Casi risolti

L’omicidio di Saman Abbas: dalla scomparsa alle condanne definitive

Saman Abbas scompare a Novellara nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio 2021. Il corpo viene ritrovato nel novembre 2022. Le indagini ricostruiscono un omicidio maturato all’interno della famiglia. Nel luglio 2026 la Cassazione rende definitive le condanne dei cinque familiari coinvolti nel delitto e nell’occultamento.

Di Samantha Lombardi 20 Settembre 2026 · 17 min di lettura

Novellara, Italia, notte tra il 30 aprile e il 1° maggio 2021 – Saman Abbas, diciottenne di origine pachistana, scompare dopo essere uscita dall’abitazione familiare nelle campagne di Novellara. Il suo corpo viene ritrovato nel novembre 2022; nel luglio 2026 la Cassazione rende definitive le condanne nei confronti di cinque familiari.

Saman Abbas e il conflitto con la famiglia

Saman Abbas nasce in Pakistan nel 2002 e arriva in Italia ancora adolescente, stabilendosi con la famiglia a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, dove i genitori lavorano nel settore agricolo. Durante gli anni trascorsi in Italia la ragazza costruisce progressivamente una propria dimensione personale e sociale, mentre all’interno della famiglia rimangono aspettative precise riguardo alle sue scelte, alle relazioni e al futuro matrimoniale. La distanza tra questi due piani diventa progressivamente più difficile da ricomporre e il contrasto non riguarda un singolo episodio, ma la possibilità stessa di Saman di determinare autonomamente il proprio percorso.

Uno dei principali elementi di conflitto è il progetto di matrimonio organizzato dalla famiglia con un cugino residente in Pakistan, una soluzione che Saman non intende accettare e alla quale oppone la propria volontà. Ricondurre l’intera vicenda esclusivamente al rifiuto di quelle nozze, tuttavia, significa semplificare un quadro che il successivo procedimento giudiziario restituisce in termini più articolati, perché il contrasto comprende anche il modo di vivere della ragazza, le sue frequentazioni, la relazione sentimentale intrapresa autonomamente e, soprattutto, la volontà di sottrarre le proprie decisioni al controllo familiare.

Nel novembre 2020 Saman lascia l’abitazione dei genitori ed entra in una comunità protetta, dopo che la situazione familiare è ormai arrivata all’attenzione delle autorità. L’allontanamento rappresenta una separazione concreta dall’ambiente nel quale il conflitto si sviluppa, ma non risolve uno dei problemi che condizionano la possibilità della ragazza di costruire autonomamente la propria vita: i documenti personali rimangono infatti nella disponibilità della famiglia. Quando nell’aprile 2021 Saman torna a Novellara, il suo rientro non corrisponde quindi alla rinuncia al progetto di autonomia che l’ha portata ad allontanarsi, ma si inserisce nel tentativo di recuperare ciò che le occorre per proseguirlo.

Nei giorni che precedono la scomparsa la posizione della ragazza rimane chiara: non vuole essere portata in Pakistan, intende recuperare i propri documenti ed è disposta, se necessario, a tornare nella struttura protetta. Il conflitto familiare non è quindi una situazione sconosciuta all’esterno né una tensione che emerge improvvisamente nella notte in cui Saman muore, ma una condizione già segnalata e osservata, destinata ad assumere un significato centrale quando gli investigatori devono ricostruire ciò che accade tra il 30 aprile e il 1° maggio 2021.

Il matrimonio organizzato e la ricerca dell’autonomia

Il progetto matrimoniale costituisce uno degli elementi più conosciuti del caso Saman Abbas e diventa rapidamente la chiave attraverso la quale una parte del racconto pubblico interpreta l’omicidio, ma il percorso giudiziario mostra come il rifiuto delle nozze debba essere collocato all’interno di un contrasto più ampio. Saman non contesta soltanto la scelta di un marito effettuata dalla famiglia, ma rivendica progressivamente la possibilità di stabilire con chi avere una relazione, dove vivere, come organizzare il proprio futuro e quali rapporti mantenere con l’ambiente familiare.

Questa distinzione diventa particolarmente importante nel confronto tra le diverse fasi del procedimento. La sentenza di primo grado non individua nel semplice rifiuto del matrimonio organizzato una spiegazione sufficiente del delitto e non accoglie integralmente la ricostruzione di una decisione omicidiaria condivisa e programmata dall’intero gruppo familiare, mentre la Corte d’Assise d’Appello arriva successivamente a una valutazione differente, riconoscendo la premeditazione e inserendo l’omicidio nel conflitto prodotto dalla volontà della ragazza di vivere autonomamente. È proprio questa seconda ricostruzione, con la diversa attribuzione delle responsabilità, a diventare definitiva dopo il giudizio della Cassazione.

