Atlanta, Georgia, Stati Uniti, 1911 – Tra gennaio e luglio una serie di omicidi colpisce giovani donne afroamericane in diversi quartieri della città. Le indagini coinvolgono autorità locali, investigatori statali e rappresentanti della comunità afroamericana, senza riuscire a identificare con certezza il responsabile.
Un contesto urbano attraversato dalla tensione
Nel 1911 Atlanta attraversa una fase di rapida espansione economica e demografica, ma la crescita della città si accompagna a profonde disuguaglianze sociali e razziali. A pochi anni dai violenti disordini razziali del 1906, la segregazione continua a influenzare ogni aspetto della vita quotidiana e la popolazione afroamericana vive in una condizione di forte marginalizzazione, con un accesso limitato alla tutela istituzionale e alla giustizia.
È in questo contesto che, tra gennaio e luglio del 1911, una serie di omicidi inizia a colpire giovani donne afroamericane in diversi quartieri della città. Le aggressioni avvengono prevalentemente nelle ore notturne e mostrano caratteristiche che, fin dai primi episodi, inducono investigatori e opinione pubblica a ipotizzare un collegamento tra i vari delitti. L’assenza di un responsabile identificato alimenta rapidamente un clima di paura che coinvolge soprattutto le comunità più esposte.
La stampa dell’epoca contribuisce a consolidare l’idea dell’esistenza di un unico assassino, adottando progressivamente la definizione di “Squartatore di Atlanta”. Il soprannome richiama inevitabilmente quello attribuito alcuni decenni prima agli omicidi di Whitechapel, pur senza che emerga alcuna prova di un collegamento tra i due casi. Si tratta soprattutto di una scelta giornalistica, funzionale a descrivere una sequenza di delitti che presenta modalità ricorrenti e che, per diversi mesi, rimane priva di una spiegazione investigativa condivisa.
Le difficoltà incontrate dalle autorità nel coordinare le indagini, unite alla limitata disponibilità di strumenti scientifici e investigativi propri dell’epoca, rendono fin dall’inizio estremamente complessa la ricostruzione degli eventi. Molti elementi rimangono frammentari, alcune testimonianze risultano contraddittorie e diversi omicidi vengono collegati alla stessa serie sulla base di analogie piuttosto che di prove dirette. Questa incertezza accompagnerà l’intera vicenda e contribuirà a trasformare il caso in uno dei più discussi cold case della storia criminale statunitense.
L’emergere di un modello ricorrente
Tra gennaio e luglio del 1911 Atlanta registra una successione di omicidi che presenta caratteristiche sufficientemente simili da indurre gli investigatori dell’epoca e gran parte della stampa a ipotizzare l’esistenza di un unico responsabile. Le vittime vengono aggredite prevalentemente durante le ore notturne, spesso nei pressi delle loro abitazioni o lungo tragitti abituali. In numerosi casi i corpi mostrano profonde ferite alla gola e gravi lesioni alla testa, elementi che ricorrono con frequenza nelle cronache contemporanee e che contribuiscono a delineare un possibile schema operativo.
Stabilire con precisione quante vittime appartengano realmente alla stessa serie, tuttavia, rimane ancora oggi uno degli aspetti più controversi dell’intera vicenda. Le ricostruzioni storiche non sono univoche e differiscono sia nel numero degli omicidi attribuiti allo Squartatore di Atlanta sia nei criteri utilizzati per collegarli tra loro. Alcuni studiosi limitano la serie ai casi che presentano le maggiori analogie nelle modalità dell’aggressione, mentre altri includono un numero più ampio di delitti irrisolti verificatisi nello stesso arco temporale.
Per questo motivo, le stime variano sensibilmente. Nella ricostruzione più prudente vengono generalmente considerati almeno sette omicidi strettamente riconducibili alla presunta serie, mentre interpretazioni più estensive arrivano a comprendere fino a ventuno morti violente avvenute ad Atlanta nel corso del 1911. Nessuna di queste attribuzioni, però, può essere considerata definitivamente accertata, poiché l’assenza di un responsabile identificato e i limiti delle indagini dell’epoca impediscono di stabilire con certezza se tutti i delitti siano opera della stessa persona.
