Garlasco, 2026: Tra gli elementi che attirano maggiore attenzione nella nuova fase dell’indagine sul caso Garlasco vi è una traccia nota al pubblico come “impronta 33”. Nel corso dei mesi, questa impronta diventa uno dei temi più discussi del caso, alimentando confronti tra consulenti, dibattiti mediatici e interrogativi sul suo possibile significato investigativo. Comprendere il ruolo dell’impronta 33 richiede però di distinguere tra il dato tecnico, la sua interpretazione e il contesto nel quale la traccia viene analizzata.
Che cos’è l’impronta 33
Nel linguaggio utilizzato dagli investigatori e dai consulenti tecnici, le impronte repertate durante un’indagine vengono spesso identificate attraverso numerazioni progressive che consentono di distinguerle e catalogarle all’interno della documentazione investigativa.
L’espressione “impronta 33” nasce proprio da questa esigenza di classificazione. Non si tratta quindi di una definizione particolare attribuita alla traccia per il suo contenuto o per la sua importanza, ma di una denominazione tecnica utilizzata per identificarla all’interno degli atti.
Con il passare del tempo, tuttavia, quel numero assume una rilevanza ben diversa da quella originariamente prevista. Nel corso della nuova fase investigativa, infatti, l’impronta 33 diventa progressivamente uno degli elementi più citati nel dibattito pubblico sul caso Garlasco, fino a trasformarsi in una sorta di simbolo delle nuove verifiche avviate dagli investigatori.
Questa evoluzione contribuisce a creare una situazione particolare. Un elemento inizialmente noto soltanto agli addetti ai lavori viene improvvisamente discusso da giornali, programmi televisivi e piattaforme digitali, generando un interesse che spesso supera la conoscenza effettiva dei dettagli tecnici legati alla traccia.
Per comprendere il ruolo dell’impronta 33 è quindi necessario partire dal suo contesto originario e dal modo in cui viene inserita all’interno dell’attività investigativa.
Perché torna al centro dell’attenzione
Uno degli aspetti più interessanti della nuova fase dell’indagine riguarda proprio il motivo per cui alcune tracce raccolte molti anni prima tornano improvvisamente a essere oggetto di attenzione.
Nelle indagini complesse, infatti, non è insolito che elementi già conosciuti vengano riesaminati alla luce di nuove verifiche o di nuove domande investigative. Questo non significa necessariamente che la traccia sia stata ignorata in passato o che assuma automaticamente un significato diverso, ma riflette il normale processo attraverso il quale gli investigatori rivalutano periodicamente il materiale disponibile.
Nel caso dell’impronta 33, il ritorno al centro del dibattito coincide con la nuova fase di approfondimenti avviata dopo la riapertura del fascicolo. La traccia viene quindi nuovamente analizzata e inserita tra gli elementi che meritano ulteriori verifiche.
L’interesse mediatico che accompagna la vicenda contribuisce ad amplificare ulteriormente la sua visibilità. Ogni sviluppo relativo all’impronta viene seguito con attenzione e spesso presentato come un possibile elemento di svolta. Questa dinamica non riguarda soltanto il caso Garlasco, ma è comune a molte indagini che coinvolgono reperti e tracce fisiche suscettibili di nuove analisi.
Tuttavia, il fatto che una traccia venga riesaminata non equivale automaticamente a una conferma del suo valore investigativo. Come accade per qualsiasi altro elemento, il suo significato dipende dal contesto complessivo nel quale viene valutata e dai riscontri che possono emergere nel corso delle verifiche.
Dove si trova l’impronta 33
L’importanza attribuita all’impronta 33 deriva soprattutto dalla posizione nella quale la traccia viene individuata. Secondo quanto emerge dagli atti dell’indagine, l’impronta si trova sulla parete che conduce al vano scala della villetta di via Pascoli, una zona particolarmente significativa all’interno della ricostruzione della scena del crimine.
