre quattro decenni di detenzione.

Negli anni successivi emergono ulteriori informazioni sul progressivo deterioramento fisico del detenuto, aggravato dall’età e dai numerosi problemi di salute che caratterizzano la sua lunga permanenza in carcere.

Le richieste di morte e il dibattito sulla funzione della pena

Uno degli episodi più insoliti della lunga detenzione di Carlos Eduardo Robledo Puch si verifica nel 2013.

Ormai detenuto da oltre quarant’anni, presenta alla magistratura una richiesta con cui domanda alternativamente la revisione della propria condanna oppure di essere sottoposto alla pena di morte mediante iniezione letale.

La seconda richiesta risulta giuridicamente irricevibile. L’Argentina ha infatti abolito la pena capitale per i reati comuni molti decenni prima e il suo ordinamento non contempla la possibilità di ricorrere all’eutanasia giudiziaria o ad altre forme di esecuzione della pena.

Entrambe le istanze vengono quindi respinte.

L’episodio assume comunque una notevole rilevanza mediatica perché riporta l’attenzione sul tema dell’ergastolo e sul significato della detenzione perpetua. Il caso Robledo Puch diventa così oggetto di riflessioni che travalicano la cronaca nera e coinvolgono direttamente il diritto penale, la funzione rieducativa della pena e il delicato equilibrio tra tutela della collettività e diritti della persona detenuta.

Pur in presenza di posizioni molto differenti, la giurisprudenza argentina continua a ritenere prevalente l’esigenza di protezione della società, confermando in più occasioni il mantenimento della misura detentiva.

Al gennaio 2019, dopo quarantasette anni trascorsi in carcere, Carlos Eduardo Robledo Puch diventa ufficialmente il detenuto con il più lungo periodo di reclusione nella storia dell’Argentina. Negli anni successivi la sua permanenza in carcere continua, consolidando ulteriormente questo primato.

Un caso che continua a occupare un posto nella memoria collettiva argentina

A oltre cinquant’anni dall’arresto, Carlos Eduardo Robledo Puch rimane una delle figure criminali più conosciute dell’America Latina.

Il suo caso continua a essere oggetto di studi universitari, analisi criminologiche, documentari e opere cinematografiche. Nel 2018 il regista Luis Ortega realizza il film El Ángel, ispirato alla vicenda del serial killer argentino. L’opera contribuisce a riportare il suo nome all’attenzione del pubblico internazionale, pur scegliendo un linguaggio cinematografico distinto dalla rigorosa ricostruzione storica e giudiziaria dei fatti.

L’interesse nei confronti di Robledo Puch non deriva soltanto dalla brutalità degli undici omicidi accertati o dall’eccezionale durata della sua detenzione. A rendere il caso ancora oggi oggetto di discussione è soprattutto la difficoltà di inserirlo in uno schema interpretativo semplice. La sua biografia non coincide con molti dei modelli comunemente associati ai serial killer, mentre la rapidissima escalation criminale, concentrata nell’arco di meno di un anno, continua a rappresentare un elemento di particolare interesse per criminologi, psicologi forensi e storici della criminalità.

La vicenda dimostra inoltre come l’immagine pubblica di un autore di reato possa influenzare profondamente la costruzione del racconto mediatico. Il contrasto tra l’aspetto giovanile di Robledo Puch e l’estrema violenza dei delitti favorisce la nascita di un soprannome destinato a sopravvivere ai fatti stessi, trasformando “l’Angelo della Morte” in uno dei simboli più riconoscibili della cronaca nera argentina del Novecento.

Più di mezzo secolo dopo gli omicidi, il suo nome continua così a occupare un posto di rilievo nella storia della criminologia latinoamericana, ricordando come alcuni casi riescano a superare la dimensione giudiziaria per diventare veri e propri riferimenti nello studio della violenza seriale, della risposta dello Stato e del rapporto tra giustizia, opinione pubblica e memoria collettiva.

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