Questa incertezza investigativa rappresenta uno degli elementi distintivi del caso. Già durante il 1911 le autorità si trovano infatti a distinguere tra omicidi che sembrano condividere caratteristiche comuni e altri episodi che potrebbero invece avere origini differenti, come violenze domestiche, aggressioni occasionali o delitti maturati in contesti completamente diversi. La mancanza di strumenti investigativi moderni, unita alla frammentarietà delle prove raccolte, rende impossibile verificare molte delle ipotesi formulate nel corso delle indagini.
Nonostante questi limiti, la successione ravvicinata dei delitti genera un clima di crescente allarme nella città. L’idea che un assassino possa colpire ripetutamente senza essere identificato modifica le abitudini di molti residenti, soprattutto nei quartieri afroamericani maggiormente interessati dagli omicidi. La paura si diffonde ben oltre le singole comunità coinvolte e contribuisce a consolidare, nell’immaginario collettivo, la figura dello Squartatore di Atlanta come uno dei primi presunti serial killer della storia criminale degli Stati Uniti.
Rosa Trice e il primo arresto
La prima vittima generalmente associata alla serie è Rosa Trice. Nella notte del 22 gennaio 1911 il suo corpo viene rinvenuto a breve distanza dalla sua abitazione, ad Atlanta. La donna presenta una profonda ferita alla gola, descritta dalle cronache dell’epoca come estesa da un lato all’altro del collo, oltre a gravi lesioni alla testa compatibili con un violento colpo inferto mediante un corpo contundente.
Le modalità dell’aggressione attirano immediatamente l’attenzione degli investigatori, soprattutto per la particolare combinazione tra il trauma cranico e il successivo taglio alla gola. Saranno proprio questi elementi, destinati a ricomparire in altri omicidi dei mesi successivi, a far ipotizzare in seguito un possibile collegamento tra diversi delitti avvenuti in città.
Le indagini si concentrano inizialmente sul marito della vittima, John Trice. Come spesso accade nelle inchieste per omicidio dell’epoca, l’ambiente familiare rappresenta il primo ambito investigativo preso in considerazione e l’uomo viene arrestato con il sospetto di essere coinvolto nella morte della moglie.
Con il proseguire dell’inchiesta, tuttavia, non emergono elementi sufficienti a sostenere l’accusa. Le prove raccolte risultano deboli e non consentono di collegare in modo convincente John Trice all’omicidio. L’uomo viene quindi rilasciato e il delitto rimane irrisolto.
Il mancato accertamento delle responsabilità nel caso di Rosa Trice costituisce il primo segnale delle difficoltà che caratterizzeranno l’intera indagine. L’assenza di testimoni affidabili, i limiti delle tecniche investigative disponibili nel 1911 e la scarsità di prove materiali impediscono infatti agli investigatori di costruire un impianto accusatorio solido. Con il passare delle settimane, mentre nuovi omicidi vengono segnalati in città, quel primo fascicolo assume progressivamente un significato diverso, trasformandosi da episodio apparentemente isolato nel possibile inizio di una più ampia sequenza criminale.
Lucinda McNeal e una verità apparente
Meno di due settimane dopo la morte di Rosa Trice, Atlanta viene scossa da un nuovo omicidio. Il corpo di Lucinda McNeal viene rinvenuto in strada con una profonda ferita alla gola, caratteristiche che richiamano immediatamente quelle osservate nel delitto precedente.
In questa occasione gli investigatori ritengono di individuare rapidamente un responsabile. I sospetti si concentrano sul marito della vittima, Charles McNeal, che viene arrestato con l’ipotesi di avere ucciso la moglie al termine di un litigio maturato in un contesto di tensioni familiari e abuso di alcol.
Dal punto di vista investigativo, l’arresto sembra inizialmente offrire una spiegazione circoscritta del delitto, distinta dagli altri episodi verificatisi in città. Tuttavia, la successione di nuovi omicidi caratterizzati da modalità simili rende progressivamente più complessa questa interpretazione. Con il proseguire delle aggressioni, prende infatti corpo l’ipotesi che almeno alcuni dei casi possano essere collegati tra loro, indipendentemente dalle responsabilità eventualmente attribuite ai singoli indagati.
È proprio questa sovrapposizione tra procedimenti apparentemente autonomi e possibile attività di un unico aggressore a complicare il lavoro degli investigatori. Ancora oggi gli studiosi discutono se l’omicidio di Lucinda McNeal debba essere considerato parte della serie attribuita allo Squartatore di Atlanta oppure un caso distinto, successivamente accostato agli altri per le analogie riscontrate nelle modalità dell’aggressione.
