Torino, Italia, 12 gennaio 1902 – La scomparsa della piccola Veronica Zucca dà inizio a una delle più inquietanti vicende della cronaca nera italiana del primo Novecento. Dopo mesi di indagini senza risultati e un secondo attacco ai danni di una bambina, Giovanni Gioli viene identificato come l’autore dei delitti e delle aggressioni.
L’inverno del 1902 e la nascita della paura
All’inizio del Novecento Torino è una città in piena trasformazione. L’espansione industriale modifica il tessuto urbano, mentre quartieri popolari e zone aristocratiche convivono a breve distanza gli uni dagli altri. Attorno al santuario della Consolata, uno dei luoghi religiosi più importanti della città, la vita quotidiana scorre tra botteghe, caffè, mercati e palazzi storici. È un quartiere molto frequentato, dove famiglie, artigiani e commercianti si conoscono da anni e dove i bambini trascorrono ancora gran parte delle giornate giocando nelle piazze e lungo le vie del centro.
L’inverno del 1902 è particolarmente rigido. La neve e la nebbia avvolgono Torino per settimane, rendendo le strade meno frequentate e contribuendo a creare un’atmosfera che, dopo gli eventi successivi, entra stabilmente nell’immaginario collettivo cittadino. In quel contesto prende forma una figura destinata a essere ricordata come il “Mostro di via della Consolata”, un appellativo nato dalla stampa e dalle voci popolari molto prima che gli investigatori riescano a individuare un responsabile.
Nei mesi successivi alla prima scomparsa iniziano infatti a circolare racconti sempre più fantasiosi. Alcuni sostengono che il misterioso aggressore abbia piedi simili a quelli di un caprone, altri lo descrivono come una presenza quasi demoniaca capace di apparire e scomparire nel nulla. Si tratta di narrazioni prive di qualsiasi fondamento investigativo, ma sufficienti ad alimentare il clima di paura che si diffonde rapidamente tra gli abitanti della città. La cronaca si intreccia con la superstizione e ogni voce contribuisce a rendere ancora più inquietante una vicenda della quale, in realtà, si conoscono pochissimi elementi concreti.
La scomparsa di Veronica Zucca
La mattina di domenica 12 gennaio 1902 Veronica Zucca, una bambina di cinque anni e mezzo, gioca come di consueto nei pressi del Caffè Savoia, l’attività gestita dai suoi genitori in Piazza Paesana, oggi Piazza Savoia. È una scena del tutto ordinaria per l’epoca. La piccola rimane entro un perimetro ristretto, perfettamente visibile dal locale di famiglia, mentre i genitori lavorano e tengono d’occhio i suoi spostamenti.
Veronica conosce bene quella zona della città. Non è una bambina incline ad allontanarsi e, secondo tutte le testimonianze raccolte successivamente, risponde sempre ai richiami della madre. Proprio questa abitudine rende ancora più inspiegabile ciò che accade quella mattina.
Quando si avvicina l’ora di rientrare nel locale, la madre la chiama più volte senza ricevere alcuna risposta. In un primo momento pensa che la figlia si sia nascosta per gioco, ma bastano pochi minuti perché la preoccupazione lasci spazio all’allarme. Uscita dal caffè, percorre rapidamente la piazza e le vie circostanti senza trovare alcuna traccia della bambina.
Nel giro di poco tempo commercianti, vicini e passanti iniziano a partecipare alle ricerche. Ognuno riferisce di aver visto Veronica fino a pochi minuti prima della scomparsa, ma nessuno è in grado di indicare con precisione dove sia diretta o con chi abbia lasciato la piazza. La neve e la nebbia rendono ancora più difficile ricostruire gli ultimi movimenti della bambina, cancellando eventuali tracce e limitando la visibilità.