Nei mesi precedenti alla morte emergono inoltre elementi che mostrano come Saman percepisca concretamente il rischio legato alla propria situazione. Il suo tentativo di recuperare i documenti, il rapporto con il fidanzato e la volontà di non partire per il Pakistan si inseriscono in una fase nella quale il rapporto con i genitori è ormai compromesso e l’intervento della comunità protetta ha già portato all’esterno una parte delle dinamiche familiari. Quando la ragazza torna nell’abitazione di Novellara, dunque, non rientra in un contesto ordinario, ma in un ambiente nel quale il conflitto sulla sua autonomia è già aperto e nel quale la possibilità di un nuovo allontanamento appare concreta.

La notte tra il 30 aprile e il 1° maggio 2021

La ricostruzione delle ultime ore di Saman si fonda su un insieme di elementi che acquistano significato soltanto se considerati nel loro complesso, perché non esiste una registrazione diretta dell’omicidio né un’unica prova capace di documentare l’intera sequenza. Le immagini delle telecamere installate nell’area dell’azienda agricola diventano quindi uno degli strumenti attraverso i quali gli investigatori ricostruiscono gli spostamenti dei familiari, confrontandoli con testimonianze, comunicazioni, orari e successive risultanze investigative.

La sera del 30 aprile il contrasto tra Saman e i genitori torna a concentrarsi sulla richiesta dei documenti e sulla volontà della ragazza di allontanarsi nuovamente dall’abitazione. Da quel momento prende forma la sequenza che conduce alla sua scomparsa e che viene interpretata in maniera differente durante le varie fasi processuali, fino alla ricostruzione accolta dalla Corte d’Assise d’Appello di Bologna, secondo la quale l’omicidio non costituisce l’esito imprevedibile di una discussione degenerata, ma l’esecuzione di una decisione maturata in precedenza all’interno del gruppo familiare.

In questa ricostruzione i genitori Shabbar Abbas e Nazia Shaheen partecipano alla pianificazione e accompagnano la figlia verso il luogo nel quale si trovano gli altri familiari coinvolti, senza essere però individuati come gli esecutori materiali dello strangolamento. La Corte attribuisce l’azione materiale allo zio Danish Hasnain e ai cugini Noman Ul Haq e Ijaz Ikram, ritenendo che siano loro a immobilizzare e strangolare la diciottenne, mentre il contributo dei genitori viene ricondotto alla preparazione e alla partecipazione complessiva al progetto omicidiario. La distinzione tra esecuzione materiale e concorso nel delitto diventa fondamentale per comprendere il giudizio definitivo, perché consente di attribuire responsabilità diverse all’interno di un’azione che la Corte considera comunque condivisa.

Il corpo viene successivamente occultato in un edificio abbandonato situato nelle campagne di Novellara, a breve distanza dall’abitazione della famiglia, dove rimane nascosto per oltre un anno e mezzo. La vicinanza del luogo di sepoltura alla casa diventa uno degli elementi significativi della vicenda investigativa, perché per molti mesi le ricerche interessano proprio l’area circostante senza consentire di individuare la fossa nella quale Saman è stata nascosta.

La partenza dei genitori e l’avvio delle indagini

Il 1° maggio 2021, immediatamente dopo la scomparsa della figlia, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen lasciano l’Italia e raggiungono il Pakistan, mentre di Saman non arrivano più notizie. La partenza dei genitori si inserisce così nella fase iniziale di una vicenda che, proprio per la precedente situazione familiare e per il percorso della ragazza attraverso la comunità protetta, non può essere interpretata a lungo come un semplice allontanamento volontario.

Gli investigatori iniziano a ricostruire i rapporti interni alla famiglia, acquisiscono le registrazioni disponibili, verificano gli spostamenti dei parenti e raccolgono le testimonianze delle persone che hanno avuto contatti con Saman, mentre le ricerche sul territorio si concentrano progressivamente sulle campagne che circondano l’azienda agricola e l’abitazione. Terreni, edifici, serre e altre aree vengono controllati nel tentativo di individuare una traccia della ragazza, ma per molti mesi l’assenza del corpo obbliga l’inchiesta a svilupparsi attraverso elementi indiretti e attraverso la ricostruzione degli eventi precedenti e successivi alla scomparsa.