La rilevanza della posizione deriva dal fatto che l’area del vano scala è direttamente collegata alla dinamica dell’omicidio così come ricostruita dagli investigatori. Per questo motivo, ogni traccia individuata in quella zona viene inevitabilmente valutata con particolare attenzione. L’interesse degli investigatori non riguarda quindi soltanto l’esistenza dell’impronta, ma anche il contesto nel quale essa compare e il possibile rapporto con i movimenti compiuti all’interno dell’abitazione.
Un elemento emerso successivamente riguarda proprio il modo in cui la traccia viene osservata dagli operatori intervenuti sulla scena del crimine. In una testimonianza resa nell’ambito delle nuove verifiche, uno dei carabinieri che partecipano ai sopralluoghi torna a descrivere le caratteristiche dell’impronta e il contesto nel quale viene repertata. Nel corso dell’audizione spiega che la traccia appare compatibile con il contatto di una mano destra appoggiata alla parete durante la discesa delle scale e richiama più volte quella che definisce una dinamica naturale di movimento all’interno del vano scala.
Alla domanda sul significato dell’espressione “faceva senso”, utilizzata nel corso della deposizione, il militare precisa:
«Era logico supporre che fosse la mano di una persona che si appoggia e scende le scale, e fosse una mano destra.»
Nel corso della stessa audizione, il militare chiarisce che questa valutazione nasce dall’osservazione concreta della posizione della traccia e della conformazione del vano scala. Sottolinea infatti che l’impronta si trova sulla parete destra della discesa e che la scala presenta una curva che può indurre una persona a cercare un punto di appoggio durante il percorso. Secondo la sua ricostruzione, la posizione della traccia appariva quindi coerente con un gesto naturale compiuto da chi scende verso il seminterrato.
Si tratta di una considerazione che riguarda esclusivamente il contesto nel quale l’impronta viene osservata e repertata. La valutazione espressa dal carabiniere non riguarda infatti l’identificazione dell’autore della traccia, ma la compatibilità della sua posizione con un movimento ritenuto fisiologico all’interno della scala.
Il militare aggiunge inoltre che la traccia presentava caratteristiche che attirano immediatamente l’attenzione degli operatori intervenuti sulla scena. Nel descriverla, osserva che erano visibili alcuni dettagli riconducibili alle dita della mano e che la reazione ottenuta durante gli accertamenti appariva particolarmente evidente:
«Si vedevano due o tre dita della mano… era evidente che il deposito amminoacidico fosse consistente visto che abbiamo visto questa traccia così estesa.»
La stessa deposizione contiene un ulteriore elemento che contribuisce a comprendere l’interesse suscitato dalla traccia 33 già nelle primissime fasi dell’indagine. Il carabiniere ricorda infatti che, a differenza di altre reazioni osservate sulle pareti del vano scala, quella specifica impronta mostrava caratteristiche che apparivano maggiormente compatibili con una vera impronta di contatto. Secondo quanto riferito, alcune tracce evidenziate dalla ninidrina non presentavano dettagli papillari chiaramente riconoscibili, mentre la 33 appariva più definita e più estesa rispetto alle altre.
Nel corso della stessa audizione il militare affronta anche il tema dei reagenti utilizzati durante le attività tecniche, spiegando che la colorazione della traccia non consente, da sola, di stabilire la natura della sostanza che ha determinato la reazione. Richiama infatti il fatto che la ninidrina reagisce agli amminoacidi e che una risposta positiva può essere prodotta da materiali diversi:
«Anche il sangue reagisce… anche gli amminoacidi presenti all’interno del sangue reagiscono con la ninidrina. Ma la stessa reazione può avvenire anche con altre sostanze contenenti amminoacidi.»
Questo aspetto assume particolare importanza perché nel dibattito pubblico la colorazione della traccia viene spesso associata automaticamente alla presenza di sangue. Le dichiarazioni dei tecnici intervenuti all’epoca evidenziano invece come la reazione alla ninidrina, da sola, non consenta di stabilire con certezza quale sostanza abbia determinato la comparsa dell’impronta.