Le prime ipotesi formulate dagli investigatori prendono in considerazione uno smarrimento accidentale, ma questa possibilità viene presto ridimensionata. Veronica conosce perfettamente il quartiere e non si allontana mai spontaneamente dalla zona compresa tra il caffè dei genitori e via della Consolata. Rimane quindi un’unica spiegazione ritenuta plausibile: la bambina viene attirata o costretta a seguire qualcuno.
L’assenza di elementi concreti favorisce però la nascita di sospetti spesso fondati esclusivamente su dicerie. Inizialmente l’attenzione si concentra su alcuni nomadi segnalati nei dintorni della piazza, una pista che non trova alcun riscontro. Successivamente alcune testimonianze riferiscono di aver visto Veronica parlare con un giovane poco prima della scomparsa. Gli investigatori ricostruiscono rapidamente la sua identità.
Si tratta di Alfredo Conti, un ragazzo di sedici anni che in passato ha lavorato per un breve periodo proprio al Caffè Savoia prima di essere licenziato dal padre di Veronica. Il precedente contrasto con la famiglia della bambina rende inevitabile il suo coinvolgimento nelle indagini.
Conti ammette immediatamente di essersi avvicinato a Veronica, spiegando però di averle semplicemente chiesto di chiamare un suo amico che si trovava all’interno del locale. La sua versione appare coerente e, soprattutto, viene sostenuta da un alibi che gli investigatori verificano con attenzione. Nonostante questo viene arrestato, anche per la forte pressione esercitata dall’opinione pubblica, desiderosa di individuare rapidamente un responsabile.
Con il passare dei giorni diventa però evidente che gli elementi raccolti contro di lui non sono sufficienti. Le verifiche confermano il suo racconto e Alfredo Conti viene completamente scagionato. La sua liberazione non rappresenta soltanto un vicolo cieco per gli investigatori, ma segna anche l’inizio di una fase ancora più complessa dell’inchiesta: la bambina rimane scomparsa, il responsabile continua a essere ignoto e nella città prende definitivamente forma la convinzione che un pericoloso aggressore stia agendo indisturbato nel cuore di Torino.
Il ritrovamento del corpo di Veronica Zucca
La svolta arriva soltanto nell’aprile del 1902 e nasce quasi per caso.
In quei giorni Palazzo Paesana, uno degli edifici storici più imponenti della città, situato all’imbocco di via della Consolata, è interessato da alcuni lavori di ristrutturazione. Durante gli interventi un falegname, Angelo Damiano, scende nei vasti sotterranei dell’edificio alla ricerca di alcune assi di legno che possano essere riutilizzate nel cantiere.
Quegli ambienti, conosciuti dai torinesi come “infernotti“, costituiscono un articolato sistema di cantine, magazzini e locali di servizio utilizzati nel corso degli anni come depositi. Gli spazi sono poco illuminati, raramente frequentati e ospitano numerose casse, mobili e materiali accatastati da tempo, alcuni dei quali sembrano non essere stati più movimentati da anni.
Mentre percorre quei corridoi, Damiano avverte un intenso odore di decomposizione provenire da uno dei locali. Seguendo la provenienza del fetore individua una grande cassa di legno apparentemente abbandonata tra gli altri materiali depositati. Decide quindi di aprirla per verificarne il contenuto.
All’interno della cassa si trova il corpo ormai scheletrizzato di una bambina. Lo stato avanzato della decomposizione rende immediatamente evidente che la morte non è recente e induce i Angelo ad allertare le autorità.
L’identificazione avviene rapidamente: il cadavere appartiene a Veronica Zucca. Per oltre tre mesi la piccola rimane nascosta a poche centinaia di metri dal caffè gestito dai suoi genitori, praticamente nel cuore del quartiere in cui era scomparsa. Questo particolare colpisce profondamente sia gli investigatori sia la cittadinanza. Il responsabile non porta la vittima lontano dalla città né tenta di occultarla in una zona isolata. Al contrario, sceglie un edificio frequentato quotidianamente da numerose persone, confidando probabilmente nella complessità dei sotterranei e nel fatto che nessuno avrebbe ispezionato accuratamente quei locali.