Parallelamente, l’indagine assume una dimensione internazionale perché alcuni dei familiari indicati come coinvolti si trovano fuori dall’Italia e devono essere rintracciati attraverso la cooperazione con le autorità straniere. La progressiva individuazione dei parenti, l’analisi delle immagini e delle comunicazioni e le dichiarazioni raccolte consentono di consolidare l’ipotesi che Saman non si sia volontariamente allontanata, ma sia stata uccisa e successivamente nascosta nelle campagne di Novellara.

Il fratello minore e una testimonianza dall’interno della famiglia

Tra gli elementi più delicati dell’intero procedimento assume un ruolo centrale il fratello minore di Saman, che appartiene allo stesso nucleo familiare degli imputati ma viene considerato estraneo alla decisione omicidiaria. La sua posizione presenta caratteristiche particolari perché il ragazzo si trova a riferire agli investigatori e successivamente ai giudici fatti che coinvolgono direttamente genitori e parenti, mentre deve essere valutata anche la condizione di un adolescente cresciuto all’interno dello stesso sistema familiare nel quale si sviluppa il conflitto con la sorella.

L’attendibilità delle sue dichiarazioni costituisce uno dei punti sui quali le valutazioni processuali non coincidono completamente, ma la Corte d’Assise d’Appello considera credibile il nucleo essenziale del suo racconto e ritiene il ragazzo estraneo alla preparazione e all’esecuzione dell’omicidio. Questa valutazione assume un peso significativo nella ricostruzione complessiva, perché permette di distinguere l’appartenenza alla famiglia dalla partecipazione al reato e impedisce di trasformare la dimensione collettiva del delitto in una responsabilità automaticamente estesa a ogni componente del nucleo.

La distinzione è essenziale anche dal punto di vista giudiziario, poiché la responsabilità penale rimane individuale e deve essere costruita attraverso il contributo concretamente attribuito a ciascun imputato. È proprio questo principio a spiegare perché, nel corso dei processi, lo stesso insieme di fatti conduca a valutazioni differenti sulla posizione dei genitori, dello zio e dei due cugini e perché la ricostruzione definitiva richieda un percorso che attraversa primo grado, Appello e Cassazione.

Il ritrovamento del corpo

La svolta nell’indagine arriva nel novembre 2022, quando viene individuato un casolare abbandonato situato a poche centinaia di metri dall’abitazione della famiglia e gli investigatori trovano una sepoltura dalla quale emergono resti umani. Il ritrovamento avviene oltre un anno e mezzo dopo la scomparsa e consente per la prima volta di affiancare alla ricostruzione investigativa gli accertamenti medico-legali direttamente effettuati sul corpo.

Le operazioni di recupero devono essere eseguite con particolare attenzione sia per le caratteristiche del luogo sia per la necessità di preservare ogni elemento utile agli esami successivi. L’identificazione conferma che i resti appartengono a Saman e gli accertamenti forensi permettono di confrontare le condizioni del corpo con le ipotesi formulate nel corso dell’indagine, contribuendo a definire la modalità dell’uccisione e a verificare le diverse ricostruzioni emerse fino a quel momento.

Il ritrovamento modifica profondamente il quadro probatorio perché il procedimento, sviluppatosi fino ad allora in assenza del cadavere, può finalmente incorporare dati medico-legali e antropologici direttamente collegati alla morte della ragazza. Allo stesso tempo, il luogo nel quale il corpo viene rinvenuto conferma quanto l’occultamento sia strettamente legato all’area frequentata dalla famiglia: Saman non viene trasportata lontano da Novellara, ma nascosta in uno spazio vicino alla casa, all’interno dello stesso territorio nel quale si concentrano per mesi le ricerche.

Gli arresti e il rientro dei genitori in Italia

Mentre l’indagine procede, la posizione dei genitori rimane condizionata dalla loro presenza in Pakistan. Shabbar Abbas viene arrestato nel Punjab nel novembre 2022 e il suo trasferimento in Italia richiede un complesso percorso giudiziario e diplomatico, al termine del quale viene consegnato alle autorità italiane nel 2023 e può partecipare al procedimento che nel frattempo è già iniziato.

La posizione di Nazia Shaheen segue invece tempi più lunghi, perché la donna rimane in Pakistan anche durante il primo processo, che si svolge quindi in sua assenza. Viene arrestata nel maggio 2024 e successivamente trasferita in Italia nell’agosto dello stesso anno, entrando nella disponibilità dell’autorità giudiziaria prima del giudizio d’Appello. La presenza di entrambi i genitori in Italia completa così il quadro degli imputati coinvolti nel procedimento, mentre le diverse modalità e tempistiche con cui i familiari vengono rintracciati costituiscono una componente importante della lunga fase che separa la scomparsa di Saman dalla definizione giudiziaria del caso.