Questa incertezza riflette una delle principali difficoltà nello studio dei grandi cold case dell’inizio del Novecento: distinguere i fatti accertati dalle ricostruzioni formulate a posteriori. Nel caso di Atlanta, molte connessioni tra i delitti vengono infatti elaborate soltanto dopo che la stampa e l’opinione pubblica iniziano a parlare di un possibile assassino seriale, rendendo ancora oggi difficile separare le evidenze investigative dalle interpretazioni successive.
Il corpo senza nome di Grant Park
Nei giorni successivi le indagini si arricchiscono di un nuovo episodio destinato ad aumentare l’incertezza degli investigatori. All’interno di Grant Park, uno dei principali parchi pubblici di Atlanta, viene rinvenuto il corpo di una giovane donna afroamericana, apparentemente di circa vent’anni. Nonostante gli accertamenti svolti, la vittima non viene identificata e la sua identità rimane sconosciuta.
Anche questo omicidio presenta caratteristiche che richiamano i delitti precedenti. Le cronache dell’epoca descrivono una profonda ferita alla gola e gravi lesioni al capo, elementi che inducono molti osservatori a includere il caso nella serie attribuita allo Squartatore di Atlanta. Come per altri episodi del 1911, tuttavia, manca qualsiasi prova diretta capace di dimostrare un collegamento certo con gli altri omicidi.
L’assenza di un’identificazione rappresenta uno dei principali ostacoli alle indagini. Senza conoscere l’identità della vittima, gli investigatori non riescono a ricostruirne gli spostamenti, le frequentazioni o gli ultimi contatti, privandosi di informazioni che avrebbero potuto orientare l’inchiesta verso piste investigative più solide.
Il caso mette inoltre in evidenza un limite ricorrente delle indagini criminali dell’inizio del Novecento. La raccolta delle informazioni dipende in larga misura dalle testimonianze dei familiari e della comunità di appartenenza; quando questi elementi vengono meno, le possibilità di identificare l’autore del delitto si riducono drasticamente. Anche per questo motivo il fascicolo relativo alla giovane donna di Grant Park rimane privo di sviluppi significativi e viene progressivamente assorbito nel più ampio insieme di omicidi attribuiti al presunto serial killer.
Belle Walker e l’attenzione della stampa
Il 30 maggio 1911 la città viene nuovamente scossa da un omicidio. La vittima è Belle Walker, ventitré anni, il cui corpo viene rinvenuto nelle vicinanze della propria abitazione. Le modalità dell’aggressione, descritte dalla stampa come compatibili con quelle osservate nei delitti precedenti, rafforzano la convinzione che Atlanta possa trovarsi di fronte a una serie di omicidi riconducibili allo stesso autore.
A questo punto la vicenda assume ormai una rilevanza cittadina. La ripetizione dei delitti, unita all’incapacità delle autorità di individuare un responsabile, alimenta un crescente senso di insicurezza, soprattutto nei quartieri afroamericani maggiormente colpiti dagli omicidi.
La copertura giornalistica contribuisce ad amplificare ulteriormente il fenomeno. I quotidiani seguono con continuità gli sviluppi delle indagini, riportano le descrizioni delle scene del crimine e danno ampio spazio alle ipotesi formulate dagli investigatori. È anche attraverso questa esposizione mediatica che la figura dello Squartatore di Atlanta si consolida nell’immaginario collettivo, trasformandosi progressivamente nel simbolo di una minaccia apparentemente invisibile.
Parallelamente aumenta la pressione esercitata sulla polizia cittadina. Ogni nuovo delitto viene interpretato come la dimostrazione dell’incapacità delle autorità di fermare l’assassino, mentre la richiesta di risultati immediati rischia di orientare le indagini verso soluzioni rapide piuttosto che verso una ricostruzione fondata su prove solide. Questa dinamica accompagnerà anche le fasi successive dell’inchiesta, contribuendo alla moltiplicazione di sospetti e arresti destinati a non trovare conferma.
Giugno 1911: Addie Walts e Lizzie Watkins
Nel mese di giugno la sequenza di omicidi prosegue senza che gli investigatori riescano a individuare un responsabile. Il 15 giugno viene uccisa Addie Walts. Anche in questo caso le cronache descrivono una profonda ferita alla gola e modalità dell’aggressione che richiamano quelle osservate nei delitti precedenti, rafforzando l’ipotesi di un collegamento tra i diversi episodi.