Il grattato dell’intonaco
Un elemento particolarmente significativo emerge anche dalle testimonianze dei tecnici del RIS intervenuti nel 2007. Sia il Ten. Col. Marino sia il Ten. Col. Mattei ricordano infatti che il cosiddetto “grattato” dell’intonaco viene effettuato esclusivamente sulla traccia 33. Secondo le loro dichiarazioni, la decisione nasce dalla particolare estensione della reazione alla ninidrina, dalla posizione dell’impronta in prossimità del luogo in cui viene rinvenuto il corpo di Chiara Poggi e dall’interesse investigativo attribuito a quella specifica traccia fin dalle prime fasi dell’indagine.
Nel corso delle nuove audizioni, i tecnici spiegano inoltre che l’attenzione verso quella parete non nasce casualmente. Già durante i sopralluoghi del 2007 gli operatori ritengono plausibile che una persona in movimento lungo il vano scala possa essersi appoggiata al muro. Proprio per questo motivo viene deciso di trattare l’area con la ninidrina nella speranza di evidenziare eventuali tracce latenti non visibili a occhio nudo. La comparsa dell’impronta 33 viene quindi interpretata come un risultato coerente con una verifica che gli investigatori avevano già deciso di effettuare sulla base della conformazione del luogo.
PM: «Chi ha deciso di effettuare il “grattato” sulla 33 ?»
Ten. Col. Marino: « Non ho un preciso ricordo, posso solo rifarmi alla mia esperienza e a valutazioni logiche. ll genetista, cioè io, si è confrontato con il dattiloscopista e ha valutato che, senza intaccare I’ impronta, essendoci una particolare estensione della reazione della ninidrina e trovandosi la traccia in prossimità del corpo della vittima in una posizione di appoggio, la traccia era di particolare interesse e valeva la pena tentare un accertamento che normalmente non si effettua.»Ten. Col. Mattei: « il nostro obiettivo infatti era quello di trovare tracce papillari riferibili a soggetti non legittimati ad entrare presso l’ abitazione o tracce papillari insanguinate che ci avrebbero fornito dei chiari spunti investigativi.»
PM: «Solo sull’ impronta 33 è stato fatto il grattato?»
Ten. Col. Mattei: «si che io mi ricordi si. Per capire quali impronte sono state campionate dai colleghi di biologia si deve leggere la relazione di Marino. Per quello che è il mio ricordo il grattato è stato fatto solo sull’ impronta n. 33.»
Nel corso delle nuove audizioni, il Ten. Col. Mattei viene interrogato proprio sulle caratteristiche della reazione osservata sulla parete del vano scala e sul motivo per cui quella traccia attira immediatamente l’attenzione degli operatori.
PM: «Se viene lasciata un’impronta con una mano asciutta e pulita vi è la stessa reazione?»
Ten. Col. Mattei: «No. In quel caso trovo creste definite. Il colore dell’impronta evidenziata dalla ninidrina è più o meno intenso a seconda della quantità di aminoacidi. Più aminoacidi ci sono più la colorazione è intensa. La traccia n. 33 aveva poca definizione di creste papillari, aveva una reazione consistente e una particolare estensione, per questo ritenevamo che fosse una reazione da “mano bagnata”. Con una mano asciutta quell’impronta non esce.»
La dichiarazione non identifica la sostanza che determina la reazione né consente di stabilire automaticamente l’origine del materiale presente sulla parete. Tuttavia aiuta a comprendere perché i tecnici del RIS considerino la traccia 33 diversa rispetto ad altre impronte evidenziate nel corso dei sopralluoghi. Secondo la loro valutazione, infatti, l’estensione della colorazione e la quantità di aminoacidi rilevata rendono quella reazione meritevole di ulteriori approfondimenti.
I campioni V e R e la catena di custodia
Uno degli aspetti emersi nel corso delle verifiche più recenti riguarda la documentazione relativa al materiale prelevato attorno all’impronta 33 durante gli accertamenti effettuati nel 2007. Nel corso delle nuove audizioni, il Ten. Col. Marino riferisce che il campione raccolto mediante il cosiddetto “grattato” viene utilizzato per le analisi di laboratorio svolte all’epoca e che il materiale disponibile risulta consumato nel corso degli accertamenti.