Il processo di primo grado

Il primo processo davanti alla Corte d’Assise di Reggio Emilia deve stabilire le responsabilità individuali all’interno di un omicidio per il quale non esiste una ripresa diretta dell’esecuzione e nel quale la ricostruzione dipende dalla valutazione congiunta di testimonianze, registrazioni video, comunicazioni, movimenti dei familiari e risultanze medico-legali. La sentenza pronunciata il 19 dicembre 2023 non accoglie integralmente l’impostazione accusatoria e restituisce un quadro delle responsabilità destinato a essere profondamente modificato nel successivo grado di giudizio.

Shabbar Abbas e Nazia Shaheen vengono condannati all’ergastolo, mentre Danish Hasnain riceve una condanna a quattordici anni; i due cugini Ijaz Ikram e Noman Ul Haq vengono invece assolti e immediatamente liberati. Il primo grado non riconosce inoltre la premeditazione e non considera dimostrata la tesi di un omicidio programmato dall’intero gruppo familiare, attribuendo responsabilità specifiche ai singoli imputati secondo una ricostruzione che si discosta in maniera significativa da quella proposta dall’accusa.

La sentenza assume particolare importanza proprio perché mostra quanto il materiale probatorio possa essere interpretato diversamente quando occorre passare dall’accertamento dell’omicidio alla determinazione del ruolo ricoperto da ciascun familiare. Il fatto che Saman sia stata uccisa all’interno di una dinamica familiare non è infatti sufficiente a stabilire automaticamente chi abbia deciso il delitto, chi lo abbia materialmente eseguito, chi abbia partecipato alla preparazione e chi abbia contribuito all’occultamento, ed è su questi punti che il successivo giudizio d’Appello arriva a conclusioni profondamente differenti.

L’Appello e la ricostruzione di un omicidio premeditato

Il 18 aprile 2025 la Corte d’Assise d’Appello di Bologna modifica sostanzialmente il quadro stabilito in primo grado, confermando gli ergastoli per Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, condannando all’ergastolo anche Ijaz Ikram e Noman Ul Haq e aumentando da quattordici a ventidue anni la pena inflitta a Danish Hasnain. Il giudizio riconosce inoltre la premeditazione e i futili motivi, modificando non soltanto le pene ma la stessa interpretazione della dinamica attraverso la quale si arriva all’omicidio.

Le motivazioni depositate nel settembre 2025 chiariscono il ragionamento attraverso il quale la Corte considera la morte di Saman il risultato di una decisione programmata e condivisa all’interno del gruppo familiare. La volontà della ragazza di vivere autonomamente viene collocata al centro del conflitto, mentre il progetto omicidiario non viene fatto coincidere con un impulso improvviso maturato durante la discussione del 30 aprile, ma con una determinazione precedente che coinvolge più persone e che trova esecuzione quando Saman tenta nuovamente di sottrarsi al controllo della famiglia.

Anche il ruolo dei genitori viene ridefinito rispetto alla ricostruzione del primo grado, perché la Corte non attribuisce a Shabbar Abbas e Nazia Shaheen lo strangolamento materiale della figlia, ma ritiene provata la loro partecipazione alla pianificazione e alla sequenza che conduce Saman verso gli altri familiari. L’esecuzione materiale viene invece attribuita allo zio e ai due cugini, ritenuti responsabili di aver immobilizzato e strangolato la ragazza, mentre la responsabilità complessiva del delitto viene costruita attraverso il diverso contributo fornito da ciascun componente del gruppo.

La premeditazione e il significato del movente

Il riconoscimento della premeditazione diventa uno dei punti centrali della sentenza d’Appello perché modifica la natura stessa della ricostruzione giudiziaria: la morte di Saman non viene interpretata come il risultato di una lite improvvisamente degenerata, ma come l’esecuzione di una decisione maturata in precedenza, organizzata attraverso il coinvolgimento di più familiari e realizzata quando la ragazza manifesta ancora una volta la volontà di allontanarsi e di vivere indipendentemente.

All’interno di questa ricostruzione anche il matrimonio organizzato assume una collocazione più precisa. Il rifiuto delle nozze rappresenta certamente uno dei momenti nei quali Saman manifesta la propria opposizione alle decisioni familiari, ma non esaurisce il conflitto che precede l’omicidio, perché la ragazza rivendica contemporaneamente il diritto di scegliere la propria relazione sentimentale, di disporre dei documenti, di non essere trasferita in Pakistan e di organizzare autonomamente il proprio futuro. La contrapposizione non riguarda quindi soltanto chi Saman debba sposare, ma chi abbia il diritto di decidere della sua vita.