Dodici giorni più tardi un nuovo ritrovamento riporta Atlanta al centro dell’emergenza. Il corpo di Lizzie Watkins viene scoperto nascosto tra la vegetazione. La vittima presenta ferite compatibili con quelle riscontrate in altri omicidi attribuiti alla serie e il ritrovamento contribuisce ad alimentare la convinzione che l’assassino continui a colpire con regolarità.
Con il susseguirsi dei delitti diventa sempre più difficile sostenere che si tratti esclusivamente di episodi indipendenti. Le analogie riscontrate nelle lesioni, unite alla concentrazione temporale degli omicidi, spingono una parte degli investigatori e della stampa a ritenere plausibile l’esistenza di un unico autore. Allo stesso tempo, però, l’assenza di prove materiali capaci di collegare direttamente le diverse scene del crimine impedisce di trasformare questa ipotesi in una certezza investigativa.
Ogni nuovo omicidio contribuisce così ad ampliare un quadro già estremamente complesso. Più aumenta il numero delle possibili vittime attribuite allo Squartatore di Atlanta, più diventa difficile distinguere i delitti realmente riconducibili a un’unica mano da quelli accomunati soltanto da caratteristiche simili. Questa incertezza accompagnerà l’intera vicenda e continuerà a influenzarne l’interpretazione anche nei decenni successivi.
Lena Sharp e il fallimento dell’inseguimento
Pochi giorni dopo gli omicidi di Addie Walts e Lizzie Watkins, le indagini registrano uno degli episodi più significativi dell’intera vicenda. Emma Lou Sharp esce di casa preoccupata per il mancato rientro della madre, Lena Sharp, e inizia a cercarla nelle strade del quartiere.
Durante la ricerca la giovane viene avvicinata da un uomo descritto come afroamericano, di corporatura robusta e statura elevata. Secondo il suo racconto, l’uomo tenta di fermarla con un pretesto. Emma riesce inizialmente ad allontanarsi, ma viene raggiunta e colpita alla schiena. Le sue grida richiamano l’attenzione di alcune persone presenti nelle vicinanze, costringendo l’aggressore alla fuga prima che possa portare a termine l’attacco.
Poco dopo viene rinvenuto il corpo di Lena Sharp. La donna presenta una profonda ferita alla gola e gravi lesioni al capo, caratteristiche che richiamano quelle osservate in altri omicidi attribuiti alla serie.
La testimonianza di Emma Lou Sharp assume un’importanza particolare perché rappresenta uno dei rarissimi casi nei quali gli investigatori raccolgono una descrizione diretta di un possibile aggressore. Nonostante ciò, le informazioni fornite si rivelano troppo generiche per consentire un’identificazione certa. La descrizione viene confrontata con diversi sospettati nel corso delle indagini, ma nessun accertamento permette di attribuire con sicurezza gli omicidi a una persona specifica.
L’episodio evidenzia ancora una volta i limiti investigativi del periodo. In assenza di strumenti come il confronto del DNA, le banche dati delle impronte digitali moderne o tecniche avanzate di identificazione, anche una testimonianza potenzialmente preziosa non è sufficiente a trasformarsi in una prova decisiva. Per questo motivo il racconto di Emma Lou Sharp rimane uno degli elementi più citati nelle ricostruzioni storiche del caso, senza però riuscire a determinarne la soluzione.
Mary Yedell e Sadie Hollis
L’8 luglio 1911 un nuovo episodio sembra confermare il clima di paura che ormai domina Atlanta. Mary Yedell, ventidue anni, riferisce di essere stata avvicinata mentre si reca al lavoro da un uomo la cui descrizione appare compatibile con quella fornita pochi giorni prima da Emma Lou Sharp. L’aggressione non si conclude con un omicidio, ma l’episodio viene comunque preso in considerazione dagli investigatori come possibile indizio dell’attività dello stesso aggressore.
La testimonianza di Mary Yedell assume rilievo soprattutto perché sembra rafforzare l’ipotesi che un uomo stia scegliendo le proprie vittime seguendo modalità ricorrenti. Tuttavia, anche in questo caso, le informazioni disponibili risultano insufficienti per consentire un’identificazione precisa. Le descrizioni raccolte rimangono generiche e non permettono di restringere in modo significativo il numero dei possibili sospettati.