Il primo esame esterno induce inizialmente a ritenere che Veronica sia stata semplicemente stordita e rinchiusa viva nella cassa, dove sarebbe morta soffocata. L’autopsia modifica però radicalmente questa ricostruzione.
I medici legali individuano infatti sedici ferite da arma da taglio distribuite sul corpo della bambina. La morte non è quindi conseguenza dell’asfissia, ma di una violenta aggressione con coltello. Il ritrovamento conferma definitivamente che gli investigatori si trovano davanti a un omicidio e non a un rapimento finito accidentalmente in tragedia.
L’omicidio assume immediatamente una rilevanza nazionale. I giornali dedicano ampio spazio alla vicenda e la pressione sulle forze dell’ordine aumenta considerevolmente. La città pretende un colpevole e ogni possibile pista viene percorsa, spesso senza il necessario supporto probatorio.
Un’indagine segnata da errori e falsi sospettati
Il ritrovamento del corpo non semplifica il lavoro degli investigatori. Al contrario, l’inchiesta entra in una fase caratterizzata da continui sospetti, arresti e successive scarcerazioni.
Tra le prime persone a finire nuovamente sotto osservazione c’è lo stesso Alfredo Conti. A riaccendere i sospetti contribuisce il fratellino della vittima, Giulio Zucca, che sostiene di aver visto il giovane insieme a Veronica poco prima della scomparsa. La testimonianza appare inizialmente significativa e porta gli investigatori a rivalutare una pista che sembrava ormai archiviata.
Ben presto emerge però che il bambino ha inventato il racconto. Lo ammette lui stesso, svuotando completamente di valore le accuse formulate nei confronti di Conti. Per la seconda volta il giovane viene definitivamente scagionato.
Anche il padre della vittima finisce temporaneamente nel mirino degli investigatori. Alcune incongruenze emerse durante gli interrogatori inducono gli inquirenti ad approfondire la sua posizione, ma nessun elemento concreto consente di collegarlo all’omicidio della figlia. Anche questa ipotesi investigativa viene quindi abbandonata.
Una sorte analoga tocca a Carlo Tosetti, storico cocchiere del marchese di Paesana, impiegato da circa quarant’anni presso il palazzo nei cui sotterranei viene rinvenuto il corpo di Veronica.
Nei suoi confronti non esistono prove materiali. Ciononostante viene arrestato e trascorre quasi due mesi in carcere. La sua vicenda rappresenta uno degli episodi più significativi dell’intera inchiesta perché mostra quanto il desiderio di individuare rapidamente un colpevole finisca per prevalere sulla solidità degli elementi raccolti.
La stampa contribuisce ad alimentare quel clima. Alcuni quotidiani presentano Tosetti come il possibile “Mostro di via della Consolata”, trasformando semplici sospetti in presunte certezze e influenzando inevitabilmente l’opinione pubblica. Quando l’uomo viene infine liberato per assoluta mancanza di prove, il danno alla sua reputazione è ormai irreparabile. Pur risultando completamente estraneo ai fatti, continua a convivere per anni con il peso delle accuse e con la diffidenza di parte della cittadinanza.
La sua storia anticipa, per molti aspetti, altri celebri errori giudiziari della cronaca italiana. Il meccanismo è simile: un caso che scuote profondamente l’opinione pubblica, la necessità di individuare rapidamente un responsabile e il rischio che semplici indizi o pregiudizi vengano interpretati come prove.
Nel frattempo, però, il vero autore dell’omicidio continua a muoversi indisturbato. Nessuno immagina che il caso sia destinato a riaprirsi pochi mesi dopo con una nuova aggressione che, questa volta, offrirà agli investigatori l’occasione decisiva per arrivare finalmente alla sua identificazione.