È proprio questa prospettiva a rendere insufficiente la formula, frequentemente utilizzata nel racconto mediatico, secondo cui Saman viene uccisa semplicemente perché rifiuta un matrimonio combinato. Il progetto matrimoniale appartiene alla storia ed è uno degli elementi documentati del conflitto, ma la ricostruzione giudiziaria definitiva individua una tensione più ampia tra la crescente autonomia della ragazza e la volontà familiare di controllarne le scelte, inserendo la decisione omicidiaria all’interno di questa progressiva frattura.

La Cassazione e le condanne definitive

Il percorso giudiziario arriva al suo ultimo passaggio il 15 luglio 2026, quando la prima sezione penale della Corte di Cassazione rigetta i ricorsi degli imputati e rende definitive le condanne stabilite nel giudizio d’Appello. Shabbar Abbas e Nazia Shaheen vengono definitivamente condannati all’ergastolo insieme ai cugini Ijaz Ikram e Noman Ul Haq, mentre per Danish Hasnain diventa definitiva la pena di ventidue anni di reclusione; nel quadro giudiziario rimangono inoltre riconosciute le aggravanti della premeditazione e dei futili motivi.

Il passaggio in Cassazione chiude un percorso nel quale la ricostruzione delle responsabilità cambia considerevolmente tra primo e secondo grado. Nel dicembre 2023 il primo processo si conclude infatti con due ergastoli, una condanna a quattordici anni e due assoluzioni, mentre l’Appello del 2025 individua una partecipazione più ampia al progetto omicidiario, condanna anche i due cugini e riconosce la premeditazione; con il rigetto dei ricorsi nel luglio 2026 è quest’ultima configurazione delle responsabilità a diventare definitiva.

A oltre cinque anni dalla notte tra il 30 aprile e il 1° maggio 2021, il procedimento stabilisce quindi in via definitiva la responsabilità penale dei cinque familiari imputati, distinguendo il contributo attribuito a ciascuno ma riconducendo l’omicidio a una decisione premeditata nella quale la volontà di Saman di sottrarsi al controllo familiare assume un ruolo centrale.

Oltre la formula del “matrimonio combinato”

Il caso di Saman Abbas entra rapidamente nel dibattito pubblico attraverso categorie capaci di condensare in poche parole una vicenda molto più complessa, e il matrimonio organizzato diventa inevitabilmente uno degli elementi maggiormente associati al suo nome. Utilizzare questo dato come spiegazione unica dell’omicidio, tuttavia, rischia di ridurre la successione degli eventi a un rapporto lineare tra il rifiuto delle nozze e la morte, mentre la ricostruzione processuale mostra un conflitto che si sviluppa nel tempo e investe progressivamente numerosi aspetti dell’autonomia della ragazza.

Il matrimonio previsto dalla famiglia rimane un elemento concreto e documentato, ma accanto ad esso esistono l’allontanamento in comunità, la relazione sentimentale scelta autonomamente, la necessità di recuperare i documenti, il rifiuto di trasferirsi in Pakistan e la volontà di costruire una vita separata dalle decisioni familiari. Considerati insieme, questi elementi consentono di comprendere perché la Corte d’Assise d’Appello interpreti l’omicidio non come la risposta a un singolo rifiuto, ma come l’esito di una contrapposizione ormai radicale rispetto all’autonomia rivendicata dalla diciottenne.

Anche la dimensione culturale richiede la stessa cautela, perché il procedimento non giudica una comunità, una religione o un sistema culturale nel suo complesso, ma stabilisce le responsabilità penali di persone determinate sulla base delle condotte attribuite a ciascuna. Le origini della famiglia, le convinzioni e i valori richiamati nel processo appartengono al contesto necessario per comprendere il conflitto, ma non possono sostituire l’analisi delle azioni individuali né trasformarsi in una spiegazione automatica del delitto.

La vicenda giudiziaria acquista così una definizione precisa soltanto al termine di un percorso durato anni, durante il quale cambiano la valutazione delle testimonianze, l’attribuzione dei ruoli e la ricostruzione della premeditazione. Quando la Cassazione rende definitive le condanne nel luglio 2026, ciò che rimane accertato non è una formula destinata a riassumere simbolicamente il caso, ma una sequenza di responsabilità individuali inserite in un progetto omicidiario che la sentenza definitiva riconduce alla volontà di impedire a Saman di sottrarre la propria vita al controllo familiare.

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