Ten. Col. Marino: «Ho analizzato tutto il “grattato” che stava nella provetta e quindi è andato interamente distrutto, essendo stato totalmente immerso nel tampone di lisi.»
La ricostruzione della sorte di quel materiale diventa però oggetto di ulteriori verifiche investigative. In una comunicazione trasmessa alla Procura di Pavia, i Carabinieri richiamano infatti il verbale di restituzione dei reperti redatto dal RIS di Parma il 6 dicembre 2007, nel quale viene indicata la presenza, all’interno del reperto n. 7, di «due flaconcini contenente materiale biancastro contraddistinti con le lettere “V” ed “R”», descritti come provenienti dal grattato effettuato attorno all’impronta 33.
Secondo la ricostruzione contenuta nella stessa documentazione, tali campioni vengono successivamente consegnati al consulente tecnico Marco Ballardini insieme ad altri reperti. Gli investigatori osservano tuttavia che, sulla base degli atti esaminati, non viene individuato un ulteriore passaggio documentale relativo a quel materiale dopo la consegna.
La circostanza non consente di stabilire automaticamente quale fosse l’effettivo contenuto dei flaconcini, quali verifiche siano state eventualmente effettuate successivamente o quale sia stata la loro definitiva destinazione. Rappresenta però uno degli elementi che contribuiscono ad alimentare il dibattito sulla gestione dei reperti collegati all’impronta 33 e sulla ricostruzione della loro catena di custodia nel corso degli anni.
Come accade per molti altri aspetti del caso Garlasco, anche in questo caso il tema non riguarda soltanto il dato materiale in sé, ma la possibilità di ricostruire con precisione il percorso seguito dai reperti attraverso i diversi passaggi investigativi e peritali che si susseguono nel tempo.
Il tema dell’attribuzione
La ragione principale per cui l’impronta 33 diventa uno degli elementi più discussi della nuova fase investigativa riguarda il tema della sua possibile attribuzione.
Nel corso delle verifiche svolte dopo la riapertura del fascicolo, gli investigatori decidono infatti di sottoporre nuovamente la traccia a una serie di accertamenti dattiloscopici finalizzati a verificarne la compatibilità con Andrea Sempio. È questo passaggio a trasformare un’impronta già nota agli atti in uno degli elementi centrali del nuovo filone investigativo.
Secondo la ricostruzione contenuta nell’informativa, la possibile attribuzione della traccia si basa sull’individuazione di quindici punti caratteristici ritenuti compatibili con l’impronta palmare di Andrea Sempio. Gli investigatori sottolineano che la comparazione non viene effettuata sulla base di una semplice somiglianza generale, ma attraverso l’analisi di specifici dettagli morfologici osservati nella traccia e confrontati con il palmo della mano dell’indagato.
L’attenzione si concentra in particolare sulla porzione dell’impronta che gli specialisti ritengono maggiormente leggibile e utile ai fini della comparazione. Secondo la valutazione investigativa, il numero e la qualità degli elementi osservati consentirebbero di formulare un giudizio di compatibilità tra la traccia repertata nel 2007 e il palmo della mano di Andrea Sempio.
Proprio questo aspetto diventa uno dei principali terreni di confronto tra accusa, difesa e consulenti. Come accade frequentemente nei casi complessi, il dibattito non riguarda soltanto l’esistenza della traccia, ma anche la qualità del reperto originario, il grado di definizione dell’impronta, l’affidabilità delle comparazioni effettuate e il significato che una eventuale attribuzione potrebbe assumere all’interno della ricostruzione complessiva dei fatti.
L’attribuzione dell’impronta rappresenta quindi un passaggio centrale dell’intera vicenda. Se da un lato gli investigatori ritengono che la comparazione fornisca elementi significativi, dall’altro il confronto tecnico rimane aperto e continua a costituire uno dei punti più discussi della nuova fase dell’indagine.
È proprio questa distanza tra letture differenti a trasformare una traccia repertata quasi vent’anni prima in uno degli elementi maggiormente dibattuti del caso Garlasco nel 2026.