La seconda aggressione
Per oltre un anno l’inchiesta rimane sostanzialmente immobile. Dopo il ritrovamento del corpo di Veronica Zucca nessun elemento nuovo permette di restringere il campo delle indagini e il responsabile dell’omicidio continua a sfuggire alle autorità. La paura, tuttavia, non scompare. Molti genitori modificano le proprie abitudini, evitando di lasciare i figli soli anche per brevi periodi, mentre nel quartiere della Consolata continua a circolare la convinzione che l’assassino possa colpire ancora.
Quel timore trova una drammatica conferma nel maggio del 1903.
Teresina Demarca, una bambina di cinque anni figlia di un gasista residente proprio all’interno di Palazzo Paesana, scompare improvvisamente mentre sta giocando con altri bambini. Il luogo della sparizione è lo stesso scenario che, pochi mesi prima, ha restituito il corpo di Veronica Zucca. Per gli investigatori non può trattarsi di una semplice coincidenza.
L’allarme viene dato immediatamente e, questa volta, le ricerche seguono fin dai primi minuti una direzione precisa. L’esperienza maturata durante il precedente caso convince gli inquirenti a concentrare subito l’attenzione sugli “infernotti” di Palazzo Paesana, i vasti sotterranei che avevano già rappresentato il luogo di occultamento del cadavere di Veronica.
Quella decisione si rivela determinante.
Durante le ricerche il portinaio dello stabile individua Teresina distesa sopra una pila di cuscini all’interno dei sotterranei. La bambina è ancora viva, ma presenta tre profonde ferite inferte con un coltello. Viene soccorsa e trasportata con urgenza per ricevere le cure necessarie.
Il fatto che la piccola sopravviva modifica completamente lo scenario investigativo. Per la prima volta gli inquirenti hanno una vittima che può fornire indicazioni utili e, soprattutto, possono analizzare una scena del crimine ancora integra, senza dover ricostruire gli eventi a distanza di mesi.
Le modalità dell’aggressione mostrano evidenti analogie con l’omicidio di Veronica Zucca. Anche in questo caso la vittima è una bambina molto piccola, viene attirata nei sotterranei di Palazzo Paesana e colpita con un’arma da taglio. Il mancato omicidio sembra dipendere esclusivamente da un’interruzione improvvisa dell’azione criminosa. Gli investigatori ritengono probabile che qualcosa o qualcuno abbia costretto l’aggressore ad allontanarsi prima di completare il delitto.
Dalla testimonianza del portinaio all’identificazione di Gioli
L’indagine compie finalmente un salto di qualità grazie a un dettaglio apparentemente marginale.
Interrogato dagli investigatori, il portinaio ricorda di avere consegnato poco tempo prima le chiavi delle cantine a un giovane addetto alla raccolta dei rifiuti che svolge abitualmente alcuni lavori nella zona. Il suo nome è Giovanni Gioli.
Quell’informazione offre agli investigatori un elemento concreto sul quale lavorare. A differenza dei sospetti formulati nei confronti di altri indagati, questa volta esiste un collegamento diretto tra il principale sospettato e il luogo in cui vengono trovate entrambe le bambine.
Giovanni Gioli ha ventiquattro anni ed è conosciuto nel quartiere. Le testimonianze raccolte lo descrivono come un giovane con gravi difficoltà cognitive e comportamentali. Persino la madre, ascoltata nel corso delle indagini, lo definisce una persona con “il cervello di un bambino”, incapace di gestire autonomamente la propria vita quotidiana. La sua figura è nota agli abitanti della zona, che lo considerano imprevedibile e mentalmente instabile.
Rintracciato dagli investigatori, Gioli non oppone particolare resistenza agli interrogatori.
Nel corso delle dichiarazioni Giovanni Gioli confessa l’aggressione ai danni di Teresina Demarca e ammette anche di essere il responsabile dell’omicidio di Veronica Zucca. Le sue parole non seguono però una ricostruzione lineare. Ai ricordi degli eventi alterna continui riferimenti a sogni, apparizioni e voci che afferma di percepire da tempo.