Tre giorni più tardi, l’11 luglio 1911, viene rinvenuto il corpo di Sadie Hollis. La donna presenta numerose ferite da arma bianca, una profonda lesione alla gola e gravi traumi al capo. Secondo le cronache dell’epoca, il cadavere viene scoperto da Will Broglin e alcune fonti segnalano inoltre l’assenza delle scarpe della vittima, particolare che attirerà l’attenzione degli investigatori pur senza trovare una spiegazione condivisa.
L’omicidio di Sadie Hollis è generalmente considerato l’ultimo delitto attribuito con una certa frequenza allo Squartatore di Atlanta. Anche in questo caso, tuttavia, non esistono elementi investigativi che consentano di dimostrare in maniera definitiva il collegamento con gli omicidi precedenti. La sua inclusione nella serie deriva principalmente dalle analogie riscontrate nelle modalità dell’aggressione e dalla vicinanza temporale con gli altri delitti verificatisi durante il 1911.
Con la morte di Sadie Hollis la sequenza degli omicidi si interrompe improvvisamente. Le ragioni di questa cessazione non vengono mai chiarite. Non è noto se l’autore abbia smesso di uccidere, abbia lasciato la città, sia morto o sia stato arrestato per altri reati senza essere collegato ai delitti di Atlanta. L’assenza di risposte contribuirà a mantenere aperto il dibattito storico sulla reale estensione della serie e sull’identità del responsabile.
Una città divisa e sotto assedio
Mentre gli omicidi continuano a susseguirsi, Atlanta affronta anche altre forme di criminalità che impegnano le forze dell’ordine. Rapine, aggressioni e numerosi episodi di violenza urbana assorbono parte delle limitate risorse investigative disponibili, rendendo ancora più complessa la gestione della presunta serie di omicidi.
Questo contesto si inserisce in una città profondamente segnata dalla segregazione razziale. La popolazione afroamericana, oltre a essere la principale vittima delle aggressioni attribuite allo Squartatore di Atlanta, percepisce una tutela insufficiente da parte delle istituzioni e una risposta investigativa meno efficace rispetto a quella riservata ad altri quartieri della città.
La crescente insicurezza favorisce una mobilitazione senza precedenti all’interno della comunità afroamericana. Leader religiosi, associazioni civiche e rappresentanti locali chiedono un maggiore coinvolgimento nelle indagini e sollecitano le autorità a destinare maggiori risorse all’identificazione del responsabile. La richiesta non nasce soltanto dalla necessità di fermare gli omicidi, ma anche dalla convinzione che le vittime non stiano ricevendo la stessa attenzione riservata ad altri casi di cronaca.
Il caso dello Squartatore di Atlanta assume così una dimensione che va oltre la sola ricostruzione criminale. Le difficoltà investigative si intrecciano con il contesto sociale e politico della Georgia dei primi del Novecento, mostrando come discriminazioni, disuguaglianze istituzionali e limiti delle tecniche investigative possano influenzare profondamente l’evoluzione di un’indagine per omicidio. Per questo motivo il caso continua a essere analizzato non soltanto come una serie di delitti irrisolti, ma anche come uno specchio delle tensioni che caratterizzano la società statunitense dell’epoca.
Petizioni, ricompense e indagini parallele
Con il susseguirsi degli omicidi cresce anche la pressione esercitata sulle autorità cittadine. La comunità afroamericana di Atlanta non si limita a manifestare preoccupazione per la sicurezza dei propri quartieri, ma chiede un coinvolgimento più diretto nelle indagini. Leader civici e rappresentanti locali promuovono iniziative rivolte al sindaco e al governatore della Georgia affinché venga rafforzata la risposta investigativa e siano adottate misure più efficaci per individuare il responsabile.
Tra le richieste avanzate figura anche la possibilità di coinvolgere investigatori afroamericani, nella convinzione che una maggiore conoscenza delle comunità interessate possa favorire la raccolta di informazioni e incoraggiare nuovi testimoni a collaborare con le autorità. Parallelamente viene promossa una raccolta di informazioni sui delitti ritenuti collegati e viene offerta una ricompensa a chiunque fornisca elementi utili all’identificazione dell’assassino.