La spiegazione fornita da Andrea Sempio
Nel corso delle intercettazioni acquisite durante la nuova fase dell’indagine, Andrea Sempio affronta direttamente il tema dell’impronta 33 e propone una spiegazione della possibile presenza della sua traccia sulla parete della scala.
Parlando con un’amica, osserva innanzitutto che l’impronta individuata dagli investigatori non sarebbe una traccia di sangue ma una reazione prodotta dai reagenti utilizzati durante gli accertamenti tecnici:
«Non è un’impronta insanguinata, eh. È rosa…»
Quando l’interlocutrice gli fa notare che la colorazione dipende dal reagente utilizzato, Sempio insiste sul fatto che la presenza di impronte lungo quella scala non sarebbe un elemento insolito. Nel corso della conversazione richiama infatti le caratteristiche del passaggio che conduce al seminterrato:
«Lì ha una scalettina stretta che fa una curva, non c’è corrimano né niente.»
Secondo la sua ricostruzione, chiunque percorra quel tratto sarebbe naturalmente portato ad appoggiare la mano sulla parete durante la discesa. Per questo motivo sostiene che la presenza di impronte in quella zona non rappresenterebbe un elemento anomalo e ricorda che nella stessa area sarebbero state rilevate anche altre tracce.
In una seconda conversazione, Sempio contesta invece la possibilità di attribuire con certezza l’impronta alla propria mano. Facendo riferimento alle condizioni della superficie muraria, afferma:
«Quel muro lì non è un muro liscio… è tutto rugoso, segnato, pieno di robe.»
Lo stesso ragionamento viene poi esteso al problema della datazione della traccia. Secondo Sempio, anche nell’ipotesi in cui l’impronta fosse effettivamente riconducibile a lui, la sua presenza non consentirebbe di stabilire quando venga lasciata:
«Non sono databili quindi non puoi sapere se è stata lasciata prima o molto prima.»
Queste dichiarazioni rappresentano la lettura proposta da Sempio della presenza dell’impronta sulla parete della scala e costituiscono uno degli elementi che si affiancano alle valutazioni degli investigatori e alle analisi tecniche sviluppate nel corso delle nuove verifiche.
Perché l’impronta 33 divide gli esperti
Se l’esistenza dell’impronta 33 non è in discussione, ciò che continua a dividere investigatori, consulenti e osservatori riguarda il significato che deve essere attribuito alla traccia e il grado di affidabilità delle valutazioni tecniche sviluppate nel corso degli anni.
Come accade frequentemente nelle indagini che coinvolgono impronte, reperti biologici o altri elementi materiali, il punto centrale non consiste soltanto nell’individuazione della traccia, ma nella sua interpretazione. Gli specialisti sono chiamati a stabilire quali informazioni possano essere ricavate dal reperto, quale peso attribuire alle caratteristiche osservate e quali limiti debbano essere tenuti in considerazione durante l’analisi.
Nel caso dell’impronta 33, il confronto riguarda diversi aspetti: la qualità della traccia originaria, le modalità con cui viene rilevata e conservata, il numero delle minuzie considerate utili alla comparazione e il significato che una eventuale attribuzione potrebbe assumere all’interno della ricostruzione complessiva dei fatti. È proprio questa pluralità di valutazioni a spiegare perché l’impronta 33 continui a occupare una posizione centrale nel dibattito sviluppatosi attorno alla riapertura dell’indagine.
Questa fase evidenzia una caratteristica comune a molte indagini complesse: la differenza tra la percezione pubblica di una prova e il modo in cui la stessa viene esaminata dagli specialisti. Nel dibattito mediatico, infatti, una traccia tende spesso a essere percepita come un elemento dotato di un significato immediatamente comprensibile. Sul piano tecnico, invece, ogni conclusione richiede verifiche, confronti e valutazioni che raramente possono essere ridotte a una semplice affermazione di certezza.