Racconta di essere tormentato da incubi ricorrenti nei quali vede enormi distese d’acqua e una figura misteriosa che lo rincorre, costringendolo a fuggire senza riuscire a muoversi. In altri momenti descrive presenze invisibili che influenzano il suo comportamento e che, a suo dire, lo accompagnano anche durante la veglia.
Accanto a questi racconti deliranti emergono però particolari estremamente precisi sui delitti.
Gioli ricorda, ad esempio, di avere utilizzato un coltello poco affilato che, secondo le sue stesse parole, “serviva solo a bucare”. Fornisce inoltre indicazioni coerenti sulle modalità con cui colloca le vittime nei sotterranei di Palazzo Paesana, elementi che risultano compatibili con quanto accertato dagli investigatori durante i sopralluoghi.
La confessione non si limita ai due episodi già conosciuti.
Nel corso degli interrogatori Gioli ammette infatti anche altre aggressioni compiute nei confronti di bambine, episodi che fino a quel momento non erano stati collegati tra loro. In quei casi le vittime riescono fortunatamente a sopravvivere, ma il quadro che emerge consente agli investigatori di comprendere che Veronica Zucca e Teresina Demarca non rappresentano episodi isolati. Le aggressioni seguono infatti uno schema ricorrente: le vittime sono bambine molto piccole, vengono avvicinate in luoghi familiari, attirate in zone appartate e colpite con un coltello.
Pur senza poter parlare di serial killer secondo la moderna definizione criminologica, il comportamento di Gioli evidenzia una ripetizione della condotta violenta che rende il suo caso uno dei più significativi della cronaca nera italiana dei primi anni del Novecento.
Quando gli interrogatori si concludono, gli investigatori ritengono ormai di avere individuato il responsabile del cosiddetto “Mostro di via della Consolata”. Rimane tuttavia una questione destinata ad assumere un ruolo centrale durante il processo: comprendere se Giovanni Gioli sia pienamente imputabile oppure se le sue condizioni psichiche siano tali da escludere, almeno in parte, la responsabilità penale.
Il processo e il dibattito sulla capacità di intendere e di volere
Il processo nei confronti di Giovanni Gioli si apre il 14 gennaio 1904 in un clima di fortissima tensione. La vicenda ha ormai occupato per mesi le pagine dei quotidiani e l’opinione pubblica torinese attende una risposta definitiva a una delle pagine più oscure della propria cronaca cittadina.
L’imputato compare davanti alla Corte dopo avere confessato l’omicidio di Veronica Zucca, il tentato omicidio di Teresina Demarca e altre aggressioni ai danni di bambine. Nel corso delle udienze emerge con chiarezza il profilo di un uomo affetto da gravi disturbi mentali. Le dichiarazioni rese durante gli interrogatori, caratterizzate da continui riferimenti ad allucinazioni, sogni persecutori e presunte apparizioni, alimentano inevitabilmente il dibattito sulla sua reale capacità di comprendere la portata delle proprie azioni.
La psichiatria forense dei primi anni del Novecento, tuttavia, si trova ancora in una fase di sviluppo. Le conoscenze scientifiche sulle malattie mentali sono molto limitate rispetto agli standard moderni e il confine tra infermità psichica, ritardo cognitivo e responsabilità penale appare spesso incerto. In numerosi procedimenti giudiziari dell’epoca prevale ancora una visione fortemente orientata alla punizione del colpevole piuttosto che alla valutazione clinica della sua condizione.
Anche nel caso di Giovanni Gioli, nonostante gli evidenti elementi di alterazione psichica, la Corte non riconosce l’infermità mentale tale da escludere la sua imputabilità.
La decisione suscita discussioni già all’epoca e continua ancora oggi a rappresentare uno degli aspetti più controversi dell’intera vicenda. Letta con gli strumenti della moderna psichiatria forense, la personalità di Gioli presenta infatti numerosi elementi che avrebbero probabilmente richiesto un approfondimento specialistico ben più articolato. È tuttavia necessario valutare quella scelta nel contesto storico in cui viene assunta, evitando interpretazioni anacronistiche basate sulle attuali conoscenze medico-legali.