Queste iniziative testimoniano come il caso abbia ormai superato la dimensione della semplice cronaca giudiziaria. L’incapacità di individuare un responsabile alimenta infatti un crescente senso di sfiducia nelle istituzioni e rende evidente il divario tra le esigenze della popolazione colpita e le possibilità operative delle forze dell’ordine dell’epoca.
La mobilitazione della comunità rappresenta uno degli aspetti più significativi dell’intera vicenda. Pur non producendo una svolta decisiva nelle indagini, dimostra come gli omicidi del 1911 abbiano avuto un impatto che va oltre i singoli delitti, contribuendo ad aprire un dibattito più ampio sul rapporto tra giustizia, rappresentanza e tutela delle minoranze nella società statunitense dell’inizio del Novecento.
I sospettati e l’arresto di Henry Huff
Nel corso delle indagini vengono presi in esame numerosi sospettati. Le ricostruzioni storiche riportano almeno sei persone formalmente investigate, ma nessuna delle piste seguite riesce a condurre all’identificazione certa dell’autore degli omicidi. In diversi casi gli arresti vengono effettuati sulla base di indizi limitati o di sospetti che non trovano successiva conferma.
Tra i nomi maggiormente ricordati compare quello di Henry Huff, un operaio afroamericano arrestato dopo gli ultimi delitti della serie. Durante una perquisizione nella sua abitazione gli investigatori rinvengono un paio di pantaloni con tracce di sangue, elemento che induce inizialmente la polizia a ipotizzare un suo coinvolgimento, in particolare nell’omicidio di Sadie Hollis.
Con il proseguire dell’inchiesta, tuttavia, gli elementi raccolti si rivelano insufficienti a sostenere l’accusa. Non emergono prove capaci di collegare Henry Huff alle scene del crimine né di dimostrare un rapporto diretto con le vittime. In assenza di ulteriori riscontri, l’uomo viene rilasciato e anche questa pista investigativa viene progressivamente abbandonata.
Il caso di Henry Huff riflette un problema ricorrente nelle indagini dell’epoca. La forte pressione esercitata dall’opinione pubblica e dalla stampa spinge spesso gli investigatori a seguire rapidamente ogni possibile indizio, ma la limitata disponibilità di strumenti scientifici rende estremamente difficile trasformare i sospetti in prove. Molti dei nomi emersi durante l’inchiesta finiscono così per essere ricordati più come persone investigate che come reali indiziati, senza che nessuno di essi possa essere collegato con certezza alla serie di omicidi del 1911.
Perché il caso rimane irrisolto
A oltre un secolo dagli eventi, lo Squartatore di Atlanta continua a rappresentare uno dei più complessi cold case della storia criminale statunitense. Nessuna indagine successiva ha portato all’identificazione di un responsabile e non risultano riaperture ufficiali che abbiano modificato in modo sostanziale il quadro investigativo delineato nel 1911.
Le difficoltà nel ricostruire con precisione la vicenda derivano da molteplici fattori. La dispersione di parte della documentazione originale, i limiti delle tecniche investigative disponibili all’epoca, l’impossibilità di sottoporre le prove materiali a moderne analisi forensi e le incertezze sull’effettiva appartenenza di tutti gli omicidi alla stessa serie impediscono ancora oggi di formulare conclusioni definitive.
Proprio quest’ultimo aspetto continua ad alimentare il dibattito tra storici e criminologi. Rimane infatti aperta la questione fondamentale dell’intera vicenda: stabilire se Atlanta sia stata realmente teatro dell’azione di un unico serial killer oppure se, nel clima di forte allarme del 1911, delitti differenti siano stati progressivamente riuniti sotto un’unica etichetta giornalistica. In assenza di prove conclusive, entrambe le ipotesi continuano a trovare spazio nelle ricostruzioni storiche.
Al di là dell’identità del responsabile, il caso conserva ancora oggi un rilevante valore storico e criminologico. Gli omicidi del 1911 mostrano come il contesto sociale, le tensioni razziali, i limiti delle istituzioni e le tecniche investigative disponibili possano incidere profondamente sull’esito di un’indagine. È anche per questo motivo che lo Squartatore di Atlanta continua a essere oggetto di studio: non soltanto come una serie di delitti irrisolti, ma come un esempio delle difficoltà che accompagnano la ricostruzione dei grandi casi criminali del primo Novecento.