La discussione non riguarda quindi soltanto la presenza della traccia, ma il significato che essa possa assumere all’interno della ricostruzione complessiva dei fatti. Una questione che continua a occupare un ruolo centrale nel confronto tra accusa, difesa e consulenti tecnici e che contribuisce a spiegare perché l’impronta 33 rimanga uno degli elementi più controversi dell’intera fase di riapertura del caso Garlasco.
Tra attenzione mediatica e significato investigativo
Pochi elementi della nuova indagine riescono a ottenere una visibilità paragonabile a quella dell’impronta 33. Nel giro di pochi mesi, la traccia diventa uno dei temi più frequentemente citati nei programmi televisivi, negli articoli di giornale e nei dibattiti online dedicati al caso Garlasco.
Questa esposizione contribuisce inevitabilmente a modificare la percezione pubblica dell’elemento stesso. Più una traccia viene discussa, più aumenta la tendenza a considerarla centrale nella ricostruzione della vicenda. Tuttavia, il livello di attenzione mediatica non coincide necessariamente con il peso investigativo attribuito a un elemento all’interno di un’indagine.
Si tratta di una distinzione importante. Nel corso della storia giudiziaria italiana non sono mancati casi nei quali dettagli ampiamente discussi dall’opinione pubblica si sono poi rivelati meno determinanti di quanto inizialmente immaginato. Allo stesso modo, elementi apparentemente secondari hanno talvolta assunto una rilevanza significativa soltanto dopo ulteriori verifiche.
Nel caso dell’impronta 33, il dibattito mostra proprio quanto possa essere difficile separare il valore informativo di una notizia dal suo effettivo significato investigativo. La grande attenzione che circonda la traccia rende infatti necessario un approccio particolarmente prudente, capace di distinguere tra ciò che è stato accertato, ciò che viene ipotizzato e ciò che rimane ancora oggetto di verifica.
Per questo motivo, gli sviluppi relativi all’impronta vengono generalmente valutati dagli investigatori insieme agli altri elementi presenti nel fascicolo, evitando di attribuire alla singola traccia un ruolo isolato rispetto al quadro complessivo dell’indagine.
Un tassello all’interno di un quadro più ampio
Osservata nel contesto generale della nuova fase investigativa, l’impronta 33 appare come uno dei numerosi elementi che contribuiscono ad alimentare le verifiche in corso sul caso Garlasco.
Il suo interesse deriva non soltanto dalle caratteristiche della traccia in sé, ma anche dal modo in cui essa si inserisce all’interno di una vicenda che continua a essere analizzata attraverso molteplici prospettive investigative. Come accade per i reperti biologici, per le intercettazioni o per le analisi genetiche, anche l’impronta deve essere interpretata in relazione agli altri dati disponibili.
Proprio questa esigenza di collegare elementi differenti rappresenta una delle principali sfide delle indagini riaperte a distanza di molti anni. Nessuna traccia viene infatti valutata isolatamente. Il lavoro investigativo consiste nel comprendere se i diversi elementi raccolti possano contribuire a formare una ricostruzione coerente e verificabile dei fatti.
L’impronta 33 continua quindi a occupare una posizione importante nel dibattito pubblico e investigativo, ma il suo significato non può essere separato dal contesto nel quale viene esaminata. È questa la ragione per cui ogni nuova informazione relativa alla traccia viene generalmente interpretata come parte di un quadro più ampio e non come una risposta definitiva agli interrogativi ancora aperti.
L’impronta 33 rappresenta oggi uno degli elementi più discussi dell’intera fase di riapertura del caso Garlasco. La sua importanza non deriva soltanto dall’esistenza della traccia, ma dal complesso lavoro di interpretazione che accompagna ogni reperto investigativo. Comprendere dove si trovi, come venga analizzata e quale significato possa assumere all’interno del quadro generale dell’indagine richiede infatti un approccio che tenga insieme aspetti tecnici, verifiche scientifiche e valutazioni investigative. È proprio questo intreccio tra dato materiale e interpretazione a spiegare perché, a quasi vent’anni dal delitto di Chiara Poggi, l’impronta 33 continui a occupare una posizione centrale nel dibattito sul caso.