Durante il dibattimento la tensione all’interno dell’aula raggiunge più volte livelli estremamente elevati. Numerosi cittadini assistono alle udienze e, in diverse occasioni, parte del pubblico invoca apertamente la pena di morte nei confronti dell’imputato. Il presidente della Corte è costretto a ordinare lo sgombero dell’aula per riportare la situazione sotto controllo e consentire il regolare svolgimento del processo.
Al termine del procedimento Giovanni Gioli viene condannato a venticinque anni e due mesi di reclusione, ai quali si aggiungono tre anni di vigilanza speciale da scontare una volta terminata la pena.
Secondo le cronache processuali, dopo la lettura della sentenza l’imputato reagisce con apparente distacco, affermando che sarebbe uscito di prigione all’età di quarantotto anni. Quella previsione non si realizza mai.
All’uscita dal tribunale il carro cellulare che lo trasporta verso il carcere viene circondato da una folla inferocita intenzionata a linciarlo. Soltanto l’intervento dei Carabinieri impedisce che la situazione degeneri in un’aggressione. L’episodio testimonia il livello di esasperazione raggiunto dalla cittadinanza dopo due anni di paura, false piste investigative e continui colpi di scena.
Giovanni Gioli trascorre in carcere gli ultimi anni della propria vita e muore in detenzione dopo circa otto anni di reclusione, senza arrivare a scontare l’intera pena inflittagli.
Un caso che anticipa molte criticità della cronaca nera moderna
La vicenda del cosiddetto Mostro di via della Consolata occupa un posto particolare nella storia della cronaca nera italiana. Pur essendo oggi meno conosciuta rispetto ad altri celebri casi del Novecento, presenta numerosi elementi che anticipano dinamiche investigative e mediatiche destinate a ripetersi negli anni successivi.
L’inchiesta è caratterizzata da una lunga serie di falsi sospettati, arresti fondati su elementi fragili e forti pressioni esercitate dall’opinione pubblica. Alfredo Conti e Carlo Tosetti rappresentano gli esempi più evidenti delle conseguenze che un’indagine condotta in condizioni di forte emotività può produrre sulla vita di persone poi risultate completamente estranee ai fatti.
Il ruolo della stampa contribuisce ulteriormente ad alimentare il clima di allarme. La ricerca del “mostro” porta spesso ad attribuire valore investigativo a semplici indiscrezioni o a descrizioni prive di qualsiasi fondamento, come quelle che trasformano l’assassino in una figura quasi demoniaca. La costruzione mediatica del colpevole precede spesso l’accertamento dei fatti, un fenomeno che ricomparirà in numerosi casi italiani del secolo successivo.
Anche la gestione della salute mentale dell’imputato rappresenta uno degli aspetti più significativi del procedimento. Le dichiarazioni di Giovanni Gioli evidenziano una personalità profondamente compromessa, ma il sistema giudiziario dell’epoca non dispone ancora degli strumenti diagnostici e delle conoscenze necessarie per affrontare in modo sistematico casi di questo genere. La sentenza riflette quindi i limiti della cultura medico-legale dei primi anni del Novecento più che una valutazione conforme agli attuali criteri psichiatrici.
A oltre un secolo di distanza, il caso conserva un importante valore storico. Non soltanto per la gravità dei fatti commessi, ma anche perché permette di osservare l’evoluzione delle tecniche investigative, del rapporto tra giustizia e informazione e della valutazione dell’imputabilità nei soggetti affetti da disturbi mentali.
La storia di Giovanni Gioli rimane così una delle prime vicende italiane in cui serialità delle aggressioni, pressione mediatica, errori investigativi e dibattito psichiatrico si intrecciano in un unico procedimento giudiziario, offrendo ancora oggi numerosi spunti di riflessione sul funzionamento della giustizia penale all’inizio del Novecento.